{"id":251,"date":"2020-11-08T21:16:58","date_gmt":"2020-11-08T21:16:58","guid":{"rendered":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-medica\/2020\/11\/lalta-quota-e-gli-effetti-sullorganismo\/"},"modified":"2020-11-08T21:16:58","modified_gmt":"2020-11-08T21:16:58","slug":"lalta-quota-e-gli-effetti-sullorganismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-medica\/2020\/11\/lalta-quota-e-gli-effetti-sullorganismo\/","title":{"rendered":"L&#8217;alta Quota E Gli Effetti Sull&#8217;organismo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center\"><strong>L\u2019ALTA QUOTA E GLI EFFETTI SULL\u2019ORGANISMO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">(Dr. Luigi Vanoni &#8211; Commissione Centrale Medica del Club Alpino Italiano)<\/p>\n<p>Negli ultimi anni un considerevole numero di persone (escursionisti, trekkers, alpinisti, lavoratori) normalmente residenti a quote prossime al livello del mare, si reca ad altitudini superiori ai 4000 metri s.l.m. Diversi di questi soggetti sono alla loro prima esperienza in quota e ben poco conoscono circa le possibili reazioni del loro organismo quando esso verr\u00e0 sottoposto ad uno sforzo in ambiente ipobarico\/ipossico. Alla riduzione della pressione barometrica si associa, infatti, una riduzione della pressione parziale di ossigeno; sul Monte Bianco (4.807 metri) la pressione parziale di ossigeno risulta essere diminuita del 50% rispetto a quella presente a livello del mare e in cima al Monte Everest (8.848 metri) ridotta ad un terzo. Con l&#8217;esposizione a quote via via crescenti, la progressiva riduzione della pressione atmosferica e quindi della pressione parziale di ossigeno, fanno s\u00ec che una serie di meccanismi compensatori vengano messi in atto dall&#8217;organismo per adattarsi alla conseguente ipossia tissutale; tale processo prende il nome di acclimatazione. Ci\u00f2 nonostante, l\u2019&#8217;assenza di acclimatamento e la presenza di alcuni fattori di rischio, possono favorire l&#8217;insorgenza di malattia acuta di montagna (AMS, acute mountain sickness) e\/o una delle sue due temibili complicanze, l\u2019edema polmonare d&#8217;alta quota (HAPE, high altitude pulmonary edema) e l\u2019edema cerebrale d&#8217;alta quota (HACE, high altitude cerebral edema). Tra gli elementi importanti identificati quali fattori di rischio per lo sviluppo del male acuto di montagna, vi sono l&#8217;elevata velocit\u00e0 di ascesa nel periodo di acclimatazione, anamnesi positiva per AMS, HAPE o HACE, anamnesi positiva per emicrania, obesit\u00e0 e &#8211; nello specifico dell&#8217;HAPE &#8211; la persistenza del forame ovale. Affrontare un ambiente ostile quale \u00e8 quello ipossico\/ipobarico dell&#8217;alta quota, richiede obbligatoriamente la conoscenza sia dei meccanismi coinvolti nei processi di acclimatamento, nonch\u00e9 delle caratteristiche individuali che possono favorire o meno l&#8217;acclimatamento stesso. Poter riconoscere le caratteristiche individuali, permetter\u00e0 di impostare al meglio la preparazione e la fase di acclimatazione, con idonei profili di ascesa e approcci altimetrici consoni, nonch\u00e9 &#8211; nei casi indicati &#8211; suggerire un&#8217;eventuale profilassi farmacologica e uno stretto controllo dei parametri relativi al trasporto di ossigeno. Tra i vari parametri fisiologici, la saturazione di ossigeno e le risposte ventilatoria e cardiaca all&#8217;ipossia, rivestono un ruolo di fondamentale importanza per la determinazione del fattore di rischio in ambiente ipossico. Le classificazioni di quota, formulate nel corso degli anni, sono state diverse, la seguente \u00e8 quella di Bartsch del 2008:<\/p>\n<h4 style=\"text-align: center\">LIVELLO DEL MARE 0-500 metri s.l.m.<br \/>\nBASSA QUOTA 500-2000 metri s.l.m.<br \/>\nMEDIA QUOTA 2000-3000 metri s.l.m.<br \/>\nALTA QUOTA 3000-5500 metri s.l.m.<br \/>\nQUOTA ESTREMA &gt; 5500 metri s.l.m.<\/h4>\n<p>Al progressivo aumentare della quota, si verifica una diminuzione della pressione parziale di ossigeno (ipossia) che si accompagna ad una consensuale riduzione della pressione barometrica (ipobaria): l&#8217;ipobaria \u00e8 conseguenza della riduzione della pressione esercitata sul punto di misura dalla colonna di aria sovrastante; con l&#8217;aumentare dell&#8217;altitudine si verifica una riduzione della colonna d&#8217;aria e della pressione esercitata al suolo dalla stessa. A livello del mare la pressione barometrica equivale a 760 mmHg e l&#8217;ossigeno, occupandone circa il 21% (20,93%), esercita una pressione di 159,2 mmHg (PO2 = P atmosferica x %O2 = 760 x 20,93%). A 3000 metri di quota la pressione barometrica risulta essere di 526,3 mmHg e di conseguenza la pressione parziale di ossigeno &#8211; il quale occupa sempre il 21% del totale &#8211; \u00e8 di 110,2 mmHg. A 5000 metri i valori di pressione atmosferica e di pressione parziale di ossigeno, sono rispettivamente: 405 e 84,9 mmHg. In vetta al Monte Everest la pressione atmosferica \u00e8 di 236,3 mmHg con una pressione parziale di ossigeno pari a 49,5 mmHg. Alla ridotta pressione parziale di ossigeno inspirato consegue sia la riduzione della pressione alveolare di ossigeno, nonch\u00e9 della disponibilit\u00e0 di ossigeno a livello tissutale.<\/p>\n<p>L&#8217;importanza della quota nel processo di adattamento fisiologico \u00e8 legata alle risposte indotte dall&#8217;ipossia ipobarica:<\/p>\n<p>\u2022 fino a 500 metri, le variabili atmosferiche si modificano molto poco, tanto da non richiedere alcuna compensazione fisiologica e di conseguenza non influiscono sulle prestazioni fisiche del soggetto;<\/p>\n<p>\u2022 a quote tra i 500 m. e i 2000 m. le componenti atmosferiche si fanno pi\u00f9 marcate a tal punto da iniziare a manifestarsi la compensazione messa in atto dall&#8217;organismo. Tutto \u00e8, per\u00f2, ancora ad intensit\u00e0 bassa, tanto da non essere percepito alcun disagio dalla maggioranza delle persone;<\/p>\n<p>\u2022 tra i 2000 e i 3000 metri di quota, le modifiche dell&#8217;ambiente sono pi\u00f9 evidenti e di conseguenza anche gli adattamenti dello stesso organismo; a queste quote possono riscontrarsi sintomi attribuibili al male di montagna;<\/p>\n<p>\u2022 tra i 3000 m. e i 5500 m. molti soggetti senza acclimatamento, possono riscontrare il male acuto di montagna; al di sopra dei 5500 metri (altitudine oltre la quale non esistono stabili insediamenti umani) \u00e8 possibile permanere solo per brevi periodi di tempo.<\/p>\n<p>La ridotta pressione parziale di ossigeno dell&#8217;alta quota, induce l&#8217;organismo al tentativo di mettere in atto tutta una serie di compensi che, in relazione alla velocit\u00e0 di instaurazione, possono essere distinti in &#8220;aggiustamenti&#8221;, pi\u00f9 rapidi a manifestarsi ed in &#8220;adattamenti&#8221;, i quali sopraggiungono in tempi pi\u00f9 lunghi. Lo stimolo adattativo \u00e8 dato dall&#8217;entit\u00e0 dell&#8217;ipossia &#8211; quindi dalla quota stessa &#8211; nonch\u00e9 dalla durata di permanenza in quota: gli adattamenti &#8220;guadagnati&#8221; ad una determinata quota, sono necessari per permettere ulteriori aggiustamenti ed adattamenti a quote superiori. Esporsi rapidamente a quote superiori a 2000 metri, induce l&#8217;organismo a rapide modificazioni funzionali, allo scopo di fronteggiare l&#8217;ipossia tessutale: l&#8217;aumento della ventilazione &#8211; incremento della frequenza respiratoria e della profondit\u00e0 del respiro &#8211; e le modifiche al circolo polmonare &#8211; vasocostrizione polmonare ipossica &#8211; si accompagnano ad incremento della gittata cardiaca consequenziale all&#8217;aumentata frequenza cardiaca. Tali aggiustamenti, se da un lato permettono di ridurre &#8211; in tempi brevi (ore\/giorni) &#8211; almeno parzialmente gli effetti negativi dell&#8217;ipossia &#8211; dall&#8217;altro lato spesso non sono sufficienti per fornire ossigeno in proporzioni adeguate alla permanenza in quota ed all&#8217;attivit\u00e0 sportiva e\/o lavorativa svolta in quota. Pertanto altre modifiche anatomo\/funzionali devono necessariamente instaurarsi onde poter meglio tollerare la ridotta pressione parziale di ossigeno. A differenza degli aggiustamenti &#8211; caratterizzati soprattutto da modifiche funzionali &#8211; gli adattamenti, oltre a richiedere tempi maggiori per la loro realizzazione, si focalizzano sia su modifiche strutturali oltre che funzionali. L&#8217;ipossia tessutale stimola la produzione di globuli rossi, mediante aumento del rilascio di eritropoietina da parte del rene. L&#8217;aumento della sintesi di eritropoietina avviene entro circa 15 ore dall&#8217;esposizione all&#8217;ipossia, ma occorrono almeno due settimane perch\u00e9 si possa notare un incremento della produzione di emazie. Una volta raggiunto il grado di policitemia indotto dai processi sopra descritti, essa si mantiene per tutto il tempo di permanenza in quota e ritorna ai livelli basali circa due-quattro settimane dopo essere ritornati a livello del mare.<\/p>\n<p>Quando l\u2019organismo non \u00e8 in grado di adattarsi sufficientemente alla quota, si possono sviluppare patologie.<\/p>\n<p>Le principali patologie da ipossia che possono colpire chi si reca in alta quota sono il Male di Montagna Acuto o Acute Mountain Sickness (AMS), l&#8217;Edema Cerebrale d\u2019Alta Quota o High Altitude Cerebral Edema (HACE) e l&#8217;Edema Polmonare d\u2019Alta Quota o High Altitude Pulmonary Edema (HAPE). Queste ultime possono raggiungere una gravit\u00e0 tale da essere in grado di portare a morte il soggetto.<\/p>\n<h4><strong>Acute Mountain Sickness<\/strong><\/h4>\n<p>Il male di montagna acuto \u00e8 una condizione molto frequente.<\/p>\n<h6 style=\"text-align: center\"><strong>FREQUENZA DEL MAL DI MONTAGNA ACUTO A QUOTE DIVERSE<\/strong><br \/>\n2500 &#8211; 3000 metri 10 &#8211; 30%<br \/>\n3000 &#8211; 4000 metri 30 &#8211; 40%<br \/>\n4000 &#8211; 4500 metri 40 &#8211; 60%<br \/>\ntratto da &#8220;Medicina e Salute in Montagna&#8221;-Annalisa Cogo &#8211; Editore Ulrico Hoepli &#8211; Milano &#8211; 2009 &#8211; pag. 47<\/h6>\n<p>Esso si pu\u00f2 presentare sopra i 2500 metri (ma pu\u00f2 sopraggiungere anche a ridosso dei 2000 metri di altitudine), in soggetti non acclimatati, che hanno raggiunto la quota troppo rapidamente. Gli elementi importanti per lo sviluppo o meno di tale condizione, sono l&#8217;assenza di acclimatamento, la rapida ascesa, sforzi intensi e un&#8217;eventuale predisposizione individuale. Dal 1991, grazie al Lake Louise Consensus Group, l&#8217;AMS viene definito dalla presenza di cefalea, pi\u00f9 almeno uno dei seguenti sintomi:<\/p>\n<p>\u2022 disturbi gastro-intestinali (nausea, vomito, anoressia, ecc.);<br \/>\n\u2022 astenia\/affaticamento eccessivo;<br \/>\n\u2022 vertigini\/sensazione di testa leggera;<br \/>\n\u2022 disturbi del sonno;<\/p>\n<p>Ogni sintomo \u00e8 indicato con un livello di intensit\u00e0 da 1 a 3, dove tre \u00e8 l&#8217;intensit\u00e0 maggiore. Per la diagnosi di male di montagna acuto, alla descrizione soggettiva dei sintomi &#8211; sopra riportata &#8211; segue la parte obiettiva, caratterizzata dalla valutazione, da parte del medico, della funzione mentale, della presenza o meno di atassia, della presenza o meno di edemi periferici ed infine dalla valutazione funzionale.<br \/>\nLa diagnosi di mal di montagna acuto \u00e8 data dal raggiungimento &#8211; tramite la sola parte autovalutativa oppure dalla somma dei punteggi tra le due parti (autovalutativa e clinica) &#8211; di un valore pari o superiore a tre.<\/p>\n<p>L&#8217;approccio terapeutico per l\u2019AMS \u00e8 innanzitutto comportamentale e sintomatico:<\/p>\n<p>\u2022 non salire ulteriormente (soggiornare uno o pi\u00f9 giorni alla quota raggiunta \u00e8 generalmente sufficiente; nei casi con maggiore intensit\u00e0 dei sintomi pu\u00f2 essere utile scendere a quote inferiori);<br \/>\n\u2022 eventualmente farmaci \u2013 su prescrizione e controllo medico \u2013 sia per la gestione che per l\u2019eventuale persistenza dei sintomi pi\u00f9 disturbanti;<br \/>\n\u2022 alla ripresa della salita assicurarsi di evitare sforzi eccessivi ed inutili, e di non superare i 300-400 metri di dislivello altimetrico al giorno;<br \/>\n\u2022 idratarsi adeguatamente;<br \/>\n\u2022 in casi estremi e quando la discesa non \u00e8 possibile si pu\u00f2 ricorrere al sacco iperbarico, che permette in tempi rapidi di &#8220;portare&#8221; il soggetto ad una quota pi\u00f9 bassa, tramite l&#8217;aumento, ottenuto mediante una pompa, della pressione atmosferica presente nel sacco &#8211; dove \u00e8 posizionato il Paziente &#8211; cos\u00ec da ridurre artificialmente l&#8217;ipobaria e di conseguenza l&#8217;ipossia.<\/p>\n<p>I soggetti suscettibili di sviluppare AMS devono porre particolare attenzione sia all&#8217;acclimatamento realizzato attraverso un approccio graduale alla quota delle settimane\/mesi precedenti, sia al rispettare il massimo dislivello quotidiano consigliato (300-400 metri), nonch\u00e9 all&#8217;idratarsi correttamente ed eventualmente all&#8217;adottare la profilassi farmacologica dietro prescrizione e controllo medico.<\/p>\n<h4><strong>High Altitude Cerebral Edema<\/strong><\/h4>\n<p>Un&#8217;evoluzione sfavorevole del mal di montagna acuto \u00e8 l&#8217;edema cerebrale d&#8217;alta quota (HACE); esso, per\u00f2, potendosi sviluppare anche in assenza di AMS, \u00e8 considerato un&#8217;entit\u00e0 patologica a s\u00e9 stante. La comparsa di alterata funzione neurologica sino alla condizione di stupor e di coma, in un soggetto che si \u00e8 esposto acutamente all&#8217;alta quota, sono segni indicatori di possibile edema cerebrale. L&#8217;HACE \u00e8 una condizione potenzialmente fatale, per tanto \u00e8 fondamentale saper riconoscere i primi segni e sintomi di tale condizione, nonch\u00e9 adottare rapidamente le modalit\u00e0 comportamentali e terapeutiche adatte alla situazione. L&#8217;approccio terapeutico indicato e seguito passo per passo dal medico \u00e8 contemporaneamente farmacologico e non farmacologico; uno degli aspetti fondamentali della gestione dell\u2019HACE \u00e8, quando \u00e8 fattibile, quello di scendere \u2013 realmente oppure virtualmente tramite il sacco iperbarico &#8211; di quota il prima possibile.<\/p>\n<h4><strong>High Altitude Pulmonary Edema<\/strong><\/h4>\n<p>Anche l&#8217;edema polmonare d&#8217;alta quota pu\u00f2 essere un&#8217;evoluzione sfavorevole del mal di montagna acuto, oppure una entit\u00e0 patologica a s\u00e9 stante. I sintomi sono a carico del sistema respiratorio. Nelle fasi avanzate possono sopraggiungere segni neurologici e coma. Anche l&#8217;HAPE \u00e8 potenzialmente fatale e, pertanto, anch&#8217;esso deve essere individuato precocemente e correttamente trattato in tempi brevi. Anche per l\u2019HAPE l\u2019approccio terapeutico, impostato e condotto dal medico, \u00e8 sia farmacologico che comportamentale; anche in questo caso \u00e8 importante scendere \u2013 realmente o virtualmente &#8211; di quota se e appena sia possibile.<\/p>\n<h6 style=\"text-align: center\">tratto dalla Tesi per il conseguimento del Master Internazionale in Medicina di Montagna del Dr. Luigi Vanoni, relat. Dr. G. Giardini<br \/>\nUNIVERSITA\u2019 DEGLI STUDI DELL\u2019INSUBRIA di VARESE<br \/>\n\u2013 Direttore del Master Prof. L. Dominioni, Co-Direttore e Direttore Internazionale Dott. L. Festi \u2013<br \/>\n\u201cAnalisi della suscettibilit\u00e0 al male acuto di montagna mediante test da sforzo sottomassimale in altitudine simulata\u201d<\/h6>\n<h6 style=\"text-align: center\">La versione integrale della Tesi \u00e8 visualizzabile al seguente link:<\/h6>\n<h6 style=\"text-align: center\"><a href=\"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-medica\/wp-content\/uploads\/sites\/86\/2024\/12\/Tesi-Dr.-Luigi-Vanoni-Master-Medicina-di-Montagna-2012.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-medica\/wp-content\/uploads\/sites\/86\/2024\/12\/Tesi-Dr.-Luigi-Vanoni-Master-Medicina-di-Montagna-2012.pdf<\/a><\/h6>\n<h6>BIBLIOGRAFIA<\/h6>\n<h6>&#8211; &#8220;Il lavoro in alta quota: nozioni di fisiopatologia, fattori di rischio, sorveglianza sanitaria e criteri per l&#8217;elaborazione del giudizio di idoneit\u00e0&#8221; &#8211; G. Taino, G. Giardini, O. Pecchio, M. Brevi, M. Giorgi, M.G. Verardo, E. Detragiache, M. Imbriani &#8211; Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia 2012 &#8211; Vol. 34 &#8211; N. 2 &#8211; Aprile-Giugno 2012 &#8211; pag. 101-140<br \/>\n&#8211; &#8220;Physiological Risk Factors of Severe High Altitude Illness: a prospective cohort study &#8211; Running title: Risk factors of altitude illness&#8221; &#8211; J-P Richalet, M.D., Ph.D., P. Larmignat, M.D., E. Poitrine, M.D., M. Letournel, and F. Canoui-Poitrine, M.D., Ph.D. &#8211; AJRCCM Articles in Press. Publisched on October 27, 2011 as doi:10.1164\/rccm.201108-1396OC &#8211; pag 1-26<br \/>\n&#8211; &#8220;Medicina e Salute in Montagna&#8221; &#8211; Annalisa Cogo &#8211; Editore Ulrico Hoepli &#8211; Milano &#8211; 2009<br \/>\n&#8211; &#8220;Medicina e Montagna &#8211; I Manuali del Club Alpino Italiano&#8221; &#8211; Gruppo Ixelle sas, Venezia, Mestre &#8211; Edizione 2009 &#8211; Volume I &#8211; Fisiopatologia dell&#8217;organismo e adattamenti all&#8217;alta quota &#8211; G. Parati, M. Revera, G. Savia, G. Branzi<br \/>\n&#8211; &#8220;Patent Foramen Ovale and High-Altitude Pulmunary Edema&#8221; &#8211; Y. Allemann, MD, D. Hutter, MD, E. Lipp, MD, C. Sartori, MD, H. Duplain, MD, M. Egli, MD, S. Cook, MD, U. Scherrer, MD, C. Seiler, MD &#8211; JAMA, December 27, 2006 &#8211; Vol. 296, n. 24<br \/>\n&#8211; &#8220;Fisiologia e Biofisica Medica&#8221; &#8211; Fausto Baldissera &#8211; Poletto Editore &#8211; 2000 &#8211; Vol. 2 &#8211; Lavoro muscolare &#8211; pag. 1000-1018<br \/>\n&#8211; &#8220;Wilderness Medical Society Consensus Guidelines for the Prevention and Treatment of Acute Altitude Illness&#8221; &#8211; Andrew M. Luks, MD; Scott E. McIntosh, MD, MPH; Colin K. Grissom, MD; Paul S. Auerbach, MD, MS; George W. Rodway, PhD, APRN; Robert B. Schoene, MD; Ken Zafren, MD; Peter H. Hackett, MD &#8211; Wilderness &amp; Enviromental Medicine, 21, 146-155 (2010)<br \/>\n&#8211; &#8220;Fisiologia Medica&#8221; &#8211; pocket &#8211; Guyton &amp; Hall &#8211; Edi SES &#8211; 2002 &#8211; Seconda edizione &#8211; Il trasporto di ossigeno e dell&#8217;anidride carbonica nel sangue e nei liquidi corporei &#8211; pag. 321-326<br \/>\n&#8211; &#8220;Altitude Illness: Acute Mountain Sickness, High-Altitude Pulmonary Edema and High-Altitude Cerebral Edema&#8221; &#8211; Buddha Basnyat, Geoffrey Tabin &#8211; Harrison&#8217;s Online<br \/>\n&#8211; &#8220;Illnesses at High Altitude&#8221; &#8211; Robert B. Schoene &#8211; Chest 2008; 134; 402-416 &#8211; DOI 10.1378\/chest.07-0561<br \/>\n&#8211; &#8220;The cerebral etiology of high-altitude cerebral edema and acute mountain sickness&#8221; &#8211; Peter H. Hackett, MD- Wilderness and Enviromental Medicine, 10, 97-109 (1999)<br \/>\n&#8211; &#8220;Effect of Altitude on the Heart and the Lungs&#8221; &#8211; Peter Bartsch and J. Simon R. Gibbs &#8211; Circulation 2007; 116; 2191-2202 &#8211; DOI: 10.1161\/CIRCULATIONAHA.106.650796<br \/>\n&#8211; &#8220;Chest Ultrasonography for the Diagnosis and Monitoring of High-Altitude Pulmonary Edema&#8221; &#8211; Peter J. Fagenholz, MD; Jonathan A. Gutman, MD; Alice F. Murray, MBChB; Vicki E. Noble, MD; Stephen H. Thomas, MD, MPH; and N. Stuart Harris, MD, MFA &#8211; CHEST \/ 131 \/ 4 \/ APRIL, 2007<br \/>\n&#8211; &#8220;Prospective, Double-Blind, Randomize, Placebo-Controlled Comparison of Acetazolamide Versus Ibuprofen for Prophylaxis Against High Altitude Headache: The Headache Evaluation at Altitude Trial (HEAT)&#8221; &#8211; Jeffrey H. Gertsch, MD; Grant S. Lipman, MD; Peter S. Holck, PhD; Andrew Merritt, MD; Allison Mulcahy, MD; Robert S. Fisher, MD, PhD; Buddha Basnyat, MD; Eric Allison, DO; Kelli Hanzelka, MD; Alberto Hazan, MD; Zachary Meyers, MD; Justin Odegaard, MD, PhD; Benjamin Pook, MBChB; Mark Thompson, MD; Brant Slomovic, MD; Henrik Wahlberg, MBChB; Vanessa Wilshaw, MBChB; Eric A. Weiss, MD; Ken Zafren, MD &#8211; Wilderness &amp; Enviromental Medicine, 21, 236-243 (2010)<br \/>\n&#8211; &#8220;Optic nerve sheath diameter correlates with the presence and severity of acute mountain sickness: evidence for increased intracranial pressure&#8221; &#8211; Peter J. Fagenholz, Jonathan A. Gutmann, Alice F. Murray, Vicki E. Noble, Carlos A. Camargo, Jr., and N. 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