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SUMMARY:Relazione CRTAM Campania 2022
DESCRIPTION:La commissione TAM della Campania\, anche per l’anno che sta per concludersi\, si è riunita sempre in remoto\, favorendo tra l’altro chi avrebbe dovuto affrontare lunghi e onerosi spostamenti per intervenire alle riunioni; non escludiamo comunque che in futuro si possa ritornare\, in parte o definitivamente\, alle riunioni in presenza\, vista l’importanza e la necessità di socializzare idee e proposte di prima persona e onorare quella socialità che ci caratterizza. \nL’impegno principale della CRTAM di quest’anno è stato quello dell’organizzazione e dello svolgimento del 2° corso ORTAM al quale hanno partecipato 18 soci provenienti da Campania\, Molise e Calabria. Tutti i soci CAI che hanno brillantemente superato il corso\, fatta esclusione per tre di loro per i quali si attende comunicazione dalla direzione del corso per un loro esame di recupero. \nAlla formazione di nuovi membri della famiglia TAM\, che speriamo possano apportare nuove energie e nuove motivazioni al sodalizio\, si è inoltre fatta una selezione tra i titolati e i qualificati TAM per verificare quali fossero i membri effettivamente operativi sul territorio regionale\, mettendo in sospensione alcuni\, che ne avevano fatto esplicita richiesta e depennando altri che\, nel corso di questi sei anni non hanno palesato interesse alcuno e senza per altro essersi mai messi in contatto con la CRTAM per chiarire la loro posizione. \nTra le altre attività svolte c’è stata quella delle segnalazioni di attività incoerenti con la tutela ambientale dove in primis spicca quella relativa alla strada che sale fino alla vetta del Monte Cervati in Cilento dove\, dopo un attento studio dei documenti reperiti dai soci il loco e grazie al confronto con altre associazioni del territorio\, abbiamo prodotto un documento\, diffuso a mezzo stampa\, col quale abbiamo chiarito le nostre perplessità e la nostra posizione a tal riguardo. \nAltre segnalazioni sono state fatte singolarmente o in maniera congiunta ad altre associazioni come quella contro la competizione di “soft air” nel SIC del comune di Montella o quella relativa al Monte Partenio e i Monti Picentini per il taglio indiscriminato di alberi monumentali e nel Parco Nazionale del Vesuvio per quel che riguarda il dissesto idrogeologico\, l’abbandono illegale di rifiuti e all’avvistamento antincendio. \nLa CRTAM è comunque presente da anni nelle consulte ambientali dei comuni di San Sebastiano al Vesuvio e Torre del Greco dove collabora attivamente per la salvaguardia ambientale e dialoga con le istituzioni. Ha partecipato ogni anno\, compreso quello in corso\, al monitoraggio delle pinete vesuviane durante le festività primaverili e si è impegnata per la piantumazione e l’irrigazione di nuove essenze arboree lungo il versante meridionale del PNV distrutto dall’incendio del 2017. Ha partecipato al confronto pubblico promosso dal comune di San Sebastiano al Vesuvio con sue proposte relative al PUC ed abbiamo condotto scolaresche di ogni ordine e grado lungo la sentieristica vesuviana facendo educazione ambientale alle nuove generazioni. \nCome ogni anno la CRTAM ha prodotto e portato avanti il suo calendario escursionistico\, dove sono state messe in luce criticità e potenzialità dei nostri territori là dove quasi tutti i componenti della commissione si sono messi in gioco per realizzare e condurre gli eventi. Nella persona del presidente siamo stati presenti a numerose manifestazioni quali ad esempio quella della Settimana Verde di Ischia e come docente al corso E1 organizzato dalla SSE Giustino Fortunato dove sono state messe in evidenza in primis le tematiche TAM. \nPer entrare maggiormente nel dettaglio troverete su gruppo e pagina facebook della CRTAM e sul sito archicai.local\, nella sezione TAM Campania la composizione della CRTAM uscente e molti dei nostri documenti prodotti. \nSan Sebastiano al Vesuvio\, 10/11/2022 \nIl Presidente della CRTAM \nProf. Ciro Teodonno
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SUMMARY:Il Ruolo di un Operatore Tam e le sue Sfide
DESCRIPTION:Cosa deve fare un operatore TAM\, cosa deve fare un ambientalista serio\, deve di certo interfacciarsi col territorio; ma come farlo? Di certo il lavoro di sentinella da solo non basta; questo è senz’altro utile\, non solo per scovare le criticità locali ma anche per ricordare a cittadini e istituzioni distratte che i problemi esistono e che bisogna comprendere che le istituzioni sono spesso\, in un modo o nell’altro\, impossibilitate nell’agire attivamente sul territorio. Purtroppo queste attuano di fatto una sorta di negazione della criticità\, in certi casi per nascondere vere e proprie negligenze o per semplice\, ma non meno grave\, ignoranza; in altri casi ancora\, il non voler vedere ciò che spesso è tangibile e sotto gli occhi di tutti\, accade per la consapevolezza del fatto che la criticità è talmente grande da non poterla affrontare con le semplici forze di un amministratore locale. \nSpesso questa cognizione si trasforma nella minimizzazione della problematica\, deviando l’attenzione verso altro\, verso la giusta enfasi delle eccellenze locali\, che spesso non sono altro che fiere eccezioni\, ma che da sole non possono coprire le criticità e da queste stesse di fatto penalizzate. A ciò si aggiungano gli specchietti per le allodole della videosorveglianza e dei droni o della presenza dell’esercito sul territorio. Questi rimedi o meglio\, questi palliativi\, risultano molto eclatanti e facilmente spendibili in termini di demagogia ma utili solo se messi in pratica in contesti potenzialmente virtuosi\, ma praticamente inutili là dove è alta la presenza di attività economiche a nero o border line che sopravvivono anche grazie allo smaltimento illecito degli scarti di lavorazione. In un mercato del lavoro dove risulta vitale agire in questo modo\, evitando di ricaricare sul prodotto finale il prezzo dello smaltimento legale dei rifiuti\, e senza pertanto giustificare tale azione\, ma attestandola come pratica diffusa nel Vesuviano\, nel Napoletano e altrove nel nostro meridione\, risulta ovvio che queste ditte\, iscritte o meno all’anagrafe tributaria\, non vadano di certo a gettare i propri rifiuti sotto le telecamere o davanti alla camionetta dell’esercito dell’operazione “Strade Sicure”. Non potendo tra l’altro riempire il territorio di videocamere\, si deduce che\, qualora queste realmente funzionassero (cosa non del tutto scontata)\, evidentemente non servirebbero all’uopo. \nA ciò aggiungiamo che i droni non servono\, là dove è risaputo che l’ubicazione delle microdiscariche\, utilizzate dall’economia sommersa del territorio\, corrisponde a luoghi da tutti conosciuti\, amministrazioni comprese e sono tutte raggiungibili da strade carrabili e quindi non da sentieri di montagna percorsi da sherpa adibiti al trasporto di eternit\, guaina d’asfalto e calcinacci vari. Per colpire dunque chi delinque in tal modo bisogna innanzitutto coglierlo in flagranza di reato\, cosa non possibile con le eventuali riprese video; inoltre\, per commutare in condanne penali i reati ascrivibili ai trasgressori\, questi devono essere una ditta e non un semplice privato cittadino che otterrà invece solo una sanzione pecuniaria amministrativa; da ciò ne deduciamo che\, in un regime di lavoro nero\, quasi nessuno sarà rinviato a giudizio per il grave reato di scarico di rifiuti\, più probabile invece per chi si macchierà del reato penale di appiccare il fuoco alla discarica. \nTutto ciò viene detto perché le risposte e le reazioni vanno ricercate altrove e possibilmente efficaci\, e non solo frutto di una cognizione di fatto da parte di un operatore TAM\, ma dal suo operato sul territorio\, un operato informativo e collaborativo con i cittadini e le istituzioni tutte e che non sia solo una mera giornata ecologica o una passeggiata in montagna. \nL’ambientalista vero  e quindi l’operatore TAM si interfaccia con l’istituzione\, fa capire che lui sta sul territorio e lo conosce ma soprattutto deve conoscere le leggi o rivolgersi a chi le sa e questo per non cadere in facili generalizzazioni e per avere un’azione più incisiva e non essere per questo attaccabili dal punto di vista dialettico se no addirittura legale. Certo\, questa è una visione idilliaca\, soprattutto a certe latitudini\, ma l’alternativa sarebbe solo quell’edulcorato mondo dell’ambientalismo da salotto\, volto più al globale che al locale; ciò ovviamente non vuol dire che quel che accade nel mondo non abbia importanza e influenzi negativamente le nostre sorti ma\, per molti\, ben consci delle intrinseche difficoltà riscontrabili attorno a loro\, risulta molto più facile speculare sui massimi sistemi che dannarsi l’anima e il corpo con realtà invece più prossime e impegnative. \nUn’altra importantissima attività di un operatore della tutela ambientale è quella dell’educazione ambientale: uno dei mantra più diffusi in materia di ambiente. Sia ben chiaro la scuola è un qualcosa di fondamentale e se chi vi parla ha una sensibilità in tal senso\, è perché docenti illuminati lo hanno guidato verso la conoscenza di un mondo meraviglioso e la necessità di una sua difesa per conservarlo allo future generazioni. Da docente quindi sento molto la cosa ma non posso fare a meno di sottolineare che la scuola\, per quanto fondamentale\, è solo un ingranaggio della grande macchina della società civile\, un contesto nel quale tutto è collegato e fortemente influenzato dall’andamento generale. Ciò vuol dire che\, la scuola da sola non basta se il mondo attorno ad essa va in direzione contraria\, il rischio\, qualora il contesto sociale fosse poco collaborativo con le istituzioni scolastiche\, è quello di un lavoro scolastico sterile e finalizzato solo lavare la coscienza di qualcuno o a riempire scarni curricula di altri. Se un giovane apprende qualcosa a scuola\, e da decenni nella scuola si fa educazione ambientale\, deve trovare all’esterno delle aule un contesto tangibile e coerente con quanto ha appreso\, deve essere guidato dalle altre istituzioni in maniera concreta per essere il futuro custode del mondo. \nCiro Teodonno
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SUMMARY:Lo Stato del Parco Nazionale del Vesuvio
DESCRIPTION:Il Somma/Vesuvio dai Monti di Avella (foto di C.Teodonno)\nPremessa \nLa questione ambientale nel Parco Nazionale del Vesuvio è un qualcosa di emblematico e ci serve per capire come venga spesso fraintesa la tutela ambientale in Campania; sarà utile quindi valutare questa relazione\, come utile compendio di quello che non andrebbe fatto in un’area protetta. È innanzitutto opportuno precisare\, a scanso di equivoci\, che quanto seguirà non è solo un’esplicita accusa verso l’attuale gestione dell’area protetta\, ma anche verso tutte le parti in causa che intervengono e sono intervenute nella complessa gestione del Parco Nazionale del Vesuvio: i comuni\, la Città Metropolitana di Napoli e la Regione Campania. È la descrizione di ciò che accade nel parco nazionale almeno da dieci anni a questa parte. Quanto scritto è inoltre frutto delle osservazioni dirette sul campo e dello studio di documenti comunemente reperibili anche in rete\, nonché complementare alle segnalazioni e denunce fatte agli organi competenti dal sottoscritto e dalle associazioni con le quali si è interfacciato. \nL’idea di sviluppo che prevale su quella della tutela \nIl Parco Nazionale del Vesuvio (8.482 ettari) nasce ufficialmente nel 1995 con i migliori propositi ma con la consapevolezza della sua collocazione in una delle aree più densamente popolate e complesse d’Europa e con un “disordine” edilizio da record (risulta essere infatti il parco più popolato e il più densamente popolato d’Italia con 112.344 abitanti e con una densità abitativa pari al 36\,2%; fonte MTE). Tale consapevolezza però non si è tramutata negli anni in quella spinta necessaria a far sì che il parco divenisse quell’oasi di verde e di biodiversità che Napoli e i 13 comuni del parco avrebbero pur sempre meritato. Una malintesa idea di promozione territoriale\, tendenzialmente portata ad esaltare le grandi cifre del flusso turistico del Gran Cono\, non è riuscita neanche a creare un indotto degno di questo nome\, pur producendo un intenso traffico su gomma\, incompatibile con la riserva integrale che attraversa (zona A) e paventando\, su questa stessa linea programmatica\, progettualità che vanno in senso diametralmente opposto alla tutela ambientale\, quali ad esempio quella ultima di una funivia che\, se attuata\, metterebbe la parola fine al patrimonio paesaggistico e ambientalistico del Parco in virtù di uno sviluppo turistico nullo per il territorio e in favore di gruppi di interesse politico-economico come la partecipata pubblica EAV. Il resto del territorio\, in particolar modo quel che rimane della sentieristica vesuviana\, permane in uno stato di completo abbandono e alla mercé di chiunque voglia fare della cosa pubblica una cosa privata. Inoltre\, l’esaltazione delle eccellenze locali\, che altro non sono che eccezioni che strenuamente resistono in un deserto imprenditoriale e consortile\, non è che un paravento per nascondere ciò che si sarebbe potuto fare e non s’è fatto in questo luogo tanto decantato quanto mistificato; là dove tali “eccellenze” non sono rappresentative del contesto socio-economico del territorio e limitate a poche specialità enogastronomiche e colturali; basti ad esempio pensare allo stato precario della coltivazione della rinomata albicocca vesuviana\, oramai soppiantata quasi ovunque da altre colture spesso alloctone e in barba a un patrimonio di cultivar autoctone che va progressivamente scomparendo. Il poi demandare sempre ad altri la risoluzione delle palesi problematiche dovute all’eccessiva antropizzazione del territorio ha allontanato sempre più il vesuviano dal Vesuvio e dal suo parco\, visto come insieme di vincoli dai più e\, all’occasione\, un osso da spolpare da altri; si è minata in tal modo la reale essenza dell’area protetta\, svilendo la fondamentale e complementare tutela in favore di una non meglio definita idea di sviluppo locale. \nLe discariche storiche \nPosizione delle 5 discariche storiche ed aree contigue presenti in area PNV (realizzazione di C.Teodonno su piattaforma Google earth)\nIl Parco Nazionale del Vesuvio nasce nel 1995 con al suo interno ben cinque discariche: la Ammendola & Formisano di Ercolano; “la Porcilaia” di Torre del Greco; Cava SARI e Cava Ranieri di Terzigno e Cava La Marca di Somma Vesuviana\, ovvero cinque luoghi all’interno del suo areale mai bonificati e mai messi in sicurezza. Le stesse ricadono nel contesto di protezione naturalistica delle aree Natura 2000 e soggette pertanto anche alla normativa europea\, ovvero due in area SIC (SARI e Ranieri)\, una in area ZPS (La Marca) e tre ZSC (Ammendola & Formisano; “Porcilaia” e SARI). Per decenni in questi luoghi è stato sversato di tutto\, queste cinque discariche hanno accolto al loro interno\, dagli anni sessanta fino alla costituzione del PNV\, tonnellate di rifiuto “tal quale” e tutto quello che si è riusciti a far passare attraverso le maglie larghe dei controlli e di una tutela ambientale più da polvere sotto al tappeto che effettivamente compresa ed attuata e dove le ecomafie l’hanno fatta\, per decenni\, da padrone. Come se ciò non bastasse nel 2008 viene riaperta\, a seguito dell’ennesima emergenza rifiuti e nella più trasversale delle azioni politiche\, anche cava SARI a Terzigno assieme ad altri siti di “stoccaggio provvisorio” come quello dell’Ammendola e Formisano di Ercolano o presso la Porcilaia a Torre del Greco (ma nel comune di Trecase)\, ancora oggi presenti entro i confini del parco e mai bonificati. A tutto ciò si aggiungono gli interventi tardivi da parte di un certo ambientalismo clientelare e con un atteggiamento ambivalente dello stesso ente parco\, che giustificò in un primo momento la riapertura della discarica SARI per la suddetta contingenza ambientale. Solo un moto popolare ha poi impedito che si aprisse nel 2010 una nuova discarica sempre in area protetta\, quella di Cava Vitiello\, quella che\, per volumetria\, sarebbe potuta diventare una delle più grandi d’Europa. Oggi la discarica SARI non accoglie più rifiuti ed è utilizzata dalla Ecodeco (A2A) per lo sfruttamento dell’energia di biogas da rifiuto e la sola Cava Ranieri è stata oggetto di un progetto di riqualificazione\, al momento non ancora messo in atto. In relazione a queste cinque gravi criticità ambientali\, nessun provvedimento tangibile è stato mai preso\, neanche da parte dell’ente parco che ha sempre considerato\, quello delle discariche storiche\, così come molte amministrazioni locali\, un problema superato\, atteggiamento in contraddizione con i più importanti studi epidemiologici del Ministero della salute (S.E.N.T.I.E.R.I.) che hanno considerato parte di quei luoghi prima come Siti di Interesse Nazionale (SIN) e poi Siti di Interesse Regionale (SIR) e trovando nessi di correlazione tra alcune patologie neoplasiche e la presenza di suddette discariche. \nLe micro-discariche nel P.N.V. \nStato parziale delle micro-discariche presenti nel PNV (rilevazione e composizione di C.Teodonno su Google earth) \nA questa già precaria situazione\, là dove ci troviamo al cospetto di contesti che difficilmente potranno essere mai bonificati (si tenga presente che nel 2014\, per l’ex SIN denominato “Litorale Vesuviano” che comprendeva quella fascia interna e costiera che andava da Castellammare di Stabia fino ad Ercolano\, furono stanziati circa 5 milioni di euro solo per gli studi dei valori di fondo e per la caratterizzazione dei rifiuti)\, dobbiamo aggiungere un’ulteriore iattura per il PNV ovvero quella di centinaia di micro-discariche presenti all’interno dei suoi confini. Per micro-discariche non facciamo ovviamente riferimento alla sempre presente sporcizia lungo le strade\, al sacchetto estemporaneo lanciato dall’auto in corsa o i residui di chi si “apparta” lunga la strada provinciale/comunale che porta al Gran Cono del Vesuvio\, ma a siti più o meno estesi e costantemente interessati da scarico\, sversamento e incendio di rifiuti di vario genere e pericolosità. Questi sono luoghi che costellano la riserva protetta\, presenti in particolar modo in quell’area cuscinetto\, interna al parco\, che costituisce la fascia pedemontana dove il contesto rurale\, e talvolta quello urbano\, sfumano in quello più propriamente naturale. Zone critiche\, sempre raggiungibili da strade carrabili\, quelle che spesso diventano esse stesse ricettacolo di rifiuti\, come del resto lo sono anche gli importanti assi viari interni al PNV; tra i quali la Strada Provinciale del Vesuvio\, che a quota 800 diviene strada comunale\, la cosiddetta Panoramica nel versante boschese e la Zabatta che congiunge Boscoreale ad Ottaviano. Questa realtà\, incoerente con l’area protetta\, e più volte negata o minimizzata dall’attuale presidenza del PNV\, non è purtroppo solo il risultato di una subcultura che identifica il contesto pubblico come luogo di scarico di tutto ciò che non si vuole nel proprio privato ma è la dimostrazione del fallimento di una politica dei rifiuti\, locale e regionale\, ma è soprattutto il prodotto di un’economia sommersa o semi-sommersa che non può o non vuole smaltire legalmente lo scarto delle proprie lavorazioni per calmierare i prezzi di produzione e ampiamente tollerata dalle autorità. Al contempo il problema dei rifiuti si ritiene accantonato per ragioni di competenza da parte dell’ente parco e\, per ragioni di fondi\, da parte delle amministrazioni locali che\, a loro volta\, demandano la soluzione del problema al volontariato dei privati cittadini e delle associazioni presenti sul territorio vesuviano o a inutili palliativi come la videosorveglianza. Regione e Città Metropolitana\, anch’esse interessate al ciclo di smaltimento dei rifiuti\, rimandano infine al mittente la patata bollente. Sono quindi risultate inutili azioni come l’istallazione nel corso degli anni di sistemi di videosorveglianza\, fototrappole e l’uso di droni o l’attuazione di operazioni che prevedevano l’uso dell’esercito come quella di “Strade sicure”; non solo è mancato l’effetto di deterrenza ma non si è in pratica mai riusciti ad arrestare il costante flusso di rifiuti dagli opifici verso campagne ed area protetta\, portando a pieno titolo\, e normativamente parlando\, il Vesuviano nella cosiddetta “Terra dei fuochi”. Le tanto decantate (e costose) telecamere\, anche le 35 di ultima generazione\, istallate da ente parco e dai comuni\, quando hanno funzionato\, non sono servite nell’evitare lo smaltimento illecito di rifiuti e i conseguenziali roghi tossici\, poiché non esiste ad oggi una reale volontà politica nel combattere questo fenomeno e non si può evidentemente ricoprire tutto il territorio di telecamere\, in un contesto in cui\, lo smaltimento diretto o indiretto degli scarti di lavorazione è funzionale alla sussistenza stessa dell’attività produttiva. \nIl grande incendio del luglio 2017 \n        Incendio del PNV del luglio 2017 (dati agg. al 16 agosto 2017 da M.Moraca) \nTale evento\, spesso identificato con i roghi tossici delle piccole e grandi discariche presenti nel parco\, non ha con questi avuto legami diretti se non quello di mettere in luce\, presso le carrabili o altre zone antropizzate\, vecchi sversamenti abusivi e dimenticati sotto la sterpaglia e la vegetazione spontanea. Gli incendi boschivi sono invece la conseguenza di una cattiva gestione del territorio\, spesso abbandonato a se stesso. Va innanzitutto detto che gli incendi nei boschi sono un qualcosa di naturale e frequente ma\, in un’area protetta e a maggior ragione se circondata da un anello urbano senza soluzione di continuità\, come quella vesuviana\, l’attenzione dovrebbe essere maggiore\, ma spesso i lavori di Anti Incendio Boschivo si sono dimostrati insufficienti se non addirittura incompleti e controproducenti. Sta di fatto che il 5 luglio 2017\, complice una siccità di mesi ed altre condizioni meteorologiche sfavorevoli\, è scoppiato un incendio epocale che ha praticamente distrutto il patrimonio boschivo del Parco Nazionale del Vesuvio. Se infatti si considera che su una superficie boscata totale di 3.798\,04 ettari ne sono stati percorsi dal fuoco 3.350\,23\, lasciandone integri soltanto 447\,81 (dati fonte Univ.“Federico II”)\, abbiamo il quadro completo e definitivo di un vero e proprio disastro ambientale. Va comunque sottolineato che la superficie percorsa dal fuoco è suddivisibile in classi di severità e dove “solo” 429\,14 ettari sono stati inclusi nella categoria a “severità alta” (si consideri però che 1.170\,47 rientrano in quella “medio-alta”) che\, sommati alla categoria alta\, arriviamo quasi alla metà della distruzione del patrimonio boschivo vesuviano (1.599\,61 ha)\, e questo senza aver ancora valutato una serie di problemi fitosanitari trascurati dall’ente e legati alla crescita di popolazioni di insetti\, quali ad esempio\, il Tomicus destruens e la cocciniglia del Pino (Toumeyella parvicornis) che stanno ancora provocando la morte di migliaia di alberi lungo le fasce di confine dell’incendio stesso e in aree precedentemente sopravvissute al passaggio delle fiamme. La natura vesuviana non ha raggiunto ancora quel punto di non ritorno che la desertificherebbe in maniera irrimediabile\, nel caso che altri incendi percorressero tali contesti ma è evidente che\, anche dopo gli incendi delle estati 2015 e 2016\, la situazione del 2017\, è stata il risultato di una politica ambientale del parco inesistente o fittizia che ha sottovalutato un problema più volte evidenziato dalla società civile. Le istituzioni preposte\, in primis la presidenza del parco\, non hanno saputo fare di meglio che gridare a un fantomatico attacco criminale e affidarsi alle leggende metropolitane o giocando sui concetti di colposo/doloso pur di non ammettere le proprie responsabilità che\, in maniera trasversale sono adducibili a incuria\, a ritardi di intervento e inadempienze delle amministrazioni comunali e della Regione\, passando anche per quell’ente parco che si è limitato a produrre solo carte che notoriamente non spengono gli incendi. Ad oggi\, tra protocolli d’intesa e convenzioni\, si sta appunto tentando di arginare\, anche in questo caso\, più sulla carta che nei fatti\, il rischio degli incendi boschivi\, demandando a società in house come SMA Campania o agli operatori forestali della Città Metropolitana l’onere della manutenzione boschiva e delle operazioni di AIB e con prospettive facilmente immaginabili visti i trascorsi della società in questione e i risultati negativi dell’estate 2020 e\, a maggior ragione\, per i preoccupanti incendi di luglio e agosto 2021. A ciò aggiungiamo il gravissimo stato in cui versa la fauna locale\, in particolar modo là dove il fuoco del 2017\, non solo ne ha fatto strage\, ma ne ha privato di dimora ed habitat\, già di per sé precari. Ad oggi\, fatta salva una ricerca sui chirotteri\, già in essere prima dell’incendio e portata a termine lo scorso anno\, non esistono per nostra conoscenza i risultati di studi che possano aver monitorato lo stato della fauna precedente e successivo all’evento catastrofico del 2017. Si preferisce quindi ancora una volta spendere milioni di euro in modo emergenziale (al momento stanziati almeno una decina) anziché valutare strategie di prevenzione efficaci\, anche in visione dell’aggravarsi della problematica degli incendi boschivi\, strettamente correlata ai cambiamenti climatici e con la costante del malcostume locale. La domanda che sorge spontanea è la seguente: cosa si sta facendo per prevenire nuovi disastrosi incendi? Visti gli attuali risultati\, poco o niente. \nPer saperne di più sul grande incendio del 2017: https://www.ilmediano.com/vesuvio-i-giorni-di-fuoco/ \nIl dissesto idrogeologico \nA tutto ciò va aggiunto il conseguenziale dissesto idrogeologico\, fenomeno anch’esso non nuovo in area parco\, soprattutto sui ripidi versanti del Monte Somma (parte più antica della caldera entro la quale si erge il Gran Cono del Vesuvio) qui e soprattutto sul versante sud orientale del Vesuvio dove l’effetto distruttivo dell’incendio è stato maggiore\, gli effetti si sono acuiti in numero e portata a partire già dall’autunno 2017 con le prime piogge. Sul Somma\, nello specifico (anche se qui l’incendio ha colpito in maniera minore)\, la conformazione del territorio e la riduzione dell’effetto di contenimento attuata dagli alberi ormai distrutti ha facilitato il defluire a valle di grosse masse di terreno (materiale piroclastico incoerente e roccia lavica) e alberi. Il tutto facilmente riscontrabile nella quasi totale cancellazione del “Sentiero delle Baracche” (conosciuto anche come Via traversa e parte bassa del sentiero n°3 del PNV) dove\, sia le opere antiche di regimazione delle acque meteoriche (borboniche e post-unitarie) sia quelle più recenti di ingegneria naturalistica (2001-06)\, sono state danneggiate o completamente distrutte con la perdita di infrastrutture\, anche storiche\, e l’aumento del rischio per chi percorresse tale sentiero. Sul versante sud-est\, abbiamo invece il continuo flusso di detriti a valle dove vecchi canaloni adibiti oggi a strade\, talvolta interne al tessuto urbano come a Torre del Greco\, portano a mare tutto ciò che la vegetazione distrutta non può più contenere\, con alterazione del litorale e grave pericolo per la popolazione anche in caso di evento meteorologico non per forza di cose\, eccezionale. La stabilità precaria di molti degli alberi bruciati dall’incendio è inoltre motivo di pericolo sempre per chi transitasse in quelle zone colpite dal disastro del 2017\, poiché perdono sempre più consistenza e stabilità rovinando spesso sulla linea elettrica o su auto e abitazioni. Solo alcuni comuni\, spronati dall’associazionismo locale\, come ad esempio Torre del Greco\, hanno emesso ordinanze che imponevano ai privati di intervenire urgentemente nei loro fondi per scongiurare ogni pericolo per persone o cose. \nIl turismo \nConseguente alla summenzionata e malintesa idea di sviluppo\, per una fruizione dell’area protetta\, l’ente parco ha operato con strategie univoche e senza alcun confronto previo con le parti in causa\, limitate alla visita turistica del Gran Cono\, rivelatesi poi controproducenti\, esaltando le pregresse criticità di abusivismo e congestionamento automobilistico\, ed entrando\, tra l’altro\, in forte contrasto con il comune di Ercolano col sequestro\, da parte di quest’ultimo\, dei tornelli e dei nuovi manufatti\, perché considerati abusivi. Non mancano inoltre i disservizi con un nuovo e farraginoso sistema di acquisto on-line dei biglietti\, non rimborsabili in caso di ritardo e aumentando i loro prezzi in un momento di forte crisi economica e sociale. Si è intaccato in tal modo\, e fortemente\, l’immagine del Parco anche a livello internazionale dove\, a rincarare la dose\, troviamo la totale assenza di bagni presso uno dei luoghi turistici più visitati al mondo\, incoerente fonte di vanto per la presidenza del parco. La cattiva comunicazione relativa al nuovo sistema di biglietteria e l’impossibilità di fare il biglietto in loco\, costringe intere comitive a tornare indietro senza biglietto di entrata per mancanza di segnale telematico\, per esaurimento dei posti contingentati (spesso esauriti a causa del fenomeno dell’accaparramento e del bagarinaggio) o per il semplice ritardo. A ciò si aggiunge l’acredine creatasi tra il parco e un mondo del turismo\, guide\, tour operator e indotto che\, da un anno a questa parte\, dopo la prima batosta del COVID e costatata l’impossibilità di gestire i pacchetti turistici per il contingentamento e soprattutto per un sistema di biglietteria a dir poco balordo\, è sceso letteralmente in strada per protestare contro i provvedimenti della presidenza del parco\, che hanno fatto escludere dai programmi delle grandi compagnie croceristiche gli itinerari vesuviani. \nConclusioni \nA quasi cinque anni dal disastro vesuviano\, l’unico atto concreto\, tardivo e relativo al contrasto attivo degli incendi è stata una convenzione tra PNV e i Vigili del Fuoco che dal 2018 in poi sarà rinnovato negli anni successivi ma\, vista l’esiguità delle forze in campo (costituite solo da due presidi per un totale di 4 moduli antincendio)\, risulterà poca cosa qualora si ripresentasse una calamità come quella del 2017 e che solo la buona sorte non ci ha ancora ripresentato; a questo va aggiunto il lancio del “Grande progetto Vesuvio” con l’ambizioso programma del ripristino della sentieristica\, di una sua nuova interconnessione tra i vari sentieri e il contenimento del dissesto idrogeologico; ma\, al momento\, dopo cinque anni e quattro milioni di euro spesi\, la montagna ha partorito solo un proverbiale topolino di meno di quattro chilometri lineari ristrutturati sui 54 preesistenti e il centinaio di chilometri immaginato con tutte le varie interconnessioni. Nello specifico\, ad oggi\, sono stati ristrutturati e riaperti il sentiero n°7 (2.191 m)\, già esistente; il n°9 (531 m)\, già esistente ed è stato portato finalmente a termine il n°11 (750 m)\, anch’esso già esistente\, per un totale di 3.474 m. A ciò aggiungiamo la riapertura del tratto che va dal cancello della SP fino alla casa di Amelia del n°4 (2.670 m)\, già esistente e la fabbrica di San Pietro del sentiero n°6\, la storica Strada Matrone dove il parco ha rilevato i lavori della Città Metropolitana portandoli avanti in maniera raffazzonata. Gli altri sentieri\, n°1\, n°2 e n°5 sono stati sempre fruibili mentre ribadiamo che il n°3\, il resto del n°4\, n°6\, n°8 e n°10 sono interdetti\, impraticabili o pericolosi. A questo si aggiungano i soli trenta ettari destinati all’effettivo rimboschimento; una sponsorizzazione che ha messo a disposizione alberi che nessuno ha mai irrigato e che stanno progressivamente morendo; nonché lo stato di dissesto e abbandono descritto sopra. Il risultato di tutto ciò\, nonostante gli spot dell’ente e la stampa politicamente indirizzata\, è quello di una natura lasciata a se stessa e a quei pochi uomini e associazioni disposte a contenere l’incuria degli enti e delle istituzioni assenti\, e che spesso non ottengono neanche udienza da parte di una presidenza del parco\, sensibile solo a proposte complementari a una visione idilliaca del parco. Un parco troppo spesso lasciato in balia di coloro che\, tra bracconieri\, motociclisti e abusivi di vario genere vogliono invece il Parco Nazionale del Vesuvio come un proprio parco giochi o come una pista per gare automobilistiche autorizzate dagli stessi sindaci della comunità del PNV. Nel Parco prevale troppo spesso un ambientalismo di facciata ed una tutela fittizia e opportunistica\, un ambientalismo fidelizzato dalle istituzioni o insito nelle stesse che\, non solo non vuol vedere le infrazioni\, culturalmente considerate minime\, come ad esempio quelle acustiche e luminose dei locali in quota\, ma ignora\, come scritto sopra\, le tante criticità ambientali\, vecchie e nuove\, e soprattutto tollera il continuo traffico turistico su gomma che attraversa la riserva integrale\, sia dal versante ercolanese\, sia dal versante boschese (almeno fino al 2017)\, giustificandolo e incentivandolo in virtù di un flusso turistico da record ma che di fatto\, arricchisce i pochi fortunati che spesso clientelarmente lo gestiscono senza lasciare granché al territorio. Un ente parco che si mostra troppo spesso severo patrigno verso chi deve gestire i propri fondi rurali ma assai tollerante verso i concerti sul Gran Cono e i grossi 4×4 che inquinavano e distruggevano il sentiero sulla Matrone e che per ragioni contrattuali torneranno a farlo. \nPurtroppo\, una distanza sempre più ampia s’è creata\, tra un ente distante e una realtà territoriale ad esso talvolta volutamente sconosciuta. \nDi Ciro Teodonno (Pres. CRTAM Campania e Reggente SS. CAI Vesuvio)
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SUMMARY:Vesuvio: L'odissea dei Rifiuti alle Lave Novelle
DESCRIPTION:  \nRelazione dell’ORTAM Ciro Teodonno \nLa storia di quest’area\, denominata Lave Novelle\, in riferimento alle colate laviche del 1855 e del 1872\, è paradigmatica e forse anche anticipatrice di ciò che è accaduto in seguito per le altre discariche vesuviane e per quelle altre aree a rischio del Parco Nazionale del Vesuvio e delle zone ad esso limitrofe. Aree dove la natura e la storia\, nonché l’uomo\, ne escono fortemente mortificati.  \nIl Vesuvio è un luogo gratificato dalla natura e per questo di notevole interesse geologico e naturalistico; un contesto dove esistono anche realtà agricole di pregio\, come ad esempio quelle delle albicocche\, dei pomodorini del piennolo o quelle delle pregiate uve del Lacrima Christi e della Catalanesca\, sulle quali però incombono problematiche ambientali che ne mettono a rischio la produzione e l’immagine. Esistono inoltre aree archeologiche come quella presso cava Ranieri e probabilmente presso cava Vitiello a Terzigno\, restituite di recente a nuova dignità; o dove i rifiuti coesistono ancora con le antiche vestigia di età classica\, come accade presso cava Montone ad Ercolano. Una realtà quindi dalle alte potenzialità turistiche che davanti alla violenza degli sversamenti e degli scarichi\, legali ed illegali\, soccombono\, frenando la libera fruizione del territorio da parte dei cittadini e di un auspicabile sviluppo economico locale. \n \nIn questo scenario spicca la realtà delle Lave Novelle\, lì\, l’apertura della discarica presso la frazione di San Vito (Ercolano)\, denominata Ammendola & Formisano dal nome dei proprietari\, ed oggi collocata all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio\, risale al secondo dopoguerra. Durante questo periodo di boom economico\, seguendo la pratica consolidata dell’utilizzare le cave in disuso\, si crearono nel Vesuviano discariche mai ufficialmente autorizzate ma tollerate dalle autorità locali e dalle stesse utilizzate\, come quelle di Pozzelle/SARI e Ranieri a Terzigno\, La Porcilaia a Trecase\, La “La Marca” a Somma Vesuviana e appunto l’Ammendola & Formisano ad Ercolano. Lo scopo era quello di riempire le cave di pietra lavica esaurite\, intraprendendo un business molto remunerativo ma dalla dubbia legalità e per questo fin dal principio nelle mani di famiglie prossime alle organizzazioni criminali locali. Col passare degli anni\, il traffico dei rifiuti illegale cresce smisuratamente\, e la discarica diviene luogo dello sversamento di rifiuti industriali\, tossici e provenienti anche dai distretti industriali del Nord-Italia e dall’estero e non senza conseguenze sulla salute dei cittadini. La reazione della società civile non tarda ad arrivare (il primo caso registrato risale alla fine degli anni sessanta ad opera dell’eroico Errico Cozzolino di San Sebastiano al Vesuvio\, detto Erricuccio che\, primo a reagire\, vinse la causa contro i La Marca che volevano impiantare una discarica presso il suo vigneto tra Ercolano e San Sebastiano). \nVia Filaro\n  \nEx sito di stoccaggio provvisorio nell’Ammendola & Formisano\n  \nMa è a partire dagli anni ’80 e durante tutti gli anni ’90 che iniziano le prime battaglie ambientaliste contro i disagi ed i problemi di salute che la discarica arrecava alle popolazioni locali ed allo stesso tempo i primi sopralluoghi con conseguenti denunce ed inchieste della magistratura. Contemporaneamente\, visto l’avanzare dell’edilizia abusiva sul territorio\, cominciano ad essere costruite abitazioni in direzione delle discariche. Contestualmente\, come già annunciato dalla legge quadro sulle aree protette del 1991\, grazie al decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995\, viene creato il Parco Nazionale del Vesuvio allo scopo di conservare i valori del territorio e dell’ambiente\, salvaguardare le specie animali e vegetali e promuovere attività di educazione ambientale e di ricerca scientifica\, presupposti spesso disattesi per la difficile realtà locale e le esigue forze e motivazioni di un Ente Parco mai entrato completamente in sintonia con i vesuviani. \nL’Ammendola e Formisano dalla Provinciale del Vesuvio\nL’interno dell’Ammendola e Formisano con il sito di stoccaggio provvisorio dal 2007\nEd è proprio alla metà degli anni ’90 (1994) che avviene la chiusura della discarica (assieme a quella di Terzigno e quella di Somma Vesuviana) ad opera del Consiglio regionale della Campania\, grazie ad una lunga battaglia delle opposizioni e dei comitati spontanei che si crearono in quel contesto. Tuttavia\, la chiusura si rivela soltanto un provvedimento fittizio. Sebbene nel 1997\, a seguito della prima emergenza rifiuti campana\, a riaprire sia solo la discarica di Terzigno\, a seguito della seconda emergenza rifiuti in Campania (2002-03)\, anche la discarica dell’Ammendola & Formisano di Ercolano viene adibita a sito di stoccaggio provvisorio prima dall’amministrazione Bossa e poi da quella Daniele (2008). In più\, il decreto legge 90 del governo Berlusconi\, approvato il 23 maggio 2008\, inserisce la possibilità di introdurre rifiuti speciali dannosi alla salute (es. ceneri pesanti e leggere\, fanghi prodotti da trattamento fisico o chimico) mascherati dietro codici CER. Va comunque detto\, a testimonianza della trasversalità delle responsabilità politiche\, che proprio uno degli ultimi atti del governo Prodi fu quello di aprire temporaneamente la SARI di Terzigno\, giusto il tempo del superamento dell’emergenza rifiuti di quegli anni\, cosa che\, come facilmente poteva essere immaginato\, si dimostrò molto difficile e lungi dall’essere realistico. \nSul come si dava fuoco a guaina d’asfalto e copertoni in via Filaro\nDettaglio della pila di pneumatici e guaina d’asfalto\nIl risultato dopo le fiamme\nAttualmente\, in quel di Ercolano\, esiste una situazione di stasi; gli studi dei valori di fondo e la caratterizzazione dei rifiuti sversati e scaricati nel corso dei decenni permane alle indagini preliminari del 2016 per lo meno per quella decina di siti evidenziati e relativi alle Lave Novelle e zone limitrofe secondo il “Censimento dei Siti Potenzialmente Contaminati nell’ex SIN Aree del Litorale Vesuviano” (Tab.4-bis.2); magro risultato ma ottenuto soprattutto grazie alle azioni dei comitati locali che per decenni hanno tentato di attirare l’attenzione delle istituzioni attraverso azioni di sensibilizzazione e che\, non senza difficoltà\, hanno portato avanti le istanze di salvaguardia del territorio e della salute pubblica\, spesso incontrando anche le intimidazioni e le minacce di gruppi di interesse locali. \nUno dei consueti incendi in via Castelluccio\nPecore allevate nella discarica\nIntanto\, a ciò si aggiungono altre stime riportate anni orsono per un quadro sanitario estremamente preoccupante: ben due famiglie su tre\, residenti presso la frazione ercolanese di San Vito (secondo uno screening del compianto Prof. Gerardo Ciannella dell’ospedale Monaldi di Napoli) presentavano casi di malattie neoplasiche\, ma ancor più rilevante risulta essere lo studio epidemiologico S.E.N.T.I.E.R.I. (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) del 2012 che ha monitorato tutta la zona dell’allora S.I.N. “Litorale Vesuviano”\, quello che va da Ercolano a Castellammare di Stabia\, (SIN sta per Siti di Interesse Nazionale\, oggi declassato a Sito di Interesse Regionale) rilevando le problematiche di tipo ambientale e l’incidenza tra attività industriali e di discarica in relazione all’incidenza di particolari infermità neoplasiche. In questa zona collinare estremamente fertile nota per le sue produzioni agricole d’eccellenza (ad esempio i pomodori del piennolo)\, gli abitanti risultarono esser soggetti a gravi patologie\, prevalentemente leucemie e tumori dell’apparato respiratorio\, forse anche a causa dei continui roghi di plastica e di rifiuti tossici sepolti nelle campagne circostanti la contrada. Dati particolarmente preoccupanti se si pensa che San Vito è una piccola frazione di circa cinquemila abitanti. \nVenendo a fatti più recenti\, tra il 2001 il 2003\, come più sopra accennato\, la sindaco Luisa Bossa individuò l’area Ammendola Formisano come sito di stoccaggio provvisorio di balle di CDR (Combustibile Da Rifiuti) in forza dell’Ordinanza del Sub-commissario per l’Emergenza Rifiuti in Campania n. 39 del 02.05.2003 che\, successivamente (2013) fu rimosso e bruciato presso il termovalorizzatore di Acerra. In seguito\, nel 2007 la discarica è stata nuovamente riaperta dal nuovo sindaco Nino Daniele\, per lo stoccaggio temporaneo dei RR.SS.UU\, in forza dell’Ordinanza Sindacale n. 16/07 del 21.12.2007. Da allora\, il sito non è mai stato del tutto dismesso ed è tutt’oggi luogo di scarico illegale di rifiuti. Inoltre\, la raccolta del percolato proveniente da tale sito di stoccaggio\, non ha mai osservato criteri tali da evitarne la dispersione nell’ambiente circostante\, esistono infatti immagini e filmati probanti della tracimazione del percolato in un lungo arco di tempo e assorbito dal poroso terreno vulcanico circostante. \nI resti della villa rustica romana di Cava Montone\nLa villa romana di Cava Montone nel 1984\, prima che la maggior parte della cava fosse riempita di rifiuti.\n  \nNel 2014 la giunta regionale della Campania stanziò circa sei milioni di euro per effettuare interventi di verifica\, messa in sicurezza e bonifica delle aree comprese dal’ex Sito di Interesse Nazionale “Litorale Vesuviano” (compresa l’area dell’Ammendola & Formisano e delle Novelle) quelli che hanno appunto portato alle tabelle del 2016. I fondi regionali saranno utilizzati per lo studio della determinazione dei valori di fondo dei suoli e delle acque di falda per aree omogenee e significative ed in particolare per Terzigno\, Ercolano\, e la fascia litoranea Torre Annunziata-Castellammare di Stabia (euro 1.220.000). Va specificato che solo un’esigua parte degli stanziamenti totali sarà effettivamente impiegata per le “bonifiche di emergenza” per una somma ammontante all’incirca a 500.000 €. Dato quest’ultimo sconfortante se si tiene conto che l’utilizzo di quel 1.200.000€ per lo studio dei valori di fondo\, coincide con la ricerca più volte già effettuata da parte di organi istituzionali quali l’Università Federico II e la stessa ARPAC. Da ciò è partìta anche un’interrogazione in commissione parlamentare (5-05359) che in data 15 aprile 2015 ad opera del deputato Luigi Gallo metteva in luce anche quest’altra incongruenza. \nGli evidenti segni della tracimazione del percolato del sito di stoccaggio nell’Ammendola e Formisano\nIn conclusione\, grazie all’azione dei comitati locali\, la verità sulla discarica e sugli sversamenti di materiali tossici è venuta gradualmente alla luce\, gettando le basi per una futura messa in sicurezza dell’area. Tuttavia\, i danni provocati all’ambiente circostante ed alle attività agricole locali sono incommensurabili\, soprattutto dal punto di vista dell’immagine e l’incidenza di malattie letali provocate dalla discarica è in aumento. In più\, manca ancora un valido progetto di messa in sicurezza e di bonifica dell’area in questione e una reale azione da parte delle autorità di contrastare il problema degli sversamenti abusivi. Nel 2018 qualcosa si è mosso ma è stato un fuoco di paglia e l’impressione è quella che gli organi competenti\, in primis i comuni\, vogliano spazzare la polvere sotto al tappeto per quel che riguarda le micro-discariche e accantonare nell’oblio le discariche storiche\, ben consci dell’impossibilità di un’azione definitiva e concreta per la loro reale bonifica. Del resto\, se solo nel Vesuviano esistono ben 5 discariche storiche e considerato il fatto che per le 4 discariche del “SIN Litorale Vesuviano” non sono bastati oltre 5 milioni di euro neanche per affrontare seriamente la situazione\, è facile immaginare una difficile soluzione del problema che per ovvie ragioni non è confinato solo presso le Lave Novelle di Ercolano o esclusiva problematica del Parco Nazionale del Vesuvio\, ma vera e propria tragedia nazionale. \n 
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SUMMARY:Promozione del Patrimonio dell’ambiente e della Ruralità dell’alto Fiume Volturno
DESCRIPTION:Promozione del Patrimonio dell’Ambiente\ne della Ruralità dell’Alto Fiume Volturno \nStaffieri Giuseppe – Tomeo Patrizia\nSottosezione Montaquila -Valle del Volturno- Sezione di Isernia \nL’area oggetto di studio dell’elaborato è rappresentata dall’Alto corso del F. Volturno\, [fig.1] compresa tra il versante occidentale del Massiccio del Matese alle sorgenti del Massiccio delle Mainarde.\nCostituisce area di eccellenza per un quasi incontaminato stato di naturalità preservando aree di Biodiversità e Geodiversità\, compresa tra due Parchi: PNALM \, a nord-ovest\, e Parco del Matese a sud est. Conseguenziale il permanere di condizioni di particolare pregio di ruralità\, borghi\, tradizioni\, testimonianze storiche\, antropologiche.\nProcedendo da sud verso nord\, si fa riferimento ai territori dei Comuni di:\nMontaquila\, Filignano\, Colli al Volturno\, Cerro al Volturno\, Rocchetta al Volturno\,\nScapoli\, Castel San Vincenzo\, Pizzone. [Fig.2] \nL’area di trattazione viene presentata con i suoi elementi peculiari\, associati su ideali percorsi di assonanze\, individuazione degli elementi e iniziative di promozione di un paesaggio\, che come dichiarato dalla Convenzione Europea del Paesaggio (2000)\, sottoscritta e condivisa da 13 nazioni a Firenze\, così enuncia: «il paesaggio designa una determinata parte di territorio\, così come percepita dalle popolazioni\, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni».\nIl «paesaggio è patrimonio culturale\, globale e collettivo\, a cui tutti hanno diritto di godere». \nE’ fondamentale riconoscere per tutelare\, per promuovere\, per standardizzare interventi distinguendo per questa area un:\nPaesaggio della Biodiversità: Cervi\, camosci\, volpi\, lupi\, orsi\, fiori\, piante;\nPaesaggio della Geodiversità:\,sorgenti\, fiumi\, cascate\, laghi\, circhi glaciali\, valli glaciali\, travertino\, corpi deposizionali\, fossili;\nPaesaggio della Ruralità: mulini\, frantoi\, borghi\, abbeveratoi\, aie\, muri\, tholos\, fontane\, rifugi; \nSono tracciati\, inoltre\, ideali Sentieri Tematici che possono essere locali o transregionali\, come anche proposte le azioni di Intersezionali/Gemellaggi\, partecipazione di Associazioni Locali\, Seminari\, Eventi/Mostre\, Convegni\, Produzioni Editoriali.\nL’efficacia dell’azione delle proposte si ritiene possa raggiungersi se gli eventi assumono sistematicità\, periodicita’ e così trasmettere un messaggio di sensibilizzazione verso fruitori\, Enti\, Categorie. Non meno determinante è la individuazione di parametri di valutazione e standard qualitativi dei servizi. \n\nFig.1 Gianfrancesco Trutta (1776) riporta la viabilità dell’area e attraversamenti sul f. Volturno. \n\nFig.2 \nIn diversi ambiti sono esaminati e definiti concetti che l’Operatore Tutela Ambiente Montano assume nella sua strutturazione.\nIl termine AMBIENTE indica il risultato di una serie di processi essenzialmente naturali\, considerati all’origine di tutto ciò che è intorno all’uomo.\nIl termine deriva dal latino –ambiens-\, participio presente del verbo ambire\, che significa “circondare”.\nLo stesso prefisso amb (simile al greco amphi ) indica «intorno».\nNell’ordinamento italiano non esiste\, tuttora\, una definizione di ambiente\, né la sua difesa è espressamente garantita dalla Costituzione\, si trovano però alcuni articoli che\, secondo la giurisprudenza\, ne garantiscono indirettamente la tutela: \nArticolo 9\n«La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»\,\nArticolo 32\n«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»\nA conferma del fatto che questi articoli sono sufficienti a garantire costituzionalmente la tutela dell’ambiente\, si è espressa la Corte costituzionale con la sentenza n.641 del 30 dicembre 1987: «nel nostro ordinamento giuridico la protezione dell’ambiente è imposta da precetti costituzionali (artt.9 e 32) ed assurge a valore primario e assoluto» \nArticolo 117 comma 2-3\nDella legge costituzionale n.3 del 2001 (Riforma del Titolo V della Costituzione)\, tra le materie assegnate a titolo esclusivo dal legislatore alla competenza dello Stato\, nell’elenco di cui al comma 2 del citato articolo\, vengono specificate:\n«la tutela dell’ambiente\, dell’ecosistema e dei beni culturali»\nmentre a titolo concorrente alle Regioni vengono assegnate:\n«valorizzazione dei beni ambientali e culturali» \nCon la Legge Costituzionale 11 febbraio 2022\, n. 1\, viene modificato l’ Articolo 9\, con aggiunta al terzo comma:\n-La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica;\n-Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione;\n-Tutela l’ambiente\, la biodiversità e gli ecosistemi\,\nanche nell’interesse delle future generazioni.\nLa legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali e l’ Articolo 41 con incisi\nL’iniziativa economica privata è libera.\nNon può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute\, all’ambiente\, alla sicurezza\, alla libertà\, alla dignità umana.\nLa legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali. \nIl CAI ha \, tra i suoi compiti istituzionali\, “mission” dell’Associazione\, la promozione :\n di iniziative di formazione di tipo etico-culturale e tecnico;\n di studi dedicati alla diffusione della conoscenza dell’ambiente montano e delle popolazioni nei suoi molteplici aspetti;\n della conservazione della cultura alpina;\n della tutela dell’ambiente montano;\nAppartengono al patrimonio culturale le Tecniche e le Conoscenze della gente di montagna:\n Costruzione e manutenzione di abitazioni\, stalle\, fienili\, caciare\, capanne ripari\, luoghi di culto;\n Tecniche e abilità nella lavorazione del legno\, della pietra e delle fibre vegetali\, per costruzioni\, usi agricoli\, attrezzature\, oggetti ornamentali. \nIl Rapporto Brundtland\, [presidente di commissione]\, documento conclusivo dei lavori della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite (1987)\, fornisce la definizione di Sviluppo Sostenibile come:\nlo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente\, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri.\nDa questa definizione e dal dibattito internazionale conseguente è stata riconosciuta la stretta interrelazione fra sviluppo economico\, sociale ed ambientale.\nL’esigenza di far emergere le aree interne dall’abbandono che di fatto hanno subito\, ha costituito condizione di preservazione.\nIl passaggio per un utilizzo nuovo\, diventa cruciale\, determinante.\nIl tentativo speculativo di diversi settori\, strenuamente contrastato dalle comunità locali\, più o meno riuscito\, spesso pagato con il «senno del poi»\, ha maturato e mutato il concetto di «bene»\, sia come dimensione di consapevolezza che di appartenenza.\nSi assiste a interventi isolati e non coordinati\, spesso senza la dovuta competenza e correlazione che esiste tra ambiti\, condizioni e processi.\nLa frammentazione amministrativa\, logiche imprenditoriali localizzate se non spregiudicate\, spesso non trovano una dovuta attenzione dalle amministrazioni locali ignare\, latitanti se non complici\, più o meno inconsapevoli.\nL’area esaminata presenta molteplici aspetti\, oggetto di crescente interesse ma non compiutamente e adeguatamente trattati.\nLa mancanza di una conoscenza consapevole delle criticità pone la infondata concezione di antitesi tra FRUIZIONE- e TUTELA \, IMPRENDITORIA e PRESERVAZIONE.\nIn tempi recenti comunità e singoli indignandosi\, soffrendo\, rivendicano con forza il proprio senso di appartenenza\, culturale e\, non di rado\, lo fanno coincidere non solo con i beni materiali nei quali si riconoscono\, ma anche parlando del patrimonio proprio e dei propri eredi.\nBeni culturali come cosa comune.\nIl concetto di bene culturale appare\, quindi\, ormai ampiamente trasversale e\, soprattutto\, non riservato più soltanto a ciò che è inequivocabilmente monumentale\, ma anche a strutture\, architetture\, sistemi\, che con la monumentalità hanno assai meno a che fare e che sono viceversa cifra identitaria dei territori culturali\, patrimonio in ragione della loro diffusione sistemica. [Patrimonio e tutela in Italia: A cinquant’anni dall’istituzione della Commissione Franceschini (1964-2014)] \nCome ancora l’Europa individua la connessione tra Tutela ed Economia.\nAl Parlamento Europeo nel 2018 è stata proposta una Agenda per le Zone Rurali\, Montane e Periferiche\, i cui punti nodali sono:\nOccupazione e crescita economica; Dimensione socioeconomica delle regioni montane; Tutela dell’Ambiente e lotta ai cambiamenti climatici nelle regioni montane; Accessibilità e connettività nelle regioni montane. \n \nFig.3 \nIl Territorio\, in quanto valore immateriale\, è considerato ‘capitale sociale’ e quindi asse portante della struttura di valorizzazione economica\, l’elemento centrale sul quale basare l’intero processo di valorizzazione.\nIn questo senso è evidente come i progetti siano indirizzati al rilancio dell’immagine e alla promozione degli aspetti caratterizzanti il bene\, quale il paesaggio (naturalistico o antropizzato) o i fattori che denotano la storia del rapporto dell’uomo con i luoghi\, come i valori culturali\, espressioni proprie del territorio.\nI Piani-Progetto servono dunque a garantire da un lato la conservazione di quei valori universali del bene culturale e ambientale\, e dall’altro la fruizione sostenibile di quegli stessi elementi\, che possono essere valorizzati in modo da produrre un ritorno economico per il territorio e la popolazione e\, in generale\, potenziare la competitività e l’autonomia del sistema territoriale.\nE’ fondamentale determinare azioni\, contributi su temi riguardanti la tutela\, la conservazione\, la valorizzazione ela gestione del patrimonio culturale nei suoi aspetti più generali e nei suoi ambiti più specifici\, attraverso apporti sia teorici che operativi che affrontino la conoscenza dei beni culturali\, ne propongano azioni di conservazione e valorizzazione\, ne suggeriscano strategie di gestione\, ne consiglino adeguati canali divulgativi\, recuperare architetture rurali aventi interesse storico o etnoantropologico quali testimonianze dell’economia rurale tradizionale\, attraverso Indagini storiche e letture critiche del territorio per una valorizzazione consapevole del suo patrimonio\, Fig.4 \n\nFig. 4-Rocchetta al Volturno \nL’area in esame\, inoltre\, costituisce l’occasione di creare un sistema integrato\, sia sul piano degli aspetti paesistico-naturalistici\, sia sotto il profilo strettamente socio-economico che faccia da tramite tra due forti polarità del sistema turistico.\nUn territorio in cui si riconoscono i caratteri di omogeneità\, di potenzialità particolari e diverse\, integrabili in una logica di “filiera”\, che comprenda strutture ricettive e servizi complementari\, beni culturali ed ambientali\, artigianato artistico\, produzioni tipiche e da poter recuperare.\nConcorrere a concepire il Territorio come Bene è la condizione influente e determinante per conferire uno standard di qualità\, di valore aggiunto.\nDiviene un brand\, se credibile\, un elemento riconoscibile e spendibile\, sempre più ricercato e apprezzato\, nel settore turistico come nell’agro-alimentare.\nLa posizione preconcetta se non ostile verso l’istituzione di aree protette\, in particolare dei PARCHI\, è superata proprio nel prospettare queste potenzialità\, in molte realtà già risultato conseguito e consolidato. \n\nFig.5 \nUn esempio proponibile e perseguibile è il marchio PAT-Prodotto Agroalimentare Tradizionale\, Fig.5.\nUtilizzato solo in Italia per contraddistinguere prodotti tradizionali e di nicchia\, con una diffusione così ridotta da non concorrere all’assegnazione di DOP e IGP.\nÈ l’unica sigla di qualità che è attribuita dalla Regioni:\nl’obiettivo è di valorizzare le specialità locali ottenute con metodi di lavorazione\, conservazione e stagionatura tradizionali\, in uso da almeno venticinque anni e omogenei in tutto il territorio interessato.\nUtilizzato in riferimento e contestualmente ad Aree di Pregio Ambientale diviene una attestazione di qualità.\nUn Parco o comunque un contesto salvaguardata\, fa\, dunque economia\, tutelando l’ambiente\, come deve tutelare\, motore di sviluppo dell’economia.\nLa traduzione del lungo percorso di sensibilità ambientale viene espresso in diversi impegni istituzionali\, con una sempre maggiore attenzione della definizione di significati. \nIndividuare elementi di valore.\nLa Geodiversità è la gamma naturale (diversità) delle caratteristiche geologiche (rocce\, minerali\, fossili)\, geomorfologiche (forma del terreno\, processi fisici)\, del suolo e\, recentemente\, (Serrano & Ruiz-Flaño 2007) anche la topografia e gli elementi dell’idrosfera nella diversità della natura abiotica.\nLa Geodiversità è elevata al rango di paradigma e associata ai concetti di biodiversità\, ecodiversità (Santucci 2005; Naveh 2006)\, ai cambiamenti climatici (Brazier et al. 2012; Brown et al. 2012) e ai paesaggi antropici come scapediversità (Manzi 1999).\nIl concetto di Geodiversità implica quello di Geoconservazione (Gray 2004). \nLa GeoEtica dalle geoscienze a un’etica globale\, per un umanesimo ecologico.\n«La geoetica nasce e si sviluppa per identificare i valori e i criteri etici che possono guidare la relazione che ci lega alla Terra\, attraverso azioni in grado di garantire un equilibrio tra la conservazione dell’abitabilità del pianeta e lo sviluppo economico e sociale delle nostre società\, individuando uno spazio operativo sicuro per l’umanità» \n\nFig.6 \nL’intento è il ricorso alla scienza anche fuori dal mondo della ricerca\, perché essa si confronti con i più pressanti problemi della società e perché offra alla società stessa i propri servigi\, nella consapevolezza del fatto che l’impresa scientifica non può – e non deve – essere neutrale rispetto alle tante questioni di natura etica e sociale che si sollevano intorno ai suoi stessi risultati.\nLa Sezione di Geoetica e Cultura Geologica della Società Geologica Italiana rappresenta anche la sezione italiana della IAPG – International Association for Promoting Geoethics (http://www.geoethics.org).\nLa Sezione svolge un ruolo di leadership a livello internazionale nell’ambito delle attività per lo sviluppo e la promozione della Geoetica. \nLa Biodiversità\, diversità biologica\, è definita nella Convenzione di Rio del 1992 “variabilità degli organismi viventi di ogni origine\, compresi\, fra gli altri\, gli ecosistemi terrestri\, marini e gli altri ecosistemi acquatici\, oltre ai sistemi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità nell’ambito delle specie e tra le specie\, insieme a quella degli ecosistemi”.\nInoltre\, la Convenzione richiede a tutti i Paesi firmatari un’efficace protezione della biodiversità. \nLa fruizione del paesaggio determina forma di turismo\, più estesamente definito GeoTurismo. Può essere significativamente descritto attraverso il cosiddetto approccio (Dowling 2013)\, “ABC” comprende le componenti e gli elementi:\nAbiotici della geologia e del clima\,\nBiotici di animali (fauna) e piante (flora)\,\nCulturali o umane\, sia passate che presenti . \nE’ una forma di turismo che sostiene o migliora il carattere geografico di un luogo il suo ambiente\, la cultura\, l’estetica\, il patrimonio e il benessere dei suoi residenti (Stueve et al. 2002)\, fino a considerare come parte del Geoturismo anche musei\, biblioteche collezioni di archivi produzioni artistiche\, tra cui storia sociale e archeologia industriale (Hose 2008). \nCorretta Interpretazione\nPermane ancora\, purtroppo\, un atteggiamento avverso e una non compiuta conoscenza delle peculiarità delle aree protette\, ma va ribadito come all’interno della Rete Natura 2000\, le attività umane non sono vietate\, ma devono essere compatibili con gli obbiettivi di conservazione di habitat e specie.\nFruibilità del territorio\, tuttavia\, è un concetto molto soggettivo e un esempio è dato dalla Fig.7 \n \nFig.7 \nAzione di scoticamento dello spessore pedogenetico. Incisioni profonde che condizionano il deflusso delle acque superficiali divenendo concentrato e conseguente attivazione di fenomeni erosivi. \nDirettive\nL’Unione europea ha fatto propri i principi degli accordi internazionali\, principalmente attraverso tre strumenti legali.\nIl primo è rappresentato dalla direttiva “Uccelli”(1979) che pone sotto la propria protezione “tutte le specie di uccelli viventi naturalmente allo stato selvatico nel territorio europeo degli Stati membri”.\nPer la realizzazione di tale obbiettivo\, impone la creazione di zone di protezione speciale (ZPS) in tutti gli Stati membri.\nIl secondo corrisponde alla direttiva “Habitat” (1992)\, che tutela un numero piuttosto elevato di habitat e di specie ad eccezione degli uccelli\, protetti dall’apposita direttiva.\nAnche questa direttiva\, esige la creazione di aree di tutela\, i siti di interesse comunitario (SIC).\nLe ZPS ed i SIC formano un insieme di Aree Protette ai sensi della legislazione europea che prende il nome di Rete Natura 2000\, la quale conta oltre 28.000 siti e copre il 18 % del territorio dell’Unione. \nElenco Aree Protette nella zona in studio \n\n \n \n \n \n \nNonostante l’individuazione di Aree Protette\, l’area presenta molti elementi di detrazione eredità di un uso del territorio improprio. \n \nIl Decreto152/2006 non fornisce una esplicita definizione di ambiente\, ma questa può essere desunta dalla definizione di “impatto ambientale”.\n•All’art.5\,comma1\,lettera c\,\n“l’alterazione qualitativa e/o quantitativa\, diretta ed indiretta\, a breve e a lungo termine\, permanente e temporanea\, singola e cumulativa\, positiva e negativa dell’ambiente\, inteso come sistema di relazioni fra i fattori antropici\, naturalistici\, chimico-fisici\, climatici\, paesaggistici\, architettonici\, culturali\, agricoli ed economici.\nUna ulteriore norma è la Direttiva quadro sulle Acque (2000)\, la quale\, tra gli altri obbiettivi\, richiede che i corpi idrici siano gestiti a livello di distretto idrografico\, che essi siano monitorati da un punto di vista biologico e che gli ecosistemi delle acque superficiali europee siano mantenuti in un “buono stato ecologico”.\nQuesti provvedimenti europei sono corredati dalle norme sulle:\nvalutazioni ambientali [valutazione d’impatto ambientale VIA]\, recepita 152/2006 studio preventivo di valutazione dei progetti e delle singole opere\, come obiettivo la valutazione degli effetti dei progetti sulla salute umana e sulle componenti dell’ambiente antropico e naturale;\nvalutazione d’incidenza [ VIncA]\, è un particolare tipo di analisi obbligatoria per valutare tutte quelle opere\, progetti o azioni che possono incidere\, direttamente o indirettamente\, su un Sito di Interesse Comunitario (SIC) o su una Zona di Protezione Speciale (ZPS)\, che fanno parte della Rete Natura 2000. E’ prevista dalle Direttive 79/409 (“Direttiva Uccelli”) e dalla Direttiva 92/43 (“Direttiva Habitat”);\nvalutazione ambientale strategica [VAS] studio preventivo ha lo scopo di valutare gli effetti di piani e programmi\, sull’ambiente al fine di promuovere uno sviluppo sostenibile e garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente \nLa Commissione Europea ha varato\, inoltre\, una nuova Strategia per la biodiversità.\nEntro il 2030\, prevede di estendere le aree protette al 30% del territorio\, del quale almeno un terzo da difendere con norme di tutela ancora più rigorose rispetto a quelle attualmente vigenti.\nQuest’ultima intenzione\, che necessiterà di nuovi interventi legislativi da parte della Commissione europea\, è giustificata dal fatto che la biodiversità europea\, ha continuato a diminuire.\nNella sua Strategia 2030\, propone degli obbiettivi di restauro di ecosistemi degradati sia per ridare a specie ed habitat il loro spazio vitale perduto\, sia ripristinare le funzioni dei servizi ecosistemici\,\nauspica in dieci anni il ripristino lungo 25.000 km della continuità fluviale\, frammentata da innumerevoli barriere. \nConflitti e reciprocità\nPer ottenere risultati duraturi occorre anticipare e gestire in modo efficace e partecipativo i possibili conflitti che possono insorgere tra protezione della natura e alcune attività umane.\nIl caso del ritorno dei grandi predatori è a questo rispetto emblematico.fig.8 \n\nFig.8 \nCome alcuni studiosi fanno rilevare\, eventuali difficoltà o un fallimento nella convivenza tra le attività umane e i grandi predatori non deve essere certo addebitato alle comunità rurali\, specialmente delle zone montane\, quanto piuttosto “all’insieme della società che NON mette a disposizione i mezzi (umani\, materiali\, legislativi) di assumere questa reciprocità”.\nIn realtà\, i progressi tecnici sarebbero in grado di permettere\, secondo ogni logica\, una coabitazione più agevole rispetto ad alcune centinaia di anni fa .\nPertanto\, i continui ed insistenti richiami a sbrigative campagne di abbattimenti\, prima di avere messo in atto tutte le misure che una società moderna e le conoscenze scientifiche mettono a disposizione\, appaiono anacronistici e rozzi\, rimandando ai sistemi adottati nel Medioevo e fino al XIX secolo\, quando le comunità rurali disponevano solo di tecnologie rudimentali.\nUn esempio il rapporto con il LUPO\, fig.9.\n\nFig.9 \nIl lupo (Canis lupus L.1758) è un mammifero predatore adattato a predare animali selvatici\, appartenente all’ordine dei carnivori\, famiglia dei Canidi. Esistono altre 6 specie selvatiche appartenenti al genere Canis\,\nil coyote (C. latrans)\,\nlo sciacallo dorato (C. aureus)\,\nlo sciacallo\ndella gualdrappa (C. mesomelas)\,\nlo sciacallo striato (C. adustus)\,\nlo sciacallo del Simien o lupo\nabissino (C. simensis) e\nil lupo rosso (C. rufus). \nIl lupo (Canis lupus) è un animale altamente adattabile che si distribuisce in ecosistemi anche estremamente diversi tra di loro\,dalla tundra Artica al deserto Arabico. La sua particolare etologia implica\, tuttavia\, che la persistenza delle popolazioni in un dato luogo sia legata ad un’ampia disponibilità di risorse trofiche e spaziali.\nEsistono delle barriere (antropogeniche o anche costituite da tratti fisiografici permanenti) che comportano la frammentazione dell’habitat del lupo e che possono limitare la dispersione degli individui e il flusso genetico.\nAd esempio il lupo non si espande nel paesaggio agricolo\, nel 1973 rimanevano circa 100 individui\, Isolati nell’Appennino centrale (Canis lupus italicus)\, in una superficie di 8.500 km2 (Boitani\, 1984).\nIl lupo italiano rappresenta quindi una popolazione ridotta e frammentata che può andare incontro a due importanti problemi per la sua conservazione:\nperdita di diversità genetica e conseguente infertilità ibridazione con il cane domestico (Canis lupus familiaris)\nLupi e cani sono tra loro interfecondi\, sono cioè capaci di incrociarsi generando prole ibrida feconda.\ni fattori che limitano la distribuzione attuale del lupo sono fondamentalmente:\nla persecuzione umana\, la disponibilità di prede e la presenza di habitat naturali integri (soprattutto quelli con estesa copertura vegetale che permette ai lupi di nascondersi e sfuggire alla persecuzione umana). \nI dati disponibili sull’alimentazione indicano che laddove le condizioni ambientali lo consentano\, il lupo tende ad assumere il ruolo di predatore specializzato nella cattura di grandi erbivori selvatici in modo relativamente indipendente dalla disponibilità di fonti alternative\, quali ad esempio la piccola selvaggina\, i micromammiferi\, il bestiame domestico o alimenti di origine vegetale\, che in altre aree risultano più o meno utilizzate a integrazione della fonte principale.\nUn altro elemento che emerge chiaramente dall’esame dei dati è la relativa facilità con cui il lupo\, in funzione delle condizioni stagionali e/o ambientali\, può spostare la pressione predatoria da una specie all’altra; ciò vale in particolare per il cinghiale\, il capriolo e il daino\, probabilmente in misura minore per il cervo.\nIn definitiva i dati raccolti sembrano indicare che il cinghiale e il capriolo\, laddove sufficientemente abbondanti\, sono perfettamente in grado di sostenere lungo tutto l’arco dell’anno le necessità alimentari del lupo\, indipendentemente dalla presenza di altre fonti alimentari.\nIn questo senso\, considerando la diffusione e\, in molte aree\, la tendenza all’aumento di queste due specie\, è facile ipotizzare che nei territori montani di diverse regioni appenniniche e in parte di quelle alpine\, esistano potenzialità per l’espansione del lupo. \n\nFig.10 \nCome riconoscere la predazione \nLUPO: un unico potente morso al collo \, evidenti i fori lasciati alla gola\, fig.11\n\nFig.11 \n \nVolpe e Cane:Foto. 12 \n\nOrso:Foto.13 \nLa risposta è nell’orientamento evolutivo del Club Alpino e delle sue politiche ambientali\, orientamento che non si limita a considerare la montagna come un’entità fisica le cui caratteristiche naturali si prestano alla pratica turistica dell’alpinismo in senso generale\, bensì un territorio complesso in cui l’antropizzazione ha determinato la presenza di realtà sociali\, economiche e culturali imprescindibili in una corretta valutazione degli effetti di qualunque attività su di essa si svolga.\nNelle nostre società\, apparentemente incentrate su uno sviluppo urbano\, industriale e del settore terziario\, si tende a perdere di vista il legame con gli elementi naturali e cioè il senso di appartenenza ad un sistema socio-ecologico in cui tutti i singoli elementi–individui\, specie\, ecosistemi- interagiscono e coevolvono\, contribuendo all’equilibrio generale planetario e alla sua resilienza. \nPer le aree di montagna hanno una grande rilevanza per le popolazioni che vi risiedono i Servizi Ecosistemici\, serie di servizi che i sistemi naturali generano a favore dell’uomo.\nPossono essere definiti come le caratteristiche\, funzioni e processi ecologici “utilizzati direttamente o indirettamente dalla specie umana per il proprio benessere”che permettono lo sviluppo di attività economiche\, sociali e culturali.\nTale concetto implica che la specie umana agisce in modo interdipendente rispetto ai sistemi ecologici ed è perciò parte integrante della biosfera e dei suoi meccanismi di regolazione.\nQuesti servizi estendono i loro benefici anche alle regioni situate a valle e in pianura\, attraverso:\nil sequestro dell’anidride carbonica all’interno della biomassa\, soprattutto di quella forestale;\nla regolazione dell’umidità dell’aria;\ndel deflusso idrico e della qualità delle acque;\npossibilità\, inoltre\, di effettuare attività turistiche e ricreative in rapporto con la natura . \nSi ricorda come\, le montagne del Mondo forniscono il 60-80% delle acque dolci disponibili.\nIl Millennium Ecosystems Assessment [2005] ha catalogato i Servizi Ecosistemici in quattro categorie:\n“regolazione” (es.: clima\, acqua\, biodiversità)\,\n“supporto” (es.: formazione dei suoli\, stabilità dei versanti)\,\n“fornitura” (es.: produzione agricola\, del legno e della pesca)\,\n“cultura” (es.: identità\, arte\, benessere\, cultura) \nUna concezione nuova dell’ambiente in cui si vive è sottolineata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che riconosce “i benefici delle interazioni con la natura per la salute dei bambini” e il positivo apporto della biodiversità alla “salute psicologica\, cognitiva e psicofisica” dei pazienti. \nLa proposta di Green Deal Europeo è in linea con obbiettivi di tutela e preservazione\, accrescendo il valore del Bene Ambientale ponendo strategie per “Ripristinare gli ecosistemi e la diversità” (maggio 2020).\nI Principali obiettivi 2030:\n•Proteggere 30% del territorio UE (oggi circa 26%\, Italia 22%)\ne dei mari europei (UE 19%)\n•Proteggere in modo “rigoroso” almeno il 10% del territorio\ne dei mari (oggi UE 3% e 1% rispettivamente)\, tra cui foreste primarie\, torbiere\, pascoli\, zone umide\, praterie oceaniche\n•“Liberare” da barriere lo scorrimento di 25.000 km di fiumi (continuità e pianure alluvionali)\n•Ripristinare gli ecosistemi degradati (p.es. zone umide)\n•Agricoltura biologica: raggiungere il 25% dell’area coltivabile (oggi UE 8%\, Italia 15%)\n•Ridurre l’uso di antiparassitari (-50%) e fertilizzanti (-20%)\n•Piantare 3 miliardi di alberi e rinverdire zone urbane \nDiviene indispensabile incentivare sì interventi sul territorio in nome e per conto di un Patto Verde\, ma soprattutto attenzionare \, distinguere da proposte fondamentalmente speculative. \nIl NON detto\, Il NON fatto\, Il NON compreso\nDirettive europee e montagna: ostacolo o vantaggio? Apparenti “vincoli” e freno alle attività economiche?\nIn realtà\, i Siti Natura 2000 permettono tutte le attività che rispettano gli obbiettivi dei Siti.\nLe direttive “Habitat” e “Uccelli” propongono\, quindi\, di riflettere su un tipo di sviluppo differente\, in armonia con la natura. In Italia\, questo invito non è stato colto in molti casi.\nLo status Natura 2000 può accendere i riflettori su località prima considerate “marginali” \, se debitamente messe in evidenza.\nI vincoli per le popolazioni e le attività di solito non sono compensati in Italia ciò nonostante\, sono previsti fondi europei per gli agricoltori in aree Natura 2000\, ma sono poco usati \nIl CAI\, e in maniera precipua\, attraverso gli Operatori TAM\nè osservatore privilegiato sulle iniziative connesse al territorio mediante azioni propedeutiche e continue:\n Sviluppare e diffondere le conoscenze (legislazione\, habitat\, specie\, obbiettivi\, scienza del cittadino\, etc.);\n Frequentare i Siti e tenersi informati su attività e iniziative;\n Informare su eventuali minacce/danni ambientali;\n Conoscere le esigenze delle popolazioni locali (senza il loro favore\, la protezione diviene difficile o impossibile);\n Conoscere e\, se possibile\, anticipare lo sviluppo di conflitti. \nL’area di trattazione si presenta attrattiva per la conservazione di un patrimonio di biodiversità pressochè intatto\, cui si conferisce valore scenico ma anche di qualità della vita. \n\nFoto.14- di G.Staffieri \n\nFoto.15 di G.Staffieri \n \nFoto.16 di G.Staffieri \n\nFoto.17 di G.Staffieri \n\nFoto.18 di G.Staffieri \n\nFoto.19 di G.Staffieri \n\nFoto.20 di G.Staffieri \n\nFoto.21 di G.Staffieri \n\nFoto.22 di G.Staffieri \n \nFoto.23 di G.Staffieri \n  \n \nFoto.24 di G.Staffieri \n  \n\nFoto.25 di G.Staffieri \n \nFoto.26 di G.Staffieri \n  \n\nFoto.27 \n\nFoto.28 di G.Staffieri \n\nFoto.29 di G.Staffieri \n\nFoto.30 di G.Staffieri \n\nFoto.31 di G.Staffieri \n \nFoto.32 di G.Staffieri \n  \n\nFoto.33 di G.Staffieri \n \nFoto.34 di G.Staffieri \n  \n\nFoto.35 di G.Staffieri \n\nFoto.36 di G.Staffieri \n\nFoto.37 di G.Staffieri \n \nFoto.38 di G.Staffieri \n  \n \nFoto.39 – Cercis siliquastrum\, comunemente detta albero di Giuda\, localmente -Mella – \n  \n  \n \nFoto.40 \nGentiana lutea comunemente detta genziana. È una pianta vivace con grossa radice ramosa\, fusto eretto semplice alto oltre 1 m.; foglie basali ovali\, ellittiche acute disposte a rosetta e picciolate radice (radix Gentianae) lunga fino a m. 1\,20\, cespitosa\, bruna esternamente e con striature longitudinali e trasversali e di creste trasversali\, internamente rosso-bruni\, di odore grato caratteristico e di sapore amarissimo ma gradevole. Contiene il glucoside amaro genziopicrina\,\nrimedio conosciuto da tempi antichi. \n \nFoto.42 \nChenopodium bonus-henricus\, Comunemente detto aglio orsino\nÈ una piantina officinale spontanea commestibile ricca di numerose proprietà come quella di abbassare il tasso del colesterolo\, di antibiotico ed anti micotico\, e di purificare il sangue. Inoltre contiene in buona quantità vitamine e minerali\, per questo gli orsi\, da cui deriva il nome\, ne fanno incetta al risveglio dal letargo. \n \nFoto.43 \nChenopodium bonus-henricus comunemente detto Orapi spinacio di montagna\nCresce prevalentemente nel cuore dell’Appennino Centrale\, tra Lazio\, Abruzzo e Molise ad un’altitudine che va dai 1.200 ai 2.000 metri s.l.m.\nin zone dove pascolano le pecore\, le quali concimano il terreno rendendolo ricco di azoto e nitrati\, ben ospitale per la spontanea crescita di questa verdure dal sapore deciso e robusto. Grazie all’elevato contenuto di sali minerali (come iodio\, zinco\, potassio\, rame\, sodio\, calcio e fosforo)\, di vitamine (come B1\, B12 e C) e di altre preziose sostanze quali carotene\, betacarotene\, clorofilla e mucillagini\, gli orapi vantano notevoli effetti benefici per su diversi organi\, apparati e funzioni (dal tono muscolare all’equilibrio intestinale\, dal pancreas al sistema cardiocircolatorio). \nPAESAGGI di GeoDiversità\nNell’area sono riconosciuti ufficialmente Aree SIC-sito di interesse comunitario o sito di importanza comunitaria\, concetto definito dalla direttiva comunitaria n. 43 del 21 maggio 1992\, (92/43/CEE)\nMonte S. Paolo – Monte La Falconara-Forra di Rio Chiaro-Fiume Volturno dalle sorgenti al Fiume Cavaliere-Valle Porcina – T. Vandra – Cesarata \nDiffusi sono gli elementi geomorfologici connessi al Carsimo\, fig.44\, quali le doline. \n \nFig.44 \nIn contesti montani costituisco luoghi di raccolta d’acqua\, fig.45-46-\nIl ristagno di acqua in una dolina è il risultato di un equilibrio di condizioni particolari\, di estrema vulnerabilità\, dovuto cioè a un deposito di materiale colluviale\, limo-argilloso\, poco permeabile sul fondo della depressione e\, in particolare\, alla sommità di un inghiottitoio\, occludendolo. \nL’inghiottitoio\, che si sviluppa in profondità\, all’interno dell’ammasso roccioso\, costituisce punto di infiltrazione e dispersione delle acque di deflusso superficiale e\, nell’eventualità\, di totale perdita con effetto di aridità in superficie. \n \nFoto.45 \n \nFoto.46 di G.Staffieri \n  \n\nFoto 47 \n\nFoto 48 \n \nFig.49 – Circhi Glaciali e Valli Glaciali evidenze morfologiche di straordinaria conservazione dalla tipica forma a U \nL’area ha la straordinaria testimonianza della costruzioni un acquedotto di epoca romana\, augustea\, Fig.50.\nAttingendo alle sorgenti del F.Volturno\, percorre il territorio con tratti intatti di cunicoli\, Fig.51-52\, ponti\, fig.53\, cisterne\, cippi\, regolamenti come la straordinaria Tavola Aquaria\, Fig.54\, presso Museo di venafro.\nUn uso tecnico proveniente dal passato che si unisce a mulini\, ruote idrauliche\, cascate\, torrenti.\nElementi di particolare valore\, la cui conoscenza diviene tutela e promozione. \n \nFig.50 \n \nFig.51 \n  \n\nFig.52 \n \nFig.53 \n  \n \nFig.54 \nL’editto si articola in 69 righe divise in 4 titoli.\nIl primo riguarda la donazione dell’acquedotto alla città di Venafro da parte di Augusto.\nIl secondo illustra la costruzione e la manutenzione dell’opera ed i rapporti tra i coloni privati e l’uso dell’acquedotto.\nIl terzo riguarda la gestione dell’acquedotto affidata a magistrati locali (duumviri).\nIl quarto stabilisce le sanzioni per i comportamenti contrari e le procedure da seguirsi davanti al pretore peregrino.\nFissa un criterio generale che interessa l’intero tratto dell’acquedotto stabilendo che su due fasce di terreno\, da una parte e dall’altra del condotto\, ognuna larga otto piedi\, sia vietato al proprietario del fondo sul quale passa l’acquedotto di costruire qualsiasi tipo di edificio e sia vietato piantare qualsiasi tipo di albero. Su tali strisce è consentito (e il proprietario non può impedirlo) il transito pedonale a tutti coloro che debbano occuparsi della manutenzione del canale. \nGeoSito – Sorgenti di Capo Volturno -Fig.55\nsgorgano al piede del versante orientale di M. Rocchetta a circa 548 m s.l.m. dove formano un piccolo laghetto\, oggi recintato\, ed hanno una portata complessiva di\ncirca 6\,6 m3/s. \n\nFig.55 \n \nCascata del f.Volturno Fig.56 \n  \n \nI Depositi di Travertino\, connessi alla sorgente del f.Volturno\, sono stati indicati quale GeoSito\, età di formazione 75.000 anni b.p. Affioramento Rocchetta a Volturno\, il cui ricalco delle strutture vegetali conferisce l’attributo di bibliolitico. \nFiume Volturno\, barra centrale e laterale \, sullo sfondo \, a sinistra\, l’abitato di Montaquila. Vista da sud verso nord. Fig.57 \n \n \nRio Chiaro alveo Area SIC\, affluente in desta idrografica f. Volturno Fig.58 \n \n \nFig.59 \n  \n \nFig.60 \n  \n \nFig-61-Leopoldo Pilla [1805-1848] \nL’origine della formazione di depositi di travertino\, indicato come calcare lacustre\, “non per anco da alcuno descritta” e della piana alluvionale di questa area\, proprio dalle sorgenti del f. Volturno fino al tratto di Roccaravindola\, fig. 57\, fu interesse dell’insigne geologo di Venafro\, Leopoldo Pilla\, docente universitario presso la Facoltà di Pisa\, illustrata in una pubblicazione degli Annali Civili del 1833\, fascicolo IV\, pag.107.\nLe dettagliate osservazioni di tipo stratigrafico-deposizionale sui depositi dell’area che confermano studi approfonditi e accurati\, lasciano il passo a interpretazioni delle teorie catastrofiste e fissiste dell’epoca.\nLo spessore della placca dei depositi travertinosi è interpretato come determinato da un lago profondo poi scomparso per uno svuotamento rovinoso che determinò i depositi alluvionali della piana più a valle\, in effetti terrazzi connessi a fasi di uplift neotettonico e conseguente incisione del reticolo idrografico. \n  \nSENTIERO TEMATICO percorsi in fibra \nInteresse nell’ambito dei saperi di tradizione locale e la ricostruzione di conoscenze e pratiche antiche\, quali la coltivazone trattamento di piante ad uso tessile. \n \nFig.61 -Linum usitatissimum (foto fonte web) \nLino comune\, una specie annuale coltivata per la produzione della fibra tessile e per la produzione di semi.\nPianta diffusa e coltivata lungo il fiume Volturno \n \nFig.62-salix viminalis \n \nFig.63-phragmites australis \n\nFig.64-Spartium jumceum \nPAESAGGI di Ruralità\nDiffusissime sono nell’area costruzioni in pietra che testimoniano passati di vita. E’ stato definito\, difatti\, il Parco della Pietra nel Comune di Filignano. \n \nFig. 65- Muri a pietra \n \nFig.66 – tholos\, ricoveri per pastori \n\nFig.67- cisterna \n\nFig.68- abbeveratoio \n\nFig.69- una delle molte Edicole Votive \n \nFig.70- Madonna del Morzone \n  \n \nFig.71-Torre di Mennella \n  \n \nFig.72-Aia \n  \n \nFig.73-74\, Mulino ad acqua\, interno ed esterno \nSENTIERO TEMATICO Passi e Passaggi\nIn una realtà si possono individuare beni immateriali\, quali significati\, saperi e umane vicende da sottrarre all’oblio del tempo\, quasi a tracciare e congiungere percorsi attraverso il tempo e il territorio.\nIl Fiume Volturno\, in questo tratto dell’Appennino\, ha rappresentato l’apertura naturale tra i rilievi ma anche un limite tra le due sponde\, da superare\, da vivere.\nIn agro di Montaquila\, l’impetuoso f.Volturno\, aveva un punto di facile attraversamento\, fig. 75\, mediante una zattera e per questo detto appunto scafa. \n \n  \nFig.75- tratto di attraversamento \nIl passaggio fu utilizzato da Carlo di Borbone nell’aprile del 1744 con il proprio esercito per organizzare le difese del limite settentrionale del Regno\, giungere a Fornelli seguendo l’antico percorso\, fig.76. \n \n  \nFig.76- Percorso antico per attraversamento del f.Volturno\, dettaglio fig. 1. \nUna testimonianza scritta dell’abate Galiani\, permette anche di ritrovare il nome della taverna nella quale si fermò la corte di Carlo di Borbone in attesa di poter passare il fiume:\nAprile 1744\, a di 1°\, mercoledì santo.\n– Si partì la mattina da Venafro\, e si giunse la sera ai Fornelli. Avendo S. M. rinfrescato all’ Osteria dei Rotondi\, fig.77 elle è nel luogo dove si passa la scafa del Volturno\, piovette tutta la giornata; per lo che il fiume Volturno era in mediocre piena. Dal re e da pochi altri si passò il menzionato fiume sopra la scafa\, ma da tutti gli altri del numeroso seguito si passò a guazzo; da alcuni in galesse\, da altri a cavallo\, e da alcuni anche a piedi: il che non fu senza pericolo\, per l’impeto con cui le acque correvano. Bagnati e malconci\, giugnemmo la sera ai Fornelli\, dove\, per l’angustia degli alloggi\, quasi tutti stettero assai male ed a me toccò di alloggiare in casa di un povero villano. \n \nFig.77-Osteria dei Rotundi \nIl sito è di particolare rilievo storico: presente ancora un basolato stradale\, fig.78 di epoca carolingia verso il fiume Volturno e il prospiciente casolare\, Casino d’Eboli\, fig.79\, il cui attraversamento mediante zattere \, barche\, ponte di barche era oggetto di pedaggio fino a tempi recenti come riportato su pandetta litica del 1707\, fig.80\, [ conservata presso Municipio di Montaquila]; \n  \n \nFig.78 \n  \n\nFig.79 \n \nFig.80 \nUn altro percorso che interessa l’area è la cosiddetta\, anche se impropriamente\, “Francigena del Sud” se la si considera l’ideale prosecuzione della via che collega il nord Europa con Roma. Fig.81\nE’ la Via Micaelica o Via dell’Angelo\, la Via che collegava Roma con Monte S.Angelo\, ove si trova l’antichissimo santuario ipogeo di San Michele\, fig. 82 \, per la quale sono possibili due traccciati\, fig.83 e fig.84 \n\nFig.81 \n\nFig.82 \n \nFig.83 \n \nFig.84 \nIl borgo di Roccaravindola\, comune di Montaquila\, conserva preziosi reperti collegati al culto micaelico\, quale la chiesa dedicata a S.Michele\, non posteriore al IX – X secolo\, fig. 85. \n\nFig.85 \nPosto al lato del portale di S. Michele un reperto romano\, Fig.86\, di cui si ignora sia il luogo di originaria collocazione\, presente evidente mutamento di attribuzione iconografica da parte di chi promosse l’operazione di sistemazione della chiesa\, assunta come l’immagine evocatrice di un arcangelo\, esplicitamente riportato alla Chiesa Nuova\, fig.87. \n \nFig.86 \n  \n \nFig. 87 \nGli affreschi raffigurano\, inoltre\, un altro elemento che aggiunge un altro valore di interesse\, vale a dire una delle più antiche rappresentazioni del –pastore zampognaro-\, fig. 88.\nSulla parete di sinistra si sviluppa in uno scenario di ampio respiro la scena dell’apparizione degli angeli ai pastori.\nIn questo caso è evidente il riferimento ad una realtà pastorale tipica del territorio vulturnense per la presenza di uno zampognaro in atto di suonare il suo strumento musicale. \n \nFig. 88. \nL’area difatti vede una antica tradizione della fabbricazione di zampogne\, testimoniato dal Museo Internazionale della Zampogna a Scapoli\, Fig.89. \n \nFig.89 \nLe testimonianze del culto di riconferma con l’Eremo di San Miche a Foce\, di Castel San Vincenzo\, Fig.90. \n \nFig.90 \nDi assoluto pregio\, a livello europeo\, gli affreschi della cripta dell’Abbazia di Castel San Vincenzo\, ispirati alla figura degli Arcangeli\, fig. 91-92 venuti alla luce da scavi archeologici degli anni ’80\, fig.93. \n \nFig.91 \n  \n\nFig.92 \n\nFig.93 \nUn interessante sentiero tematico è offerto da Percorsi di Emozioni ispirati ad artisti\, in particolare\, Maurits Cornelis Escher [1898-1972] e Charles Moulin [1869-1960]\, che hanno trovato ispirazione in questo territorio. \nM. C. Escher [1898-1972]\nFra il 1928 e il 1935 \, a dorso d’asino si aggirava per l’Abruzzo e Molise\, vagava di paesino in paesino\, si fermava\, creava opere d’arte e ripartiva. \n«Mi sono abituato a fare questo tipo di viaggi ogni primavera\, mi restituiscono vigore nel corpo e nell’anima e poi raccolgo del materiale per i mesi successivi. Non conosco altra gioia che vagabondare per le colline e attraverso le valli\, da paese a paese\, sentire gli effetti della natura incontaminata». \n \nFig.93 \n  \n \nFig.94 \n \nFig.95- Veduta di Cerro al Volturno\, 1929 \n  \n \nFig.96 Veduta attuale \n  \n \nFig.97- Archi Castel San Vincenzo\, 1929 \n\nFig.98 Veduta attuale \nCharles Lucien Moulin [1869-1960] \nNasce a Lille\, in Francia\, il 6 gennaio 1869.\nNel 1896\, anno in cui vince il Prix de Rome\, la celebre borsa di studio dell’Accademia di Francia\, soggiorna ad Anticoli Corrado (Roma).\nNel 1911 si reca a Castelnuovo al Volturno con l’intenzione di fermarsi alcuni giorni\, dopo il 1919 si trasferisce definitivamente in Molise.\nMoulin conduce in Molise un’esistenza singolare\, vivendo per lunghi periodi dell’anno sulla cima del Monte Marrone in un eremo costruito da lui stesso\,fig.90\, volontariamente isolato\, ma a completo contatto con la natura\, fonte per la propria ispirazione\, in una continua e strenua ricerca tecnica per la più rispondente restituzione degli effetti della luce in natura.\nMuore presso Isernia il 21 marzo del 1960\, sepolto a Castelnuovo al Volturno\, il centro abitato lo ricorda\, fig.91-92 e istituisce nel 2015 un Museo per le sue opere. \n \nFig.99 \n  \n \nFig.100 \n  \n\nFig.101-Autoritratto \n\nFig102 Monte Morrone \n\nFig.103 \n\nFig.104 \n\nFig.105 \n\nFig.106 \n\nFig.107 \n\nFig.108 \n \nFig.109 \n  \nSentieri Tematici: A spasso con le «paesane» \n\nFig.110 \nLe Cultivar di olivo “Paesana Bianca” e “Paesana Nera” sono tipiche dell’area in studio\, oggetto di recupero e preservazione. \n\nFig.111 pietre per la molitura\, ancora conservati. \n\nFig.112 \nSentieri di Umane Vicende sui passi dei Briganti\nMolti furono i briganti organizzati in bande che tra il 1860 e 1870 agirono in queste terre\, comprese tra il Cassinate e il Matese con i reciproci gesti di prevaricazione senza risparmiare donne e bambini.\nRievocazione l’eccidio di Contrada Mennella\, Filignano ad opera del brigante Domenico Fuoco \n\nFig.113 \n\nFig.114 Abitazione in cui avvenne l’uccisione degli ostaggi \nSentiero Tematico- linee ed echi\nTristemente\, i confini di quest’area sono stati sede dell’ampio fronte della Linea GUSTAV [linea invernale] della Seconda Guerra Mondiale \n\nFig.115 \n\nFig.116 \nFig. 117 monumento costituito da 20 grossi cubi di pietra a simboleggiare le 20 regioni italiane\, ai piedi di Monte Marrone sormontata da una grossa croce in ferro. \n\nFig.117 \nIl Monumento fu voluto e realizzato dai reduci del battaglione Piemonte che ogni anno si recano in pellegrinaggio per ricordare l’eroica operazione di conquista della cima del Monte Marrone\, posto a sinistra sullo sfondo\, che nella primavera del 1944 fu sottratta ai tedeschi per dare alle truppe alleate la possibilità di controllare l’intera Valle del Volturno e proseguire l’avanzata verso la linea Gustav così da continuare la liberazione dell’Italia insieme alle truppe che si stavano ricostituendo. \n \nFig. 118 Monumento all’eccidio \nIscrizione sulla lapide\, una dedica di commemorazione:\n“Il 28 dicembre 1943 truppe tedesche trucidarono 38 inermi cittadini di Cardito e quattro militari del dissolto Esercito Italiano. Erano rei di essersi prodigati\, con eccezionale senso di abnegazione e carità cristiana\, per alleviare le altrui sofferenze\, comprese quelle dei loro carnefici\, e avevano dato soccorso a quanti si trovavano in stato di bisogno nella furia della battaglia che la guerra aveva portato su questi monti.\nIl loro sacrificio ha radici nel patrimonio culturale comune della nostra gente e rende sacro il luogo che state visitando.\nVi chiediamo cortesemente di averne rispetto”. \nSentiero Tematico montani atque agrestes \nStraordinaria è la storia di questa popolazione di origine Osca\, i Sanniti\, e così definiti da Tito Livio\, attiva e presente a presidio di un territorio sui sentieri della transumanza e\, inevitabilmente\, di tutto il Molise.\nA ridosso del F.Volturno\, nell’area trattata\, sono conservati resti delle loro inconfondibili costruzioni\, mura poligonali a segnare il limite occidentale del loro territorio.\nEvidenti le notevoli potenzialità di impostare collegamenti locali e transregionali. \n \nFig.119 \n  \n\nFig.120-Monte San Paolo tra Montaquila a sud e Colli al Volturno\, a nord \n\nFig.121 \nA Monte San Paolo si trovano le vestigia di un insediamento d’epoca sannita costituite dai resti di una poderosa cinta muraria e di una struttura adibita al culto.\nCiò non esclude una frequentazione del sito in età precedente (al 293 a. C. \, n. d. r.);\nil complesso di Monte San Paolo era collocato infatti in un punto di snodo importantissimo sia per i traffici commerciali che per i contatti con le altre tribù sannite collocate al di là della catena delle Mainarde.\nOltre ai resti della poderosa fortificazione è stato riportato alla luce in località Monte Tuoro un complesso identificato come luogo di culto per il materiale votivo rinvenuto\, databile tra III-II secolo a. C.; lungo il pendio e nella zona limitrofa affiorano resti di materiale e strutture murarie riferibili ad un probabile abitato. \nA conclusione di questa rassegna di specificità l’ Operatore TAM\, in qualsiasi ambito di azione\, insegnante\, tecnico\, rappresentante istituzionale\, cittadino\, grazie a una visione degli elementi e delle potenzialità\, può quindi delineare le fasi di un processo verso obiettivi definiti.\nConsiderare le condizioni\, distinguere potenzialità e criticità\, apprezzare le motivazioni\, suggerire soluzioni\, strategie\, progettualità. \nChe cosa è una Strategia di Area Progetto\nMediante linee guida di riferimento\, ci si può ispirare a modelli\, quale la Strategia di Area Progetto per le Aree Interne [DPS\, documento programmatico sicurezza\, nov 2014]:\n• Assumere una visione di medio (3-5 anni) e lungo periodo (15-20 anni);\n• Assumere schema logico rispondendo a domande:\nQuali condizioni iniziali e quali attori dell’area?\nQuali le tendenze in atto\, in assenza di intervento?\nQuali lo scenario desiderato ed i risultati attesti?\nQuali sono i punti di innesco del cambiamento?\nQuali le azioni per realizzare il cambiamento?\n• Individuare bisogni e risorse già disponibili (non potenziali)\n• individuare “filiere cognitive” del territorio\,\ncorrelando interventi di sviluppo a interventi sul sistema dei servizi essenziali\n• Fare leva sulle “forze vive”\, interne ed esterne al territorio. \nFavorire Filiere Cognitive. \nE’ una concezione delineata nell’ambito di strategie per l’innovazione che ben si concilia con l’azione dell’ Operatore TAM come missione trasversale e fondante.\nPer filiera cognitiva si intende un processo in cui la conoscenza si trasforma e passa da una fase all’altra.\nL’innovazione nasce dalla capacità di acquisire conoscenze a monte\, fatte da altri\, e dalla capacità di usarle a valle.\nIn questa serie di passaggi\, certo\, l’innovazione rappresenta una fase importante\, perché “applicando le vecchie conoscenze” quando si innova si mettono anche le premesse per produrre nuova conoscenza\, sempre che l’applicazione implichi qualche atto creativo. \nGemellaggio/Intersezionali \nPossono intendersi strategia di azione volte a promuovere il territorio e la valorizzazione delle risorse endogene ai territori\, per sostenere le attività e l’indotto legati al turismo sostenibile in aree prettamente rurali e di pregio ambientale.\nIl Gemellaggio / Intersezionali permettono di innescare un meccanismo win-win\, vincente-vincente\, oppure io vinco-tu vinci\, che indica la presenza di soli vincitori in una data situazione.\nPer estensione si considera win-win una qualsiasi cosa che non scontenti o danneggi alcuno dei soggetti coinvolti\, verso il miglioramento continuo delle reti di conoscenza e delle buone prassi per la valorizzazione turistica dei comuni piccoli. \nReti\nAgire per Reti pone azioni associate per il policentrismo e il superamento del comunitarismo chiuso\, significa COLTIVARE una VISIONE\, garantire fattibilità e attuazione superando esiguità di risorse\, puntando alla specializzazione dei nodi nella rete nell’integrazione territoriale. \nRigenerazione urbana\nEsteso a borghi\, insediamenti\, l’approccio porrebbe l’obiettivo di garantire la permanenza\, Il ripristino Il rinnovamento delle condizioni di vitalità e sostenibilità socio economica\, culturale ed ambientale\, di qualità urbanistica funzionale e prestazionale.\nIn particolare in termini di dotazione di attrezzature\, servizi risparmio energetico e sicurezza della vulnerabilità del territorio. \nPopUp Lab\nè un laboratorio di sperimentazione di nuove pratiche che lancia una sfida allo svuotamento dei centri urbani.\nIl Comune ed i privati mettono a disposizione gli spazi\, idee e la volontà di tradurle in realtà. \nPer Ecovillaggio\nsi può intendere comunità estese\, insediate che conducono una vita comunitaria fondata principalmente a fare propri i principi ispiratori della sostenibilità ambientale\, dell’autosufficienza alimentare (per quanto possibile) e la riduzione dell’impronta ecologica.\nSono perseguite pratiche di permacultura per il rafforzamento della diversità del paesaggio\, la sua integrità\, la sua resilienza.\nA tal riguardo si organizzano corsi e seminari di formazione e sperimentazione ed altre forme di agricoltura biologica\, l’autosufficienza alimentare\, il ricorso a fonti energetiche alternative.\nGli ecovillaggi si strutturano dalle semplici comunità\, articolati e solitamente aperti al resto della collettività al fine di promuovere forme possibili di “transizione” verso nuovi e più sostenibili modelli di vita sociali\, ambientali\, culturali.\nGli abitanti provvisori o ospiti vengono accompagnati della sostenibilità ambientale della vita comunitaria\, incentivati a materiali e tecniche tradizionali\, bioedilizia\, impianto solare\, fotovoltaico\, compost\, fitodepurazione e sperimentazioni varie.\nL’ospitalità come “economia forte” per innescare i processi e garantire la tenuta delle articolate “economie deboli”\nL’ecovillaggio è sede di campi di volontariato a supporto delle attività di restauro del borgo\, delle pratiche agricole\, della conduzione delle forme di ospitalità e delle altre attività previste. \nSTU\nSocietà di Trasformazione Urbana-D.Lgs. 267/2000 Articolo 120 \nE’ un modello che può far riferimento per le aree interne\, traduzione di ambiente e fruizione.\nLe città metropolitane e i comuni\, anche con la partecipazione della provincia e della regione\, possono costituire società per azioni per progettare e realizzare interventi di trasformazione urbana\, in attuazione degli strumenti urbanistici vigenti.\nA tal fine le deliberazioni dovranno in ogni caso prevedere che gli azionisti privati delle società per azioni siano scelti tramite procedura di evidenza pubblica.\nLe società di trasformazione urbana provvedono alla preventiva acquisizione delle aree interessate dall’intervento\, alla trasformazione e alla commercializzazione delle stesse.\nLe acquisizioni possono avvenire consensualmente o tramite ricorso alle procedure di esproprio da parte del comune anche come eventuale adeguamento e necessaria specificazione per la realizzazione dell’intervento.\nLe aree interessate dall’intervento di trasformazione sono individuate con delibera del consiglio comunale.\nL’individuazione delle aree di intervento equivale a dichiarazione di pubblica utilità\, anche per le aree non interessate da opere pubbliche.\nLe aree di proprietà degli enti locali interessate dall’intervento possono essere attribuite alla società a titolo di concessione.\nI rapporti tra gli enti locali azionisti e la società per azioni di trasformazione urbana sono disciplinati da una convenzione contenente\, a pena di nullità\, gli obblighi e i diritti delle parti.\nI proprietari delle aree oggetto degli interventi programmati dalla STU possono divenire soci della società previo accordo a trattativa privata.\nLa conformità del programma della STU al PRG vigente non è da interpretare come semplice conformità ma anche come eventuale adeguamento e necessaria specificazione per la realizzazione dell’intervento. \nTOOK\nTransfer Of Organised Knowledge-trasferimento di conoscenze organizzate \nè valorizzare le risorse del territorio e l’offerta turistica attraverso una strategia che si basa su tre pilastri:\nmigliorare la visibilità dell’area\,\nrafforzare la governance e le politiche di sviluppo\,\nmonitorare i flussi e le risorse attraverso un ufficio turistico condiviso. \nE’ progettualità condivisa e gestione partecipata delle risorse\, attraverso:\n– costituzione di Agenzie Turistiche per la ricettività \, servizi\, eventi e manifestazioni\, percorsi e visite guidate\, gestione materiale pubblicitario\, attività promozionali\, presenza su fiere nazionali ed internazionali di settore\, vetrina su tipicità agroalimentari e artigianato locale;\n– adesione all’ Associazione Comuni Virtuosi qualità e sostenibilità degli stili di vita e di gestione territoriale\, tramite la realizzazione di adeguata progettualità;\n-pratiche e delibere per la facilitazione dell’attività del turismo rurale e integrazione al reddito degli agricoltori e dei cittadini residenti nel comune (giovani\, inoccupati\, cooperative\, etc.);\n– delibere comunali che recepiscono o normano azioni per facilitare l’attività di bed and breakfast\, agriturismo\, varie forme di ospitalità fruibili in modo sostenibile azioni di studio e valorizzazione del territorio e delle tipicità (accordo quadro con il Centro Interdipartimentale di Ricerca sul Paesaggio dell’Università Politecnica delle Marche) e sensibilizzazione dell’opinione pubblica su tali temi;\n-delibere per la circuitazione dei prodotti della tipicità locale nella rete;\n– messa in valore di edifici di proprietà comunale come vetrina del territorio e dei suoi prodotti di qualità enogastronomica e dell’artigianato;\n-monitoraggio e feed-back non soltanto sui flussi ma\, soprattutto\, sul gradimento dei servizi e analisi delle criticità evidenziate. \nSi ritiene fondamentale a conclusione di quanto esposto e sulla\nbase di esperienze già intraprese personalmente che il riscontro degli esiti\ndebba avvenire precisando i seguenti punti: \nIndividuare\ngli indicatori [parametri] e descrittori [ livelli di valutazione]\nda utilizzare come STANDARD di riferimento e Marchi di Connotazione\nConsiderare\nNon tanto e solo la QUANTITA’ dei fruitori\nQuanto il GRADIMENTO percepito e le ESIGENZE disattese\nRedigere\nper l’evento svolto REPORT/SAGGI \, produzioni editoriali\,\nquale divulgazione e conservazione documentaristica. \n  \n  \n  \n  \n 
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SUMMARY:La Pineta Mirtina di Ischia ed il suo Rospo da Tutelare
DESCRIPTION:﻿ \n2° CORSO PER OPERATORE REGIONALE TUTELA AMBIENTE MONTANO (ORTAM) \nIda Ferrandino \n  \nLa Pineta Mirtina di Ischia ed il suo Rospo da tutelare \n  \n  \n  \nIndice \nPremessa \n1.1 Introduzione alla biodiversità \n1.2 Tutela dell’ambiente \n1.3 Isole e biodiversità \n2.0 La Pineta Mirtina \n3.0 Anfibi \n3.1 Anuri \n3.2 Caudata o Urodela \n3.3 Gymnophiona o Apoda \n4.0 Anatomia degli Anfibi \n4.1 Ciclo vitale degli Anfibi \n4.2 Anfibi a rischio \n5.0 Bufo balearicus \n6.0 Il rospo smeraldino ad Ischia \n6.1 Monitoraggio \n6.2 La Pineta Mirtina: verifica dello stato per la tutela del rospo smeraldino \n7.0 Conclusioni \nBibliografia e Sitografia \n  \n\n\n\nPer l’attività di monitoraggio Maggio-Giugno 2020 hanno collaborato i soci\, Giovannangelo De Angelis\, Vito Forni e Denis Trani. \nRingrazio: Agostino\, Ernesto\, Francesco\, Lucilla\, Marco\, Maria Cristina\, Rosa\, Raffaele e Stefanie per le indicazioni fornite.\n\n\n\n  \nPremessa: Nella presente relazione si riportano i dati relativi al Monitoraggio del Rospo smeraldino sull’isola d’ Ischia (NA) effettuata da un gruppo di soci CAI Napoli della sottosezione di Ischia e Procida nel periodo di uscita dal primo lockdown (marzo-aprile 2020) e continuata ad oggi. Il monitoraggio è stato condotto per verificare presenza e distribuzione di Bufo balearicus\, nome scientifico che contraddistingue questo anfibio la cui presenza sull’isola risulta da anni seriamente compromessa.  I dati raccolti ad oggi sono stati analizzati e confrontati con quanto già riportato in letteratura. Strategie di tutela da applicare presso la pineta Mirtina\, quale ultimo sito isolano ad ospitare questo animale\, sono discusse e proposte per la salvaguardia dell’unico anfibio presente ad Ischia. L’azione rientra nella linea di indirizzo del Nuovo Bidecalogo\, (1) approvato dall’Assemblea dei delegati CAI del 25-26 maggio 2013 a Torino nell’anno dei festeggiamenti del 150° del Club Alpino Italiano ed in tema di tutela ambientale e di comportamenti etici durante le attività in montagna così come anche in linea con l’articolo 9 della nostra Costituzione che\, con la recente modifica (8 febbraio 2022)\, sancisce: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente\, la biodiversità e gli ecosistemi\, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. All’ambiente ed alla sua tutela quale bene fondamentale\, così come alla salute\, c’è inoltre il richiamo anche nella recente modifica all’articolo 41 della Costituzione della Repubblica italiana che stabilisce che “L’iniziativa economica privata è libera.  Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza\, alla libertà\, alla dignità umana\, alla salute\, all’ambiente”. \n1.1 Introduzione alla biodiversità  \nIl termine biodiversità è generalmente associato alla varietà di tutte le forme di vita presenti sulla Terra. Il concetto di biodiversità non può essere ricondotto al singolo numero in quanto estremamente riduttivo. \nNel 1988 il biologo statunitense Edward Wilson ha definito la biodiversità come la varietà e variabilità degli organismi viventi e dei sistemi ecologici in cui essi vivono\, includendo la diversità a livello genetico\, di specie e di ecosistema. Si includono così tutti i livelli della materia vivente dai geni agli individui\, alle popolazioni\, alle specie e comunità fino agli ecosistemi\, i fattori fisico-chimici che condizionano la vita. \nCon questa definizione si realizza l’importanza di quanto la vita in tutte le sue forme dipende dal contesto ambientale in cui si presenta. Le interazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente sono alla base delle relazioni funzionali che caratterizzano i diversi ecosistemi garantendone il loro mantenimento in un buono stato di conservazione. Gli ecosistemi in salute ci forniscono cose essenziali che noi diamo per scontate. \nL’ambiente deve essere considerato patrimonio comune\, componente fondamentale della qualità della vita ed è fondamentale la sua tutela. \n1.2 Tutela dell’ambiente \nLa Convention on Biological Diversity (CBD) adottata a Nairobi\, Kenya\, il 22 maggio 1992 ha sancito su “la conservazione della diversità biologica\, l’uso sostenibile dei suoi componenti e la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche”. Ratificata da 196 nazioni ha posto come obiettivo generale incoraggiare le azioni che porteranno ad un futuro sostenibile. \nNel “Nuovo Bidecalogo” del CAI è riportato in più punti la posizione e l’impegno dei soci a tutelare l’ambiente montano\, il territorio\, il paesaggio\, il suolo ed anche la biodiversità. (1) \nLa definizione scientifica di ambiente riporta all’insieme dei fattori fisici e biologici che circondano l’organismo o una popolazione di individui o una comunità biotica. \nL’ambiente che circonda l’uomo è marcatamente tecnologico ed ha così assunto caratteristiche molto diverse da quello che circonda le altre specie viventi. \nL’uomo si è progressivamente allontanato dall’ambiente fisico e biologico che lo circonda. A influenzarne la vita sono oggi molto di più i riferimenti autoprodotti come le caratteristiche sociali\, culturali\, storiche e economiche\, rispetto a quelle biologiche.  A ciò vanno ricondotti i gravi danni che l’uomo ha causato all’ambiente (impatto ambientale). Danni che negli ultimi decenni hanno avuto un notevole incremento\, direttamente proporzionale anche allo sviluppo tecnologico. \nIn ecologia l’ambiente è l’insieme dei fattori esterni a un organismo che ne influenzano la vita. Tra questi ci sono i fattori abiotici (temperatura\, umidità\, pressione\, altitudine\, geomorfologia) e quelli biotici (interazione con altri tipi di organismi che convivono nella stessa area e con cui interagiscono). Il termine Habitat va inteso come l’ambiente in cui vive una data specie. Si comprende come la tutela dell’ambiente è fondamentale per la sopravvivenza di tutte le specie animali e vegetali. Per la stretta interazione tra ambiente e specie va sottolineato che comunque ogni specie interagendo con l’ecosistema di cui fa parte\, partecipa al mantenimento all’equilibrio e stato di salute della biosfera. La tutela ambientale va intesa pertanto come salvaguardia di tutte le forme di vita presenti sulla terra e dello stesso ambiente in cui queste vivono. La perdita di biodiversità costituisce un serio pericolo per l’equilibrio ecosistemico. \nIn questo ambito rientrano le politiche di tutela indicate nel 2015 con l’Agenda 2030 dell’ONU di salvaguardia climatica. (2) Gli stati ONU che vi hanno aderito si sono infatti impegnati a mettere a punto un piano che porti al miglioramento delle condizioni di vita sul globo entro il 2030. Bisogna inoltre aggiungere anche le direttive europee in materia ambientale. Riguardo la tutela ambientale\, la direttiva Uccelli (3) e la direttiva Habitat (4) hanno fornito gli strumenti per l’applicazione e creazione da parte dei singoli stati di: zone di interesse protezionistico (ZIP) e siti di interesse comunitario (SIC). \nI ZIP siti proteggono gli habitat di uccelli migratori che hanno bisogno di corridoi ecologici lungo i quali muoversi. (5) \nI SIC hanno permesso invece di creare una rete di siti di interesse comunitario in cui vivono specie floristiche e faunistiche a rischio. In queste aree sono incluse anche zone interessate dalla presenza antropica. (5) \nFondamentale per la corretta gestione dell’ambiente è un approccio interdisciplinare tenendo conto degli aspetti ecologici\, economici e sociopolitici\, integrando le funzioni e servizi ecosistemici nelle decisioni di gestione e pianificazione del territorio. \nTutte le risorse devono essere gestite in modo tale che le esigenze economiche\, sociali ed estetiche vengano soddisfatte mantenendo però l’integrità culturale\, i processi ecologici essenziali\, la diversità biologica\, i sistemi di vita dell’area in questione. La biodiversità rappresenta sicuramente una risorsa fondamentale per lo sviluppo socio-economico e solo attraverso politiche di sviluppo sostenibile si può garantire la conservazione della biodiversità. \n1.3 Isole e biodiversità \nNel mondo le isole occupano solo il 5% della superficie terrestre ma con un ruolo chiave per la conservazione della biodiversità che risulta condizionata dall’isolamento e da condizioni ambientali particolari. Piante e animali che vi abitano hanno subito millenni di isolamento genetico e selezione naturale\, con la possibile conseguente formazione di nuove rare specie endemiche ed è per questo che la biodiversità insulare è di particolare interesse. \nIschia\, “L’isola Verde”\, è un importante centro di biodiversità nel Mediterraneo con diverse specie rare ed endemiche alcune delle quali fortemente minacciate. La ricchezza di biodiversità è espressione delle caratteristiche dell’isola di origine vulcanica che si estende in un’area di 46.3 km2\, con un perimetro di 34Km e che conta 64.085 residenti. Il monte Epomeo\, che raggiunge 789 metri di altezza\, rappresenta la cima più alta dell’isola. L’isola presenta una concentrazione di bacini termali tra le più alte al mondo e due sorgenti\, “Buceto” e “Nitrodi”\, di acque dolci e potabili. Ad aree ricche di una vegetazione naturale si contrappongono aree agricole terrazzate coltivate prevalentemente a vigneti. Per quanto riguarda le caratteristiche delle superfici agricole e naturali\, prevale suolo con alta biodiversità. Il PTCP (Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Napoli\, 2013) articola su 4642 ha di superficie\, le seguenti aree di specifico interesse: (23) \nAree e componenti d’interesse naturalistico 25\,2% \nAree e componenti d’interesse storico culturale e paesaggistico 5\,5% \nAree e componenti d’interesse rurale 54\,4% \nAree e componenti d’interesse urbano 14\,6% \nAree di criticità e degrado 0\,1% \nNodi e reti per la connettività territoriale 0\,2%. \nNegli ultimi decenni tali caratteristiche sono state seriamente compromesse per la massiccia urbanizzazione che ha interessato tutto il territorio. \nIl monitoraggio delle specie animali e vegetali presenti sull’isola è lacunoso. Uno studio del 2014 (Ricciardi et al.) riporta per la flora dell’isola d’Ischia\, 668 specie osservate; di queste 150 non risultavano ad allora segnalate contro 333 non più rinvenute per lo più nelle aree maggiormente urbanizzate. (6) Piante decisamente della macchia mediterranea Leccio (Quercus ilex); Roverella (Quercus pubescens); Castagno (Castanea sativa); Pino (Pinus pinaster\, Pinus pinea); Corbezzolo (Arbustus unendo); Erica (Erica arborea); Mirto (Myrtus communis); Lentisco (Pistacia lentiscus); Oleastro (Olea europea sub. Sylvestris). Piante invasive come Ailanthus altissima. Anche ginestre ed oltre 20 orchidee e le succulente: fico d’india (Opuntia ficus barberica)\, agave (Agave americana) ed aloe (Aloe barbadensis). Tra le rarità la felce Woodwoedia radicans\, la cui origine risale al periodo Terziario ed in Campania riportata solo ad Ischia ed alla Valle delle Ferriere (Sa) e il rarissimo papiro delle fumarole Cyperus polystachyos\, specie igrofila\, termofila ed eliofila\, protetta ma che attualmente risulta essere in diminuzione. (7)  Tra gli animali terrestri i più rappresentativi: il geco verrucoso (Hemidactylus turcicus); il geco comune (Tarentola mauritanica); la lucertola (Podarcis siculus); il rospo smeraldino (Bufo balearicus); il biacco (Hierophis viridiflavus); il pipistrello-ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum); il coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus); il topo selvatico (Apodemus sylvaticus); il topolino domestico (Mus musculus). (8) \nSi riporta anche che Ischia\, come Procida e Vivara\, è stata riserva di caccia borbonica ospitanti ungulati\, conigli e lepri. (9) \nNumerose le specie di uccelli stanziali o di passaggio\, marini e montani. \nI fondali ed il mare di Ischia rientrano nell’area marina protetta (AMP) “Regno di Nettuno” che con 11.256 ha di superficie risulta la più estesa AMP della Campania con al suo interno delle particolarità di enorme interesse. Le acque del Regno sono frequentate da tutte le specie ittiche tipiche degli ambienti rocciosi mediterranei\, ma anche al centro di flussi migratori di totani e calamari e di tutte le specie di pesce azzurro e di piccoli tunnidi. (10) \nSono osservabili una varietà di ambienti\, comprese aree di coralligeno. Caratteristico di Ischia è il “falso corallo nero” Gerardia savalia presente lungo il costone della torre di S. Angelo sul versante sud dell’isola. (10) \nL’area ad ovest\, verso l’Isola di Ventotene\, e l’area a Nord sono le zone mediterranee che presentano la più alta densità di mammiferi marini. \nIl Canyon di Cuma\, in particolare\, ospita la più importante famiglia presente nel mediterraneo di Delfino Comune\, che è fortemente a rischio ed inserita nella lista rossa delle specie in via di estinzione. (10) \nIschia ha una varietà di fauna e flora difficilmente riscontrabile in altre località che deve essere protetta e valorizzata. (11) \nTra le zone SIC della Campania\, vi fanno parte tutte le pinete dell’isola d’Ischia (IT8030022)\, le rupi costiere (IT8030026)\, il corpo centrale dell’Isola d’Ischia (IT8030005)\, le 14 stazioni dove cresce il raro “Cyperus Polystachyus” o papiro delle fumarole (IT8030034)\, specie rara che cresce in prossimità delle sorgenti fumaroliche ed i fondali marini di Ischia\, Procida e Vivara (IT8030010). (22; 24) \n2.0 La Pineta Mirtina \n \nL’isola d’Ischia è nota come “Isola Verde”\, in relazione all’abbondante vegetazione che la caratterizza\, costituita in gran parte da boschi\, vigneti e dalla macchia mediterranea\, o secondo altri riferimenti\, per la presenza del tufo verde che caratterizza i muretti a secco (parracine) delle terre coltivate. La macchia mediterranea della prima colonia della Magna Grecia\, chiamata Pithecusa ed oggi Ischia\, in passato formava un unico mantello verde. (12) \nLa presenza dell’uomo e l’attività agricola hanno portato nel corso dei secoli a sostituire la macchia con i vigneti e in parte con formazioni forestali di maggior pregio quali le pinete e i castagneti. La superficie boschiva complessiva è di circa 800 ettari di cui: 58 ettari (8%) di pinete e 738 ettari (92%) di cedui di castagno\, querceti e macchia mediterranea. L’isola nel passato era coperta da una folta e fitta macchia mediterranea da cui emergevano gli “ombrelli” dei pini mediterranei\, lecci e querce. (12) L’azione dell’uomo è stata comunque rilevante\, sostituendo nei punti più pianeggianti alle colture arboree quelle agrarie (vite\, olivo\, ortaggi) e nei punti più erti\, ma freschi\, al leccio e alla roverella la coltivazione del castagno governato a ceduo per gli usi agricoli. \nLe pinete sono una rilevante caratteristica dell’isola. Dalla montagna esse si spingono a ridosso del mare offrendo ettari di macchia mediterranea dove primeggiano il pino (Pinus pinea) dalla caratteristica chioma a ombrello introdotto da Giovanni Gussone\, medico e botanico della corte borbonica. Nel 1850 Gussone provvide a riempire il terreno brullo e argilloso dell’Arso\, dovuto all’ultima terribile eruzione del 1302 che dalla contrada di Fiaiano arrivò a lambire con la sua lava il Lago de’ Bagni\, aperto poi a porto di Ischia. (12) L’ottima acclimatazione di questa pianta\, la sua capacità di adattarsi ai suoli vulcanici e di scarsa profondità\, l’ampiezza della chioma conferiscono a questo pino un altissimo pregio estetico e paesaggistico. Questo è il motivo per cui al primo impianto ne seguirono molti altri\, soprattutto nei Comuni di Barano (Pineta di Fiaiano) e di Casamicciola (Pineta della Maddalena-Monte Rotaro detta anche del Castiglione). L’opera infatti fu portata avanti da Carlo Maria Santucci De Magistris\, un nobile napoletano\, che piantumò i bordi del cratere dell’Arso proprio dove ora si trova la pineta di Fiaiano di 8 ettari che ha rappresentato uno dei polmoni verdi più importanti dell’isola d’Ischia. Il resto dei pini è stato messo a dimora tra gli anni 30 e 50 dal Corpo Forestale dello Stato creando tra l’altro anche il bosco della Maddalena a Casamicciola. (12) Purtroppo lo stato di salute di questo importante ed esteso insediamento delle pinete è stato a partire dagli anni 50 seriamente minato oltre che dalla Marchalina ellenica anche da altri parassiti come il Blastofago e la Processionaria. Oggi sia il versante di Fiaiano che quello del Bosco della Maddalena portano ferite estese ed è da tempo richiesto un capillare intervento di riqualificazione e piantumazione per poter riportare le pinete a quello che fino a poco tempo fa erano. Si ricorda che le pinete dell’isola d’Ischia sono nell’elenco dei siti SIC della regione e pertanto rientrano nelle misure di conservazione indicate dalla Regione Campania per la conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. (12) \n\n\n\nII Mirto è una specie tipica della macchia mediterranea. Si tratta di un arbusto sempreverde che cresce spontaneamente nelle pinete e nelle zone costiere e collinari. Ha una fioritura bianca da giugno ad agosto con un profumo fortemente aromatico e con un alto contenuto di oli essenziali. Per le sue proprietà viene utilizzato per le affezioni delle vie urinarie; ha azione anche balsamica ed astringente; l’acqua del Mirto è usata in profumeria; l’infuso del Mirto ad Ischia veniva impiegato per preparare le botti di rovere prima di ricevere il vino giovane della vendemmia. Dalle sue bacche\, per infusione alcolica si prepara il liquore di mirto.  È una pianta simbolo di gloria e di amore felice. Con il Mirto si preparavano\, infatti\, corone per gli eroi e per le spose. (13)\n\n\n\nNonostante queste criticità\, le Pinete restano luoghi simbolo dell’isola d’Ischia\, sia per la combinazione pineta/macchia mediterranea che per l’immediata fruibilità per il turista in quanto parte integrata nel contesto urbano. La Pineta Mirtina è infatti completamente immersa nel centro urbano del comune d’Ischia su un’estensione pianeggiante dalla forma rettangolare\, di circa due ettari di superficie\, lungo la strada che dal Porto di Ischia conduce al Castello Aragonese. La pineta fa parte di un’area verde più ampia\, piantumata nel 1850 per rendere gradevole e ombreggiata una fascia di terreno arida\, coperta dalla colata lavica del 1300 che per gli storici\, avrebbe seppellito un antico insediamento umano (Città Plana). (13) All’ombra dei pini nel tempo si è sviluppato un sottobosco unico nel suo genere\, costituito da piante arbustive tipiche della macchia mediterranea come corbezzoli\, eriche\, euforbie\, filliree e mirti. Da quest’ultima deriva il nome della pineta. \n \nLa Pineta Mirtina\, pur presentando una flora molto sofferente a causa di vari parassiti ed anche per l’incuria dell’uomo\, continua ad avere singolari caratteristiche ambientali\, derivate dalla stratificazione vegetazionale “pineta-macchia mediterranea” e dalla presenza nel sottosuolo di acque termo-minerali di elevato valore. Un antico pozzo scavato agli inizi del secolo scorso rivela la presenza di una vena d’acqua\, impiegata in passato per usi sia domestici che terapeutici. (13)  Le analisi condotte sull’acqua\, denominata “Mirtina” dal nome dell’arbusto molto diffuso nella pineta\, hanno rivelato peculiari caratteristiche organolettiche e terapeutiche\, efficaci per malattie del ricambio\, obesità\, diabete\, processi infiammatori dell’apparato gastro-enterico. Ed è grazie a quest’acqua che la pineta Mirtina ha rappresentato un importante punto di insediamento del Rospo smeraldino che sfrutta nel periodo primaverile le pozze di acqua disseminate nella pineta per la riproduzione. (13) \nLa Pineta Mirtina è comunale e soggetta ai vincoli sulla “Disciplina del verde pubblico e privato del comune di Ischia”. \nNota: I principali responsabili del deperimento e spesso della distruzione di intere pinete sono gli insetti quali: a) La Processionaria del Pino (Thaumetopea pythiocampa Scift); un lepidottero che provoca i danni maggiori allo stato larvale. Dalle uova deposte intorno agli aghi dei pini si sviluppano delle larve che si accrescono e costruiscono un tipico nido\, dal quale usciranno in fila indiana (da cui il termine “Processionaria”) per alimentarsi delle foglie aghiformi. Ne consegue un’accentuata defogliazione con deturpamento della chioma fino al disseccamento. b)   La Cocciniglia greca dei Pini (Marchalina hellenica)\, diffusa per lo più nelle aree costiere della Grecia e della Turchia. Gli esemplari di pino\, soprattutto il pino domestico\, subiscono ad opera di questo parassita una pericolosa sottrazione di linfa debilitando il fusto in modo irreversibile nell’arco di pochi anni.  c) Il Blastofago del Pino (Tomycus destruens); è un coleottero di piccole dimensioni che nei tronchi dei pini crea gallerie di riproduzione e che si ciba dei germogli fino al disseccamento della pianta. (12) \n3.0 Anfibi \nGli Anfibi sono un gruppo di vertebrati che conducono una vita sia acquatica che terrestre e per questo il nome “doppia vita”. \nLa maggior parte delle specie di anfibi presentano uno stadio acquatico sotto forma di larve che respirano con le branchie. Le larve vanno poi incontro a metamorfosi trasformandosi in adulti dotati di polmoni attraverso cui respirano aria. \nLa maggior parte delle specie è ovipara e depone uova prive di guscio in acqua o almeno in ambienti molto umidi. Gli anfibi sono diffusi soprattutto in territori con clima caldo e umido\, ed assenti nelle zone aride. Non esistono specie marine. (14) Questa classe di animali è suddivisi in tre Ordini: \n\nAnura (rane e rospi): 48 famiglie comprendenti circa 5.600 specie\nCaudata o Urodela (salamandre e tritoni): 9 famiglie comprendenti 571 specie\nGymnophiona o Apoda (cecilie): 3 famiglie comprendenti 174 specie.\n\n3.1 Anuri \nGli Anuri (rane e rospi)\, senza coda\, sono l’ordine più numeroso e diversificato. Tutti i membri dell’Ordine Anura possono essere considerati rane\, ma solo i membri della Famiglia Bufonidae sono considerati veri “rospi”. Il termine “rana” nei nomi comuni di solito si utilizza per le specie acquatiche o semiacquatiche con la pelle umida e liscia (figura A)\, mentre “rospo” (figura B) si riserva a specie terrestri con la cute asciutta e bozzellata. Nella forma adulta sono privi di coda o presentano una coda molto ridotta e non hanno branchie esterne. Le zampe posteriori in genere sono più lunghe di quelle anteriori\, adattate al salto\, e presentano dita palmate e prive di unghie. La bocca è molto grande\, per consentire l’ingestione delle prede. Le forme larvali hanno una morfologia completamente diversa dagli adulti\, sono prive di arti con una lunga coda\, e vengono dette girini. (14) \n \nRana temporaria. (B) Bufo viridis. \n(C) Salamandra salamandra. (D) Caecilia thompsoni \n(fonte: https://www.aaeonlus.org/index.php/anfibi/classificazione-anatomia-e-fisiologia/ ) \n3.2 Caudata o Urodela \nI Caudati (salamandre e tritoni) possiedono una lunga coda; l’aspetto generale ricorda quella delle lucertole\, con quattro arti ben sviluppati (figura C). Le dita non presentano unghie. Alcune specie presentano branchie esterne dall’aspetto piumato\, altre sono prive di polmoni. Le forme larvali spesso sono simili agli adulti. La lunghezza totale va dai 2.7 cm delle salamandre del genere Thorius a 1.8 m della salamandra gigante cinese\, Andrias davidianus. (14) \n3.3 Gymnophiona o Apoda \nI Gimnofioni\, detti anche cecilie\, sono anfibi privi di arti (senza arti)\, con un corpo allungato vermiforme\, dalla coda assente o molto corta\, e quasi completamente ciechi (figura D). Il nome cecilia deriva\, infatti\, dal latino caecus\, che significa cieco. Spesso il corpo presenta degli anelli\, come i lombrichi. Le loro dimensioni vanno da 7.5 a 75 cm. Si conosce poco della loro biologia poiché conducono principalmente vita sotterranea. (14) \n4.0 Anatomia degli Anfibi \nLa cute degli Anfibi è ricca di ghiandole ed altamente vascolarizzata. Presentano numerose ghiandole mucipare\, a volte ghiandole velenifere spesso associate ad una colorazione vivace della cute. La pelle periodicamente si stacca durante il periodo della muta e spesso viene ingerita dall’animale stesso. Gli anfibi hanno 4 arti: 2 anteriori e 2 posteriori. (15) \nI polmoni non sono particolarmente efficienti per lo scambio di gas e pertanto gli Anfibi respirano anche attraverso la pelle inumidita con continue immersioni in acqua e da una serie di ghiandole. Nella famiglia delle salamandre\, gli animali non possiedono polmoni e respirano unicamente attraverso la pelle. \nL’apparato circolatorio ha come centro il cuore che ha 2 atri e un solo ventricolo\, il sangue si mescola parzialmente. (15) \n4.1 Ciclo vitale degli Anfibi \nLa riproduzione è legata all’acqua nella maggior parte delle specie. Negli anfibi le uova sono prive di guscio e avvolte da un materiale gelatinoso e devono essere pertanto deposte in acqua. (16) La fecondazione è esterna: il maschio sale sul dorso della femmina e feconda le uova man mano che questa le depone. Le uova fertilizzate si sviluppano in seguito in larve acquatiche chiamate girini\, attrezzate di una coda ondulante per la locomozione\, branchie esterne\, un lungo apparato digerente e un picco corneo con cheratinizzazione variabile a seconda della dieta erbivora o carnivora del girino. (16) La metamorfosi è graduale e comporta modificazioni nell’apparato digerente\, la comparsa di zampe e polmoni\, la scomparsa delle branchie e\, negli Anuri\, della coda. In alcuni urodeli si è persa\, durante l’evoluzione\, la metamorfosi. \n4.2 Anfibi a rischio \nLe specie appartenenti agli anfibi sono tra le più minacciate. (17)   Si calcola che delle 85 specie europee il 60% circa sia in rapido declino come numero di esemplari e la situazione italiana sarebbe tra le più gravi dal momento che l’Italia ospita un maggior numero di specie complessivo con circa il 31% minacciate ed a rischio estinzione. (24) La stretta dipendenza degli anfibi sia da ambienti acquatici che terrestri fa sì che essi siano doppiamente vulnerabili alle variazioni ambientali. Il fattore che incide maggiormente sul loro stato di salute è proprio l’habitat. (24) \nRecenti studi hanno scoperto una relazione stretta fra il calo dell’ozono nella stratosfera e la diminuzione di alcune specie di anfibi. I raggi UV incidono negativamente\, sulle possibilità di sopravvivenza degli anfibi\, attraverso varie modalità come la diminuzione delle difese immunitarie ma anche della quantità di insetti acquatici di cui si nutrono. (18) \nOltre a questa nuova causa di pericolo per la sopravvivenza degli anfibi\, questi ultimi sono minacciati prevalentemente dalle seguenti cause di alterazione ambientale: \n\nla bonifica delle zone acquatiche\nla deforestazione\nl’inquinamento dovuto allo sversamento di prodotti chimici\nla diffusione di malattie batteriche\nla caccia dell’uomo ed il loro utilizzo come piatto prelibato\nl’inserimento di una nuova specie nell’habitat che alteri gli equilibri con comportamenti invasivi e distruttivi.\n\nIn Italia\, i due rospi più diffusi\, il Bufo bufo e il Bufo balearicus si possono considerare a rischio a causa della loro abitudine di ritornare al sito riproduttivo. (18) Questo trasferimento li porta ad attraversare strade e quindi a venire falciati dagli automobilisti. A riguardo in molte zone sono attivi gruppi di volontari per rimediare a questo problema. \n5.0 Bufo balearicus \n \n fonte: http://www.cesaris.lo.it/scuola21/raccolta/bufo.html \nIl rospo smeraldino\, Bufo balearicus\, (Laurenti\, 1768) è un anfibio anuro della famiglia Bufonidae. Un tempo era classificato come Bufo viridis ma in epoca recente è stato riconosciuto come entità distinta (Stöck et al. 2008). (25) \nIl rospo smeraldino è lungo circa dieci centimetri\, con macchie irregolari verdi e puntini rossi su uno sfondo ocra chiaro sul dorso mentre il ventre è biancastro. L’iride è giallo-verdastra o verdastra\, venata o vermicolata di nero. Le femmine sono più grandi dei maschi e con colori più vivaci e contrastati. I maschi si distinguono dalla femmina anche per avere gli arti anteriori molto più robusti. La larva\, lunga circa 40-50 mm\, è caratterizzata da un corpo con parti dorsali bruno-olivacee o grigio-olivacee\, uniformi o macchiettate di scuro\, e parti ventrali bianco-grigiastre. (9) Le creste caudali sono grigiastre\, e possono avere macchiette o punteggiature brune. La cresta dorsale non si estende sul corpo ed è più alta di quella ventrale. Lo spiracolo si trova nella parte sinistra\, in posizione mediana del corpo. Gli occhi sono situati dorsalmente\, la distanza interoculare è meno del doppio di quella fra le narici. L’apertura anale è equidistante dalle due estremità del corpo. \nI rospi smeraldini sono distribuiti dalla Francia orientale all’Asia centrale e in Nord Africa\, In Italia sono segnalati in tutte le regioni\, tranne la Valle d’Aosta. (9) E’ una specie relativamente termofila\, planiziale ed anche collinare\, distribuita\, in Italia\, da zone costiere a 500 m\, ma può superare i 1000 m di quota laddove le condizioni climatiche sono buone. Gli adulti sono terricoli e sopportano bene l’aridità prediligendo aree aperte termofile di tipo steppico e riescono a riprodursi anche in presenza di piccole pozze. Si caratterizzano per tollerare acque ad elevata salinità così come sorgenti termali sulfuree. Sono attivi nelle ore serali e notturne e durante il giorno si rifugiano in buche nel terreno o sotto i sassi. (9)  \nIn sud Italia il periodo riproduttivo può avere inizio a fine febbraio mentre al nord non prima della fine di marzo e la durata può variare da due settimane a oltre tre mesi\, a seconda della stabilità degli specchi d’acqua dove vengono a trovarsi. Per la deposizione utilizzano spesso corpi d’acqua di recente formazione o temporanei\, poco profondi e con scarsa acqua come stagni\, fossati e canali con acqua ferma o a debole corrente\, bassi acquitrini\, pozze in cave abbandonate o addirittura in cantieri edili\, risaie\, vasche in parchi e giardini\, etc. I maschi precedono di qualche giorno nei siti riproduttivi l’arrivo delle femmine. Il canto di richiamo del maschio consiste in un trillo piuttosto intenso e acuto ed è udibile durante tutto il periodo della fregola\, di giorno e notte\, ma soprattutto al crepuscolo e nelle prime ore di oscurità. La maturità sessuale è raggiunta di regola all’età di 3-4 anni nei maschi e di 4-5 anni nelle femmine. I maschi competono tra loro e gli accoppiamenti multipli con una stessa femmina risultano abbastanza frequenti. Qualche ora dopo l’accoppiamento inizia la deposizione delle uova\, mediamente 6.000\, rinchiuse in cordoni gelatinosi lunghi da tre a cinque metri; le uova sono disposte in 2-4 file e di colore completamente nerastro. (19) Di regola le larve fuoriescono dalle uova in meno di una settimana e metamorfosano dopo 45-60 giorni. Il girino si nutre di vegetazione acquatica\, l’adulto di invertebrati. Le larve sono onnivore\, ma in netta prevalenza vegetariane e detritivore. (9) La massima longevità nota in natura è di 11 anni. \nNegli ultimi anni un declino della specie di Bufo balearicus è piuttosto evidente rispetto al passato. I principali fattori di minaccia per la specie sono in tutte quelle cause in grado di provocare la distruzione\, il degrado o la frammentazione degli habitat riproduttivi. L’utilizzo massiccio di insetticidi ed erbicidi in agricoltura ha un notevole impatto negativo anche sui metamorfosati che si nutrono di vari invertebrati terrestri. \nQuesta specie è presente nell’allegato II della «Convenzione di Berna» e nell’allegato IV della «Direttiva Habitat» 92/43/CEE. Nella Red List dell’I.U.C.N. (2013) è attribuita alla categoria LC (least concern). (20) \n6.0 Il rospo smeraldino ad Ischia \nL’unica isola del Golfo di Napoli ad ospitare Anfibi è Ischia\, dove è presente Bufo balearicus\, estinto invece a Capri assieme a Bufo bufo. (21) \nUn tempo ad Ischia i rospi erano molto diffusi. Varie le località dove la loro presenza era ben tangibile per il continuo gracidare come nella zona Chianule di Testaccio a Barano che era chiamato dagli ischitani o’ paese de’ ranognole o a La Rita a Casamicciola. Oggi in queste zone i rospi sono completamente scomparsi. \nSiti riproduttivi sono stati riportati da Guarino et al. nel 2002 a Ischia Porto\, Sorgeto e Sorgente dell’Olmitello. (9) Siti riproduttivi sono stati trovati anche in località Cavascura nel 2006 e Cava dell’Isola. (21) \nUn monitoraggio esteso sulla presenza del rospo smeraldino sull’isola è stato effettuato tra marzo 2006 ed agosto 2008 da Cipolla et al. (9) Gli studiosi hanno riportato la presenza di girini e/o individui adulti. \nNel 2006\, individui adulti e cordoni di uova furono osservati in località Cavascura e 67 girini\, in località Cava dell’Isola\, una pozzanghera che nell’arco di pochi giorni si presentò poi completamente prosciugata e priva dei girini.  La graduale diminuzione del numero di girini era probabilmente dovuta al fatto che parte riuscì comunque a metamorfosare ma\, purtroppo\, il sito si trovava all’interno di una piazzola destinata alla sosta di autocarri che rifornivano gli stabilimenti balneari e che\, involontariamente\, durante le loro manovre\, passavano proprio sopra il sottilissimo strato di acqua che sostentava i girini. (9) \nIl 22 giugno dello stesso anno lungo il corso d’acqua Olmitello nel corso della notte furono osservati individui adulti in accoppiamenti oltre a diversi maschi isolati ed anche girini. Nel 2007 sempre all’Olmitello l’osservazione di numerosi girini era indicativa di una presenza ancora numerosa della specie. (9) \nNel 2008 tra scarichi fognari e rifiuti di vario genere\, furono osservati due girini a La Rita nel comune di Casamicciola. La presenza del rospo era ancora evidente a Cavascura e Olmitello così come pure nella Pineta Mirtina. Assenti invece a Cava dell’Isola dove le pozze di acqua non erano più presenti. Nello schema che segue la sintesi delle osservazioni riportate da Cipolla et al. (9) \n \n6.1 Monitoraggio  \nNel periodo di maggio-giugno 2020\, alla fine del I lockdown nazionale per la pandemia da Covid-19\, un gruppo di soci della sottosezione di Ischia CAI Napoli hanno portato avanti l’attività di monitoraggio del rospo smeraldino sull’isola. L’attività è stata proposta durante le riunioni online tra noi soci nel periodo marzo/aprile 2020. Il monitoraggio è stato pianificato tenendo conto in particolare del lavoro di Cipolla et al. del 2008. Sono state ispezionate tutte le aree di riferimento che negli ultimi 15 anni erano state segnalate come siti dove era stata rilevata la presenza del rospo. I riferimenti di cui tenere conto sono stati: rilevare la presenza di cordoni gelatinosi (ovatura)\, girini o neometamorfosati nelle pozze di acqua rinvenibili e esemplari adulti. Riprendere gli animali con foto e possibilmente riportarne i numeri. \nI risultati hanno confermato l’assenza del rospo a Cava dell’Isola (Forio) ma hanno anche evidenziato l’assenza di questo anfibio nelle località La Rita (Casamicciola)\, Olmitello e Cava Scura (Serrara Fontana) dove nel 2008 da Cipolla et al.\, erano comunque stati riportati alcuni esemplari. Unico presidio rimane la Pineta Mirtina dove a giugno del 2020\, pur non osservando nessun girino\, evidentemente già metamorfosati\, diversi adulti sono stati osservati nelle vasche artificiali allestite dal comune. Nella foto è riportato un maschio adulto immerso nella pozza di acqua ed in parte nascosto sotto la vegetazione. \n \nfoto di Denis Trani. \nLa presenza del rospo smeraldino è stata confermata nella Pineta Mirtina anche negli anni 2021 e 2022\, dove nel periodo primaverile è frequente sentirne il gracidare. Il 2 giugno del 2022 sono stati osservati una ventina di girini in fase avanzata di metamorfosi e un adulto in pozze separate. Una settimana dopo nella stessa pozza sono stati osservati 4 girini di una successiva deposizione dato lo stato precoce di sviluppo (ancora assenti le zampe). \n \nPer gli altri siti di riferimento non si sono avute segnalazioni e si conferma l’assenza del rospo. Relativamente all’area dell’Olmitello da riportare che in un recentissimo sopralluogo (29 Maggio 2022) ho potuto condurre un’osservazione limitata al solo tratto iniziale dell’area\, in quanto per lavori in corso è bloccato l’accesso alla parte più interna dove non si può pertanto escludere la presenza dell’animale. \n6.2 La Pineta Mirtina: verifica dello stato per la tutela del rospo smeraldino \nLa pineta Mirtina negli ultimi anni è stato oggetto in più fasi di opere di riqualificazione ma purtroppo il controllo e la pulizia di questa importante e bella area di verde urbano è altalenante ed allora è facile ritrovarsi con viali sporchi e non curati\, erbacce e rami caduti\, a cui aggiungere anche vasche sporche o prive di acqua. Le vasche di raccolta delle acque sono fondamentali per la riproduzione e la sopravvivenza del rospo. La riduzione sull’isola di questa specie è da ascrivere essenzialmente alla mancanza di acqua. Quello che si è verificato a Testaccio\, a Cava dell’Isola e a La Rita è stato soprattutto la scomparsa delle pozze di riferimento. In pineta fortunatamente le pozze di acqua ci sono ancora grazie alla presenza dell’acqua sorgiva Mirtina ma ciò non va interpretato come una sicurezza per la sopravvivenza del rospo. L’amministrazione comunale si deve fare carico di provvedere a mantenere i pozzi sempre pieni di acqua ed evitare la presenza di elementi nocivi quali specie competitori o eutrofizzazione delle pozze. E’ da evitare assolutamente la pulizia delle vasche con detersivi o altre sostanze chimiche. La non completa eliminazione di residui di tali sostanze rappresenta un serio pericolo per la sopravvivenza di girini in particolare ma anche per gli individui adulti. Bisogna sottolineare che la presenza del rospo smeraldino nella pineta di Ischia è sotto l’attenta vigilanza della stessa popolazione e di diverse associazioni ambientaliste che tutelano l’animale emblema di questa pineta. \nNella pineta Mirtina sono state rilevate le seguenti criticità: \n  \nVasche completamente asciutte. Assolutamente da evitare. Le vasche con l’acqua sono punti di ritrovo per gli adulti per la riproduzione. L’assenza dell’acqua è tra le cause più diffuse alla base della scomparsa degli anfibi. Le vasche vanno riempite di sola acqua. Il loro lavaggio non deve prevedere uso di detersivi di nessun genere. I residui dei prodotti chimici per quanto diluiti in acqua\, vengono assorbiti e portano alla morte o a serie alterazioni durante lo sviluppo dell’animale. \n \nLe vasche piene di acqua non devono essere invase da piante. L’eccesso di piante come in questo caso può incidere negativamente sul normale sviluppo dei girini per la diminuzione di luce\, ossigeno ed alterazione del pH. Ancora più grave constatare la presenza di specie aliene particolarmente invasive. Nelle prime due immagini a sinistra si tratta di Eichornia crassipes\, comunemente nota come giacinto di acqua\, originaria dell’Amazzonia\, inserita nelle 100 specie aliene più pericolose al mondo e di cui ne è vietata la commercializzazione. La presenza di questa pianta in piccole vasche comporta nell’arco di pochissimo tempo variazioni del pH\, della temperatura\, sensibile riduzione della quantità di luce che può filtrare nella colonna d’acqua; riduzione degli scambi d’ossigeno tra l’acqua e l’ambiente aereo; aumento della torbidità dell’acqua; i cicli biogeochimici vengono alterati portando ad una drastica diminuzione dei produttori primari (fitoplancton e macrofite sommerse che risentono per esempio della mancanza di luce) e ad un conseguente sconvolgimento della catena trofica di cui sono la base. Laddove colonizza questa pianta nell’arco di pochissimo tempo si assiste ad un declino della biodiversità vegetale con seri effetti anche sulla comunità zoologica. (26) È una specie molto diffusa in due regioni italiane\, Lazio e Sardegna\, mentre è casuale in Campania\, Emilia Romagna\, Friuli Venezia Giulia\, Lombardia\, Sicilia\, Toscana\, Veneto. Il vettore d’introduzione di E. crassipes rimane il commercio di piante d’interesse ornamentale per stagni e acquari; in Europa l’introduzione e diffusione di questa specie potrebbe esser dovuta anche al suo utilizzo per la fitodepurazione di acque inquinate da reflui e metalli pesanti. (26) \n \nNella Pineta Mirtina è stato allestito diversi anni fa un laghetto artificiale vicino ad un’area giochi per bambini. Il laghetto a giugno 2020 risultava apparentemente ben tenuto\, gradevole alla vista e ricco di biodiversità. Allora nel laghetto non c’era traccia del rospo\, che generalmente preferisce pozze più circoscritte e solitarie. A giugno 2022\, si è rilevata una situazione generale caratterizzata da una minore cura dell’intera area. In questo caso il laghetto è emblematico ed utile per evidenziare come pur essendo motivati da buone e salutari intenzioni si può incorrere in seri errori. Il laghetto è stato infatti allestito con una serie di piante che nulla hanno a che vedere con la tipica macchia mediterranea e costituiscono quindi un’alterazione allo stato naturale della pineta e di cui se ne potrebbe fare a meno vista la ricchezza di flora comunque espressa in loco. Allo stesso modo grave la presenza di una specie animale mai riportata. Nella foto si riconosce una rana evidentemente introdotta molto probabilmente con le stesse piante acquatiche nella fase di allestimento del laghetto. Errori da non commettere in quanto è proprio attraverso queste operazioni che si incide sulla biodiversità alterandone lo stato; non solo per l’introduzione di una nuova specie dall’esterno ma anche perché non si può sapere delle interazioni della nuova specie con quelle locali con cui potrebbe entrare in competizione. Da condannare ovviamente l’immissione volontari di animali (abbandono) per liberarsene che costituisce un reato. \n7.0 Conclusioni \nSi conferma ad oggi la presenza di Bufo balearicus nella Pineta Mirtina\, che risulta però l’unico sito di riproduzione ad Ischia per questo anfibio.  La scomparsa del rospo smeraldino negli altri siti isolani è sicuramente da imputare alla mancanza o scarsezza di acqua. Tutti i siti di riferimento hanno subito nel corso degli anni sostanziali alterazioni del territorio ad opera dell’uomo e caratterizzati soprattutto da cementificazione. La tutela del rospo smeraldino nella pineta Martina è fondamentale per non perdere definitivamente l’unico anfibio presente sull’isola. Il comune di Ischia deve necessariamente vigilare\, curare e far rispettare l’ambiente della pineta. Il controllo costante delle vasche è un punto cruciale per fornire le condizioni ottimali al rospo per la sua riproduzione. Istruire i manutentori alla buona pratica di pulizia delle vasche\, evitando l’uso di sostanze chimiche ed i periodi della riproduzione\, quando è invece fondamentale la presenza dell’acqua. La gestione della pineta deve anche tenere conto di combattere la diffusione di piante aliene e controllare la corretta fruizione di questo spazio verde aperto a tutti. La pineta Mirtina di Ischia\, al pari di tutte le altre pinete isolane\, rientra nei Siti di Importanza Comunitaria (SIC) afferente a rete Natura 2000\, a sottolinearne l’importanza ambientale. La gestione di un patrimonio naturale non è semplice e deve necessariamente essere ricondotta alla conoscenza dei fenomeni che lo governano richiedendo pertanto competenze specifiche. Riuscire a tutelare la natura in tutte le sue forme rappresenta l’unica via da perseguire anche per lo sviluppo economico della popolazione. \nLe criticità riscontrate sono state segnalate e parte dei dati qui riportati sono stati presentati al Ischia Festival della Natura 2020 perseguendo anche quell’azione divulgativa/educativa che viene richiesta ai soci in generale ed in particolare agli operatori regionali per la tutela dell’ambiente montano. \n  \nBibliografia e sitografia \n\nNUOVO BIDECALOGO\, linee di indirizzo e di autoregolamentazione del CAI in materia di ambiente e tutela del paesaggio https://archivio.cai.it/documenti/bidecalogo/\nAgenda 2030. https://unric.org/it/wp-content/uploads/sites/3/2019/11/Agenda-2030-Onu-italia.pdf\nDirettiva Uccelli. https://ec.europa.eu/environment/nature/conservation/wildbirds/hunting/index_en.htm#huntingguide.\nDirettiva Habitat. https://www.mite.gov.it/pagina/direttiva-habitat\nIl giornale dell’ambiente: Ambiente: definizione\, criticità e salvaguardia. https://ilgiornaledellambiente.it/ambiente-definizione-salvaguardia/\nRicciardi et al. La flora dell’isola di Ischia (Golfo di Napoli). Webbia 59(1): 1-113. 2004.\nSibilio et al.\, 2015. The past\, present and future of thermophilous Cyperus polystachyos Rottb. (Cyperaceae) on the island of Ischia (southern Italy). Plant Biosystems 149(5):10. 2014\nGiuseppe Fruttidoro\, BIODIVERSITÀ INSULARE: UN’ANALISI DELL’ISOLA D’ISCHIA. Tesi di laurea Corso STeNA\, Università degli Studi di Napoli Federico II. 2018/19\nCipolla R. M.\, Nappi A.\, Corti C. (eds)\, 2008. L’isola dei Rospi. Storia naturale dell’unico Anfibio delle isole campane. Associazione Vivara Amici delle Piccole Isole\, Napoli.\nhttp://www.nettunoamp.it/area-protetta.php\nhttps://www.ischia.campania.it/index.php/lisola-dischia-e-il-suo-strordinario-habitat/\nhttp://www.larassegnadischia.it/Rassegna%202006/rass1-06/ilverde.html\nMonaco A. e Sollino G. LA PINETA VILLARI\, UN’OASI AROMATICA IMMERSA NEL VERDE DELL’ISOLA.  La Rassegna d’Ischia 2/2004\nhttps://www.aaeonlus.org/index.php/anfibi/classificazione-anatomia-e-fisiologia/\nhttp://www.enciclopedino.it/Anfibi.asp\nhttps://ilmondodeglianimali.altervista.org/il-ciclo-vitale-degli-anfibi/\nhttps://www.wwf.it/specie-e-habitat/specie/anfibi/\nhttps://www.csmon-life.eu/pagina/dettaglio_specie/55\nCastellano S. et al. Body size and calling variation in the green toad (Bufo viridis).  Journal of Zoology\, 1999; 248: Issue I\, pp. 83 – 90.\nhttp://www.iucn.it/pdf/Comitato_IUCN_Lista_Rossa_dei_vertebrati_italiani.pdf\nNappi A. et al. Anfibi\, Rettili e Mammiferi delle isole del Golfo di Napoli: check-list commentata. Studi Trent. Sci. Nat.\, Acta Biol.\, 83 (2007): 93-97.\nBollettino ufficiale della regione Campania\, n 8\, 29 gennaio 2018. Deliberazione Giunta Regionale n. 795 del 19/12/2017. MISURE DI CONSERVAZIONE DEL SIC IT8030022 “Pinete dell’Isola di Ischia”.\nCittà Metropolitana di Napoli\, Piano Territoriale di Coordinamento – VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA PIANO TERRITORIALE DI COORDINAMENTO RAPPORTO AMBIENTALE (D. Lgs. 152/2006) STUDIO DI INCIDENZA (DPR 357/1997).\nISPRA\, Rapporto 194\, 2014. Specie ed habitat di interesse comunitario in Italia: distribuzione\, stato di conservazione e trend.\nhttp://www.iucn.it/scheda.php?id=215371297.\nMontagnani C. et al. Piano di gestione nazionale del Giacinto d’acqua (Eichhornia crassipes) [Pontederia crassipes]. ISPRA – Dipartimento per il Monitoraggio e la Tutela dell’Ambiente e per la Conservazione della Biodiversità. Servizio BIO CFS.
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DESCRIPTION:Elaborato di Gianfranca Calenda \n2° corso ORTAM 2021/2022 \nRegione Campania \n SOS PIANETA TERRA \n  \nPremessa: \n\nIl nostro pianeta Terra ha messo a disposizione dell’umanità un patrimonio naturale impareggiabile\, di struggente bellezza e di questa ricchezza ognuno di noi dovrebbe esserne “un amministratore responsabile e quindi consapevole”\, nell’interesse delle generazioni future.\nGià da molti decenni la Terra ci lancia degli SOS per rimediare agli scempi compiuti\, ma molto spesso queste richieste di salvezza non sono raccolte. Allarmi da parte di illustri scienziati sulla catastrofe ambientale in atto non vengono ascoltati e spesso giudicati infondati.\nDetto ciò chi più di un socio CAI e di un operatore TAM è tenuto a rispondere a questa emergenza ambientale\, che ha tutti i presupposti per portarci a una estinzione della specie umana.\nIl compito non è certamente agevole\, ma a piccoli passi si raggiungono grandi vette\, questo mi ha insegnato la mia esperienza nel grande sodalizio del Club Alpino Italiano.\nOvviamente si potrà invertire la rotta della autodistruzione solo se tutti i Paesi del mondo lavoreranno a tal fine in una unica direzione.\nNel settembre del 2015 è stata sottoscritta l’AGENDA 2030 per lo sviluppo sostenibile \,da 193 Paesi membri dell’ONU\,gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono 17 e sono davvero eccezionali \,ma credo di difficile realizzazione se non utopistici.\nLinee di indirizzo in materia ambientale e di tutela del paesaggio del CAI\nLa posizione del Cai relativa all’ambiente e alle diverse attività  in ambiente montano\,\n\nè scandita da tappe significative da lungo tempo: \n\n1981 Il primo Bidecalogo\n1990 La Carta di Verona\n1996 Le Tavole di Courmayer\n2007 Tesi di Moena\n2013 il Nuovo Bidecalogo approvato il 26 maggio all’AD di Torino\, che promuove la tutela delle Aree protette\, del paesaggio e del suolo\, della cultura e dell’identità dei popoli della montagna.\nCONOSCERE\,FREQUENTARE E PRESERVARE LE MONTAGNE E DIFENDERNE L’AMBIENTE.\n\nLEGISLAZIONE ITALIANA \n\nIl Club Alpino Italiano con D.M del 20 febbraio 1987\, in riferimento alla legge 8 luglio 1986\, n.349\, art.13 è riconosciuto Associazione di Protezione Ambientale.\nIl Decreto legislativo n.197 del 17 maggio 2018 riconferma il Cai Associazione di Protezione Ambientale a carattere nazionale.\nL’art.9 della Costituzione Italiana è stato l’8 febbraio 2022 implementato in modo che tra i beni di primaria rilevanza da tutelare\, accanto al paesaggio e al patrimonio storico culturale\, ci siano anche l’ambiente\, la biodiversità e gli ecosistemi\, nell’interesse delle future generazioni.\nL’art.41 della Costituzione Italiana anch’esso modificato sancisce che l’ economia privata deve avere come limite la tutela dell’ambiente e la salute pubblica\, non si deve inquinare per produrre ricchezza.\n\nLEGISLAZIONE EUROPEA \n\nDirettiva “Uccelli’’ del 1979 impone la creazione di Zone di Protezione Speciale (ZPS) in tutti gli Stati membri.\nDirettiva” Habitat’’ del 1992 consente la creazione di Siti di Interesse comunitario(SIC).\nLe ZPS e i SIC costituiscono la RETE NATURA 2000 che copre il 18% del territorio dell’UE.\nDirettiva Quadro sulle acque del 2000 ha come obiettivi :prevenire il deterioramento\, migliorare lo stato delle acque superficiali e sotterranee e\, assicurarne un utilizzo  sostenibile\, monitorandole da un punto di vista biologico.\nLa Convenzione Europea del paesaggio è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio Europeo il 19 luglio 2000 e ratificata dall’Italia nel 2006.\n\nCOMITATO CENTRALE TUTELA AMBIENTALE \nIl Cai sempre sensibile e vicino alla tutela dell’ambiente istituisce nel 1984 il CCTAM. \nNasce in principio nel 1968 come CCPNA ( Comitato Centrale Protezione Natura Alpina) poi diventa CCTAM Comitato Centrale   Tutela Ambiente montano \,Alpi e Appennino. \nIl CAI centrale organizza dei corsi nazionali e regionali per formare Operatori titolati: ONTAM e ORTAM. \nI titolati operano grazie alle competenze acquisite in tutti i tipi di paesaggio e di ambiente con metodo e cognizione\, con il fine di informare e sensibilizzare \,presentando al Consiglio Centrale progetti di salvaguardia\, di tutela preventiva dell’ambiente naturale  e culturale montano. \nIl compiti dell’operatore Tam sono molteplici: \n1) Osservare e rilevare criticità ambientali o eccellenze \,le prime da risanare\,  le seconde da emulare. \n2)Segnalare rifiuti abbandonati\, sversamenti illegali nei corsi d’acqua o nel mare\, tagli di alberi inadeguati\, opere edilizie e stradali nelle Aree protette \,presenza di mezzi motorizzati sui sentieri  e tutto ciò che non è in armonia con la natura e la deturpa. \n3)Ricercare la documentazione inerente alla violazione rilevata. \n4)Contattare altre organizzazioni ambientali. \n5)Informare gli organi superiori con i quali pianificare la procedura più efficace da seguire. \n6)Denunciare formalmente alle amministrazioni i fatti riscontrati e in mancanza di risposte concrete come  ulteriore spinta alla soluzione \,coinvolgere anche i mass media. \nI RIFIUTI E LA STORIA DEI RIFIUTI   \nLe problematiche ambientali sono molteplici  come ben sappiamo\, io in questo contesto \,con semplicità\, rivolgo la mia attenzione  a una emergenza ambientale che mi coinvolge e sconvolge in ogni istante della mia vita: i rifiuti. \nNell’istante in cui nasciamo consumiamo risorse  e produciamo rifiuti. La storia dei rifiuti è un lungo viaggio di consapevolezza e trasformazione\, ci racconta l’evoluzione delle diverse civiltà e la loro distratta propensione a produrre immondizia. \nLa gestione dei rifiuti nella storia è un problema che potrebbe sembrare vecchio quanto il mondo. Eppure\, c’è stato un tempo in cui non avevamo a che fare con l’immondizia. L’uomo nomade e cacciatore  non produceva nulla\, qualsiasi scarto era destinato ad arricchire la terra e ad alimentare nuove risorse. Seppur inconsapevoli \,eravamo già parte di un’economia circolare che si reggeva da sola\, senza bisogno di noi .Poi la situazione è cambiata. \nSTORIA DEI RIFIUTI : LA SCOMODA RELAZIONE CON L’IMMONDIZIA                                                 \nPer  molti di noi la gestione dei rifiuti consiste nella raccolta differenziata e nei ritiri settimanali per il loro smaltimento\, fine. \nChissà dove andranno\, l’importante è non averli sotto casa. \nIl problema è proprio questo\, perché spesso i rifiuti vengono ammassati nelle discariche e ritornano sotto forma di odori pestilenziali \,oppure finiscono per inquinare  suolo\, sottosuolo\, aria e acque. \n \n                                                                                     \nI RIFIUTI OGGI \n \nDal rapporto ISPRA rifiuti urbani 2021 (anno di riferimento 2020)\, il 20% dei rifiuti urbani è smaltito in discarica con una riduzione del 7% rispetto al 2019.Inoltre il18% è smaltito nei termovalorizzatori. \nRIFIUTI ABBANDONATI \nMolto spesso mi è capitato\, andando in montagna di vedere rifiuti lungo i sentieri più frequentati\, da cittadina e da socia del Cai\, ho sempre raccolto ciò che potevo\, ma impossibile scendere nei valloni a recuperare l’inimmaginabile: elettrodomestici di tutti i tipi\, auto\, pneumatici\, materiali di risulta ecc. Difronte a tanto degrado e alla piccolezza dell’Homo Sapiens\, rimanevo interdetta\, ma continuavo la mia bella escursione\, scambiando con gli altri partecipanti i soliti commenti retorici. Frequentando questo corso ho acquisito una nuova consapevolezza: NON SI PUO’ SOLO GUARDARE\,PASSARE AVANTI E SPERARE CHE QUALCUN ALTRO INTERVENGA. \nIn data 23 marzo 2022 ho partecipato  ad una escursione della sezione di Salerno sulle ridenti e verdeggianti colline salernitane\, a Giovi \,frazione di Salerno\, distante poco meno di 10 chilometri da Salerno. Panorama bellissimo su tutto il Golfo di Salerno\, paesaggio variegato e ricco di biodiversità della flora\, ad un certo punto ci siamo trovati ai bordi della sterrata cumuli di rifiuti di diverso genere: specchi\, vetri\, calcinacci\, porte\, finestre\, rifiuti incendiati e proseguendo il cammino\, nella boscaglia altri rifiuti . \nHo fatto numerose foto che ho allegato all’elaborato\, preso le coordinate\, segnalato agli operatori Tam presenti  e il direttore dell’escursione mi ha informato che aveva già segnalato all’amministrazione comunale la presenza delle suddette micro discariche\, ottenendo solo promesse per la rimozione dei rifiuti\, che puntualmente non sono state mantenute. \nIl Decreto Legge n.152 del 3 aprile 2006 regola le norme in materia ambientale e l’ art. 192 sancisce il Divieto di abbandono dei rifiuti sul suolo e nel suolo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni di rimozione\, di smaltimento dei rifiuti e di ripristino dei luoghi in solido con il proprietario del terreno. \nIn attesa del provvedimento del Sindaco di Salerno \,dr. Vincenzo Napoli\, continuerò a evidenziare questa situazione di degrado alle porte di Salerno. Se nulla sarà fatto \,con la Commissione Regionale Tam si procederà a una denuncia formale  e a portarlo a conoscenza dei mass media locali e regionali. \n  \nCATTIVA PRATICA DI SMALTIMENTO DEI  RIFIUTI \n \n \n  \n \n \n \nCONCLUSIONI \nCOME CONTRASTARE L’ABBANDONO DEI RIFIUTI? \n– Produrre meno rifiuti a monte della produzione; \n– Ricognizione più capillare del territorio; \n– Sviluppare una mappa interattiva dei rifiuti abbandonati  usando una piattaforma web-gis a livello locale e nazionale; \n– Sensibilizzare i cittadini e i più piccoli sulla necessità della raccolta differenziata ; \n-Rendere nota ai cittadini l’esistenza delle isole ecologiche\, dei centri di riuso dei rifiuti riciclabili; \n-Ridurre il più possibile i rifiuti indifferenziati; \n-Ridurre l’enorme consumo di plastica. \n  \nRispondiamo con impegno agli SOS lanciati dalla Terra e dai giovani attivisti di tutto il mondo. \nAcceleriamo la transizione ecologica \,diminuendo le emissioni di CO2 e dei gas serra nocivi. \nInvestiamo nelle fonti rinnovabili (eolico\, geotermico\, termofotovoltaico ecc.) \nSacrifichiamo il profitto \,per il bene di tutto il Pianeta. \nCrediamo nel cambiamento e diamo fiducia ai giovani\, gli adulti di domani. \n  \nGRAZIE DELLA GENTILE ATTENZIONE \n 
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SUMMARY:Vorrei un Mondo Bio…felice
DESCRIPTION:  \n  \n  VORREI UN MONDO BIO…FELICE \nLA BIODIVERSITA’ \nRIPORTIAMO i GIGLI A SANTA RESTITUTA \nANNA GAUDIOSO | 2° CORSO ORTAM 2022 | 4/5 GIUGNO 2022 \n \n  \nRIPORTIAMO I GLIGLI A SANTA RESTITUTA \nPREMESSA  \nIl suo profumo intenso lo si sente aleggiare soprattutto nelle notti d’estate senza vento lungo i litorali del Sud Italia\, ma non è inconsueto vederne spuntare le bianche corolle anche tra le dune costiere del centro-nord. È il giglio di mare (Pancratium maritimum)\, una presenza naturale che impreziosisce le spiagge del Mediterraneo\, spingendosi fino a quelle del Portogallo\, delle Isole Canarie\, del Marocco e\, a Est\, fino al Mar Nero. Questo fiore è il khavatseletha-Khol\, il fiore che cresce nella Pianura di Sharon\, menzionato nel meraviglioso Cantico dei Cantici. La leggenda lo vuole nato dal latte di Hera\, la regina degli dei\, sfuggito al suo seno quando il piccolo Eracle lo morse nella foga di succhiare\, provocando con quello schizzo la nascita della Via Lattea in cielo e del giglio di mare sulla terra. Il Pancratium dal greco pan\, “tutto” e cratys\, “potente”\, chiara allusione a supposte virtù medicinali\, partecipa dunque alla poesia di cui l’uomo seppe ammantare gli eventi della propria vita e del mondo naturale\, poesia che ritroviamo anche nel ciclo biologico dei suoi leggerissimi semi che\, sparsi solitamente dal vento\, riescono anche a galleggiare sull’acqua e a disperdersi grazie alle correnti\, viaggiando in mare fino a raggiungere nuove spiagge da colonizzare. \n \nIl Giglio di mare appartiene alla famiglia delle Amarillidaceae\, e come tutte le specie di questa famiglia nella stagione sfavorevole trascorrono un periodo di riposo completo perdendo tutta la loro porzione fuori terra\, fusto e foglie\, così da sparire completamente alla vista e resistere alle temperature ed alle azioni aggressive invernali. Si tratta di una pianta monocotiledone; cioè che al germogliare del seme sviluppano una sola fogliolina\, da qui mono-cotiledone. \nLa pianta all’esterno assume forma di “cespo” che si allarga orizzontalmente\, mentre sotto la superficie sabbiosa presenta un bulbo sotterraneo che produce bulbilli\, attraverso i quali si riproduce per via vegetativa. \n \nIl fiore è una meraviglia della natura\, bianco e con una forma dei petali che ricorda le bellissime orchidee. Si tratta di un fiore “ermafrodita” con impollinazione entomofila (a mezzo di insetti) produce una capsula contenente molti semi di colore nero. Il vero seme è situato all’interno di una massa sugherosa e leggerissima\, che permette il galleggiamento del seme come avesse un salvagente. Le onde delle mareggiate che raggiungono le dune raccolgono i semi dispersi tutt’intorno dalla pianta e li disseminano\, grazie alle correnti\, in altri punti della costa\, anche lontanissimi\, favorendo la disseminazione in nuovi territori. È per questo che tale disseminazione\, molto particolare come mezzo utilizzato\, la navigazione\, è chiamata “idrocora”. È una formula adottata da questa ed altre poche specie\, tra cui la più famosa è la disseminazione delle noci di cocco attraverso il mare che consente alle piante di distribuirsi tra molte isole. \nPianta geofita psammofila\, provvista di grossi bulbi e lunghe radici in grado di raggiungere la falda freatica. Le foglie sono nastriformi lunghe 30-40 cm\, di un verde glauco\, molto flessibili ben adatte all’ambiente arido e ventoso delle sabbie. Lo scapo fiorale\, alto da 20 a 50 cm\, porta da 3 a 10 fiori grandi\, bianchi\, molto appariscenti\, intensamente profumati dopo il tramonto. \n \nCom’è facile intuire\, il giglio di mare cresce bene in zone piuttosto calde e soleggiate\, in terreni sabbiosi e ben drenati. Non teme lunghi periodi di siccità\, anzi\, per fiorire rigoglioso ha bisogno di stagioni estive molto aride\, con temperature superiori ai 27 °C. Nelle zone costiere più fresche\, difatti\, la fioritura tende ad essere minore. In inverno\, la vegetazione dissecca completamente\, ma il bulbo sotterraneo riesce a sopravvivere in quiescenza anche a temperature al di sotto degli 0°C. \nCome coltivare il giglio di mare \nPer coltivare il giglio di mare c’è dunque bisogno di un terreno sabbioso e capace di drenare perfettamente l’acqua. In altri tipi di terreno la sua sopravvivenza è difficile.\nLa posizione deve essere in pieno sole e\, come abbiamo visto\, le temperature invernali non sono un limite. \nSemina \nPer avviare la coltivazione\, la cosa più semplice è partire dal seme\, non facilissimo da trovare\, ma comunque reperibile nei negozi specializzati. La semina si effettua a inizio primavera\, ponendo il seme un paio di cm al di sotto del terreno. Conviene seminare direttamente in loco\, nella sede definitiva\, in quanto non ama i trapianti. Fino al germogliamento del seme occorre irrigare a pioggia\, mantenendo il substrato abbastanza umido\, ma mai zuppo d’acqua.\nE’ opportuno lasciare sufficiente spazio tra un seme e l’altro (almeno 50 cm) in quanto la pianta\, in seguito\, avrà uno sviluppo rigoglioso. \nCure colturali \nIl giglio di mare\, una volta attecchito\, è estremamente rustico. Non ha bisogno di irrigazioni e concimazioni\, l’unica operazione per mantenere in salute la pianta è periodica sarchiatura. \nFioritura \nDal momento della semina alle prime fioriture trascorre molto tempo\, almeno 5-6 anni. Una lunga attesa per avere questi stupendi sulle nostre spiagge. \nMoltiplicazione agamica \nÈ possibile ottenere nuove piante di giglio di mare separando i bulbilli che si formano intorno al bulbo della pianta madre. Questo tipo di operazione si esegue quando le piante entrano nel periodo di dormienza\, ovvero in autunno-inverno. Attenzione però a non danneggiare il bulbo madre\, in quanto potrebbe facilmente perire. Sia il bulbo madre che i bulbilli devono essere ripiantati subito nel terreno dopo la divisione.\nI bulbi dovranno essere interrati a una profondità pari a 3-4 volte la loro lunghezza. Partendo dal bulbillo\, servono 3-4 anni per vedere i primi fiori. \n \nEssa è specie protetta in molte regioni italiane ma non in Campania dove pur essendo presente presso alcuni litorali del Cilento\, anno dopo anno conta un numero sempre minore di esemplari che arrivano alla fioritura. Un “omaggio” evidentemente poco gradito da alcune amministrazioni comunali che\, ottusamente omissive rispetto alla salvaguardia di questa rarità botanica\, oltre che in aperto conflitto con le normative in materia\, dispongono ogni estate un indiscriminato livellamento delle spiagge a colpi di mezzi meccanici. \nEsattamente quello che è successo da noi a Ischia sul finire degli anni ’80 quando abbiamo perso\, speriamo non per sempre\, gli ultimi esemplari di Pancratium Maritimum L.\, ovvero “Giglio di Santa Restituta”\, causa di uno scellerato ripascimento della spiaggia di San Montano. \nIl Pancratium maritimum L. occupa un ruolo molto importante poiché con la sua presenza sugli arenili favorisce gli accumuli di sabbia che viene rimossa dall’azione del vento\, e quindi partecipa alla formazione di piccole dune. Il primo studioso a interessarsi a questa specie\, fu il botanico italiano Andrea Cesalpino nel 1583. Più tardi\, nel 1834\, per quanto riguarda l’isola d’Ischia\, veniva segnalata solo genericamente la presenza “sulle arene marine” da Giacomo Stefano Chevalley de Rivaz. Nel 1854 Giovanni Gussone fu più preciso e ne segnalò la presenza sempre sulle arene marine di Lacco\, alla marina di San Montano\, a Forio\, alla marina di Citara\, ed infine alla marina di S. Angelo. Attualmente questa specie\, in quasi tutto il suo areale di distribuzione lungo le coste del Mediterraneo\, è in regressione\, seriamente compromessa a causa della forte antropizzazione e dello sfruttamento intensivo dei litorali sabbiosi e\, come abbiamo già detto\, sull’Isola d’Ischia non fiorisce ormai da decenni. \nNarra un’antica leggenda che un giorno molto lontano nel tempo\, spinta dal vento e dalle correnti marine\, proveniente dall’Africa giunse nella baia di San Montano una piccola barca che conteneva il corpo senza vita della giovane martire Santa Restituta. E quando la barca toccò la spiaggia per miracolo questa si riempì di gigli bianchi: i gigli di Santa Restituta. \n \nLa solennità liturgica cade il 17 maggio\, ma la sera del 16 maggio\, sulla sabbia della baia di San Montano\, si dà vita alla Rappresentazione del martirio della Santa. \n \nLa sabbia viene adornata con numerosi gigli e fiori a ricordo di questa antica leggenda. La festa è organizzata dall’Associazione “Le Ripe” con la partecipazione\, potremmo dire\, di tutto il popolo lacchese ed isolano (la Santa è la patrona dell’isola insieme a San Giovan Giuseppe della Croce)\, con la rievocazione storica della sua passione e morte con “l’incendio della barca” e l’arrivo di questa\, sospinta dallo “Scirocco di Santa Restituta” che immancabilmente e potremmo dire quasi miracolosamente\, spira in quella serata sulla spiaggia. Questa rappresentazione si tiene dal 1968 a Lacco Ameno e nasce da un’intuizione dell’allora rettore del Santuario\, il can. Don Pietro Monti. Prima di allora la sera del 16 maggio si teneva solamente una Processione del Ss.mo Sacramento ma poi soprattutto con l’arrivo di un maggior numero di turisti si pensò di teatralizzare l’evento\, prima solo dello sbarco della Santa a S. Montano e poi in seguito\, della sua Passio insieme ai suoi compagni\, i martiri di “Abitene”. \n(Durante la decima persecuzione anticristiana\, ordinata dall’imperatore Diocleziano nel 304\, un folto numero di cristiani\, (49) provenienti anche dalle vicine città di Cartagine e Biserta\, continuarono a radunarsi nella città di Abitina in casa di Ottavio Felice\, per celebrarvi il rito eucaristico\, detto Dominicum sotto la guida del Presbitero Saturnino. \nI partecipanti al Dominicum\, quasi tutti giovani vennero arrestati dai soldati romani e trasportati a Cartagine alla presenza del console Anulino\, il 12 febbraio 304 d.C. subirono l ‘interrogatorio e nonostante le torture confermarono la loro fede\, così vennero condannati tutti a morte. La storia dei Martiri Abitinesi ci viene raccontata nella “Passio SS Daivi Saturniniet aliorum” redatta da Pio  Franchi dei Cavalieri.\nLacco Ameno anche e soprattutto grazie a Santa Restituta può essere considerata la “culla del cristianesimo” sulla nostra isola. La Santa fu sepolta in un Santuario dedicato ad Ercole che divenne poi Basilica Paleocristiana; il ritrovamento di un battistero in cui si amministrava il Sacramento del Battesimo per immersione conferma la grande vitalità di quella prima comunità cristiana che si ritrovava anche attorno al corpo dei martiri e\, nel nostro caso\, di Santa Restituta. Ad inizio 900 a causa delle invasioni e delle scorribande degli arabi che facevano razzia di tutto quanto trovavano\, in modo particolare delle reliquie dei Santi\, le ossa di Santa Restituta furono trasferite a Napoli dove si trovano tutt’ora\, nel Duomo di S. Gennaro. Infatti il sito antico prima della costruzione del Duomo presentava una basilica dedicata a S. Restituta risalente al IV secolo d.C.   un battistero dedicato a S. Giovanni in Fonte e un’altra basilica dedicata a S. Stefania. I primi due edifici sono stati inglobati nel progetto del Duomo mentre la basilica di S. Stefania è stata abbattuta.\nL’amore e la devozione per questa Santa\, patrona dell’intera isola d’Ischia\, si perdono nella notte dei tempi; nel corso degli anni\, nel suo Santuario lacchese sono state lasciate diverse testimonianze attraverso gli ex voto offerti dai fedeli. Molti sono modelli ripetuti nella forma\, ma alcuni\, realizzati con materiale molto semplice come la paglia di grano\, rappresentano delle opere uniche ed irripetibili. \nLa diffusione del culto di santa Restituta in Italia ed Europa meridionale è storicamente legata alla persecuzione vandalica del 429 in Nord Africa\, ordinata dal re Genserico e descritta nelle pagine di Vittore di Vita. Nei vari luoghi dove trovarono rifugio gli esuli cartaginesi\, ebbe origine la devozione alla martire africana: LaccoAmeno (Ischia)\,Napoli\, Cagliari\, Palermo\, Calenzana (Corsica\, Francia) Montalcino ed Oricola. \n \nPotete immaginare quindi quale importanza ha per gli ischitani\, e soprattutto per i lacchesi\, il Giglio di Santa Restituta e quale gioia sarebbe poter annoverare il Pancratium Maritimum di nuovo tra la sua flora endemica. \nQuello che ci proponiamo è: \n1) Conservazione del patrimonio delle specie e degli ecosistemi presenti attraverso l’ottenimento dello status di pecie protetta da parte della Regione Campania del Pancratium Maritimum. \n2) Difesa e recupero di specie minacciate tentando la reintroduzione del Giglio in questione a Ischia auspicando il coinvolgimento delle Amministrazioni Comunali. \nObiettivi che potrebbero essere ottenuti promuovendo azioni e sensibilizzando gli enti preposti (Orto Botanico di Napoli\, Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania) affinché il Pancratium Maritimum sia incluso nell’elenco di cui allegato 1 della Legge della Regione Campania del 25 aprile 1994 n.40 dove sono annoverate le “entità rare perché endemiche italiane\, ad areale ristretto o in quanto sporadiche all’ interno di areale abbastanza esteso o comunque minacciate di estinzione o in via di scomparsa”. (mail\, petizioni on line\, coinvolgimento dei media e di altre associazioni). \nInfatti detta legge tutela la flora endemica e rara e l’elenco può essere aggiornato dall’Assessore all’Agricoltura sentito il parere dei Botanici degli Atenei campani e del Direttore dell’Orto Botanico (art.1). Detto articolo fa anche divieto di “asportare\, detenere\, commerciare\, piante\, parti di piante e semi delle specie di cui in allegato 1. \nAll’articolo 2 la legge sancisce ancora che L’orto Botanico è autorizzato a realizzare per conto della regione una banca sei semi e una coltivazione sperimentale onde consentire eventuali ripopolamenti. Infine l’articolo 7 stabilisce le sanzioni amministrative da lire 100.000 a 1.000.000 di lire. \nIl riconoscimento del Pancratium Maritimum come specie protetta sarebbe un forte segnale di sensibilità verso le tematiche ambientaliste da parte dell’amministrazione regionale campana. Lazio\, Calabria\, Basilicata e Molise lo hanno già fatto. \nIn assenza di interventi da parte della Regione volti a tutelare il Giglio marino i comuni possono comunque prendere iniziative e porre in essere azioni finalizzate alla sua tutela. Dal momento in Campania e in altre regioni italiane non è specie protetta\, cosa che nella fattispecie gioca a nostro vantaggio\, i suoi semi possono essere commercializzati\, infatti sono reperibili on line presso diversi rivenditori e possono essere acquistati. Il Comune di Barano D’Ischia in questo momento è impegnato nella messa in sicurezza dei costoni della cava di Olmitello presso la spiaggia dei Maronti a breve anche l’alvo del torrentello che si origina dalla sorgente sarà ripulito\, si potrebbero in questo frangente individuare delle aree (aiuole\, brevi tratti) dove poter piantumare il nostro giglio. Le aree interessate sarebbero delimitate con paletti e corda\, con l’apposizione di cartelli informativi e verrebbero definiti eventuali corridoi protetti di attraversamento. Anche gli altri comuni isolani potrebbero unirsi all’esperimento\, per evitare che del bellissimo giglio di Santa Restituta resti solo legenda e per permettere agli ischitani di farne omaggio alla Santa. \nGli abitanti dell’isola d’Ischia hanno la fortuna e l’onore di avere sul proprio territorio una flora spontanea eccezionale\, ricca di specie di notevole interesse scientifico (invidiata in tutta Europa) ma devono avere anche l’onere di mantenerla e conservarla il più possibile intatta\, per trasmetterla\, così come l’hanno ereditata\, ai loro figli e alle popolazioni future. \n 
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SUMMARY:Mastip - Progetto Integrato Muretti a Secco e Terrazzamenti Parte II
DESCRIPTION:Proposta di Benedetto Manna – Socio CAI Napoli S/Sezione Ischia Procida \n-PARTE II- \n  STRATEGIA DEL PROGETTO MASTIP PER QUADRO METODOLOGICO \nSi premette che la descrizione che verrà fatta del quadro metodologico\, non può fare a meno di considerare la nuova Legge costituzionale 11 febbraio 2022\, n. 1 \, recante “Modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente” (pubblicata su Gazzetta Ufficiale n. 44 del 22 febbraio). \nIn particolare\, la modifica all’articolo 9 della Costituzione\, oltre la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico al secondo comma\, introduce\, con il nuovo terzo comma \, la tutela dell’ambiente\, dell’ecosistema\, della biodiversità. \nPertanto la stesura del articolo 9 attuale diventa guida alla strategia del progetto  MASTIP\, con la seguente corrispondenza tra i commi e i temi trattati : \n\nLa Repubblica pr omuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica\nTutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione\,\n\n – per: \n\n TUTELA DELLE CULTURE ANTROPICHE (A)\nTUTELA DEL PAESAGGIO (C)\n\n3. Tutela l’ambiente\, la biodiversità e gli ecosistemi\, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali\, \n-per: \n\nTUTELA DELLA BIODIVERSITA’(B)\n\n A –  TUTELA DELLE CULTURE ANTROPICHE   \n(1. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica \n\n“Tutela ..(omissis) il patrimonio storico e artistico della Nazione”- art.9 Cost.)\n\nPer una corretta impostazione del progetto MASTIP\, è opportuno riferirsi alle radici della nostra cultura: al periodo delle civiltà\, dell’area mediterranea\, della Magna Graecia. \nIschia è stata sede storica di colonizzazione da parte dei Greci di Eubea nell’VIII sec a.C.\, prima di essere conquistata dai Romani. \nL’interazione con i popoli indigeni e la loco cultura locale\, ha prodotto mutazioni sui suoi luoghi\, lasciando  testimonianze  di  grande importanza  (storico-artistiche\, culturali\, ambientali)\, che meritano  di  essere  riconosciute\, recuperate  e  valorizzate\, tra le quali le opere del paesaggio rurale e quindi della nostra agricoltura. \nCon lo studio  degli  insediamenti  dal  punto  di  vista  archeologico\,  si cerca di  capire  e  di conoscere tutto  ciò  che  dalle  antiche tradizioni greche e latine si va lentamente riscoprendo. \nGli  itinerari storici vanno rivalutati  anche  attraverso  la  conoscenza  e  la conservazione  di  prodotti  tipici\, come possono essere il vino\, l’olio\, simboli d’orizzonti culturali ed enogastronomici connessi con atavici presidi di biodiversità. \nPertanto oggetto d’indagine\, per una visione più ampia e approfondita del territorio\, grazie anche a una rilettura e interpretazione in chiave moderna sia di testi letterari greci che latini\, saranno: \n\ni saperi e sapori di una volta; \nle antiche colture ed essenze;\nle proprietà benefiche delle storiche sorgenti di acque minerali (V.Fonti di Nitrodi\, Cavascura\, Olmitello\, ecc.)\ni prodotti e le ricette della tradizione locale e delle antiche popolazioni; \nil recupero di antichi mestieri.\n\nB – TUTELA DELLA BIODIVERSITA’  \n(“Tutela l’ambiente\, la biodiversità e gli ecosistemi\, anche nell’interesse delle future generazioni ”omissis”…” art.9 comma 3 Cost.) \nIschia rappresenta un patrimonio naturale unico dovuto  alla particolare  dislocazione  geografica e alla sua conformazione geologica di natura vulcanica. \nI siti di grande rilevanza storico-archeologica sono dislocati in un territorio straordinariamente  ricco  di biodiversità. \nPur non essendo Ischia sede di un Parco o di una Riserva Naturale\,  sull’isola sono presenti\, sia a mare che a terra\, delle ampie aree\, protette con l’istituzione dei SIC (Siti d’Importanza Comunitaria sulla base della Direttiva Habitat ) della Rete Natura 2000. \nIn dettaglio\, essi sono: \n\nSite_ zcs Vivara Ischia Fondali_ IT8030010\nSite_ sic Rupi Costiere Ischia_ IT8030026\nSite_ zcs Corpo Centrale Ischia_ IT8030005*\n\n*all’interno è segnalato la presenza di un geosito divulgabile (fonte ISPRA     Ambiente). \n\nSite_ zcs Pinete Ischia_ IT8030022\nSite_ sic St.ne Cyperus Polystachyius Ischia_ IT8030034\n\n  \nEssendo quindi  territorio straordinariamente  ricco  di biodiversità\, la protezione  si  persegue con l’obiettivo  di interconnettere  a  rete  i  siti  di  rilevante  importanza  ambientale  e culturale con  la creazione  di  corridoi  ecologici/ itinerari di  tutela. \nLa connessione tra tali siti è vitale\,  per  rendere  efficace  l’azione di conservazione della biodiversità (PARCO) e dei luoghi storici (ECO) \, tanto da far valutare la necessità realizzativa sull’isola di un  ECOPARCO. \nLe norme europee in materia di siti di importanza ecologica si basano proprio su questo approccio ed il CAI crea  connettività  in  modo  naturale\,  grazie  alla  sua  stessa  presenza  sul  territorio  e  alle  iniziative  che organizza con le sue numerose sezioni e i suoi soci. \nLa  forma  più  elementare  e  allo  stesso tempo fondamentale di connettività è la rete sentieristica  che  il  CAI  cura\,  documenta e frequenta. \nA tal fine indicate diventano le  azioni per la conoscenza delle aree coinvolte\, con la sperimentazione di sistemi innovativi di promozione e valorizzazione dei  territori \nbasati  sulla  divulgazione del  valore  della  biodiversità e  delle funzioni  da  essa svolte\, e sulla realizzazione di progettazioni didattiche (V. PROGETTO INTEGRATO MURETTI A SECCO E TERRAZZAMENTI – PARTE I). \nC – TUELA DEL PAESAGGIO \n(“Tutela il paesaggio..(omissis) della Nazione” art.9 comma 2 Cost.) \nPer quanto detto nei punti precedenti\,  si prefigura un paesaggio come insieme  di luoghi  storici\, di aree di valenza ambientale che consentono il collegamento  dell’aspetto  storico-archeologico dei  siti meglio  conosciuti con  la  valorizzazione  di un  patrimonio naturale unico  e  straordinario. \nIl paesaggio diventa paesaggio culturale arrivando a comprendere sia la realtà\, che la sua progettazione/interpretazione. \nLo  studio  del  paesaggio  avviene con un approccio olistico\, o quantomeno integrato\, in grado di superare l’artificiosa separazione fra le diverse discipline\, basandosi sulla consapevolezza dell’enorme patrimonio costituito da: \n\npaesaggi ambientali\, culturali e storici;\naree protette e siti di particolare importanza ecologica;\nsiti archeologici e il relativo contesto ambientale d’insediamento e sviluppo;\nparchi letterari e/o tematici;\npresidi alimentari e cultura enogastronomica;\npiante officinali e relativa salvaguardia della biodiversità;\nacque termali e minerali;\nforme di agricoltura e attività silvopastorale;\nforme di artigianato cresciuto sulle risorse naturali;\naree e borghi abbandonati;\naree con particolari dialetti e tradizioni;\nzone dove sia in corso un progetto di recupero e valorizzazione;\nluoghi e ambienti a rischio di estinzione:\n\n–a causa di insostenibili manomissioni speculative\, progettate o in corso d’opera; \n— a causa di insostenibili manomissioni dolose\, con incendi\, azioni di dissesto          idrogeologico\, discariche\, e abusi di ogni genere; \n—  per fenomeni naturali\, come quelli di tipo tellurico. \nIMPLICAZIONI METODOLOGICHE DEL PROGETTO \n–     Le implicazioni metodologiche di tale strategia sono allineate con  tutte le azioni previste a difesa dell’ambiente:  \n       emissioni ZERO di gas serra\, risparmio energetico\, uso di fonti energetiche rinnovabili \, rifiuti ZERO\, \n      per la lotta ai cambiamenti climatici. \nCiò in virtù anche della recente modifica dell’art. 41 della Costituzione a tutela dell’ambiente. \nDi seguito l’articolo 41 con in grassetto le nuove introduzioni: \n\nL’iniziativa economica privata è libera.\nNon può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute\, all’ambiente\, alla sicurezza\, alla libertà\, alla dignità umana.\nLa legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.\n\n\n Come ricaduta degna di attenzione\, va sottolineata quella sull’attività turistica\, che rappresenta la principale occupazione che si è determinata sull’isola\, per il ruolo storico che ha assunto nel tempo\, come luogo ameno per cura e riposo\, oltre che per godere delle sue bellezze naturali. \n\nLa strategia illustrata implica di allargare gli  orizzonti  culturali degli operatori del settore\, con la conoscenza delle valenze naturalistico-ambientali\, delle  emergenze  storico-antropologiche\,  delle  forme  di  gestione  e  di  pubblica  fruizione dei Luoghi\, attuali “non luoghi” nella maggior parte delle proposte dei “pacchetti turistici”. \nNell’ottica dello sviluppo del turismo sostenibile di alta qualità e della valorizzazione degli itinerari culturali\, si crea la possibilità di correlare la presenza degli antichi insediamenti alle risorse attuali dei diversi territori\, come potrebbe essere per le aziende agricole a Punta Chiarito\, sito del ritrovamento dell’Antica Fattoria Greca\, i cui reperti sono stati trasferiti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli\, e “Luogo” di antichi insediamenti rurali\, ancora da porre alla luce\, se non inglobati in presenti strutture agricole. Altro esempio è rappresentato dal sentiero dell’Allume: da Crateca alle “caulare “ di Casamicciola\, presso la collina La Pera. \nRISULTATO \nScopo della strategia è arrivare tramite il Progetto Integrato Muretti A Secco e Terrazzamenti a realizzare itinerari storici\, di tutela\, culturali\, della rinnovata rete sentieristica\, struttura portante del complesso di opere e manufatti delle secolari attività agricole\, riportate alla loro visibilità storica. \n TEMPI DI ATTUAZIONE (da definire ) \n PARTNER DI ATTUAZIONE (da definire – “GENIUS LOCI” ?1?) \n  \nISCHIA\, 21/03/2022 \n  \nALLEGATI PROGETTO MASTIP \nPARTE I \n\nBando Regione Campania – Restauro e valorizzazione del patrimonio architettonico e paesaggistico rurale (PNRR: M1C3 – Misura 2) – 1;\nBando Reg. Campania Art.2 – Tipologie di patrimonio culturale rurale oggetto d’intervento (contenimento terrazzamenti; muretti a secco)- 2;\nBando Reg. Campania / Scheda (da Guida al PNRR IlSole 24 ORE) –3;\nBando Reg. Campania / Articolo di stampa (dal Quotidiano del Sud 20 aprile 2022) –4;\nAvviso Pubblico MITE – Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extra urbano (PNRR: Investimento 3.1 – Misura 2– Componente 4- – Missione 2 M2C4) – 5;\nAvviso Pubblico MITE / Articolo di stampa (dal Quotidiano del Sud 15 aprile 2022) –6;\nIsole verdi (PNRR: Investimento 3.1 – Misura 3 –Componente 1 – Missione 2 – M2C1.3) – 7;\n\n  \nPARTE II \n\n 5 Schede e N.5 Mappe dei SIC a terra e a mare di Ischia (dal sito del MITE: https://www.mite.gov.it/pagina/sic-zsc-e-zps-italia)- Allegati da 8 a 17 ;\n 1 Scheda e N.1 Mappa Geosito (divulgabile) a Ischia (dal sito ISPRA – Inventario nazionale dei geositi: http://sgi.isprambiente.it/GeositiWeb/default.aspx?ReturnUrl=%2fGeositiWeb%2fricerca_geositi.aspx) – Allegati 18 e 19;\nEsempio della nostra tradizione di muretti a secco nell’antica Neapolis\, con resti di mura greche in piazza Bellini a Napoli – Allegati 20 e 21;\nPannello degli anni settanta su siti e musei archeologici di Ischia\, a cura di MIBAC e regione Campania\, con descrizione e cartografia – Allegato 22.\n\n  \n -APPENDICE- \n Al di fuori del progetto MASTIP\, si allega inoltre\, come appendice (All. APP. A)\, una proposta formulata\, a nome del sottoscritto\, per conto del CAI  Sezione Napoli – s/s Ischia Procida\, per l’acquisizione dell’Isola di Vivara\, Riserva Naturale dello Stato\, istituita nel 2002 (G.U. n.225del 25/09/2002)\, inserita nella rete Natura 2000\, come ZCS/SIC e ZPS (Direttiva Habitat e Direttiva Uccelli) sia a terra che a mare\, indirizzata alle Associazioni Ambientaliste\, alle Aree Protette\, agli Enti Pubblici ed Istituti di Ricerca\, che possano maggiormente prendere in considerazione la richiesta presentata per sbloccare la situazione di stallo in cui permane l’area.  \n 
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SUMMARY:Mastip - Progetto Integrato Muretti A Secco E Terrazzamenti Parte I
DESCRIPTION:  \n \nProposta di Benedetto Manna – Socio CAI Napoli S/Sezione Ischia Procida \n  \n Progetto Integrato Terrazzamenti Muri a Secco  \n(Come BOZZA aperta ai contributi e ampliamenti di coloro che fanno parte dell’Associazione e di tutti coloro che sono interessati alla Rinascita di Ischia) \ndenominato con l’acronimo: MASTIP \n  \n– PARTE I – \nPremessa: \nSull’isola di Ischia è ormai da molto tempo che il territorio nel suo complesso non rispecchia più una conformazione originaria e omogenea per l’assetto geomorfologico e la tenuta dei territori\, venendo così a cadere la funzione di equilibrio dei loro ecosistemi. \nPertanto si è in presenza di un degrado progressivo che\, compromettendo la stessa stabilità dei territori e dei luoghi abitati\, minacciandone soprattutto la sicurezza\, rende sempre più impraticabili l’utilizzo\, l’accesso\, la fruizione degli habitat\, che fecero denominare Ischia Isola Verde\, non solo per le sue peculiarità ambientali\, ma perché anche luogo dove percorrere storie\, tradizioni\, culture di terra e di mare legate proprio alle unicità delle sue risorse naturali. \nIl progetto\, a guisa di quanto avvenuto in altre realtà\, come nelle 5 Terre\, nell’isola di Capri\, in Costiera Amalfitana\, mira a creare un primo tentativo di ricostruzione territoriale\, partendo dal ripristino dei muretti a secco a servizio di abbandonati terrazzamenti\, che si ritrovano percorrendo antichi sentieri dell’isola. \nFINALITA’ E DESCRIZIONE DEL PROGETTO (ATTIVITA’) \nFar emergere una consapevolezza della problematica territoriale\, tramite \n– un’attività di recupero dei muretti a secco per il contenimento dei terrazzamenti su   versanti molto ripidi\, e per la loro funzione di serbatoio e filtro per le acque piovane che scendono a valle; \n–una prima attività di formazione e divulgazione\, con coinvolgimento delle classi di ogni ordine e grado\, ai fini di approfondire le particolari dinamiche territoriali di Ischia\, conoscendone la struttura\, e di apprendere tecniche di manutenzione naturalistica. \n– a seguire una seconda attività di formazione e divulgazione per conoscere la storia della cultura contadina dell’isola\, che ha nobilitato i luoghi con paesaggi di vigneti\, oliveti e limoneti\, in corrispondenza di caratteristici agglomerati rurali cinti da  terrazzamenti\, per apprenderne le vocazioni di coltivatori fin dai tempi antichi (GENIUS LOCI) e comprenderne le specifiche tecniche agrarie di lavorazione. \n– recupero della memoria storica\, attraverso la ricerca di testimonianze di vita passata\, per ritrovare il senso perduto di manufatti\, strutture ricavate nel tufo\, cantine\, in un reticolo di rapidi sentieri e mulattiere tra terra e mare. \n– corsi di formazione sulle tecniche di costruzione dei muri a secco. \nRicostruire una carta aggiornata dei possibili percorsi d’attivare in sicurezza\, come rete di collegamenti riscoperti\, in virtù di una rivisitazione di vecchi terrazzamenti\, nuovamente delimitati e sorretti da muretti a secco nelle zone particolarmente scoscese. \nFar nascere una nuova sensibilizzazione nell’opinione pubblica\, non solo locale\, ma anche italiana e straniera\, verso una rinnovata visione del territorio\, che riproduca l’incanto e la magnificenza dei luoghi da vivere tutto l’anno per la loro amenità ed unicità\, come lo fu nel passato. \nFarsi portavoce presso le amministrazioni locali di tali iniziative\, ai fini di attrarre finanziamenti europei con progetti ad hoc con il PNRR (Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza) e/o con i fondi previsti per il Sud1). \nDelineare un modello integrato “muretti a secco terrazzamenti”\, anche di tipo informatico\, con particolare riguardo alla: \n– diversificazione colturale e agricoltura sostenibile (biologica); \n– installazione di sistemi di monitoraggio con stazioni di rilevamento di       informazioni meteorologiche e geofisiche in collegamento con Osservatorio della Sentinella\, ai fini non solo di rendere i muri più stabili e resistenti alle precipitazioni\, ma anche per prevenire eventi atmosferici e sismici con frane e movimenti tellurici; \n– formazione di ecosistemi per la biodiversità della fauna e flora spontanea\, e di umidità drenata dai muretti al terreno\, essenziale nei periodi di siccità; \n– mappatura manufatti\, depositi\, ripari\, cantine; \n– rete di antiche mulattiere e sentieri posti in cima (Mer ‘e copp) e lungo la costa (Mer ‘e vasc) \nMETODI – STRUMENTI- OBIETTIVI \nAggregazione di più soggetti interni ed anche esterni al CAI\, con più competenze: geologiche\, agrarie\, meteorologiche\, edili\, didattiche\, naturalistiche\, botaniche\, escursionistiche\, storiche\, cartografiche\, informatiche\, legali\, economiche; \ncome anche di soggetti volontari iscritti e non al CAI\, interessati a partecipare alle iniziative individuate nel progetto\, per la costituzione della Fondazione “GENIUS LOCI”. \nAttivazione di “GENIUS LOCI” per le misure del progetto da finanziare tramite partecipazione a Bando Europeo e/o con PNRR2)\, con coinvolgimento delle Istituzioni ed Enti locali interessati e di eventuali sponsor. \nLa Fondazione\, oltre alle forme di finanziamento citate\, può considerare di ricorrere anche ai fondi europei previsti per la gestione dei SIC (Siti di Importanza Comunitaria) e dei Contratti di Falda\, dal momento che in alcune aree dell’isola siamo in presenza di tali caratteristiche territoriali. \nIn subordine gli obiettivi specifici riguardano: \n\nRipristino dei muretti a secco e relativi terrazzamenti\nMappatura manufatti\, ripari\, riposi\, cantine\, anche tramite ricerche catastali\nContatti con proprietari per possibili contratti anche di comodato d’uso\nRecupero delle antiche mulattiere\, sentieri\nCartografia con percorsi interconnessi tra i vari terrazzamenti\nRealizzazione di modello informatico di interfaccia per sistema muretti a secco e terrazzamenti\nLotta al cambiamento climatico\nLotta al dissesto idrogeologico\nSviluppo dell’occupazione\, con ripopolamento dei luoghi da parte delle nuove generazioni\, compresi disoccupati e migranti sull’isola\, prevedendo corsi di formazione sulle tecniche di costruzione dei muri a secco\nRecupero degli antichi mestieri dei maestri murattieri\nAttività formative per la crescita culturale e sociale\nCostituzione di aziende agricole locali\nIstituzione di una scuola tecnica con indirizzo di agraria\, ambiente e territorio e sviluppo rurale. I FASE\nIstituzione di una Facoltà di Agraria presso l’Antica Reggia\, oggi Stabilimento Balneo Termale Militare un po’ démodé. II FASE\nIstituzione di ECO PARCO\, con inclusione delle aree archeologiche\, testimonianza di precedenti attività agricole svolte sui crinali dell’isola\, con ritrovamenti di insediamenti di antiche fattorie.\nIstituzione di Museo Diffuso\, là dove si possono conservare realtà di una antica tradizione culturale e popolare.\n\nCONCLUSIONE \nLa realizzazione del progetto sarà replicabile in altri contesti dove la tradizione dei muretti a secco è radicata. \nLe ricadute delle iniziative del progetto\, oltre ad instaurare l’esercizio di \n” buone pratiche” e a compiere il recupero di una propria identità culturale\, come Genius Loci\, contribuiranno a fornire le condizioni per una nuova economia “Green – Isola Verde”3)\, basata sul rispetto degli ecosistemi di terra e di mare\, a vantaggio di una maggiore occupazione locale in vista delle aspettative più ampie di interessi\, svago\, natura e cultura che l’isola riesce ad offrire ai suoi ospiti nei diversi periodi dell’anno. \n  \nISCHIA\, 17/12/2021 \n  \nNOTE \n1)- 2): Si porta a conoscenza che\, in relazione al progetto MASTIP\, ad oggi 2 Giugno 2022 sono stati        pubblicati i seguenti BANDI e AVVISI nell’ambito del PNRR (V. Allegati al progetto Parte I): \n\nA) – BANDO PUBBLICO PER LA PRESENTAZIONE DI PROPOSTE DI INTERVENTO PER IL RSTAURO E LA VALORIZZAZIIONE DEL PATRIMONIO ARCHITETTONICO E PAESAGGISTICO RURALE\n\nREGIONE CAMPANIA  – PNRR  \n Missione 1 – Digitalizzazione\, innovazione\, competitività e cultura;  \n Componente 3-Turismo e Cultura 4.0 (M1C3);  \n Misura 2 ”Rigenerazione di piccoli siti culturali\, patrimonio culturale\, religioso e rurale”;  \nInvestimento2.2:”Protezione e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio    rurale”. \n    B) – AVVISO PUBBLICO PER LA PRESENTAZIONE DI PROPOSTE DI INTERVENTO DI FORESTAZIONE URBANA\, PERIURBANA ED EXTRAURBANA NELLE CITTÀ METROPOLITANE \nMINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA – PNRR \nMissione 2 –  Rivoluzione verde e transizione ecologica; \nComponente 4 –  Tutela del territorio e delle risorse idriche (M2C4);  \nMISURA 2 “Prevenire e contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio”; \nINVESTIMENTO 3.1: “TUTELA E VALORIZZAZIONE DEL VERDE URBANO ED EXTRAURBANO”. \n 3): Come ISOLA VERDE si segnala nell’ambito del PNRR (V. Allegati al progetto Parte I) : \nMissione 2 –  Rivoluzione verde e transizione ecologica; \nComponente 1 – Agricoltura sostenibile ed economia circolare (M2C1); \nMISURA 3 ”Sviluppare progetti integrati”; \nINVESTIMENTO 3.1: “ISOLE VERDI”.  \n  \n  \n  \n  \n 
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SUMMARY:La Deriva Turistica dell’Escursionismo
DESCRIPTION:    \n2° CORSO PER OPERATORE REGIONALE TUTELA AMBIENTE MONTANO \n  \n“LA DERIVA TURISTICA DELL’ESCURSIONISMO”  \nUn rischio per l’ambiente montano. Un rischio per la sicurezza della persona. \n  \nCandidato \nFrancesco Coppola \n  \nNel corso degli ultimi anni\, forse anche a causa delle limitazioni dovute al Covid-19 degli ultimi due anni\, migliaia di persone hanno “scoperto” una nuova pratica: l’escursionismo. \nQuesta tendenza è stata causata dalla necessità di distanziamento sociale e dalla voglia di frequentare luoghi poco affollati all’aperto. Si è coniugato il fascino di raggiungere una meta più o meno simbolica camminando a piedi\, al fare nuovi incontri\, condividere esperienze. \nIn base a quanto riportato da un articolo del IlSole24Ore del gennaio 2021\, nell’estate del 2020 degli oltre 27 milioni di italiani che sono andati in vacanza\, i camminatori hanno rappresentato il 39% dei vacanzieri connazionali. Nei mesi tra luglio e settembre\, l’obiettivo di “praticare sport” (32%) ha assunto la stessa forza motivazionale di quella che in passato era la fruizione del patrimonio culturale. \nCome ha riportato l’Agenzia France Presse\, Decathlon\, gruppo specializzato in articoli sportivi\, nel 2020 ha registrato un incremento del 15% nelle vendite di scarponi da trekking rispetto al 2019. Non solo\, il distributore sta notando una vera propria mania nella ricerca dell’abbigliamento da montagna\, oltre che per sacchi a pelo\, materassini e tutto l’equipaggiamento per vivere una vacanza nella natura. \nAnche l’offerta dei tour operator ha cavalcato questa nuova onda turistica cominciando ad offrire pacchetti che prevedono anche escursioni\, riscuotendo un notevole successo. \nTuttavia questa nuova tendenza turistica ha comportato e sta comportando non poche problematiche\, sia per l’ambiente montano sia per la sicurezza di chi pratica tali attività. \nFare una escursione in ambiente montano non è come fare una gita turistica e culturale in città\, o come passare una giornata al mare. L’ambiente montano è un ambiente con equilibri delicati\, un ambiente fragile\, che conserva le proprie caratteristiche di bellezza ed unicità proprio perché poco antropizzato. L’impatto di centinaia di persone in un ambiente così delicato comporta numerose problematiche e pericoli per la flora\, la fauna e per il suolo. \nIn genere le persone che praticano escursionismo hanno conoscenza\, consapevolezza e rispetto dell’ambiente che frequentano\, conoscono le difficoltà che una escursione comporta\, sanno che occorre una preparazione fisica adeguata per affrontarla\, hanno conoscenza della segnaletica presente sui sentieri\, si informano preventivamente sul percorso da fare\, sulla difficoltà e lunghezza dello stesso\, sulle condizioni meteo che possono incontrare. Praticare escursionismo comporta fatica\, studio\, preparazione\, pianificazione\, non ultima la capacità di adattamento ad un ambiente a volte anche ostile e difficile. Tutte pratiche che non sono conciliabili con il turismo\, o con un pacchetto turistico. I tour operator hanno come unico obiettivo quello di lucrare dalla loro attività\, in fondo loro offrono un servizio\, è il loro lavoro\, e come qualsiasi buon venditore tendono ad evidenziare solamente il lato positivo dei loro prodotti\, se offrissero pacchetti con escursioni lunghe e faticose non avrebbero molti riscontri. \nSi tralascia\, anche a causa di una non consapevolezza\, quindi di fornire informazione sull’abbigliamento adeguato da avere\, degli eventuali pericoli cui si va incontro\, di come affrontare un sentiero senza una guida preparata\, di come riconoscere la segnaletica presente sui sentieri\, di non lasciare rifiuti di alcun genere\, incluse le bucce di frutta\, lungo il percorso\, di non disturbare la fauna e l’avifauna\, di non raccogliere fiori o altre specie vegetali\, di non abbandonare il sentiero per fare una bella foto o per tentare delle improvvide esplorazioni. \nIl turista non conosce la differenza che lo distingue dall’escursionista e pretende di trovare in montagna gli stessi agi e comodità che trova in una qualsiasi città. Ma soprattutto non ama camminare a lungo\, soprattutto in zone esposte al sole e spesso o quasi sempre non ha un abbigliamento adatto\, a partire dalle scarpe. \nOffrire un pacchetto turistico/escursionistico deve per forza avere delle connotazioni di comodità e accessibilità a chiunque\, si prediligono quindi poche località\, in genere facilmente accessibili con l’auto\, dove ci sia la presenza di strutture ricettive adeguate in grado di offrire servizi di ristoro e accoglienza. \nSi finisce\, quindi\, per concentrare le offerte in poche zone\, ed in ristrette e delicate località\, molto belle da un punto di vista naturalistico o paesaggistico. Pensiamo all’ormai famosissimo Lago di Braies\, che grazie ad una serie televisiva è diventato meta di centinaia di migliaia di turisti ogni anno\, ignari del fatto che esistono altri laghi forse ancora più belli\, ma molto meno famosi. \nPer trovare altri casi del genere\, non occorre andare tanto lontano\, e restando in Campania possiamo prendere ad esempio il caso del Sentiero degli dei\, o della Valle delle Ferriere\, o ancora della Baia di Ieranto nel Parco Regionale dei Monti Lattari. Luoghi diventati ormai famosissimi e “di moda” anche grazie ai social network\, soprattutto per gli spettacolari panorami di cui si può godere. Ma tanti altri ancora ce ne sono in Campania. \nSi procederà alla esposizione di alcuni casi in cui il turismo\, incluso quello escursionistico\, condiziona e genera opere di intervento pubblico ad elevato impatto ambientale. \nCASO 1 IL SENTIERO DEGLI DEI E DEI MONTI LATTARI \nSul Sentiero degli dei si contano circa centomila turisti ogni anno\, nel 2017 secondo i dati della Pro-Loco sono state registrate 135mila presenze nel Comune di Agerola\, punto di partenza del Sentiero. \nQuesta enorme massa di persone che si concentra principalmente nel periodo che va dalla primavera inoltrata a tutta l’estate\, creando inevitabilmente enormi gruppi di persone che camminano lungo un sentiero di montagna\, in un ambiente naturale protetto\, causa non pochi problemi a tutto il fragile ecosistema del Parco. Sui Monti Lattari\, sono presenti circa 850 entità autoctone\, di cui il 5% endemiche. Tra le specie arboree più diffuse troviamo il castagno\, l’ontano napoletano\, il leccio\, il carpino orientale\, il faggio\, l’acero campestre e l’acero napoletano\, l’orniello\, il frassino\, il tiglio\, l’olmo\, il lauro\, il sambuco\, la roverella\, il cerro\, l’olivastro\, il carrubo\, il corbezzolo e l’alaterno. Ma localmente si hanno anche esemplari e stazioni di belulla pendula\, agrifoglio e palma nana. La macchia mediterranea si presenta con tutte le sue specie arbustive tipiche: il mirto\, il lentisco\, il rosmarino\, l’elicriso\, il ginepro fenicio\, il cisto\, l’euforbia arborea\, la ginestra. I prati ed il sottobosco si arricchiscono in primavera dei fiori di ciclamini\, viole\, crochi\, colchici\, narcisi\, anemoni\, campanule\, santoline\, asfodeli\, aglio selvatico\, gigli di S. Giovanni e diverse piccole orchidee. \nNella Valle delle Ferriere si trova la Woodwardia radicans\, una felce arborea risalente al Cenozoico. L’area è una Riserva Statale protetta e negli ultimi anni visto il gran numero di turisti è stato limitato l’accesso con l’introduzione di un biglietto al fine tutelarla. La fauna naturale di un tempo si è di certo molto impoverita\, tra i mustelidi presenti ricordiamo la donnola\, la faina e\, sebbene molto raro\, il tasso. Tra i mammiferi abbiamo la volpe\, il riccio\, la talpa\, il quercino\, l’arvicola comune ed il moscardino; tra i rettili\, il biacco\, il saettone\, la vipera\, il cervone\, la biscia dal collare e poi\, come sauri\, la lucertola campestre\, il geco\, il ramarro e l’orbettino. Tra gli anuri troviamo la rana italica\, la salamandra pezzata ed il rospo. Di grande importanza è la localizzata presenza della salamandrina dagli occhiali anfibio raro ed endemico italiano. Sebbene sia in progressivo degrado\, risulta ancora ricca di specie la locale avifauna\, ed alcune specie sono state reinserite nel corso degli anni\, troviamo alcune specie nidificanti all’interno del bacino del Rio Penise: Allocco\, Balestruccio\, Ballerina bianca\, Ballerina gialla\, Capinera\, Occhiocotto\, Cardellino\, Cincia mora\, Cinciallegra\, Cinciarella\, Civetta\, Codibugnolo\, Corvo imperiale\, Cuculo\, Falco pellegrino\, Florrancino\, Fringuello\, Gheppio\, Ghiandaia\, Lui piccolo\, Merlo\, Passera d’Italia\, Passera mattugia\, Passero solitario\, Pettirosso\, Poiana\, Rampichino\, Scricciolo\, Torcicollo\, Usignolo di fiume\, Usignolo\, Verdone\, Verzellino. \nI Monti Lattari sono già fortemente antropizzati sia dal versante sud lungo tutta la Costiera Amalfitana e la Penisola Sorrentina\, sia dal versante nord lungo tutta la fascia pedemontana che parte da Salerno e arriva fino a Castellammare di Stabia\, e la presenza di molte specie è fortemente a rischio\, se a ciò aggiungiamo la massiccia presenza di turisti che si concentrano in una area montana delicata\, il rischio di disturbo e di danni alle specie presenti aumenta in modo significativo. \nPer far fronte alle difficoltà causate dalla sempre crescente presenza turistica\, dovuta al turismo culturale e soprattutto balneare del versante sud\, a cui si è aggiunta la notevole domanda di turismo escursionistico\, e per venire incontro alle immancabili esigenze dettate dai politici la Regione Campania ha stanziato 100 milioni di euro per la cosiddetta mobilità sostenibile articolando un piano di interventi nelle Costiere Amalfitana e Sorrentina. Da quanto riportato sul sito della Agenzia Campana Mobilità Infrastrutture e Reti (ACaMIR) https://acamir.regione.campania.it/attivita/investimenti/protocollo-costiere-amalfitana-sorrentina/\, un Ente Strumentale della Regione Campania\, istituito con Legge Regionale 3/2002\, sui Monti Lattari sono in progetto e stanno per essere realizzate ben 4 nuove funivie che di seguito si vanno ad elencare: \n\nFunivia tra Sant’Agata sui due Golfi e Sorrento: l’intervento è relativo ad un collegamento sospeso a fune da realizzare fra la località collinare del Comune di Massa Lubrense e la stazione EAV “Sorrento”\, con l’obiettivo di garantire un collegamento tra i due comuni che sia alternativo al servizio su gomma e soprattutto all’uso dell’auto privata. Inoltre\, la realizzazione dell’intervento potrà consentire anche una rimodulazione dei servizi di Trasporto Pubblico Locale attualmente eserciti\, con lo scopo di migliorare l’accessibilità alle varie frazioni dei Comuni\, nonché il collegamento diretto con la linea EAV “Napoli – Sorrento”.\n\n\nFunivia Minori – Torello – Ravello: l’intervento è relativo ad un collegamento sospeso a fune da realizzare fra gli abitati di Minori e Ravello\, con la possibilità di realizzare una fermata intermedia in località Torello\, anch’essa nel Comune di Minori\, con l’obiettivo di garantire un collegamento tra i due Comuni che sia alternativo al servizio su gomma e soprattutto all’uso dell’auto privata. Inoltre\, la realizzazione dell’intervento potrà consentire anche una rimodulazione dei servizi di Trasporto Pubblico Locale attualmente eserciti.\nFunivia Agerola – Pogerola – Amalfi: l’intervento è relativo ad un collegamento sospeso a fune da realizzare fra la Costiera Amalfitana e l’altopiano agerolino\, con l’obiettivo di garantire un collegamento tra i due Comuni che sia alternativo al servizio su gomma e soprattutto all’uso dell’auto privata. Inoltre\, la realizzazione dell’intervento potrà consentire anche una rimodulazione dei servizi di Trasporto Pubblico Locale attualmente eserciti.\nFunivia Angri – Tramonti – Maiori: l’intervento è relativo ad un collegamento sospeso a fune da realizzare tra i comuni di Angri e Maiori\, con fermate intermedie a Corbara e Tramonti\, con l’obiettivo di incrementare l’accessibilità alla Costiera Amalfitana riducendo il numero di vetture private e di autobus che ne impegnano la viabilità. In corrispondenza della stazione di Angri è anche prevista la realizzazione di un parcheggio d’interscambio facilmente raggiungibile dall’autostrada Napoli-Salerno\, nonché dalla stazione ferroviaria sulla linea regionale-metropolitana Napoli-Salerno e dalla SS 268.\n\nAl momento non si conoscono nel dettaglio i vari progetti\, in quanto per alcuni di essi è stato già affidato il lavoro di progettazione\, per altri ancora no. \nC’è da chiedersi in questi casi\, l’impatto che la costruzione di tali opere avranno in un territorio ed un ambiente così delicato. I lavori per costruire i piloni di sostegno\, le colate di cemento per realizzarne la base di sostegno\, le strade che si realizzeranno nei boschi per consentire ai mezzi di poter raggiungere tali luoghi ecc\, quale impatto avranno? \nLe motivazioni che sono alla base di tali nuove opere quali sono? Migliorare la mobilità? Ridurre i tempi di percorrenza? Rendere più facilmente accessibili ai turisti e non le località della Costiera Amalfitana e della Costiera Sorrentina? Non era più semplice e meno impattante migliore e manutenere la rete stradale esistente? Basti pensare alla strada che da Valico di Chiunzi a Ravello è chiusa da anni a causa di una frana\, ed ufficialmente non sarebbe percorribile. Una volta raggiunti i luoghi di arrivo delle varie funivie\, ci saranno poi opportuni collegamenti di trasporto pubblico con altre località? Non sarebbe stato più saggio e meno impattante continuare ad utilizzare e magari potenziare le Vie del Mare che negli ultimi anni hanno avuto un funzionamento a singhiozzo? \nProbabilmente occorreranno anni prima che l’inizio di questi lavori avverrà per davvero\, nel frattempo si sperpereranno soldi pubblici in progettazioni e studi di fattibilità. \nCASO 2 IL MONTE CERVATI \nNon è solo sui Monti Lattari che si concentra l’attenzione del turismo escursionistico di massa in Campania. Nel Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni (di seguito PNCVDA) si possono trovare altrettanti luoghi di incomparabile bellezza naturalistica\, forse ancora più selvaggi ed incontaminati di quelli di cui sia raccontava prima\, che rischiano di essere vittima di progetti realizzati soltanto per rendere accessibili alle masse dei punti che andrebbero invece tutelati. \nUno di essi è il Monte Cervati\, la cui vetta raggiunge i 1898 mt s.l.m. \nIl Comune di Sanza ha firmato il 5 marzo 2022 il contratto che darà il via ai lavori di “sistemazione e messa in sicurezza” della strada che dal paese conduce a poche centinaia di metri dalla cima. \nNella premessa della relazione tecnica del progetto di seguito riportata si possono trovare le motivazioni di tale opera di intervento: \n“Il Comune di Sanza\, nell’ambito dell’attività di pianificazione del territorio comunale\, in relazione al massiccio del Cervati\, la vetta più alta della Campania (quota 1898 m. s.l.m)\, ha sviluppato uno studio per la realizzazione di una serie di progetti integrati per la valorizzazione delle risorse ambientali e naturalistiche del territorio demaniale da fruire in sicurezza\, con la considerazione di poter offrire nuove possibilità di sviluppo. L’area del Cervati si estende per circa 20.000 Ha\, di questi sono nel Comune di Sanza 12.700 Ha\, di cui circa il 70% sono demaniali; il massiccio del Cervati si estende inoltre nei comuni di Monte San Giacomo\, Piaggine\, Sassano e Valle dell’Angelo; coinvolgendo in modo indiretto anche altri paesi contigui\, sia del Vallo di Diano (Buonabitacolo\, Montesano sulla Marcellana\, Teggiano) che del Basso Cilento (Rofrano\, Alfano\, Caselle in Pittari). \nE’ dunque innegabile che il massiccio del Cervati\, area di pregevole interesse naturalistico e di assoluto valore ecologico\, rappresenti il vero valore aggiunto su cui poter imbastire un processo di sviluppo territoriale per l’intero comprensorio del Cilento e Vallo di Diano; da qui l’importanza strategica del monte Cervati di “Grande Attrattore Naturalistico della Campania”. \nRilevato che il comune è dotato di due progetti definitivi che hanno valenza strategica per il miglioramento dell’accessibilità al Monte Cervati; dato atto che entrambi i progetti hanno le stesse finalità atte a garantire il miglioramento e la messa in sicurezza della rete stradale di accesso al grande attrattore naturalistico del Monte Cervati. E’ intenzione dell’Amministrazione Comunale presentare un’unica proposta progettuale\, unificando i due progetti che hanno le medesime finalità e caratteristiche funzionali\, nell’ambito del Piano Operativo Infrastrutture FSC 2014/2020\, della Regione Campania\, finalizzato al miglioramento della rete stradale e ferroviaria favorendo l’accessibilità ai territori e all’Europa superando le strozzature nella rete con particolare riferimento alla mobilità da e verso i nodi\, nonché alla mobilità nelle aree urbane\, nonché a provvedere alla messa in sicurezza del patrimonio infrastrutturale per una mobilità sicura e sostenibile\, ha pubblicato l’ avviso pubblico…” \nQuindi\, per i progettisti incaricati dal Comune di Sanza\, la motivazione in premessa\, che giustifica la costruzione di una strada che conduce in cima ad una montagna è proprio il suo l’assoluto valore ecologico”. In pratica io possiedo un luogo bellissimo ed incontaminato\, non posso tenermelo solo per me e tutelarlo\, preservarlo\, costruisco invece una strada\, che comporterà il passaggio per mesi di mezzi meccanici\, camion ecc\, per poter consentire a centinaia\, migliaia di persone di poterci venire comodamente in macchina a vederlo. Eh si\, se non è filantropia questa\, non so cosa possa esserlo. \nSuccessivamente si elencano altri due aspetti che rendono necessari i lavori: \n“L’esistente percorso stradale “Monte Cervati” è collocato a nord-ovest del territorio comunale di Sanza\, si estende per una lunghezza di km. 16\,80… …Ricade in Zona agricola E1 del vigente P.R.G. Comunale\, ed è compreso nella perimetrazione del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano\, nella perimetrazione della zona SIC “IT8050024” denominazione: “Monte Cervati\, Centaurino e Montagne di Laurino” e nelle Zone di Protezione Speciali n°27 della Regione Campania ovvero Z.P.S. “IT8050046” denominazione: “Monte Cervati e Dintorni”; nonché nella perimetrazione del vincolo Idrogeologico. Si mette in evidenza che la sede stradale\, occupando un lungo tratto\, è interessata in alcuni punti dalla perimetrazione dell’Autorità di Bacino Campania per quanto concerne la pericolosità e rischio frane. \nIl percorso dell’attuale strada\, per gran parte sterrata\, è situato nell’ambito del comune di Sanza (Sa)\, che dall’imbocco della strada Provinciale tra Sanza e Rofrano “località Girone” (quota 800 m. \ns.l.m. circa) raggiunge\, attraverso una strada tortuosa che serpeggia le montagne e si inerpica per l’altopiano\, le cime del Monte Cervati: in prossimità del Santuario di Maria S.S. della Neve (quota 1855 m. s.l.m. circa). \nPrima di descrivere le opere che si intendono effettuare sembra opportuno\, per meglio chiarire l’utilità se non la necessità dell’intervento previsto in progetto\, soffermarsi sull’importanza religiosa\, naturalistico-ambientale e anche economica che questi luoghi rivestono. \nOccorre ricordare che in prossimità della vetta del Monte Cervati\, sorge maestosa nella sua pur semplice struttura la cappella della Madonna della Neve\, dichiarato Santuario Mariano\, richiamo di pellegrini che giungono da svariati luoghi\, nonostante le pessime condizioni dell’attuale strada e soprattutto nonostante i potenziali pericoli idrogeologici a cui l’area è interessata. \nAl valore religioso\, sicuramente secolare\, si è in quest’ultimo decennio indiscutibilmente legato quello naturalistico\, con il conseguente maggiore apporto di fruitori della montagna. Non dimentichiamo\, infatti\, che il Monte Cervati rappresenta il cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano\, con i suoi paesaggi semplici e affascinanti (Inghiottitoio\, neviera\, sorgente del Bussento\, abete bianco\, aquila reale\, etc). \nAlla motivazione illustrata in premessa\, se ne aggiungono altre due che intendono rafforzare e sottolineare la urgente necessità di migliorare e mettere in sicurezza\, spendendo circa 4 milioni di Euro\, la strada che conduce in cima alla “Vetta della Campania”\, e cioè renderla comodamente percorribile ai fedeli\, e per far ammirare l’abete bianco e l’aquila reale ai turisti\, magari senza neanche scendere dalla macchina. \nAnche in questo caso dubbi (molti) sulla reale utilità della strada e sulla considerazione superficiale dell’impatto ambientale che i lavori e il successivo flusso di auto che seguiranno avrà sul delicato ecosistema presente sul Massiccio del Cervati. Anche qui\, in fondo si tratta di una strada che avrà una sua utilità limitata nel corso dell’anno\, in quanto nel periodo invernale non sarà utilizzabile a causa della neve. Molto fondato il sospetto che la strada non sia altro che un preludio\, come indicato nella premessa riportata\, alla realizzazione di altre opere per consentire un maggiore confort ai turisti ed offrire un meritato ristoro dopo una faticosa salita in auto. Di recente è già stato approvato un progetto per la realizzazione di un rifugio in località Vallivona\, proprio lungo la strada oggetto dell’intervento\, tra l’altro finanziato quasi completamente con fondi del PNCVDA. Il Parco sembra quindi favorire tale tipo di interventi anziché valutarne il reale impatto ambientale. \nCASO 3 – IL FIORIRE DI NUOVE ASSOCIAZIONI ESCURSIONISTICHE E DI NUMEROSE GUIDE ESCURSIONISTICHE\, LA MANCANZA DI CONOSCENZA DELL’AMBIENTE MONTANO DELLE NUOVE LEVE DELL’ASSOCIAZIONISMO ESCURSIONISTICO \nI tour operator non sono stati gli unici a cavalcare la moda dell’escursionismo. Sono spuntate come funghi tantissime nuove associazioni che si dedicano al trekking. Molto spesso nate per volontà di una o più persone che\, organizzando escursioni guidate\, reclutano nuovi soci. La causa alla base di questo fenomeno è sempre la stessa\, lo scopo di lucro da parte dei promotori. L’associazionismo di per se è un movimento che non ha lo scopo di lucro come principio cardine\, tuttavia queste nuove leve dell’associazionismo escursionistico\, spesso promosso da persone che hanno una minima conoscenza dell’ambiente montano e pessima delle regole basilari dell’escursionismo\, chiedono un contributo associativo a coloro che partecipano alle loro escursioni. Molti di essi non hanno mai creato\, se non sui social\, una associazione vera e propria\, ma semplicemente cercano proseliti cui propinare 4 o 5 itinerari\, sempre gli stessi\, su percorsi suggestivi\, magari in orari diversi del giorno aggiungendo una accattivante caratteristica\, ad esempio “il sentiero degli dei al tramonto”\, per dare un tocco di novità e di originalità. Ancora più grave è il fenomeno di guide improvvisate che senza alcun titolo e preparazione si cimentano a guidare piccoli gruppi lungo i sentieri\, anche loro concentrando l’attività nei luoghi più famosi e appetibili. Sui Monti Lattari operano parecchie figure del genere causando spesso non pochi problemi ai loro stessi partecipanti. Sul famoso Sentiero degli dei gli interventi del soccorso alpino sono frequentissimi\, negli ultimi mesi ci sono state richieste di soccorso in ogni fine settimana. Le cause sono principalmente legate alla scarsa conoscenza e attenzione delle “guide” alle basilari norme di sicurezza in montagna. Cadute causate da scarpe non adeguate\, malori dovuti alla scarsa preparazione fisica dei partecipanti. \nQuesto fenomeno non è\, ovviamente\, circoscritto solo alla Campania. Dai dati pubblicati dal CNSAS\, nel 2020 si è registrato il più alto numero di interventi di soccorso nella storia del Corpo. In totale sono state compiute 10279 missioni\, di cui 7658 in terreno impervio\, con l’impiego di 43247 soccorritori: \n\nIl 46\,9% degli incidenti è stato causato da una caduta o scivolata;\nil 28\,4% da incapacità;\nl’11\,8% da malore.\n\nAlcune di queste realtà associazionistiche si cimentano anche in altri tipi di attività legate all’escursionismo\, come ad esempio fare manutenzione della segnaletica sui sentieri. Purtroppo anche in questo caso\, la non conoscenza delle regole basilari da seguire per effettuare questo tipo di attività si traduce in veri e propri scempi dell’ambiente montano\, di seguito alcuni esempi di manutenzione sui Monti alburni effettuati da una associazione dedita all’escursionismo con sede a Sant’Angelo a Fasanella (SA) \n \n \n \nQueste foto sono facilmente reperibili sulla pagina Facebook della associazione\, e quest’ultima è particolarmente significativa della incoscienza e mancanza di preparazione con cui vengono effettuate le operazioni di manutenzione dei sentieri da parte di persone improvvisate e senza alcuna preparazione in merito e diventano un motivo di vanto\, una opera da ostentare. \nMa non sono solo le nuove associazioni a compiere degli errori facendo manutenzione\, a volte anche chi dovrebbe conoscerle certe regole finisce per non seguirle. È il caso del CAI\, sempre nel Cilento\, che nella apposizione della segnaletica lungo il tratto di competenza del Sentiero Italia\, ha inchiodato i segnavia sui faggi. \n \n \nLa prima foto è stata scattata lungo il tratto del Sentiero Italia che sale al Rifugio Cervati\, mentre la seconda lungo il tratto che porta in vetta sul Monte Panormo. \nMa i segnavia del Sentiero Italia non sono stati gli unici ad essere stati inchiodati sugli alberi da parte di alcuni volontari del CAI\, o da loro incaricati\, anche lungo il sentiero che porta al Monte Gelbison è possibile incontrare della segnaletica apposta in modo non corretto. \n \nCi sono poi delle realtà associative che hanno creato dei cammini\, e si sono occupate della relativa segnaletica\, il caso preso ad esempio è quello del Cammino di San Nilo nel PNCVDA. \n \nPeggio ancora ci sono le associazioni “escursionistiche” che devo testimoniare il loro arrivo in vetta in maniera indelebile. \n \nil caso eclatante di Somma Trekking\, i cui componenti hanno così pensato di testimoniare il loro arrivo al Rifugio Franchetti\, sul Gran Sasso. \nQuesta\, più di ogni altra immagine o vicenda\, rende chiaro quale sia l’approccio inconsapevole che molti nuovi “escursionisti” hanno con l’ambiente montano. Non una esperienza da vivere a contatto con la natura\, non godersi il silenzio di un bosco\, lo scorrere di un fiume\, ma piuttosto una esperienza da ostentare pubblicamente. \nCONCLUSIONI \nQuanto riportato nei casi precedenti è solo una minima parte delle problematiche che si presentano oggi in tutta Italia\, e che sono dovute alla deriva turistica che sta prendendo l’escursionismo. \nIl CAI nell’art 1 del proprio statuto stabilisce di essere una “…libera associazione nazionale\, ha per scopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione\, la conoscenza e lo studio delle montagne\, specialmente di quelle italiane\, e la difesa del loro ambiente naturale.” Scopo principale del nostro sodalizio è\, dunque\, la difesa dell’ambiente naturale montano attraverso lo studio e la conoscenza delle montagne. E oggi deve esserlo non solo frequentandolo\, non solo proteggendolo dalla costruzione di parchi eolici\, fotovoltaici\, nuove piste da sci\, nuovi elettrodotti\, ma deve esserlo anche in relazione alle problematiche causate da una non corretta frequentazione da parte di soggetti esterni al CAI. \nNel 1984 il CAI costituisce la Commissione Centrale per la Tutela dell’Ambiente Montano (CCTAM)\, scopo della neonata Commissione è la tutela dell’ambiente montano e sviluppare un’adeguata cultura della montagna. La CCTAM è’ stata l’evoluzione dalla precedente Commissione Protezione della Natura Alpina (CCPNA)\, con la quale\, nel 1968\, il CAI\, iniziò a rivolgersi ai soci con la richiesta di “collaborare attivamente a tutte le opere intese a conservare ed a difendere la natura alpina. Ed è questa la strada da seguire\, il CAI attraverso la CCTAM deve interfacciarsi con le altre realtà per cercare di risolvere queste problematiche\, forse occorrerebbe dare un “potere” o meglio delle ulteriori competenze e capacità di azione alla Commissione\, e snellire così la procedura attuale che riduce l’operato della Commissione a semplice intervento di individuazione e segnalazione delle criticità. \nA mio avviso anche il CAI ha intrapreso la strada del compromesso con i propri ideali statutari pur di reclutare quanti più iscritti possibili. Basti pensare alla posizione molto blanda nei confronti delle problematiche legate alla caccia\, oppure ad alcuni progetti con connotazioni prettamente turistiche con il progetto MEDIMONT PARKS. Quest’ultimo è un “progetto strategico del CAI-CCTAM mirato alla più approfondita conoscenza e valorizzazione delle aree protette montane del Mediterraneo\, vuole essere una prima proposta per un’iniziale approccio conoscitivo – attraverso agevoli escursioni mirate – delle prerogative di alcuni parchi\, comprendenti montagne di altitudine talora elevata e distanti poche decine di km dalla costa. Dall’Andalusia a Cipro – istituite in tempi e con modalità differenti– sono infatti presenti numerose aree protette\, sulle quali soltanto in anni recenti si è concentrato l’interesse e l’attenzione di vari Enti\, governativi e non. Eppure le “montagne mediterranee” posseggono un eccezionale “capitale di biodiversità”\, ancorchè non adeguatamente riconosciuto nel suo reale valore.” Il progetto elenca 11 percorsi escursionistici tutti molto brevi\, dalle caratteristiche prettamente turistiche. Tra i percorsi proposti vi è uno che ricade nel PNCVDA\, “da Madonna della Neve al Monte Cervati”. Il percorso proposto inizia proprio nel punto in cui terminerà la strada che è stata esposta nel CASO 2. \nPer stemperare tutte queste problematiche occorrono delle azioni dirette e decise da parte del CAI\, al fine di sensibilizzare una corretta e consapevole frequentazione dell’ambiente montano\, a partire dal corretto comportamento da tenere durante le escursioni\, alla conoscenza della segnaletica che si incontra\, alla sensibilizzazione verso le tematiche ambientali e tutte quelle azioni antropiche che minacciano un ambiente così delicato come la montagna. \nOttima l’iniziativa\, ad esempio\, delle indicazioni che sono state inserite negli opuscoletti distribuiti recentemente con il Corriere della Sera\, dove accanto a degli itinerari consigliati\, sono presenti degli ottimi consigli su come approcciare l’escursionismo\, dalla preparazione fisica alla corretta alimentazione per affrontare una escursione\, al corretto equipaggiamento da avere\, alla scelta dell’abbigliamento\, ed infine\, nozioni sulla segnaletica. \nOccorrono altre iniziative simili\, alcune magari dirette al mondo della scuola per sensibilizzare le future generazioni ai temi della tutela dell’ambiente montano e alla sua frequentazione consapevole. \nTuttavia quello che il CAI dovrebbe fare\, sarebbe quello di intraprendere una azione decisa e coordinare le varie attività associative che spesso non sono opportunamente preparate\, e soprattutto non sono coordinate. \nPrendo ad esempio ciò che posso vedere nel luogo in cui abito\, il Cilento\, in cui operano molte associazioni escursionistiche. Se da un lato alcune sono molto preparate\, svolgono azioni mirate e consapevoli di tutela dell’ambiente montano\, si occupano di manutenere sentieri\, educano i propri associati ed i nuovi iscritti al rispetto e alla frequentazione consapevole della montagna. Dall’altro lato ne esistono tantissime altre che puntano solamente a far crescere il numero di iscritti\, e che a volte svolgono in maniera sbagliata interventi di manutenzione dei sentieri\, come illustrato nel CASO 3. Nonostante il PNCVDA abbia sottoscritto dei protocolli di intesa con il CAI e successivamente con la FIE per la manutenzione dei sentieri\, allo stato attuale moltissimi dei sentieri presenti sulla Carta dei Sentieri del Parco non sono percorribili\, e su molti di essi la segnaletica è praticamente assente. Il CAI Salerno dovrebbe essere la sezione competente per territorio coadiuvata dalla Sottosezione di Montano Antilia\, tuttavia la provincia di Salerno è un territorio vastissimo\, che non comprende solo il Cilento\, e risulta difficile per una singola sezione e per i pochi volontari presenti in essa (come in tutte le realtà associative\, i soci “operativi” sono sempre numericamente esigui) occuparsene. La Sottosezione di Montano Antilia pare abbia altri interessi\, e in ogni caso la sua opera di manutenzione si concentra in una zona alquanto limitata\, e ha spostato l’azione del suo intervento verso il Monte Cervati\, e verso gli uffici del Parco dove la presenza del reggente è stata per lungo tempo quasi costante\, pur non avendo lui ricevuto alcun incarico al riguardo dalla Sezione di appartenenza. In ogni caso\, le poche cose fatte sono anche state fatte male\, come visto nel CASO 3 sulla segnaletica presente lungo il Sentiero Italia e sul Sentiero verso il Monte Gelbison. Se poi a questo aggiungiamo l’assordante silenzio della Sottosezione per le questioni legate alla strada di cui al CASO 2\, è facile rendersi conto che la Sottosezione in questione non svolge appieno il ruolo che dovrebbe. \nL’azione del CAI avrebbe dovuto essere ancora più incisiva se si considera che nel Consiglio Direttivo del PNCVDA è presente un suo rappresentante\, il quale poco ha fatto durante il suo mandato\, sia per indirizzare una corretta politica di tutela ambientale del Parco\, che in alcuni casi ha anteposto interessi politici rispetto a quelli di tutela ambientale. Basti rivedere il CASO 2\, oppure la scarsa attenzione alla sentieristica\, la mancanza di coordinamento con le Comunità Montane e gli enti locali e le associazioni in tal senso. \n  \n 
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SUMMARY: l’impatto della Caccia sull’ambiente
DESCRIPTION:2° CORSO DI FORMAZIONE \nOPERATORE REGIONALE TUTELA AMBIENTE MONTANO \n  \nORGANIZZATO DALLA \nCOMMISSIONE REGIONALE TUTELA AMBIENTE MONTANO DELLA CAMPANIA \n  \n\n\n\n\n\n\n\n  \n  \n L’IMPATTO DELLA CACCIA SULL’AMBIENTE \n  \n  \nTesi di fine corso: \nLuigi Miriello \n  \n  \n\n\n\n\n\n\n\nANNO DI CORSO 2021 – 2022 \n  \na Giovanni Malara\, \nper la sua oltre trentennale \nlotta al bracconaggio \n  \nIndice \nIntroduzione……………………………………………………………………………………… 6 \n  \n\nInquinamento………………………………………………………………………………………… 9\n\n1.1.        Inquinamento diretto……………………………………………………………………………… 9 \n1.1.1.     Inquinamento da piombo………………………………………………………………………… 9 \n\nPerché viene utilizzato il piombo nell’attività venatoria………………………….. 10\nEffetti sugli animali: una strage silenziosa\, lenta\, inesorabile e dolorosa di individui e popolazioni…………………………………………………………………………. 10\nEffetti nel terreno………………………………………………………………………………… 11\nZone umide…………………………………………………………………………………………. 12\nQuanto piombo viene disperso nell’ambiente per effetto dell’attività venatoria?…………………………………………………………………………………………. 12\nEffetti sulla salute umana del consumo di selvaggina abbattuta con munizioni di piombo……………………………………………………………………………………………….. 13\nPossibili soluzioni al problema del munizionamento con piombo……………… 13\n\n1.1.2.     Cartucce sul terreno……………………………………………………………………………… 14 \n1.1.3.     “Disturbo venatorio”: un termine inadeguato…………………………………………. 15 \n1.2.        Inquinamento indiretto…………………………………………………………………………. 16 \n  \n\nMaltrattamenti (e uccisioni) di animali………………………………………………….. 19\n\n2.1.        Uccelli da richiamo……………………………………………………………………………… 19 \n\nLegalità vs moralità……………………………………………………………………………… 20\n\n2.2.        Cani da caccia: dalle stelle alle stalle…………………………………………………….. 21 \n2.3.        Caccia alla volpe ed illeciti correlati……………………………………………………… 23 \n\nPiani di ‘contenimento’ della volpe e caccia in tana………………………………… 23\nPerché la volpe?…………………………………………………………………………………… 24\nE la norma sul maltrattamento?……………………………………………………………… 25\nLa realtà della caccia in tana…………………………………………………………………. 27\n\n2.4.        Caccia al cinghiale………………………………………………………………………………. 28 \n\nCome vengono addestrati i cani per attaccare il cinghiale?………………………. 29\n\n2.5.        Animali domestici……………………………………………………………………………….. 29 \n2.6.        Strumenti illeciti di caccia che provocano grandi e ingiuste sofferenze agli animali………………………………………………………………………………………………………….. 30 \n\nIlleciti…………………………………………………………………………………………………. 31\n\n3.1.        La “malacaccia”: fattore di rischio per la biodiversità…………………………….. 31 \n\nConclusioni dello studio contenuto nel documento “Calendario del cacciatore bracconiere 2013/2014”……………………………………………………………………….. 33\n\n3.2.        L’Italia è il secondo “Stato Canaglia” del Mediterraneo per l’uccisione illegale di uccelli………………………………………………………………………………………………… 33 \n3.3.        Ghiri: una caccia illecita e diffusa di una specie a rischio estinzione………… 36 \n\nReggio Calabria\, i carabinieri sequestrano 235 ghiri congelati e pronti al ‘consumo’: è il cibo delle ‘mangiate’ di ‘Ndrangheta…………………………………. 36\n\n3.4.        Cacciatori o bracconieri?……………………………………………………………………… 37 \n  \n\nIncidenti di caccia e danni collaterali…………………………………………………….. 40\n\n4.1.        Gli animali colpiti……………………………………………………………………………….. 40 \n4.1.1.     L’uomo … e i suoi cuccioli…………………………………………………………………… 40 \n\nCome se non bastasse il prezzo in termini di vite umane ………………………… 42\nPiccole\, incolpevoli e inconsapevoli vittime…………………………………………… 42\n\n4.1.2.     Gli animali domestici…………………………………………………………………………… 42 \n4.1.3      La fauna protetta………………………………………………………………………………….. 42 \n4.2.        La flora e l’ambientalismo selettivo………………………………………………………. 43 \n4.3.        Altri effetti collaterali: incolumità\, disturbo alla quiete pubblica\, procurato allarme sociale e danneggiamento cose mobili e immobili…………………………………… 45 \n4.4.        … e la lista continua: il turismo e le attività ricreative ed escursionistiche… 46 \n  \n\nIncendi\, clima e caccia: un trinomio letale per l’ambiente………………………. 48\n\n  \n\nImmissioni e allevamenti di fauna selvatica … ma non libera………………….. 52\n\n6.1.        Le immissioni faunistiche: “selvatico” part-time…………………………………….. 52 \n6.1.1.     Introduzioni………………………………………………………………………………………… 52 \n6.1.2.     Reintroduzioni…………………………………………………………………………………….. 53 \n6.1.3.     Ripopolamento: i cosiddetti animali “pronta caccia”……………………………….. 53 \n6.2.        Allevamenti di fauna selvatica: un ossimoro…………………………………………… 54 \n\nCentri privati di produzione fauna selvatica……………………………………………. 56\n\n6.3.        Allevamenti e immissioni: artifici necessari per la fauna o espedienti per il comodo dei cacciatori?……………………………………………………………………………………… 56 \n  \n  \n\nLa caccia è realmente sostenibile?……………………………………………………….. 59\n\n7.1.        Le teorie sulla sostenibilità della caccia e le argomentazioni che le confutano 59 \n7.2.        Gli animali “nocivi”: la teorizzazione della “necessità” della caccia…………. 59 \n7.2.1.     Il caso della nutria: da specie protetta ad animale nocivo…………………………. 61 \n7.2.2.     Il caso del cinghiale……………………………………………………………………………… 62 \n7.2.2.1.  Quali strumenti per il contenimento dei cinghiali?………………………………….. 62 \n7.2.2.2.  Cinghiali: emergenza o comodo?…………………………………………………………… 66 \n7.2.3.     La gestione dell’emergenza cinghiali e di altre “pest species” può essere demandata all’intervento dei cacciatori?………………………………………………… 67 \n7.3.        I grandi assenti: principi tecnico-scientifici e prelievo consapevole e responsabile………………………………………………………………………………………………………….. 67 \n\nSe Atene piange\, Sparta non ride…………………………………………………………… 69\n\n7.4.        Le specie cacciabili diminuiscono: vittoria o sconfitta?…………………………… 70 \n\nL’attuale stato di conservazione dell’avifauna………………………………………… 71\n\n7.5.        Valide considerazioni o falsi miti………………………………………………………….. 72 \n7.6.        Perché ancora oggi si pratica la caccia?…………………………………………………. 72 \n  \n\nCaccia e associazioni ambientaliste………………………………………………………. 74\n\n8.1.        “Politica venatoria”: il punto 6 del Nuovo Bidecalogo del CAI………………… 74 \n8.2.        Il ruolo delle associazioni ambientaliste nella società e la posizione del CAI sulla caccia…………………………………………………………………………………………………. 75 \n  \nConclusioni………………………………………………………………………………………………….. 78 \n  \nappendice……………………………………………………………………………………………………… 80 \n\nTutela della fauna selvatica vs rispetto per la fauna selvatica (di\n\nLuigi Miriello)…………………………………………………………………………………….. 81 \n\nCacciatori\, quelli che «sparerebbero pure alla colomba dello Spirito Santo» (di Annamaria Manzoni)…………………………………………….. 82\nI controlli sulle attività venatorie (di Andrea Rutigliano)…………… 89\nLa situazione del bracconaggio in Italia (di Giovanni Malara)…….. 90\n\n  \nRiferimenti Bibliografici e Sitografici……………………………………………………. 93 \n  \nRingraziamenti……………………………………………………………………………………………. 97 \n  \n“Amate gli animali: Dio ha donato loro i rudimenti del pensiero e una gioia imperturbata. Non siate voi a turbarla\, non li maltrattate\, non privateli della loro gioia\, non contrastate il pensiero divino. Uomo\, non ti vantare di superiorità nei confronti degli animali: essi sono senza peccato\, mentre tu\, con tutta la tua grandezza\, insozzi la terra con la tua comparsa su di essa e lasci la tua orma putrida dietro di te; purtroppo questo è vero per quasi tutti noi” \nFëdor Michajlovič Dostoevskij \n  \n Introduzione \nNon è uno studio scientifico (non ne ho le competenze) ma una raccolta di informazioni che trovano fondamento in studi e ricerche e che muove i passi da una motivazione personale: tutelare l’ambiente nella sua accezione più ampia e che\, pertanto\, comprende le comunità degli animali. Più comunemente\, il concetto di ambientalismo sembra rivolgersi soprattutto (o esclusivamente) ad aspetti che riguardano la protezione delle foreste\, dei corsi d’acqua e dei mari\, la lotta all’inquinamento\, la riduzione della produzione di plastica ed altro ancora che\, perlopiù\, suscita maggiore allarme sociale. Talvolta definirsi “ambientalista” sfocia nel mero sentirsi parte di un gruppo\, parte di una causa\, parte di una tendenza o di una moda. Chiamarsi “ambientalisti” è bello\, esserlo è difficile\, impegnativo\, scomodo: occorre informarsi\, aggiornarsi\, essere presenti in riunioni operative\, nei luoghi\, tra la gente\, tra le Istituzioni e gli Enti\, accendere discussioni\, tenere posizioni\, gestire contrasti\, sostenere le proprie idee che servono per dar voce a chi non ce l’ha\, che nulla mai saprà della lotta che si sta portando avanti per la sua tutela e che mai ti ringrazierà e che un giorno forse\, addirittura\, ti farà inciampare o ti morderà! \nIl CAI è un’Associazione ambientalista. Ma noi soci CAI\, siamo ambientalisti? Quanti soci frequentano la sede quando vengono presentate le escursioni e quanti sono coloro che partecipano agli incontri in cui si parla di ambiente? E quanti hanno mai sentito parlare di “Bidecalogo”? Tanti fra noi frequentano con diligenza i bellissimi luoghi che la Natura ci ha donato. Ne sappiamo cogliere il valore\, li rispettiamo\, li amiamo e sappiamo trarre meraviglia e gioia nel viverli con discrezione. Già questo non è poco: conoscere i luoghi\, diffonderne le bellezze e le importanze\, contribuire alla loro conservazione è di per sé un ottimo servigio alla nostra grande Casa Terra. Ma\, ripeto\, un ambientalista che a pieno titolo voglia “essere” tale dovrebbe\, credo\, far qualcosa in più. In realtà non serve fare molto di più\, ma occorre fare qualcosa di più importante. L’ambiente ci regala tanto e il fatto di ammirarlo ci relega ad un ruolo passivo\, di fruitori. Ecco\, occorre restituire la cortesia all’ambiente\, a mio avviso\, ed essere attivi\, attivisti! Il fatto di non abbandonare rifiuti sui sentieri quasi ci inorgoglisce e ci fa sentire talvolta tronfi e ambientalisti di un certo spessore. Riconoscere un albero\, avere praticità con le definizioni (crinale\, ferrata\, …) ci eleva a conoscitori doc. Avere un’attrezzatura adeguata ci fa sentire quasi una elite. Eh\, no! Conoscere le caratteristiche dei luoghi che andiamo a frequentare\, rispettarli e viverli nei modi corretti è la base su cui occorrerebbe costruire il nostro spirito ambientalista! Il passo successivo dovrebbe essere il chiedersi\, “cosa posso fare per l’ambiente?”\, nel senso “come posso contribuire a tutelarlo?”. Fondamentale è\, quindi\, conoscerlo e capire cosa sia realmente l’ambiente. \nCon grande “sorpresa”\, molti “scopriranno” che l’ambiente comprende anche gli animali\, quelli che ci fanno simpatia\, quelli che ci affascinano\, quelli dei quali non conosciamo neanche l’esistenza\, quelli che ci fanno paura\, quelli che ci danno fastidio e quelli dei quali non ci importa nulla. \nDalla mia esperienza (e solo di questo posso parlare)\, l’ambientalismo viene vissuto in maniera parziale sia perché è praticato in maniera “passiva”\, sia perché rivolge la propria attenzione in particolar modo ai regni vegetale e minerale e\, in misura parziale (e discriminatoria) al regno animale. Guai a tagliare un albero (giustamente!); guai a sciacquare le stoviglie in un torrente\, neanche con saponi naturali e biodegradabili (giustamente!). Quando si parla\, invece\, di cinghiale\, vengono in mente le pappardelle! E la tutela dell’ambiente? Il cinghiale fa parte dell’ambiente? I metodi per ucciderlo sono compatibili con il rispetto dell’ambiente? Produzioni di armi\, munizionamenti ed accessori\, spostamenti con mezzi 4×4\, spari\, piombo\, cartucce\, uccisione\, danni collaterali (mica pochi e mica lievi\, eh!) a flora\, fauna ed esseri umani: tutto ciò è compatibile con il rispetto e la tutela dell’ambiente? Se ne potrebbe discutere se emergesse una reale necessità di praticare l’attività venatoria per proteggere l’ambiente da sé stesso o per le improcrastinabili esigenze dell’uomo\, per garantirgli la sopravvivenza. Ci sono queste condizioni o tutto serve per mantenere uno spasso a pochi\, un introito a pochissimi\, a discapito dell’ambiente e del nostro ambientalismo latente? \nIl punto 6 del Bidecalogo proprio non si può leggere! Sono trascorsi tanti anni dalla sua redazione: cosa è stato fatto ad oggi per sensibilizzare e orientare verso una migliore fruizione della natura\, alla luce dell’auspicio dichiarato? La questione dell’approccio del CAI sul tema della politica venatoria sarà affrontata più avanti\, nel capitolo dedicato. \nLe abitudini alimentari stanno cambiando. Non lo si desume da facili slogan sui social ma dagli scaffali dei negozi alimentari\, sempre più allestiti con interi spazi riservati ad alimenti a base vegetale. Ciò è segno di una nuova sensibilità che giunge dalla “gente comune”\, mentre gli “ambientalisti” ancora fanno fatica a prendere le distanze da una pratiche crudeli\, come quella venatoria\, la cui esistenza oggi non ha più alcun senso. A differenza del passato\, oggi vi è la possibilità di fruire della natura\, senza spargimento di sofferenza e inquinamento\, grazie al continuo proliferare di associazioni escursionistiche. Se poi si voglia vedere la caccia quale “sport”\, ecco\, sotto quel profilo\, c’è solo l’imbarazzo della scelta: abbiamo avuto anche la possibilità di fruire del cosiddetto “bonus bici”! \nSi assiste\, talvolta\, ad una sorta di “ambientalismo selettivo”\, come mi piace definirlo. Selettivo perché in ambito escursionistico si mostra molto rigido; diventa cieco\, sordo e muto\, invece\, nel contesto venatorio. Selettivo anche perché particolarmente attento all’intero habitat\, si distrae un po’ se la questione riguarda le comunità\, salvo che non si tratti di lupo\, orso\, aquila reale e qualche altro “nobile” esemplare. \nE di nuovo torna la domanda: il CAI è un Sodalizio ambientalista\, ma i suoi associati sono ambientalisti? Molti sì\, sono impegnati in maniera attiva e appassionata\, spendendo energie e risorse per la ricerca e per la divulgazione della cultura di tutela ambientale. Tanti altri\, più semplicemente\, sono “escursionisti della domenica”\, non propriamente consapevoli della causa ambientale sostenuta con grandi sforzi dall’associazione di cui fanno parte. Attraverso la pratica escursionistica ben possono essere veicolate le tematiche ambientali e questa è una grande opportunità per il CAI di “formare” uno spirito ambientalista sempre più ampio e consapevole. Se in certi settori della tutela ambientale il dibattito è sempre aperto e vivace\, vi sono alcuni ambiti che rimangono un po’ in secondo piano. Uno di questi è la caccia. Già\, perché l’attività venatoria un impatto sull’ambiente ce l’ha! \n\nInquinamento\n\n\n\n\nInquinamento diretto\n\n\n\nL’esercizio dell’attività venatoria\, per forza di cose\, prevede tutta una serie di interazioni tra l’uomo e un ambiente delicatissimo\, fragile. L’invasività intrinseca di questa pratica (spari\, uccisioni\, rilascio di piombo) non può che avere delle rilevanti implicazioni per gli ecosistemi con i quali viene a contatto. Talune ricadute sull’ambiente sono particolarmente infauste. Tra queste\, quella dell’inquinamento rappresenta una problematica che gioca un ruolo decisivo per la salute e la conservazione degli habitat e delle comunità. Sotto questo profilo\, le attività venatorie gravano sull’ambiente tanto in maniera diretta\, quanto indiretta. Nel primo caso\, quello dell’inquinamento diretto\, si annoverano\, ad esempio\, il problema del piombo che viene disseminato nell’ambiente e le gravi conseguenze che determina\, l’abbandono di cartucce (se non pure di altro) sul terreno e\, ancora\, il “disturbo venatorio”. Nei dibattiti sui temi concernenti la caccia\, sotto il profilo della sua invasività\, la questione del disturbo venatorio rimane alle volte ai margini della discussione. Vedremo\, invece\, come l’argomento ha una rilevanza cruciale per il destino della fauna selvatica\, sia essa cacciabile o protetta. \nInquinamento da piombo[1]. \nIl piombo è un metallo tossico del quale\, negli ultimi decenni\, è sempre più stato vietato l’utilizzo in determinati settori: produzione benzine\, tubazioni\, pesi da pesca ed altro. Se dapprima\, in ambito venatorio\, le ricerche hanno mosso i primi passi per la conservazione dell’avifauna delle zone umide\, in un secondo momento ci si è resi conto che il munizionamento a base di piombo costituiva un serio rischio di avvelenamento anche per tutti gli altri uccelli\, oltre che un pericolo di inquinamento del suolo\, con implicazioni anche per la salute di chi la selvaggina la consuma. V’è da dire che\, finché il piombo rimane racchiuso nei minerali e non entra in contatto con acqua e ossigeno\, non ha un impatto rilevante per l’ambiente. Nel momento in cui viene estratto\, però\, già gli stessi scarti minerari e i detriti generano dispersione di piombo nell’ecosistema per effetto degli agenti atmosferici. Con ciò si vuol significare che non solo l’uso del piombo impatta sull’ambiente ma già\, a monte\, la sua estrazione! \nPerché viene utilizzato il piombo nell’attività venatoria? \nIl piombo è stato ed è utilizzato nei munizionamenti per la caccia per tutta una serie di caratteristiche che lo rendono particolarmente idoneo allo scopo venatorio. Da una parte\, il suo elevato peso specifico rappresenta una garanzia in termini balistici\, considerato che proprio quella proprietà assicura traiettorie e velocità regolari del proiettile. Il fatto che il piombo sia particolarmente duttile e malleabile\, rende il proiettile decisamente letale: infatti\, quando la palla colpisce l’animale\, si deforma e si frammenta\, creando un impatto devastante per l’individuo attinto. Chi non morirà tra i colpi ed avrà ancora forza di fuggire\, andrà incontro ad una lunga agonia\, fatta di stenti\, dolori\, dissanguamento\, o sarà facile preda di altri animali. \nVediamo adesso\, più in dettaglio\, quali possono essere le conseguenze su uomo\, habitat e animali derivanti dal piombo usato per lo svolgimento dell’attività venatoria. \nEffetti sugli animali: una strage silenziosa\, lenta\, inesorabile e dolorosa di individui e popolazioni. \nGli uccelli che abbiano ingerito pallini di piombo o schegge di proiettili (ad esempio\, quelli usati per la caccia al cinghiale) vanno incontro ad una morte atroce\, talvolta lentissima. Per quel che riguarda gli uccelli\, in generale\, si assiste ad una riduzione drastica delle attività e delle prestazioni dei volatili che non riescono più ad essere coordinati nel volo e nell’atterraggio. A causa di ciò\, rimangono facilmente vittima di predatori o cacciatori e di frequenti incidenti dovuti a collisioni con autoveicoli\, fili elettrici\, vetrate e non riescono a svolgere le loro normali attività di accoppiamento\, nidificazione\, deposizione uova e allevamento dei piccoli. \nGli uccelli affetti da saturnismo[2] iniziano a presentare anomale posture di testa e collo\, poi diarrea\, paralisi dell’apparato digerente seguita da paralisi delle ali e delle zampe. Un’agonia lunga che li conduce a morte certa. \nGli effetti del saturnismo sui mammiferi\, sono connotati da una mortalità precoce\, una ridotta capacità di reagire agli impulsi esterni e la possibile insorgenza di neoplasie. Gli individui colpiti dall’avvelenamento possono presentare plurimi sintomi: cecità\, anemia\, vomito\, eccessiva salivazione\, coliche intestinali\, perdita di coordinamento nei movimenti\, inappetenza\, debolezza ed altro. \nOltre ad avere letali ripercussioni sulla salute dei singoli animali\, l’avvelenamento da piombo può determinare gravi riflessi anche sullo stato di conservazione di intere popolazioni di uccelli. Ad essere maggiormente esposte al rischio sono le specie più longeve\, che abbiano un tasso riproduttivo basso e che raggiungano tardi la maturità sessuale. Infatti\, nel corso della loro vita\, sono molto alte le probabilità che un individuo ingerisca frammenti di piombo o parti di altri animali infetti. Quindi\, è molto alta la possibilità che quell’individuo divenga sterile o muoia prima di aver procreato un numero di volte sufficiente a garantire la propria discendenza. Non può escludersi\, pertanto\, che col tempo alcune popolazioni possano estinguersi. Tale prospettiva non riguarda solo le specie necrofaghe. \nEffetti nel terreno \nAffinché un pallino di piombo possa dissolversi nel terreno occorrono dai 30 ai 300 anni\, a seconda delle condizioni atmosferiche e della composizione del suolo. Se è vero che la contaminazione dovuta ad un semplice pallino di piombo è potenzialmente limitata alla zona in cui il pallino è caduto\, nella realtà dei fatti\, gli effetti inquinanti sono potenzialmente più ampi e gravi. Ad esempio\, possono contribuire alla diffusione di quel piombo gli agenti atmosferici\, la pendenza del terreno e la composizione dello stesso. Inoltre\, può essere assorbito dalle piante attraverso l’apparato radicale e dagli organismi che vivono in quel terreno\, entrando così nella catena alimentare che\, pertanto\, può interessare anche l’uomo\, sia per l’ingerimento di carni selvatiche intossicate\, sia per l’inquinamento di aree destinate a colture agricole\, sia per l’ingestione diretta di polveri di piombo\, create dallo sfregamento dei pallini all’interno della canna del fucile. \nZone umide[3] \nNon marginali sono i danni potenziali del piombo delle munizioni che finiscono nelle zone umide. Le forme solubili che si liberano dalle alterazioni del piombo possono essere assorbite da alghe e pesci e i pallini possono essere scambiati per cibo dagli uccelli acquatici\, con riflessi letali per gli organismi che ne vengono a contatto direttamente e con potenziali conseguenze anche per l’uomo. Considerata l’importanza delle zone umide e la vulnerabilità di quegli habitat\, con il Regolamento (UE) 2021/57 della Commissione\, recante modifica dell’allegato XVII del regolamento (CE) n. 1907/2006\, l’Unione Europea ha inteso porre adeguata tutela disponendo\, tra l’altro\, che “Dopo il 15 febbraio 2023\, all’interno di zone umide o a non oltre 100 metri da esse è vietato svolgere le seguenti attività: a) sparare munizioni contenenti una concentrazione di piombo (espressa in metallo) uguale o superiore all’1 % in peso; b) portare con sé munizioni di tale tipo quando si svolge attività di tiro in zone umide\, ci si sta recando a svolgere attività di tiro in zone umide o si rientra dopo aver svolto tale attività”[4]. \nQuanto piombo viene disperso nell’ambiente per effetto dell’attività venatoria? \nMa quanto piombo viene riversato sul territorio a causa dell’attività venatoria? Tanto\, tantissimo\, troppo! Stime parlano di circa 5 tonnellate nell’anno 2006 in Italia[5]. In più\, considerati i cosiddetti “appostamenti”\, in particolari zone si registra una presenza abnorme di piombo nel medesimo fazzoletto di suolo\, dovuto al fatto che alcune postazioni esistono da decenni. Possiamo solo immagine quale sia il livello di inquinamento legalizzato\, purtroppo. Oltre all’inquinamento da piombo\, occorre tenere in considerazione anche quello causato dall’arsenico e dall’antimonio (altri elementi di cui sono costituiti i pallini e i proiettili da caccia)\, altamente tossici per gli organismi e particolarmente solubili e\, quindi\, in grado di raggiungere le falde acquifere. “Il piombo che deriva dai pallini da caccia può essere trasferito alla componente biologica dell’ambiente\, soprattutto agli Invertebrati del suolo e del sedimento acquatico\, nonché essere assorbito dalle piante e salire ai livelli superiori della catena trofica”[6]. \nEffetti sulla salute umana del consumo di selvaggina abbattuta con munizioni di piombo \nStudi scientifici hanno dimostrato come il consumo di selvaggina abbattuta con munizionamento contenente piombo possa causare gravi danni alla salute dell’uomo. Infatti\, diverse ricerche condotte con differenti metodologie hanno evidenziato come la rimozione del munizionamento al piombo dalle carni degli animali uccisi può non essere sufficiente a scongiurare il rischio di avvelenamento da piombo. Attesa la duttilità e malleabilità del piombo\, non è difficile che nell’attraversare le carni degli animali\, alcune minute schegge di munizionamento possano rimanere nei tessuti e sfuggire alla fase di preparazione e consumo della carne stessa. Questi frammenti poi rischiano di contaminare tutto il cibo durante la cottura poiché si dissolvono nei sughi\, specialmente venendo a contatto con alte temperature e determinati ingredienti. \nPerdipiù\, è esposto al rischio di avvelenamento da piombo chiunque consumi selvaggina che\, a sua volta\, è affetta da saturnismo per aver ingerito piombo o per essersi cibata di altri animali infetti. Particolarmente gravi possono essere gli effetti da avvelenamento di piombo sui bambini e adolescenti e donne in stato di gravidanza o di allattamento. In particolare\, per quanto riguarda i bambini\, si è potuto constatare che costoro sono esposti a ritardi nello sviluppo psichico e difficoltà nella capacità cognitive. \nPossibili soluzioni al problema del munizionamento con piombo \nRiscontrata la problematica relativa al piombo e valutata la grave rilevanza della questione per l’uomo e l’ambiente\, si è tentato di seguire delle strade volte ad eliminare il problema. Si è provato\, quindi\, a sperimentare la soluzione data da pallini rivestiti sia da plastica\, sia da metalli (nickel\, stagno). Il tentativo è stato fallimentare dal momento che lo strato inerte esterno del munizionamento veniva danneggiato (se non addirittura rimosso) tanto dalle abrasioni derivante dall’azione meccanica\, quanto dai succhi gastrici. Pertanto\, la tossicità di detto munizionamento rivestito è di fatto risultata pari a quello costituito da piombo puro. Un’ulteriore alternativa\, stavolta ben più efficace\, è rappresentata dalla totale sostituzione del piombo con altri materiali non tossici\, come ad esempio l’acciaio. Il costo delle munizioni in acciaio\, però\, è più costoso di circa 10-30% rispetto al munizionamento tradizionale. \nCartucce sul terreno \nIl piombo non è il solo materiale lasciato sul campo dai cacciatori. Non è il solo a causare un pericoloso inquinamento. Si è soliti\, infatti\, trovare per i boschi\, disseminate un po’ ovunque\, anche le cartucce\, fatte in materiale plastico e di metallo. Tracce inequivocabili del malcostume di tanti praticanti l’attività venatoria: inquinano\, deturpano il paesaggio e\, trovandosi anche in zone vietate alla caccia\, fanno ben capire quanto taluni cacciatori tengano al rispetto dell’ambiente e della normativa. In spregio alla bellezza\, alle regole\, alla morale\, lasciano un pessimo segno di sé. \n“Disturbo venatorio”[7]: un termine inadeguato \nMa cosa dobbiamo intendere per “disturbo”? Nel linguaggio comune\, il termine assume un significato molto simile a “fastidio” o “seccatura”\, perlopiù assimilabile ad un qualcosa di sgradito\, probabilmente tollerabile\, lieve\, passeggero. Per esprimere un disagio più deciso\, duraturo\, meno tollerabile\, verosimilmente inizieremmo a parlare di “molestie” o di “insopportabilità”. Ebbene\, quello venatorio non è un “fastidio” e\, forse\, neanche una “molestia” per gli animali. Più probabilmente\, quel disturbo può creare gravi traumi\, portare ad abbandonare un nido e condurre alla morte più individui. La reale portata della locuzione “disturbo venatorio” è ben descritta da Massimo Tettamanti: “Nel considerare gli effetti negativi della caccia sulle popolazioni animali l’attenzione si focalizza normalmente sugli animali uccisi o feriti a morte il cui numero è stimabile nel nostro Paese in circa cento milioni all’anno; ma è opportuno considerare anche gli effetti che la caccia ha sulla vita e i comportamenti degli animali che non perdono la vita a causa dei cacciatori: l’azione negativa che la caccia esercita ai danni degli animali che non vengono uccisi o feriti si definisce disturbo venatorio. Per valutarne la natura e l’entità è necessario porre mente a ciò che accade in un ambiente naturale durante una giornata di caccia Non appena viene sparato un colpo\, che spesso abbatte un loro compagno\, gli animali intenti alle loro attività\, esattamente come farebbero gli esseri umani che si trovassero improvvisamente coinvolti in una sparatoria\, interrompono qualunque cosa stiano facendo per darsi alla fuga o nascondersi\, e continuano a fuggire o a rimanere nascosti (o ad alternare i due comportamenti) fintanto che durano gli spari\, vale a dire per molte ore di seguito; questa reazione di panico colpisce\, com’è ovvio\, tutti gli animali presenti su un territorio\, che appartengano o meno a specie cacciabili\, e la situazione che abbiamo descritto si ripete per tutti i cinque mesi di apertura legale dalla caccia nel nostro Paese. Se si considera che la maggior parte degli animali in qualunque ecosistema appartengono a specie che per sopravvivere hanno bisogno di trascorrere buona parte del loro tempo ad alimentarsi\, si capirà facilmente che una delle principali conseguenze del disturbo venatorio è la drastica riduzione della quantità di cibo che gli animali riescono ad assumere. In casi estremi ma tutt’altro che infrequenti la conseguenza è la morte per fame; ma questo stato di cose ha invariabilmente l’effetto di rendere gli individui più deboli\, e quindi più vulnerabili\, e le popolazioni animali che vivono nelle regioni in cui la caccia è permessa sono più soggette a malattie epidemiche\, nonché meno capaci di riprodursi. Le conseguenze psicologiche sono ancora più devastanti: è noto che caprioli ed alci possono letteralmente morire di crepacuore mentre vengono inseguiti dai battitori”[8]. \nIl disturbo venatorio\, poi\, non distingue la fauna selvatica cacciabile da quella protetta. E\, quindi\, viene da chiedersi quanto realmente siano tutelate le specie non cacciabili\, considerato l’invasività della pressione venatoria sugli habitat e lo stress provocato agli animali. La dispersione dei nuclei familiari e lo stravolgimento delle abitudini di taluna fauna potrebbe avere un impatto anche particolarmente grave sulle specie a rischio estinzione [9]. \nInquinamento indiretto \nUno studio realizzato dal Tettamanti[10] nel contesto del 1° Convegno Nazionale dell’Associazione Vittime della Caccia del 22 febbraio 2008 a Roma\, ha evidenziato il potenziale impatto ambientale determinato dalle sole fasi di preparazione e uso delle cartucce da caccia\, in un solo anno di attività venatoria. Il risultato è sorprendente\, oltre che allarmante. \nPer l’analisi in questione è stata utilizzata la metodologia Life Cycle Assessment (LCA)\, definita come “un procedimento oggettivo di valutazione dei carichi energetici ed ambientali relativi ad un processo o un’attività\, effettuato attraverso l’identificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti rilasciati nell’ambiente. La Valutazione include l’intero ciclo di vita del processo o attività\, comprendendo l’estrazione ed il trattamento delle materie prime\, la fabbricazione\, il trasporto\, la distribuzione\, l’uso\, il riuso\, il riciclo e lo smaltimento finale”. \nLo studio condotto ha ipotizzato il ricorrere della seguente casistica: \n\nNumero di cacciatori in Italia: 700.000.\nNumero di giornate di caccia in un anno: 74 (solo domeniche: 24).\nOgni cacciatore caccia solo in una giornata permessa ogni tre.\nOgni cacciatore raccoglie il bossolo e non lo abbandona nell’ambiente di caccia ma lo butta nell’apposito raccoglitore di rifiuti.\nOgni cacciatore spara un solo colpo ogni giornata di caccia.\nI pallini di piombo non finiscono mai sul fondo di laghi o acquitrini. Non viene quindi considerato il problema dell’accumulo di pallini di piombo sul fondo dei laghi\, stagni e acquitrini.\nIl bossolo può essere composto da diversi materiali: dato che solitamente si utilizza il Polietilene\, è stato considerato un impatto medio di tutti gli impianti di polimerizzazione di cui erano disponibili dati.\nCome metallo per il rivestimento della parte inferiore del bossolo è stato considerato il lamierino di ferro.\n\nNello studio sono state considerate tre macro-categorie di danno\, mutuate dal metodo Ecoindicator 99: danni connessi alla salute umana (sostanze che impattano sulla respirazione\, sulla carcinogenesi\, sui cambiamenti climatici e sullo strato di ozono)\, alla qualità degli ecosistemi (ecotossicità\, acidificazione\, eutrofizzazione) e alle risorse (estrazione e utilizzo di risorse minerarie e di combustibili). I risultati sono poi stati letti con tre differenti approcci alla problematica (Ecoindicator 99): individualistico\, gerarchico e egalitario. \nRisultati: applicando il modello individualistico\, si è potuto constatare che l’impatto ambientale del ciclo di vita delle cartucce utilizzate per un anno di caccia (secondo l’ipotesi astratta sopra riportata) è corrispondente a quello determinato dallo smaltimento in discarica di 600.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani. Entrambi gli altri approcci – gerarchico e egalitario – hanno evidenziato un risultato che è sovrapponibile all’impatto ambientale relativo allo smaltimento in discarica di 20.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani. \nTra l’altro\, lo studio sopra riportato\, ha tenuto in conto una pratica venatoria “virtuosa” e molto limitata\, ovvero praticata da un cacciatore regolarmente registrato\, rispettoso del calendario venatorio legalizzato\, non desideroso di cacciare ogni volta che può\, attento a raccogliere i bossoli\, attento a sparare solo “a colpo sicuro” e non più di una volta al giorno\, attento a non indirizzare il colpo verso zone d’acqua. Lo studio condotto evidenzia come la caccia – sempre considerando soltanto quella praticata nell’ambito della legalità – potenzialmente potrebbe avere un impatto ambientale annuo insostenibile se si pensa che potrebbe essere sovrapponibile a quello determinato dallo smaltimento diretto in discarica di tutti i rifiuti di una grande regione\, oltre che dallo smaltimento nell’ambiente di circa 500.000 batterie di automobile! Emerge così un aspetto paradossale\, posto in rilievo nel documento del Tettamanti: “Entrambi gli impatti citati\, smaltimento diretto in discarica di rifiuti e smaltimento nell’ambiente delle batterie d’auto sono vietati per legge. In particolare la Legge 475/88 stabilisce che «È obbligatoria la raccolta e lo smaltimento mediante riciclaggio delle batterie al piombo esauste» mentre la diffusione diretta del piombo nei boschi a causa della caccia è ammessa e finanziata a livello statale. Anche senza considerare gli effetti dovuti al saturnismo e all’uccisione diretta di esseri umani\, impatti definibili “danni collaterali” della caccia\, l’impatto ambientale permesso dall’attuale normativa è assolutamente insostenibile”. \nTante (tutte!) sono le attività antropiche che producono impatto ambientale diretto e/o indiretto. Se da un lato non possiamo vivere sotto una campana di vetro\, dall’altro possiamo e dobbiamo ridurre quelle attività non essenziali né utili che logorano la nostra Matria. I materiali e l’energia utilizzati per l’esistenza della caccia hanno già di per sé un rilevante impatto sull’ambiente\, ancor più grave poiché da tale impatto “preparatorio” che precede l’esercizio dell’attività venatoria\, ne deriva uno “diretto” rappresentato dalla caccia vera e propria. \n2. Maltrattamenti (e uccisioni) di animali \n\n\n\nUccelli da richiamo\n\n\n\nLiberi\, nati liberi e liberi di andare ovunque. Poi l’uomo\, onnipotente\, decide che quella libertà deve finire. Li cattura\, dunque\, e li mette in gabbiette. Gli uccelli non comprendono: prima potevo volare ovunque\, su è giù\, in lungo e largo; c’erano il sole e le nuvole e la notte e il vento; l’aria era pulita e l’occhio si perdeva lontano all’orizzonte; e gli alberi su cui riposare o amoreggiare e il terreno in trovar da mangiare e le piccole pozze in cui bere e fare il bagnetto; i rituali\, il nido\, il dolce “chiacchiericcio” con gli altri uccelletti. Nulla di ciò sarà più possibile per te\, caro pennuto. Adesso il tuo mondo sarà questa angusta gabbietta: deciderò io se e cosa mangerai o berrai; di volare non se parla proprio; alberi? Un lontano ricordo! Bagnetto? Non so neanche che tu abbia questa esigenza. Sole\, vento\, orizzonte\, amoreggiamento e tutto il resto farai meglio a dimenticarlo perché non lo avrai più. Il tuo nuovo mondo è una celletta che\, se ti va bene\, sarà posta su uno scaffale in una cantina fredda\, umida\, con aria terribile e poca luce. Vivrai e morirai nei tuoi escrementi. Se proverai a volare ti ferirai\, perché lì non c’è spazio per le tue ali che farai bene a tenere chiuse. \nPoi arriva un momento in cui il tuo padrone deciderà che dovrai lasciare quella cantina. Caricherà la tua gabbietta in macchina e\, fra gli sballottolamenti cui non sei abituato\, vi condurrà in un posto nuovo. Luce\, aria\, alberi … finalmente la libertà? La prigione è finità? Neanche per sogno. Appende la tua prigione al ramo di un albero e tu inizi a cantare. Ecco\, ti ha appena trasformato in una trappola. Lui non si vede più ma non è andato via\, si è solo nascosto\, il grand’uomo. Tu canti\, se di felicità o di dolore non lo sapremo mai\, e neanche ci interessa. Ma canti\, intanto\, ed è quel che importa per il padrone. Anzi\, è proprio ciò che si aspetta da te\, ciò che vuole\, ciò per cui ti ha catturato. Canti. Canti incolpevole\, canti inconsapevole\, e così facendo attiri altri uccelletti. Con occhi avidi il padrone osserva i tuoi amici che si avvicinano e\, al momento buono … bang … li cattura tutti. E poi ricomincia\, e ancora ricomincia. Poi si ritorna in cantina e domani si ricomincia\, e ancora si ricomincia … \nUna pratica crudele quella dei richiami vivi\, indegna\, vile\, da par di chi si accanisce con ogni mezzo contro esseri indifesi che neanche sanno di doversi difendere\, di dover scappare. Se possibile\, vi sono “varianti” ancor più terribili di questa nefandezza. Gli uccelli cantano di più in primavera\, nella stagione degli amori\, ma la caccia inizia ad ottobre. Quindi\, come si fa? Facile: basta far credere agli uccelli che in ottobre inizia la primavera. Sembra impossibile\, vero? Alcuni cacciatori hanno trovato la soluzione. Dato che\, in natura\, durante la primavera gli uccelli cambiano il piumaggio\, è sufficiente strappar loro le piume a giugno cosicché ricresceranno ad ottobre e loro penseranno che è primavera. Semplice\, no? E poi\, per far credere che giugno sia inverno\, basta tenerli al buio e il gioco è fatto. \nPoi un giorno moriranno\, tra i loro escrementi\, nel buio di una stanza\, con ali atrofizzate e piaghe alle zampette\, e finalmente ritroveranno la libertà e torneranno a volare nel cielo azzurro ed infinito\, lontano dagli uomini … o almeno così ci piace immaginare che possa essere. \nLegalità vs moralità \nÈ vero\, la normativa vigente consente l’utilizzo di uccelli da richiamo. Ma dal punto di vista dell’“ambientalista”\, questa pratica può essere accettata? Benché autorizzati e\, pertanto\, non costituenti fattispecie illecite\, non costituiscono tali condotte dei veri e propri maltrattamenti dell’“ambiente”\, fatti di uccisioni senza necessità\, limitazioni di libertà dei “richiami” con condizioni di vita (se di “vita” si può ancora parlare) lontanissime dalle caratteristiche etologiche dei malcapitati\, “uso” dei “richiami” come fossero meri oggetti? È chiaro che parlando qui di “maltrattamenti” non ci si riferisce all’art. 544 ter del codice penale (rubricato “Maltrattamento di animali”)\, considerata l’esclusione della punibilità per chi usa i “richiami vivi” nel rispetto della normativa vigente. Rimane\, però\, una questione “morale”. Se\, ad esempio\, si costringesse un cane a fare altro rispetto alla propria natura – come addestrarlo a combattimenti – la comunità ne sarebbe molto turbata. La questione dei “richiami”\, ancorché sovrapponile all’esempio precedente in ordine alla natura degli uccelli\, appare ancora oggi tollerabile. È del tutto evidente che la differenza tra i due casi è solo nei nostri occhi\, nella nostra testa\, nella nostra sensibilità e nella tutela giuridica. Ebbene\, l’ambientalista davvero amante dell’ambiente\, dovrebbe cogliere le somiglianze fra le due ipotesi citate e dovrebbe attivarsi affinché le cose possano cambiare\, perché non esistono solo il lupo o l’orso o l’aquila da proteggere. Esiste\, invece\, l’ambiente tutto da tutelare che comprende anche il più “insignificante” individuo che vive l’habitat. \n  \nSono nato in libertà\, ero libero di andare ovunque …. \nSono un uccello da richiamo. Servo per uccidere i miei fratelli.[11] \n  \nCani da caccia: dalle stelle alle stalle \n“Un discorso a parte meriterebbero poi altre vittime animali\, i cani\, trasformati in aiutanti killer mediante un addestramento vigoroso: le cronache raccontano dell’abbandono e della soppressione dei “soggetti” non idonei\, della detenzione in gabbie che sono prigioni per tutto il tempo non destinato alle battute\, di quelli da annoverare tra le vittime accidentali di colpi sparati a casaccio”.[12] \nRendiamo il cane amico dell’uomo\, nemico degli animali. Lo addestriamo per questo\, per obbedirci\, per riconoscere la preda\, per braccarla\, morderla\, stanarla\, ucciderla. Ciò è lecito. Lo esponiamo al rischio infortuni durante le battute di caccia. Può ferirsi sul terreno o negli scontri con i selvatici o rimanere vittima di qualche sparo. Roba di poco conto per noi esseri superiori: è tutto lecito. Rinchiusi in gabbie\, liberati solo per addestramento o caccia. Quel cane è l’orgoglio del suo padrone\, compagno di avventure\, selfies\, protagonista di racconti con gli amici. Il cacciatore è davvero convinto di trattarlo da re. Poi arriva il momento in cui il cane\, però\, non serve più. Ha perso l’istinto\, non esegue i comandi\, è vecchio e non ce la fa. Non è più un valido nemico degli animali e non è più un valido amico dell’uomo cacciatore. Non è più un cane da caccia. Non è più ciò per cui è stato acquistato\, cresciuto\, addestrato\, mantenuto. Il fido amico non serve più\, è solo un peso. Meglio far spazio alle nuove leve. E così\, sarà tradito e lasciato per le campagne a finire i suoi giorni. Dovrà imparare a difendersi\, a procurarsi da mangiare e da bere\, e trovare un riparo. Oppure sarà semplicemente abbattuto dal suo “amico” a due zampe\, forse per pietà\, forse per incassare un indennizzo. \n“Gli indennizzi possono andare da 400 a 2000 euro e più. Alcune associazioni animaliste denunciano il fatto che ci possano essere anche delle truffe dietro ad un numero così alto di incidenti\, e che i cacciatori si liberino dei cani considerati ormai inadeguati alla caccia (perché malati o anziani) mascherando la loro uccisione come incidente di caccia\, per intascare l’indennizzo”.[13] \n“Setter\, segugi\, breton… la storia si ripete. Il cacciatore compra un cane da caccia e lo prova\, lo testa sul terreno. Se dopo le prime battute il fido compagno adempie al suo dovere viene arruolato\, altrimenti la scelta è ucciderlo o\, più comunemente\, abbandonarlo – spiega Adelina Abeni\, titolare del canile di San Rocco [nel bresciano\, n.d.r.]”[14]. \nSecondo Lorenzo Croce\, Presidente dell’Associazione AIDAA: “Sono almeno 40.000 i cani abbandonati ogni anno da cacciatori e pastori\, che nella migliore delle ipotesi vanno a riempire i canili del centro e sud Italia mentre molto spesso gli abbandoni avvengono nelle campagne\, dove i cani crescendo si incrociano e vanno ad incrementare il numero dei randagi”[15]. \n“La fauna è un bene collettivo\, della comunità globale\, che dobbiamo custodire anche per le prossime generazioni\, eppure si consente ad una piccolissima parte di popolazione (meno dell’1% in Italia) di disporne a proprio piacimento\, di brutalizzare e distruggere tanta bellezza\, in cambio di quel misero insignificante obolo che viene richiesto per rilasciare il tesserino venatorio. Licenza di uccidere a basso costo\, che paghiamo tutti a caro prezzo”[16]. \nCaccia alla volpe ed illeciti correlati[17] \n“In Italia la volpe è cacciabile nel corso di tutta la stagione venatoria. Inoltre\, i piani provinciali di ‘contenimento’ della specie\, prevedono estensioni\, sia temporali che spaziali. Ne consegue che le volpi possono essere uccise durante tutto il corso dell’anno ed anche nelle zone dove normalmente la caccia è vietata. Particolare efferatezza caratterizza la caccia in tana\, dove cani di piccola taglia\, appositamente addestrati\, entrano nelle tane allo scopo di far uscire adulti e cuccioli che diventano bersagli dei cacciatori. Molto spesso\, però\, gli stessi cani ingaggiano scontri furibondi con i cuccioli e con le madri\, intente a proteggerli. Con il risultato che molte volpi – sia cuccioli che adulti – vengono sbranate\, mentre i cani riportano spesso gravi ferite. Tutto ciò accade perché in alcuni casi le volpi possono predare capi di “fauna di interesse venatorio”\, liberata sul territorio mediante i programmi di ripopolamento degli ATC. Ma ciò che accade nelle tane delle volpi assume rilevanza penale\, in quanto configura il reato di maltrattamento di animali\, con la violazione dell’art.544 ter e bis del Codice penale. Se un cucciolo viene sbranato\, se un cane da tana risulta ferito\, si possono configurare gli estremi per poter segnalare i responsabili all’autorità giudiziaria”. \nPiani di ‘contenimento’ della volpe e caccia in tana[18] \n“In tutta Italia ogni anno in primavera\, dunque durante la chiusura della stagione venatoria e nel pieno del periodo riproduttivo\, vengono attivati piani di ‘contenimento’ della volpe mediante differenti strumenti\, tra cui l’uso dei cani per stanare le volpi in tana. \nPrima di analizzare le ripercussioni in termini sostanziali e giuridici di tale procedura\, è certamente utile un rapido excursus sul quadro normativo di riferimento. La legge n. 157 del 1992\, che disciplina la protezione della fauna selvatica\, all’art. 1 stabilisce che tutta la fauna selvatica è protetta quale patrimonio indisponibile dello Stato\, sono poi concesse legittime ‘apprensioni’ di talune specie\, ivi compresa la volpe\, esclusivamente nei modi e termini stabiliti dalla legge stessa. \nIn particolare\, il cosiddetto ‘controllo della fauna selvatica’ è consentito esclusivamente nei termini e con le modalità previste all’art. 19 della L.157/92\, mentre i soggetti abilitati ad eseguire i piani di controllo sono le guardie provinciali e i proprietari e conduttori di fondi ove si attuano i piani medesimi\, muniti di licenza per l’esercizio venatorio\, nonché le guardie forestali e comunali\, purché munite di licenza per l’esercizio venatorio. I mezzi per l’esercizio venatorio sono elencati all’art. 13 della L. 157/92 e comprendono il fucile ad anima liscia\, il fucile a canna rigata\, il fucile combinato a più canne (anima liscia e rigata). L’art.13\, inoltre\, sancisce espressamente il divieto di uso di qualsiasi altra arma e mezzo non espressamente previsto nell’articolo stesso. In termini generali\, sono comunque vietate tutte quelle modalità che causino strazio o gravi sofferenze agli animali coinvolti\, se non espressamente legittimate dalla norma in questione. \nI piani di ‘controllo della fauna selvatica’\, pur esulando dall’attività venatoria propriamente detta\, ampliano de facto le previsioni contenute nel calendario venatorio\, espandendo a tutti i 12 mesi dell’anno il periodo in cui è consentita l’uccisione delle volpi. Ma non di sola espansione temporale si tratta; infatti\, i piani di controllo consentono l’attività di abbattimento delle volpi anche in quella parte di territorio normalmente preclusa all’attività venatoria\, in particolare le cosiddette ZRC – Zone di Ripopolamento e Cattura”. \nPerché la volpe?[19] \n“Da quanto sopra premesso viene da chiedersi per quale motivo le volpi siano oggetto di una campagna di uccisione praticamente permanente\, diffusa anche nelle aree normalmente interdette alla caccia\, condotta mediante l’uso di fucili da caccia sia ad anima liscia\, sia ad anima rigata\, ma anche avvalendosi dei cosiddetti coadiutori\, cacciatori dotati di cani appositamente addestrati ad entrare nelle tane di volpe. Una risposta è nella natura stessa della volpe\, un predatore estremamente adattabile che ripulisce le nostre campagne dalla presenza di piccoli roditori\, ma che a volte\, non disdegna di rivolgere le sue attenzioni anche verso fagiani e lepri\, fauna cosiddetta “di interesse venatorio”. Per questo\, non di rado accade che la volpe\, l’unico predatore abbastanza diffuso sul territorio e quindi animale in grado di mantenere in equilibrio la presenza di altre specie\, divenga bersaglio dei fucili\, per tutto il corso dell’anno\, al solo scopo di limitare le perdite di fauna ‘di interesse venatorio’. \nUno scopo dichiarato illegittimo anche dal Consiglio di Stato (CdS VI ord. 6.2.07 n.727). Accade così che per poter uccidere lepri e fagiani\, artificiosamente immessi sul territorio con grave danno per l’ambiente\, ogni anno si uccida anche un numero imprecisato di volpi\, certamente nell’ordine delle decine di migliaia di esemplari. \nLe volpi\, come qualsiasi altro animale selvatico\, sono sempre in perfetto equilibrio con le risorse offerte dall’ambiente che le ospita. È chiaro quindi che la loro presenza è determinata in misura principale\, dalla disponibilità di prede. Se questa viene alterata da progetti di ripopolamento attuati ad esclusivo beneficio dei cacciatori\, ne deriva\, quale logica conseguenza\, che il territorio possa poi ospitare un maggior numero di volpi. In ogni caso\, qualunque progetto di ‘contenimento’ deve essere attuato nel rispetto della norma”. \n E la norma sul maltrattamento?[20] \n“L’art 544 bis c.p. punisce le uccisioni di animali non necessitate o con crudeltà\, con la reclusione sino a due anni\, mentre l’art 544 ter c.p. punisce il maltrattamento\, anch’esso non necessitato o cagionato con crudeltà. La Corte di Cassazione\, sin dal 2005 proprio con una sentenza in materia venatoria\, ha chiarito che il maltrattamento è pienamente applicabile anche alla fauna selvatica\, quando sono compiute condotte non espressamente previste dalla normativa di riferimento (legge 157 del 1992) anche se non sono espressamente vietate (Cassazione Penale\, Sez. III\, 21/12/2005 sentenza n. 46784\, Corte di Cassazione\, sez. III Penale\, sentenza 6 – 26 marzo 2012\, n.11606\, Corte di Cassazione n 16497 28 febbraio 2013). Dal quadro normativo sopra citato\, la prima conseguenza in via preliminare che si trae è che sono da ritenersi illegittimi tutti quei provvedimenti amministrativi che non prevedono la preventiva verifica della non effettività dei metodi di controllo non cruenti (cfr. su tutte\, CdS VI ord. 6.2.07 n.727) in quanto il disposto di cui all’art.19 della legge quadro deve intendersi di stretta interpretazione e per poter addivenire legittimamente all’approvazione di controllo\, è necessario esperire due distinti passaggi procedimentali: esperire metodi di contenimento non cruenti\, laddove gli stessi\, dopo essere stati sottoposti al vaglio dell’ISPRA\, dovessero risultare inefficaci\, è possibile ricorrere a metodi non ecologici\, sempre su nuovo parere dell’Istituto. \nAnalogamente\, i danni causati dalla volpe devono essere chiaramente comprovati e certamente non possono limitarsi al possibile disturbo delle specie di interesse venatorio\, perché la norma di riferimento (art 19 citato) non lo prevede. Una violazione di tali principi potrebbe comportare responsabilità amministrative e finanche penali per chi deliberatamente approvi tali provvedimenti amministrativi in assenza dei requisiti previsti dalla norma. Inoltre attuare condotte che non sono espressamente previste e consentite dalla normativa speciale sulla fauna selvatica in tema di contenimento e che oggettivamente causano strazio e sevizie agli animali\, può integrare il delitto di maltrattamento ed uccisione di animali. \nI piani di abbattimento di volpi attuati durante il periodo riproduttivo mediante la modalità di caccia alla tana\, con l’impiego di cani\, paiono entrare appieno in tale seconda conseguenza. \nInfatti seppur in teoria\, ovvero sulla carta\, tali piani dovrebbero prevedere in genere che i cani c.d. ‘specializzati’ si limitino a stanare gli animali nelle tane per poi farli sopprimere dai soggetti a ciò preposti a colpi di arma da fuoco\, la realtà è logicamente del tutto difforme giacché la concreta attuazione di questa procedura prevede la morte degli animali spesso per sbranamento\, nonché la morte dei cuccioli abbandonati nelle tane per inedia o anch’essi sbranati dai cani. Non essendo consentita ai sensi della legge n. 157 del 1992 che disciplina la tutela della fauna selvatica in ambito nazionale\, la morte degli animali per sbranamento o\, peggio\, per inedia dei cuccioli presenti nelle tane che lì potrebbero rimanere senza essere curati\, qualora le femmine siano poi soppresse\, è ipotizzabile il delitto di maltrattamento e uccisione con crudeltà non necessitati\, in quanto le modalità con cui sarebbero uccisi gli animali\, ovvero mediante caccia nella tana tramite cani\, cagionerebbero illecite lesioni e danni alla salute degli stessi\, in palese violazione di quanto disposto dalla normativa penale a tutela degli animali\, art. 544 bis e 544 ter c.p.\, in quanto i cuccioli potrebbero essere o sbranati dai cani o\, peggio\, morire per inedia a causa dell’uccisione delle madri\, in contrasto al dettato normativo di riferimento. \nA tale proposito\, in una Ordinanza del 2014 (28/2014 rg gip) il Giudice per le Indagini Preliminari di Ferrara\, a proposito della caccia alla volpe ‘in tana’ osserva: «è una modalità che spesso comporta l’uccisione dei cuccioli per sbranamento o per inedia. Non è chi non veda o non reputi che tale modalità di uccisione dell’animale e dei suoi cuccioli sia estremamente crudele e provochi all’animale sofferenze prima del sopraggiungere certo della morte; in questa parte sono pienamente condivisibili le osservazioni della Lega Anti Vivisezione»”. \nLa realtà della caccia in tana[21] \n“Nella pratica\, la modalità di caccia alla volpe cosiddetta ‘in tana’ emerge prepotentemente per la sua particolare violenza e crudeltà. \nLa sua diffusione deriva dal fatto che essa consente di ottenere la massima efficacia ed efficienza dei piani di contenimento\, uccidendo i cuccioli quando sono ancora dipendenti dalle cure parentali. È infatti sufficiente individuare una tana per potersi garantire l’uccisione di tutti i suoi occupanti\, senza dover necessariamente vagare per le campagne nella speranza di incontrare qualche volpe adulta. Tale metodologia di caccia è particolarmente cruenta e causa di atroci sofferenze per gli animali. In alcuni casi\, vengono addirittura utilizzate pale meccaniche per poter portare alla luce la tana ed i suoi occupanti terrorizzati\, di lì a poco destinati a cadere sotto i colpi dei fucili. Normalmente\, invece\, si utilizzano cani di piccola taglia che riescono ad infilarsi nella tana dove incontreranno la madre in compagnia dei piccoli. Superfluo dire che ne nascerà uno scontro violentissimo: da una parte un cane addestrato per fare scappare le volpi incontrate in tana\, costringendole verso le uscite alternative e quindi destinandole ai fucili dei cacciatori\, dall’altra una madre che\, come qualsiasi madre mammifero\, umano compreso\, sarà disposta a dare la propria vita pur di difendere i suoi piccoli. Dallo scontro il cane uscirà ricoperto dalle ferite di una madre volpe impegnata in una difesa disperata fino alla morte\, mentre i cuccioli che non saranno stati sbranati dal cane\, privati delle indispensabili cure parentali\, saranno destinati ad una lenta morte per inedia. \nIl risultato è una vera e propria carneficina\, non scriminata dalla Legge speciale”. \nCaccia al cinghiale \nIl cinghiale brutto e cattivo non viene semplicemente ucciso. Talvolta viene letteralmente (e illecitamente) torturato. \nIn alcune tecniche di caccia viene inseguito fino allo sfinimento dai cani che lo conducono dritto contro il plotone d’esecuzione: più cani ad inseguirlo\, più cacciatori a sparargli contro … tutti contro uno\, davvero uno sport nobile! \nAltri modi di cacciare prevedono che i cani non solo scovino il cinghiale ma lo attacchino\, lo mordano e lo immobilizzino finché non arriva il cacciatore che lo finisce con uno sparo\, sempre se è così gentile da porre fine subito alle sofferenze del selvatico. Non mancano\, infatti\, video sul web in cui i cacciatori si gustano lo spettacolo offerto dai propri cani che mordono e straziano la fiera. Li guardano e non li fermano. Vedono il cinghiale soffrire\, date le ferite; lo vedono disperato scalciare più per istinto che per una ormai impossibile salvezza. Guardano\, filmano\, ne parlano\, si compiacciono e neanche un minimo senso di pietà li pervade\, tanto assetati sono di sangue\, tanta è la loro gioia di aver preso un cinghiale. I cani che attaccano il cinghiale sono bene addestrati a farlo. Sanno bene dove mordere per far più male e per neutralizzare il malcapitato. \nSe fin qui si è trattato di pratiche lecite moralmente discutibili o che sfociano in maltrattamenti\, adesso si tratterà brevemente di una tecnica di caccia al cinghiale diffusa e atroce\, totalmente illegale: il laccio. \nSi tratta di una trappola cruenta che non lascia scampo alla povera vittima. Un laccio di acciaio\, posizionato a mo’ di cappio nei punti di passaggio degli animali selvatici (ad es. nei “sentieri” che conducono ai corsi d’acqua). Quando l’incolpevole fauna transita da quel punto\, sentendosi stretto il collo\, si dimena\, causando il maggior stringimento del laccio. L’animale morirà dopo ore di agonia\, tra dissanguamento e soffocamento. \nCome vengono addestrati i cani per attaccare il cinghiale? \nSebbene non si possa generalizzare\, non si può non segnalare il caso di un cacciatore di Pitigliano (GR) protagonista di fatti avvenuti nel 2018 per i quali è stato condannato con emissione di un decreto penale divenuto esecutivo “perché per crudeltà o comunque senza necessità sottoponeva un cucciolo di cinghiale a sevizie e stress\, incompatibili con le proprie caratteristiche etologiche\, legandolo per una garretto al fine di addestrare i cani da caccia di sua proprietà”[22]. \nAppaiono del tutto fondati i dubbi espressi dalla LAC: “E’ terribile quanto accade agli animali utilizzati per addestrare i cani da caccia. Per l’addestramento cani da caccia\, si utilizzano diverse specie di fauna\, dai cinghiali\, alle lepri\, alle volpi\, all’avifauna appositamente allevata. Per tutti una condizione di stress e sofferenza fino alla morte”.[23] \nAnimali domestici \nFra i competitor dei cacciatori ecco spuntare a sorpresa gli animali domestici. Sì\, proprio loro\, micidiali predatori naturali che disturbano l’attività venatoria: allontanano la cacciagione o la uccidono o\, comunque\, disturbano il gioco dei cacciatori. Come poter continuare a praticare indisturbati lo “sport” della caccia\, dunque? Alcuni cacciatori hanno trovato una soluzione definitiva alla questione: li uccidono. Già\, è semplice\, gli si spara o li si avvelena con bocconi avvelenati. Purtroppo il fenomeno è “assai diffuso e ben documentabile”.[24] \nStrumenti illeciti di caccia che provocano grandi e ingiuste sofferenze agli animali \nIl desiderio di uccidere la fauna selvatica\, per molti\, non conosce limiti. Spargimento di piombo e cartucce\, danni diretti (ferimento e uccisione) o indiretti (saturnismo) di esemplari protetti\, inquinamento di terreni e zone umide\, rischio ferimento o uccisione di uomini\, uso di congegni illeciti per la cattura degli animali. Tra questi ultimi\, si annoverano: \n\narchetti: trappole per la cattura di piccoli uccelli. Quanto l’uccello si posa sull’esca\, viene intrappolato per mezzo del congegno a scatto. Gli uccelli intrappolati rimangono appesi per ore ad agonizzare\, con i tarsi spezzati dall’archetto;\ntrappole e cappi;\nreti verticali in cui gli uccelli (indistintamente dalla specie) rimangono impigliati e muoiono dopo una lunga agonia;\ngabbie trappola: strutture in legno o metallo\, dotati di una porta a ghigliottina chiusa da un meccanismo a scatto attivato da un’esca alimentare posizionata all’interno.\n\nIlleciti \n\n\n\nLa “malacaccia”: fattore di rischio per la biodiversità\n\n\n\nUno studio condotto dal CABS (Committee Against Bird Slaughter) in collaborazione con le principali associazioni ambientaliste italiane ha evidenziato quale impatto sulla biodiversità abbia la caccia illegale praticata da cacciatori e bracconieri. I risultati di tale studio sono confluiti nei documenti “Calendario del cacciatore bracconiere”. Nel censimento delle condotte illecite\, gli autori dello studio hanno inteso porre in rilievo solo quelle che realmente e direttamente hanno arrecato danno alla biodiversità (es.: infrazioni o reati relativi all’abbattimento di specie protette\, caccia in aree protette\, ecc.) e non anche ipotesi di infrazioni amministrative (es.: mancata annotazione della giornata\, caccia a distanza ravvicinata da case e strade\, ecc.). \nQui di seguito si riporta uno specchietto riepilogativo degli esiti degli studi condotti relativamente alle stagioni venatorie 2013/14 [25]\, 2014/15 [26] e 2015/2016 [27]. \n\n\n\nPeriodo oggetto di studio\ndal 01.02.13 al 31.01.14\ndal 01.02.14 al 31.01.15\ndal 01.02.15 al 31.01.16\ndal 01.02.19 al 31.01.20\ndal 01.02.20 al 31.01.21\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nNumero dei casi \n \n\n\n\n\n\n\n\n–     crimini rilevanti contro la fauna selvatica\n548\n706\n596\n434\n515\n\n\n–     persone coinvolte\n1.133\n1.594\n1.324\n1.147\n921\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nCategoria di fauna colpita \n \n\n\n\n\n\n\n–     uccelli\n70 %\n67 %\n68 %\n59 %\n63 %\n\n\n–     mammiferi\n30 %\n23 %\n26 %\n25 %\n29 %\n\n\n–     uccelli e mammiferi\n\n9 %\n6 %\n3 %\n3 %\n\n\n  \n \n\n\n\n\n\n\n\nTipologia di illecito \n \n\n\n\n\n\n\n\n–     uso di richiami elettromagnetici\n20\,6 %\n21 %\n14 %\n17 %\n16 %\n\n\n–     abbattimento di specie particolarmente protette\n20\,3 %\n26 %\n26 %\n29 %\n29 %\n\n\n–     abbattimento di specie protette\n\n6 %\n12 %\n5 %\n9 %\n\n\n–     caccia in zona di divieto\n11\,4 %\n8 %\n7 %\n7 %\n6 %\n\n\n–     caccia in periodo di divieto\n10\,2 %\n14 %\n14 %\n11 %\n13 %\n\n\n–     uccellagione\n7\,1 %\n\n\n\n\n\n\n–     caccia notturna\n6\,4 %\n3 %\n3 %\n1 %\n2 %\n\n\n–     caccia con fucili alterati (con più di tre colpi o con matricola abrasa o con silenziatore o altro)\n5\,3 %\n3 %\n2 %\n3 %\n2 %\n\n\n–     lacci/trappole/tagliole\n4\,3 %\n18 %\n17 %\n17 %\n17 %\n\n\n–     caccia da veicoli\n1\,4 %\n\n\n\n\n\n\n–     limite massimo\n0\,9 %\n\n\n\n\n\n\n–     richiami illegali\n0\,8 %\n3 %\n4 %\n8 %\n3 %\n\n\n–     veleno\n0\,6 %\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nResponsabili \n \n\n\n\n\n\n\n\n–     cacciatori (provvisti di licenza o che l’hanno avuta in un recente passato)\n80\,6 % \n \n78 % \n(1.241 cacciatori)\n77\,8 % \n(1.030 cacciatori)\n63 % \n(747 cacciatori)\n64 %\n\n\n–     persone senza licenza di caccia (“bracconiere puro”)\n15\,5 %\n19 % \n(311 bracconieri)\n19 % \n(251 bracconieri)\n34 % \n(400 bracconieri)\n27 %\n\n\n–     ignoti\n3\,9 %\n3 %\n3\,2 %\n3 %\n9 %\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nPeriodo \n \n\n\n\n\n\n\n\n–     illeciti commessi durante la stagione venatoria\n80 %\n78 %\n78\,4 %\n72 %\n74 %\n\n\n–     illeciti riscontrati a stagione venatoria chiusa\n20 %\n22 %\n21\,6 %\n28 %\n26 %\n\n\n\nConclusioni dello studio contenuto nel documento “Calendario del cacciatore bracconiere 2013/2014” \n“Dal campione preso in analisi nel presente studio emergono numerose criticità\, legate alla gestione della caccia e alla lotta al bracconaggio in Italia. Il fatto che più dell’ 80% dei reati venatori più gravi vengano compiuti da cacciatori veri e propri (spesso salta all’occhio nelle cronache come si tratti anche di esponenti delle istituzioni\, o rappresentanti delle più importanti associazioni venatorie nazionali) dimostra come il fenomeno della “malacaccia” sia endemico e “istituzionalizzato” in Italia: non vi è una percezione diffusa del danno arrecato dal bracconaggio al patrimonio naturale collettivo e in questo senso non vengono prese né dalle amministrazioni\, né dalla politica delle misure – culturali e giuridiche – volte a contrastare efficacemente il bracconaggio o a isolare i bracconieri. Non è un caso che tutti i tentativi di cambiamento delle leggi sulla caccia succedutisi negli ultimi anni sono stati volti a depenalizzare i reati e allargare le maglie delle norme\, piuttosto che a rendere efficaci i sistemi di controllo e di repressione dell’illegalità. La connessione fra caccia e illegalità è sottolineata dal fatto che l’81% dei reati venatori vengano commessi durante la stagione di caccia\, fatto che spiega l’avversione da parte delle associazioni di protezione dell’ambiente per ogni ipotesi di estensione della stagione di caccia: durante la stagione di caccia\, i reati aumentano esponenzialmente […]”[28]. \nL’Italia è il secondo “Stato Canaglia” del Mediterraneo per l’uccisione illegale di uccelli[29] \nÈ ragionevole ipotizzare che il fenomeno della caccia illegale e del bracconaggio sia molto più ampio di quanto possa emergere dagli studi condotti dal CABS e\, quindi\, molto più importanti potrebbero essere gli effetti dannosi sulla biodiversità. Ciò lo si evince proprio dagli studi effettuati dal CABS e contenuti nei documenti “Calendario del cacciatore bracconiere” ove viene posto più volte l’accento sulla carenza dei controlli da parte delle Istituzioni sull’attività venatoria e sulla mancata applicazione della disposizione prevista dall’art. 32 della L. 157/92\, che richiede un resoconto annuale della vigilanza sul territorio nazionale in riferimento alla raccolta di informazioni sul fenomeno del bracconaggio. \n“L’Italia è il paese dove del fenomeno della caccia e del bracconaggio non si sa quasi nulla: non si sa esattamente quanti siano i cacciatori\, quanti reati vengano commessi\, non si sa quanta vigilanza intervenga e con quali risultati\, né quanti esemplari siano abbattuti ogni anno legalmente o illegalmente. Per ovviare a questa mancanza di informazioni\, e in risposta al PILOT 5283/13/ENVI\, l’Italia ha approvato il 30/03/2017 un Piano d’azione nazionale per il contrasto degli illeciti contro gli uccelli selvatici. Conseguentemente nel maggio 2018\, 2019 e 2020 sono stati rilasciati da ISPRA e dal CUFA tre rapporti sull’esecuzione dello stesso piano”[30]. \n“Nei tre mesi di massima migrazione degli uccelli fra settembre e novembre sono stati perpetrati e riscontrati il 55% di tutti i reati commessi nel corso dei 12 mesi\, a dimostrazione del fatto che il bracconaggio in Italia sia ancora legato alla caccia alla migratoria\, ovvero si sviluppi quando si ha l’opportunità di catturare o abbattere numerose quantità di uccelli”[31]. Tale circostanza rappresenta un reale ed importante fattore di rischio per la biodiversità\, “che andrebbe limitato e controllato il più possibile\, in modo da disinnescarne la pericolosità\, tanto più se si considera l’importanza che ha la nostra penisola sia come canale migratorio per l’avifauna di buona parte del continente europeo\, sia per ospitare popolazioni uniche di mammiferi come il camoscio d’Abruzzo\, l’orso marsicano\, il cervo sardo”[32]. \nSulla gravità ed estensione del fenomeno del bracconaggio non lascia dubbi il comunicato stampa dell’ISPRA\, del 10.06.2016\, dall’eloquente titolo “LOTTA AL BRACCONAGGIO – Individuate in Italia almeno 7 aree “calde” dove intervenire per contrastare l’uccisione illegale degli uccelli selvatici”. \n \nI black-spot dove l’attività di bracconaggio nei confronti degli uccelli è più intenso (fonte Ispra) \nGhiri: una caccia illecita e diffusa di una specie a rischio estinzione \nIl ghiro è un piccolo e simpatico roditore che rientra fra le specie protette. Di giorno preferisce rimanere nascosto per uscire dopo il tramonto e rincasare prima dell’alba. Va matto per frutti e semi del bosco (noci\, nocciole\, ghiande\, castagne\, semi di pino\, lamponi\, more\, ecc.)\, ma non disdegna insetti e uova d’uccelli. È un animaletto che in autunno aumenta molto di peso poiché gli serve accumulare riserve per il letargo invernale che dura circa 6 mesi. Vive prevalentemente nei boschi tra i 600 e i 1.500 metri. La sua simpatia e il fatto di essere annoverato tra le specie protette\, purtroppo\, non lo salvano dalla mano del cacciatore. Talvolta viene catturato con trappole poste sugli alberi dei cui frutti è ghiotto (castagne\, nocciole\, ghiande); talaltra viene abbagliato dalle forti luci montate sui fucili dei cacciatori che\, una volta che la piccola vittima si immobilizza accecato dalla forte luce\, lo finiscono senza difficoltà. \nCome se non bastasse\, in alcuni ambienti malavitosi lo sventurato ghiro rappresenta una vera prelibatezza\, immancabile boccone nei banchetti dei clan\, segno di rispetto per i boss. Ed allora ecco le notevoli scorte di ghiri\, vivi e morti\, accantonati per le “grandi” occasioni. Prova di tale “rituale” ne sono i vari sequestri di ghiri operati dalle Forze dell’Ordine nel corso delle perquisizioni. \nLa sopravvivenza del ghiro è già fortemente minacciata dagli incendi che distruggono le loro tane e le loro fonti di sostentamento. La caccia a questa bestiola può decretarne l’estinzione\, tra il silenzio di molti. \nReggio Calabria\, i carabinieri sequestrano 235 ghiri congelati e pronti al ‘consumo’: è il cibo delle ‘mangiate’ di ‘Ndrangheta[33] \n“Sono specie protetta\, considerata non idonea al consumo alimentare. Ma nella tradizione dei clan\, sono anche la portata principale delle “mangiate” di ‘Ndrangheta\, segno di riguardo e rispetto per capi o aspiranti tali. Duecentotrentacinque ghiri\, porzionati\, congelati e pronti ad essere cucinati\, altri\, chiusi in una gabbia a ingrassare prima di essere macellati\, sono stati trovati dai carabinieri in un’abitazione nei pressi di Delianuova. \nNon si tratta della prima volta che gli investigatori si trovano di fronte a simili “scorte”. Delianuova poi è una delle quattro zone del reggino in cui più diffusa è la caccia illegale ai piccoli roditori\, che nelle aree aspromontane e pre-aspromontane della Locride ha il suo cuore. Un rito arcaico\, che resiste a multe e divieti e torna spesso nelle chiacchierate fra uomini dei clan intercettate dagli investigatori. Per “na mangiata i ghiri”\, fra “roba rrustuta” e “pasta cu sucu”\, si incontravano i narcos degli Aquino-Coluccio e i Commisso per organizzare l’importazione di tonnellate di coca dall’America Latina\, ma è capitato anche che i piccoli roditori venissero contrabbandati anche dietro le sbarre. Lo racconta il pentito Andrea Mantella\, parlando del suo rapporto con il boss di San Gregorio di Ippona\, Saverio Razionale. “Nel 1999\, quando eravamo in carcere insieme\, ci incontravamo tutti i giorni\, perché eravamo nella stessa sezione. Eravamo sempre insieme. Eravamo con Pietro Portolesi di Platì\, Giovanni Morabito e altri. Ricordo che i platioti ci facevano mangiare i ghiri e lui che li schifava li metteva nel mio piatto per non fare brutta figura”. Del resto\, sempre topi sono\, per di più dall’odore pestilenziale se cucinati. Ma in quella parte di ‘Ndrangheta militare che ancora si ammanta di tradizioni arcaiche per nascondere la propria vera natura\, a certi “manicaretti” non si può dire di no”. \nCacciatori o bracconieri? \nBen sappiamo chi sono i cacciatori\, ovvero coloro che\, in forza di una regolare licenza di caccia\, sono legittimati al prelievo di alcune specie di fauna selvatica\, nei tempi e nei modi previsti dalla legge. Ma chi è il bracconiere? È colui che non possiede la licenza di caccia o può definirsi bracconiere anche il cacciatore (munito\, quindi\, di regolare titolo) che viola i dettami normativi in tema di protezione di fauna selvatica e prelievo venatorio? \nNel mondo della caccia si è particolarmente attenti a distinguere le figure di “cacciatore” e “bracconiere”. Non si tratta di una mera puntualizzazione fine a sé stessa ma un voler definire con chiarezza che i cacciatori non violano le leggi. A dire delle associazioni venatorie\, infatti\, i bracconieri sono coloro che trasgrediscono le disposizioni di legge in materia venatoria\, a prescindere dal possesso della licenza di caccia. Questa distinzione tout court è dettata dall’esigenza di stabilire una dissociazione totale dei cacciatori dall’illegalità\, ammantando così i “veri” cacciatori di un velo di assoluta legalità. Se in linea di principio tale atteggiamento potrebbe apparire nobile e condivisibile\, nella realtà\, il tutto sembra più uno stratagemma per tutelare l’immagine della caccia\, che già non gode dei favori di gran parte della popolazione. Il gioco è semplice: Tizio è un cacciatore ma nel momento in cui contravviene alle regole diviene “bracconiere”. Così facendo\, non solo si garantisce l’immagine del mondo della caccia ma si evidenzia anche un certo senso civico nel condannare l’illegalità. \nLa distinzione andrebbe bene se nel nostro Paese i controlli venatori fossero svolti con serietà e se le norme italiane svolgessero una funzione deterrente. “Sei un cacciatore\, vieni sorpreso a violare la legge e passi dall’altra parte\, perdendo la licenza di cui godevi”. Purtroppo la realtà è ben diversa: quelle poche centinaia di persone che ogni anno vengono colte in flagranza di reato (e che dal 2015 continuano drammaticamente a diminuire\, secondo i dati del CABS) non sono che la punta di un iceberg e costoro\, si badi bene\, continuano a mantenere\, salvo limitatissimi casi\, la licenza di cui godevano precedentemente. E la condanna del bracconaggio da parte del mondo venatorio\, da sempre arroccato in una difesa corporativa della categoria\, resta solo di facciata. Sul bracconaggio le associazioni continuano a mantenere un’ambiguità di fondo\, che si spiega con il timore di perdere consensi tra gli associati\, quindi assicurazioni e tessere a favore delle altre associazioni che dovessero avere una posizione meno dura. Da qui\, addirittura\, le proteste di piazza laddove i controlli\, a loro dire\, si fanno troppo stringenti\, com’è avvenuto a Brescia nell’ottobre del 2021. \nTroppo comodo accompagnarsi oggi con chi\, all’occorrenza\, si disconoscerà. \nTra l’altro\, i dati sono inequivocabili. Analizzando quelli riportati al paragrafo 3.1 “La “malacaccia”: fattore di rischio per la biodiversità” ben si potrà notare come la maggior parte delle condotte illecite in ambito venatorio siano commesse proprio da coloro che sono muniti di licenza di caccia\, i cacciatori!)! \nIn fin dei conti\, se è vero (come è vero) che non tutti i cacciatori sono bracconieri\, d’altro canto è vero che la maggior parte dei bracconieri sono cacciatori. \n“Una prova inconfutabile dell’interrelazione tra bracconaggio e caccia è rappresentata dal massiccio aumento dei ricoveri di animali protetti\, soprattutto uccelli rapaci\, in coincidenza del periodo dell’attività venatoria e dalla rilevante incidenza percentuale delle ferite da fucile da caccia come causa di ricovero nei diversi centri di recupero di fauna (solitamente gestiti da associazioni protezionistiche o amministrazioni provinciali): basta scorrere i lunghi elenchi redatti in questi centri per capire che non c’è specie animale che possa ritenersi al sicuro (WWF Italy\, 2014)”[34]. \n 4. Incidenti di caccia e danni collaterali  \n      Gli animali colpiti \nQuando si pensa agli animali attinti dai colpi dei cacciatori\, il pensiero corre subito alla fauna selvatica cacciabile o protetta. Nella realtà\, le cronache ci rilevano che anche altre sono le vittime della caccia per via di incidenti che ricorrono prima\, durante e dopo le attività venatorie. Oltre alle gravi e ormai prevedibili sciagure cui si assiste ad ogni stagione venatoria\, esiste un corollario di ulteriori effetti collaterali che accompagnano l’esercizio della caccia e che ricadono talvolta sui bambini e sugli animali domestici. \nL’uomo … e i suoi cuccioli \n“Il punto di avvio è la constatazione che l’attività venatoria consiste in null’altro che nel libero uso di armi da fuoco da parte di dilettanti in luoghi non protetti\, ovvero che sua principale e intrinseca caratteristica è la totale promiscuità di spazi con le altre attività umane\, sia lavorative (agricoltura e silvicoltura innanzi tutto) che ludiche (escursionismo ecc.). E’ chiaro pertanto che il problema della sicurezza e della tutela della pubblica incolumità è da considerarsi primario in qualsiasi trattazione che abbia come oggetto la caccia. \nCon riferimento ai dati del 2001 si è calcolato che si verifica un incidente mortale sul lavoro ogni 3.500.000 circa giornate lavorative e almeno un incidente mortale di caccia ogni 550.000 circa giornate di caccia. Ne risulta\, dal rapporto fra tali cifre\, che si muore di caccia almeno 6\,4 volte più frequentemente che sul lavoro. Inoltre\, la probabilità che un incidente di caccia abbia esito mortale è 297 volte maggiore che negli incidenti sul lavoro”[35]. \nSecondo i dati raccolti e pubblicati dall’Associazione “Vittime della caccia”\, la stagione venatoria 2021/2022 ha mietuto 90 vittime tra gli uomini: 24 morti e 66 feriti[36]. \n\n72 incidenti sono avvenuti in ambito venatorio; gli altri 18 in ambito extravenatorio.\n55 sono vittime tra i cacciatori: ne sono rimasti uccisi 12\, mentre 43 sono i feriti.\n35 sono\, invece\, le vittime tra i non cacciatori: 23 feriti (di cui 19 in ambito venatorio) e 12 sono periti in ambito extravenatorio (vittime di uxoricidi\, raptus\, detenzione incauta di fucili da caccia\, persine ad opera di minori).\n\nVale la pena di sottolineare che i dati degli incidenti di caccia riportati si riferiscono ai 4/5 mesi di attività venatoria\, non all’interno anno. In tale senso\, l’entità del bollettino assume ulteriore grave rilievo. \nPurtroppo\, la stagione venatoria trascorsa non ha rappresentato un unicum; è stata\, invece\, la solita annunciata mattanza. Le cause potrebbero essere ricercate nella imperizia nel maneggio delle armi\, nel mancato rispetto di distanze e procedure di sicurezza. Ancora\, però\, le cause potrebbero essere ricercate nella predisposizione individuale di alcuni cacciatori in relazione alla gestione dello stress\, alla capacità di controllare le reazioni istintive\, all’attitudine di gestire al meglio le relazioni interpersonali\, al rispetto di ciò che li circonda\, anche con riferimento ai fondi altrui\, oltre che agli animali domestici e ai propri cani che\, come viene spesso denunciato\, vengono uccisi per gioco o convenienza o in preda a raptus. \nAndare a funghi o fare un’escursione o andare in bici o semplicemente stare nel proprio terreno\, può diventare fatale. Fatali sono state queste semplici attività sportive o di svago per troppe persone. \nAlla pagina web dell’Associazione “Vittime della caccia” https://www.vittimedellacaccia.org/avcdossier-2020-2021-bollettino-della-guerra-vittime-umane/ è riportato il triste “Bollettino” degli incidenti di caccia avvenuti nel corso della passata stagione venatoria \nCome se non bastasse il prezzo in termini di vite umane … \nSempre secondo la citata Associazione\, 35 sarebbero stati gli interventi di elisoccorso necessari per gli incidenti di caccia. Il che\, come ben evidenziato\, ha comportato spiegamento di mezzi\, uomini e denaro. \nPiccole\, incolpevoli e inconsapevoli vittime \nPotrebbe non essere del tutto peregrina l’idea di poter annoverare tra le vittime della caccia anche quei bambini che in qualche modo vengono avvicinati al mondo venatorio. Taluni\, è risaputo\, vengono portati durante le battute\, vedono come viene ucciso un essere indifeso\, si abituano a quelle immagini\, al sangue; altri sono introdotti al maneggio o\, addirittura\, all’uso delle armi. \nUn processo di assuefazione alla crudeltà\, al mancato rispetto della natura (spargimento di piombo e cartucce)\, una normalizzazione dell’eccezione. Ciò che farebbe inorridire un adulto\, alcuni bambini lo vivono con gioia. \nGli animali domestici. \nGli animali domestici rientrano tra quelle vittime più o meno accidentali causate dalla caccia. Per le implicazioni che l’attività venatoria ha sugli animali d’affezione si rimanda al paragrafo 2.5. \nLa fauna protetta \nLa legge 157/92 “Norme per la protezione della fauna omeoterma e prelievo venatorio” da un lato prevede una serie di dettati nomativi volti alla protezione della fauna selvatica\, dall’altro disciplina l’attività venatoria\, regolandone le modalità di svolgimento al fine di non esporre la fauna tutelata. In teoria\, ovviamente. Nella realtà dei fatti\, invece\, proprio la caccia determina sul campo conseguenze nefaste per la fauna selvatica che si intende tutelare: “incidenti” di caccia (con uccisione o ferimento)\, uccisioni indirette (saturnismo; infarti per i colpi esplosi)\, ferimenti indiretti (durante la fuga\, per via dei colpi uditi)\, disturbo. \nL’esistenza stessa della caccia\, poi\, facilita il fenomeno del bracconaggio con conseguente aggravio sulla fauna protetta. Durante una battuta di caccia\, in assenza di controlli\, è possibile che qualche cacciatore possa violare le regole\, prelevando specie tutelate o accedere a zone protette o eccedere nel numero di capi abbattuti. Inoltre\, la regolare disponibilità di fucili e munizionamenti facilita l’uso di questi strumenti in periodi di divieto di caccia. \n“Durante l’esercizio dell’attività venatoria sussiste\, effettivamente\, il rischio di ferimento o abbattimento accidentale di specie di interesse comunitario. Ciò può verificarsi in conseguenza di involontari errori di tiro o di determinazione dell’esemplare considerato (che potrebbe essere scambiato con una specie cacciabile). Errori simili possono essere correlati alla visibilità\, alla formazione e all’esperienza del cacciatore; ma anche al tipo di arma utilizzata e alla presenza contemporanea sul posto sia di specie cacciabili che di interesse comunitario”. \n“L’inseguimento\, o la cerca ed individuazione\, possono quindi avere per oggetto anche specie tutelate dalle Direttive Habitat ed Uccelli\, e possono provocare disturbo nei confronti di tali entità o\, nel peggiore dei casi\, il ferimento o l’uccisione degli individui inseguiti/scovati”[37]. \nLa flora e l’ambientalismo selettivo \nGli escursionisti vengono educati a non lasciare mai il sentiero. Non si tratta solo di una questione di sicurezza\, per evitare di perdersi nel bosco o per non rischiare di trovarsi in luoghi in cui sussiste un pericolo caduta sassi o dal terreno instabile. L’attenzione non è rivolta solo all’incolumità del viandante ma è rivolta anche al rispetto dell’ambiente che lo circonda. Più consapevolmente\, infatti\, si sta tutelando il luogo che ci ospita\, le sue caratteristiche e le sue fragilità. I sentieri tracciati tengono in conto tanto la questione sicurezza quanto il rispetto dell’ambiente. Andar fuori sentiero può voler significare calpestare germogli\, ostacolare la ricrescita o il rinnovamento vegetativo in una zona che\, magari\, avrebbe necessità di rinvigorirsi. Gli escursionisti non possono. I cacciatori con i loro fidi cani possono\, invece\, fare scorribande ovunque\, persino nei terreni privati. L’art. 842 del Codice Civile consente infatti ai cacciatori l’accesso ai fondi privati che non presentino le caratteristiche di “fondo chiuso”\, un privilegio di cui non può godere nessun’altra categoria di cittadini. \nChi pensasse di attaccare una puntina da bacheca ad un albero\, per fissare nulla di più che un foglio per un semplice gioco\, potrebbe essere raggiunto da un forte rimbrotto: gli alberi non si toccano\, non si mettere una puntina neanche per pochi minuti. Poi\, però\, gli alberi vengono investiti da migliaia di pallini e pallettoni di piombo nel silenzio generale. \nIn tal senso\, viene da chiedersi come possa coesistere l’animo ambientalista con quello venatorio. Nelle uscite escursionistiche\, il cacciatore la pensa da trekker. Il giorno seguente\, però\, i nobili canoni si dissolvono allorquando egli indossa gli abiti coi superpoteri da Rambo: ora tutto gli è concesso\, può agire indisturbato dagli uomini e dal proprio ambientalismo. Curioso appare anche l’atteggiamento generale ambientalista: vigile e sempre pronto a riprendere il trekker in errore; distratto verso le attività dai cacciatori. \nSembra di trovarsi al cospetto di una forma di “ambientalismo selettivo”: alla massima tutela della vegetazione in genere (e di alberi in particolare) quanto si parla di escursionismo fa da contraltare un curioso silenzio quando si parla di caccia. \nAltri effetti collaterali: incolumità\, disturbo alla quiete pubblica\, procurato allarme sociale e danneggiamento cose mobili e immobili \nDel rischio “incolumità” fisica dell’uomo derivante dall’attività venatoria si è già trattato al paragrafo 1 del presente capitolo. I problemi per l’uomo\, però\, non finiscono lì. Vi sono\, infatti\, altre negative implicazioni della caccia sui cittadini che assumono particolare rilievo nella misura in cui condizionano pesantemente il vivere quotidiano\, modificando abitudini e stati d’animo. \nProprio per l’invasività dell’attività venatoria\, sempre più sono i cittadini che producono istanze ai propri sindaci volte all’emissione di ordinanze che vietino la caccia in una determinata zona[38]. Le questioni che maggiormente vengono evidenziate nelle predette richieste afferiscono l’ambito dell’incolumità\, del disturbo alla quiete pubblica e del procurato allarme sociale. Infatti\, ai cacciatori vengono attribuite una serie di condotte moleste\, tra cui: mancato rispetto di distanze da case e strade\, violazione di domicilio\, minacce e offese\, mancata raccolta dei bossoli\, danneggiamento di cose mobili o immobili\, disturbo della quiete e del riposo (segnalando spari già all’alba)\, danni alle colture a agli alberi anche con frutti pendenti\, cani dei cacciatori che circolano incustoditi nelle immediate pertinenze delle abitazioni private ed altro. \nAppare del tutto evidente come i cittadini che si trovino a vivere situazioni simili (e neanche infrequenti) siano sottoposti ad uno stress particolarmente rilevante. Subire gli effetti di quelle condotte\, aver paura di contestare quelle azioni a gente sconosciuta ed armata\, il timore di ritorsioni\, i danni patiti\, il riposo interrotto dagli spari\, non può che avere riflessi sulla serenità del vivere quotidiano. Il “divertimento” dei cacciatori\, può giustificare tutto ciò? \n… e la lista continua: il turismo e le attività ricreative ed escursionistiche \nLa lista degli effetti “collaterali” della caccia sull’uomo sembra non aver fine. \nQuante volte è capitato durante un’attività in montagna (escursione\, raccolta funghi\, passeggiata in famiglia) di venir scossi dall’improvviso scoppio più o meno ravvicinato di colpi di fucile! Di nuovo riaffiora il tema dell’incolumità. In quel momento i cacciatori non sanno della presenza degli escursionisti e sappiamo quanti “incidenti” di caccia siano avvenuti nel tempo allorquando umani siano stati feriti o uccisi perché scambiati per animali durante le battute di caccia. Oltre alla questione dell’incolumità\, emerge anche quella del diritto di fruire della natura in maniera serena. Da quello sparo tutto cambierà. La spensieratezza e la felicità\, il godimento della natura\, l’osservazione delle bellezze\, cederanno il passo a paura\, preoccupazione\, urla per farsi sentire dai cacciatori\, cambiamenti di programma sul continuare il percorso\, modificarlo o rinunciare definitivamente. Perché? La natura è di tutti e tutti dovrebbero poterne fruire liberamente\, con rispetto per gli uomini e per l’ambiente. \nEffetti negativi della caccia si ripercuotono anche sul turismo\, vista la crescente sensibilità delle persone sui diritti degli animali\, contro le pratiche violente ai loro danni. La corrida in Spagna\, i combattimenti fra galli nella Repubblica Dominicana\, la caccia alle balene in Islanda sono state oggetto del cosiddetto “boicottaggio turistico”. “Anche in Italia\, alcuni operatori del settore hanno registrato mancate prenotazioni per effetto dell’attività venatoria”[39]. \nNel dossier “Aiutateci a diventare civili – Analisi del rapporto tra attività venatoria italiana e potenziali danni al turismo” (maggio 2004) redatto dallo Staff di “Caccia il Cacciatore” possono leggersi alcune significative lettere ricevute da hotel\, agriturismi e tour operator o inviate da potenziali turisti e associazioni animaliste per avere una più chiara percezione di quali possano essere gli effetti della caccia sul turismo. \nSi riporta il testo integrale di una lettera scritta da un gestore di hotel: “Egregi Signori\, Vi segnaliamo delle lamentele pervenuteci da affezionati clienti\, causa disturbo della quiete pubblica\, provocata da evidenti spari di cacciatori. Il nostro hotel\, infatti\, inserito in una verde e boscosa vallata in piena campagna toscana\, è situato in un’area decisamente molto proficua per l’attività venatoria. Vi confessiamo la nostra preoccupazione per questi primi reclami ricevuti: siamo consapevoli che il turista\, soprattutto in questa zona\, è attratto dalla natura\, dalla tranquillità e dalla possibilità di numerose passeggiate nel verde. La caccia potrebbe quindi divenire un intralcio e un pericolo per l’espansione del turismo in Toscana. Vi incoraggiamo a continuare con la vostra campagna\, ritenuta da noi assolutamente necessaria. Ringraziandovi anticipatamente per questo prezioso impegno\, cogliamo l’occasione per salutarvi cordialmente”. \n5. Incendi\, clima e caccia: un trinomio letale per l’ambiente \nLa pressione esercitata dalla caccia sulla fauna selvatica è ancor di più aggravata dalle attuali particolari condizioni climatiche e dai numerosi incendi che affliggono le montagne. \nCome giustamente afferma il Dott. Piero Genovesi (ISPRA)\, tanto le condizioni prolungate di siccità quanto gli incendi “possono avere impatto su una serie di componenti faunistiche”. Tra queste: il cibo\, la salute\, la capacità riproduttiva\, la casa. \nSiccità e incendi\, oltre ad uccidere uccelli e mammiferi\, colpiscono vegetali\, rettili e invertebrati dei quali molti animali “cacciabili” si nutrono. Il venir meno di queste risorse alimentari\, oltre a mettere seriamente a rischio la loro sopravvivenza (per la maggiore vulnerabilità a malattie e predazione)\, non può che ripercuotersi sullo stato di salute degli individui e sulle loro capacità riproduttive. \nLe temperature elevate e i periodi prolungati di siccità registrati negli ultimi anni rendono ancor più preoccupante la situazione degli ecosistemi\, tanto da poter compromettere la conservazione di alcune specie. La diminuita disponibilità di risorse idriche e il conseguente decremento della disponibilità di cibo (determinata anche dagli incendi) rappresentano un pericolo concreto ed attuale per la fauna selvatica. \nGli incendi sottraggono terreni che danno disponibilità di cibo alla fauna\, distruggono ogni possibilità di rifugio\, causano l’innalzamento dell’escursione termica come effetto della distruzione della vegetazione\, espongono l’area ad un aumento della ventosità\, alterano drasticamente il tasso di umidità del terreno; la siccità prolungata riduce le aree palustri\, essenziali per il successo riproduttivo di alcune specie di uccelli. Un combinato micidiale di circostanze che già di per sé pone la fauna selvatica in una condizione estrema di sopravvivenza. Ma non basta! “Non c’è due senza tre”\, recita un noto adagio: la caccia completa il quadro calamitoso. Ad una situazione già estrema si aggiunge deliberatamente lo stress di spari\, uccisioni\, ferimenti e tutte le conseguenze connesse delle quali si è già trattato nei capitoli precedenti. \nLe criticità sopra evidenziate sono state segnalate dall’ISPRA\, nella propria nota inviata a tutte le Regioni italiane e al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali nell’agosto 2017 [40]\, nella quale proponeva l’adozione di misure di riduzione/modificazione delle attività venatorie\, idonee a non sovraesporre la fauna cacciabile ad ulteriori rischi. Si riportano qui di seguito testualmente le misure evidenziate nella nota in questione: \n\nAddestramento ed allenamento dei cani da caccia – L’addestramento e l’allenamento dei cani comportano uno stress aggiuntivo per le popolazioni di fauna stanziale\, particolarmente nel caso dei Galliformi\, dei Lagomorfi e degli Ungulati\, e\, nelle condizioni sopra descritte\, possono indurre una mortalità non trascurabile. Per questa ragione sarebbe opportuno sospendere l’autorizzazione a svolgere questo genere di attività sino al venir meno delle attuali condizioni climatiche e al ripristino delle condizioni ambientali\, incluse quelle vegetazionali;\nCaccia da appostamento – Sino a quando continuerà il deficit idrico si ritiene opportuno venga previsto il divieto di caccia da appostamento\, che potrebbe determinare una concentrazione del prelievo in corrispondenza dei punti di abbeverata. Tale divieto risulta di particolare rilevanza qualora sia stata autorizzata l’anticipazione del prelievo (la cosiddetta preapertura) nei confronti di talune specie;\nCaccia agli uccelli acquatici – La riduzione dell’estensione delle aree umide con caratteristiche idonee ad ospitare l’avifauna acquatica deve indurre alla cautela; in particolare\, si ritiene opportuno venga previsto un posticipo all’inizio di ottobre dell’apertura della stagione venatoria agli Anatidi e agli altri uccelli di palude. Si ricorda peraltro che tale indicazione\, motivata da considerazioni biologiche e tecniche che prescindono dalle condizioni climatiche contingenti\, è contenuta nel documento “Guida per la stesura dei calendari venatori ai sensi della legge n. 157/92\, così come modificata dalla legge comunitaria 2009\, art. 42” a suo tempo trasmesso da ISPRA alle Amministrazioni regionali. Sulla base dell’andamento climatico che caratterizzerà il prossimo mese di settembre\, si potrà valutare se la situazione si sarà normalizzata o richiederà ulteriori misure di tutela.\nCaccia alle specie stanziali – L’introduzione di eventuali misure atte a limitare il prelievo sulle popolazioni delle specie non migratrici dovranno essere valutate caso per caso\, sulla base dei dati sul successo riproduttivo raccolti a livello locale dagli organismi di gestione degli ambiti territoriali di caccia e dei comprensori alpini. In assenza di informazioni dettagliate a riguardo\, si ritiene opportuno vengano adottate a titolo precauzionale misure volte a limitare la pressione venatoria nel corso della stagione (ad esempio attraverso la riduzione del periodo di caccia o la limitazione del carniere consentito). Particolare attenzione dovrà essere prestata nelle situazioni ove è prassi abituale effettuare ripopolamenti di lepri o di Galliformi nel corso dell’estate; la mortalità dei soggetti rilasciati\, già elevata in condizioni ambientali normali\, nella situazione attuale potrebbe diventare talmente alta da rendere pressoché inefficace lo stesso intervento di ripopolamento. Qualora non siano ancora stati effettuati i rilasci\, si suggerisce di attendere il miglioramento delle condizioni ambientali e\, conseguentemente\, di posticipare l’apertura della caccia nei confronti delle specie oggetto di ripopolamento per consentire l’ambientamento dei soggetti immessi. In caso contrario\, si ritiene realistico ritenere che solo una frazione minima dei contingenti introdotti in natura sia ambientata\, pertanto si suggerisce di adottare provvedimenti volti ad evitare che si eserciti un eccessivo prelievo nei confronti delle popolazioni naturali.\nCaccia nelle aree interessate da incendi ‐ L’esercizio dell’attività venatoria a carico di talune specie può rappresentare un ulteriore motivo di aggravamento delle condizioni demografiche delle popolazioni interessate\, non solo nelle aree percorse dagli incendi\, ma anche nei settori limitrofi e interclusi\, allorquando l’azione del fuoco abbia interessato percentuali importanti di un’area (es. oltre il 30%) e quando gli incendi si siano succeduti nell’arco degli ultimi anni negli stessi comprensori. Lo scrivente Istituto è dunque del parere che le Amministrazioni competenti dovrebbero attivare specifiche iniziative di monitoraggio soprattutto a carico delle popolazioni di fauna selvatica stanziale o nidificante\, potenzialmente oggetto di prelievo venatorio\, assumendo di conseguenza eventuali misure di limitazione del prelievo stesso. In particolare dovrebbero essere emanati adeguati provvedimenti affinché il divieto di caccia nelle aree forestali incendiate (come già previsto dalla Legge 353/2000\, art. 10\, comma 1 per le sole aree boscate) sia esteso almeno per due anni a tutte le aree percorse dal fuoco (cespuglieti\, praterie naturali e seminaturali\, ecc.)\, nonché ad una fascia contigua alle aree medesime\, le cui dimensioni debbono essere stabilite caso per caso in funzione delle superfici incendiate\, della loro distribuzione e delle caratteristiche ambientali delle aree circostanti.\n\nLe sopraindicate misure individuate dell’ISPRA\, a parere di chi scrive\, non fanno altro che confermare quanto l’attività venatoria\, quand’anche legittimamente esercitata\, se non adeguatamente monitorata\, possa determinare gravi danni alle comunità e\, quindi\, all’ambiente. Ancora una volta\, sorprende il silenzio di quell’ambientalismo che si indigna (giustamente) per gli alberi andati in fumo ma neanche sembra percepire l’altrettanto grave e devastante riflesso sugli animali. \nUn ulteriore paradosso consiste nel fatto che alcune Regioni\, nonostante i gravissimi incendi che hanno colpito i propri territori\, abbiano pensato bene di anticipare l’apertura della caccia (es. Regione Calabria nel 2021). \n6.Immissioni e allevamenti di fauna selvatica … \nma non libera \nLe immissioni faunistiche: “selvatico” part-time \nIl termine “selvatico” evoca concetti di libertà\, spontaneità\, naturalezza\, tutt’altro rispetto all’ordine\, alla pianificazione\, alla cura. Definiamo selvatici una pianta o un animale che nascono e crescono liberamente\, secondo il ritmo di madre natura\, esposti alla dolcezza e alla spietatezza della vita nell’ambiente puro\, lontani dalla scienza e dalle manipolazioni umane. Quindi\, ci aspettiamo di entrare in un bosco e di trovare un ambiente incontaminato\, animato da fauna “selvatica”\, appunto. Invece non è sempre così! Abbiamo contaminato\, manipolato anche quella. Abbiamo deciso quanti e quali esemplari devono abitare determinate zone e\, per fare ciò\, ovvero per creare dell’“equilibrio” che tale è solo nella nostra testa\, abbiamo immesso alcune specie (che devono avere le caratteristiche cha abbiamo deciso noi) e abbiamo deliberato l’abbattimento di altre. Sembra fantascienza. Invece è una realtà che non solo si ripete regolarmente ma\, per di più\, non fa neanche notizia\, è normale. \nSiamo i regolatori di tutto e per conseguire i nostri “nobili” obiettivi ci serviamo di loro: gli incolpevoli\, impotenti ed ignari animali selvatici. Gli strumenti che abbiamo creato per finalizzare il tutto sono l’introduzione\, la reintroduzione e il ripopolamento. \nIntroduzioni \nLe “introduzioni” sono un genere di immissione faunistica molto invasivo che può avere gravi ripercussioni ai danni degli habitat e della fauna autoctona. Consiste nell’immissione di specie alloctone in ambienti a loro totalmente estranei. Proprio per ragioni di natura biologica ed ecologica\, le introduzioni sono da evitarsi e\, in relazione alle specie esotiche\, sono comunque vietate. \nReintroduzioni \nQuando una specie originaria di un determinato ambito territoriale scompare o inizia a scomparire (cosa che per lo più avviene per effetto delle condotte umane)\, vengono adottate delle misure di ripristino della situazione faunistica antecedente al declino della popolazione. In tal caso\, quindi\, si parla di “reintroduzione”\, ovvero di immissioni di fauna autoctona. Sebbene a primo acchito questa tipologia di intervento possa sembra del tutto compatibile tal punto di vista biologico ed ecologico\, anch’esso può avere delle conseguenze negative su habitat e fauna già presente sul territorio se il tutto non viene pianificato sulla scorta di studi scientifici adeguati e realizzato secondo un attento progetto esecutivo. \nRipopolamento: i cosiddetti animali “pronta caccia” \nDiversa cosa è il “ripopolamento”. In questo caso non si è di fronte ad una popolazione autoctona scomparsa o che sta scomparendo. Non vi è una necessità di conservazione della specie. La pratica del ripopolamento è mossa essenzialmente da due esigenze: aumento della comunità per le necessità del mondo venatorio; facilitazione di insediamento di una specie nel territorio e velocizzazione della colonizzazione. Insomma\, esigenze tutte nostre. Nulla che abbia a che fare con le esigenze della natura\, degli animali. \n“Tale pratica può essere considerata una misura utile ai fini della conservazione di specie e/o popolazioni qualora sia intesa a facilitare l’insediamento spontaneo in un’area\, riducendo i tempi di incremento e colonizzazione\, oppure a superare eventi eccezionali (epidemie\, eventi meteo-climatici avversi). In ogni caso\, anche i ripopolamenti dovrebbero essere attuati secondo precisi criteri tecnico-scientifici\, solo dopo aver verificato la rimozione o il superamento dei fattori di criticità\, e previa elaborazione di uno studio di fattibilità e di un progetto esecutivo. Qualsiasi altro tipo di ripopolamento è da considerarsi inutile ed anzi spesso contrario ai principi di conservazione della fauna selvatica: come tale andrebbe disincentivato e progressivamente impedito”[41]. \nCome si diceva poc’anzi\, un uso meramente antropico\, egoistico\, degli “oggetti” animali: “La pratica dei ripopolamenti è oggi estremamente diffusa nel mondo venatorio che l’ha fatta propria come principale\, se non spesso esclusiva\, forma di gestione venatoria (i cosiddetti ripopolamenti “pronta caccia”) e ne fa un uso indiscriminato\, acritico e ripetuto\, finalizzato essenzialmente alla sola fruizione tramite prelievo\, più o meno immediato\, degli stessi animali rilasciati”[42]. \nAllevamenti di fauna selvatica: un ossimoro \nEbbene sì\, la fauna selvatica può essere allevata. Sembra una contraddizione in termini ma è così. La vigente normativa prevede una disciplina dettagliata e distingue la pratica dell’allevamento a seconda delle finalità che persegue: per il rilascio in natura (a scopo di ripopolamento e/o reintroduzione) o per “uso e consumo” diretto umano (allevamenti a scopo alimentare\, amatoriale ed ornamentale). \nPer quel che riguarda il ripopolamento\, la normativa prevede che siano rispettati dei parametri volti a garantire che le specie rilasciate in natura non comportino un rischio di inquinamento genetico ai danni delle comunità selvatiche e non costituiscano per esse un veicolo di malattie infettive e/o parassitarie. Ci si chiede come sia possibile riuscire a garantire tutti questi standard di sicurezza dal momento che è chiaramente impossibile sottoporre tutta la fauna selvatica di un allevamento a dei controlli sanitari\, che è estremamente difficoltoso riuscire a catturare tutti gli animali di un allevamento\, che occorre evitare ogni sorta di interazione tra l’uomo e l’animale che poi dovrà andare a vivere per i boschi. C’è da chiedersi\, in fin dei conti\, quale necessità vi sia di allevare fagiani\, lepri\, starne\, ungulati? Per alimentare lo spasso dei cacciatori\, ovviamente! Mille attenzioni\, mille risorse economiche e umane impiegate per “costruire” individui selvatici al fine di alimentare il divertimento di alcuni che se ne vanno sparando per i boschi\, uccidendo e ferendo uomini e animali\, inquinando l’ambiente. Gli animali d’allevamento saranno comunque particolarmente esposti a finire sotto i colpi dei cacciatori: non sono cresciuti nell’ambiente in cui verranno rilasciati e non potranno essere perfettamente integrati con esso\, con le peculiari realtà che lo contraddistinguono. Non saranno forti come i loro fratelli veramente selvatici e non avranno la loro esperienza. In qualche modo\, gli allevati saranno entrati in contatto con l’uomo e\, forse\, non avranno il timore che dovrebbero\, invece\, avere. Nati per essere uccisi. \nIn merito agli allevamenti per uso alimentare\, gli standard di sicurezza citati per il rilascio in natura sono più attenuati\, dal momento che la fauna allevata non entrerà in contatto con le specie selvatiche. Un caso particolare di questo tipo di allevamento per “uso e consumo” riguarda quelli a scopo “amatoriale e ornamentale”. Potrebbe capitare (o è già capitato) che le specie non aventi standard adeguati per poter entrare in contatto con i selvatici vengano comunque rilasciati in natura accidentalmente o illegalmente. Il verificarsi di tali ipotesi causerebbe dei grossi rischi per le popolazioni selvatiche inserite in un ambiente naturale già in precario equilibrio. \nQuello dell’inquinamento genetico è un problema di grandi proporzioni. L’introduzione di specie alloctone ha causato la perdita di ceppi autoctoni e la creazione di ibridazioni che hanno nuociuto all’ambiente. Un caso per tutti: il cinghiale. “A livello nazionale e locale\, la pratica dell’importazione di selvaggina stanziale\, in particolare Lepre\, Starna e Fagiano\, ma anche Cinghiale e Germano reale\, appartenenti a razze geografiche estranee al territorio nazionale\, ha caratterizzato e malauguratamente a volte caratterizza tuttora la gestione venatoria nazionale\, sia essa di iniziativa pubblica che privata. La liberazione di massicci quantitativi di animali appartenenti a sottospecie alloctone ha determinato un vero e proprio inquinamento genetico delle popolazioni locali\, le cui caratteristiche differenziali sono andate perdute”[43]. \n“In seguito alla selezione artificiale operata negli allevamenti\, il patrimonio genico dei ceppi allevati tende ad omogeneizzarsi ed a discostarsi sempre più da quello delle forme selvatiche originarie con effetti negativi sulla capacità di sopravvivere alle difficili condizioni della vita libera e quindi di formare nuclei vitali in grado di auto-mantenersi. Altri numerosi aspetti comportamentali\, su base appresa e non genetica\, sono fortemente condizionati dall’allevamento che può interferire pesantemente su caratteristiche quali l’imprinting (talvolta i pulcini vengono fatti allevare a chiocce di specie diversa)\, i legami familiari e di gruppo\, la ricerca ed il riconoscimento del cibo\, l’identificazione ed i comportamenti di difesa dai predatori. \nInfine\, vanno considerati gli aspetti sanitari propri degli animali allevati in maniera intensiva che\, oltre a limitare la capacità di sopravvivenza in natura dei soggetti allevati\, possono determinare la selezione e la diffusione di agenti patogeni anche tra le residue popolazioni naturali conspecifiche o appartenenti a specie affini”[44]. \nCentri privati di produzione fauna selvatica \nLa normativa vigente\, oltre a prevedere gli allevamenti per immissione in natura e per uso umano\, disciplina un ulteriore tipo di allevamento di fauna selvatica\, i “Centri privati di produzione fauna selvatica”. È il caso di dirlo\, si tratta di un allevamento dai connotati ibridi. La fauna allevata potrebbe essere immessa in natura e può essere anche prelevata per il consumo. Alcune persone (titolare e dipendenti dell’impresa\, e altre persone nominativamente indicate) possono abbattere la fauna con modalità venatorie. Un luna-park per adulti sparatori\, insomma. Altro che animali per alimentazione\, carne per necessità\, qui si tratta di ben altro! \nAllevamenti e immissioni: artifici necessari per la fauna o espedienti per il comodo dei cacciatori? \n“Di fronte a un tale scenario è naturale porsi una domanda: Come possono le popolazioni animali resistere a questa guerra su tutti i fronti? Come fanno a esistere ancora animali vivi da cacciare? Si tratta di perplessità del tutto legittime. In effetti\, è assai verosimile che la stragrande maggioranza delle specie cacciate sarebbero ormai estinte se i loro numeri non venissero artificialmente rimpinguati da massicce campagne di ripopolamento\, vale a dire dall’immissione nell’ambiente di animali di specie cacciabili allevati appositamente e liberati in periodo di caccia chiusa. Tra gli istinti innati negli animali liberi che gli animali d’allevamento non posseggono c’è quello di fuggire l’uomo; di conseguenza gli animali da ripopolamento vengono abbattuti con estrema facilità. Inoltre questi animali\, a causa delle condizioni in cui vengono allevati\, sono un pericoloso vettore di malattie endemiche negli allevamenti e sconosciute presso le popolazioni selvatiche\, che quindi non hanno sviluppato contro di esse alcuna resistenza. Dal punto di vista ecologico\, è poi fondamentale osservare che\, data la notoria difficoltà di far riprodurre gli animali selvatici in cattività\, i ripopolamenti tendono ad essere effettuati con forme simili ma non identiche a quelle naturalmente presenti in un ecosistema\, la maggior parte delle quali sono il risultato di ibridazioni tra specie selvatiche e domestiche. Il ripopolamento rappresenta dunque una fonte potenziale di inquinamento del patrimonio genetico delle specie selvatiche\, tanto più che gli animali liberi talvolta si accoppiano con gli animali da ripopolamento. Questo è accaduto ad esempio con il cinghiale: il cinghiale da ripopolamento è un ibrido tra il cinghiale e il maiale Large White\, un animale assai più grande e prolifico del cinghiale selvatico. Per quanto queste caratteristiche possano gratificare i cacciatori\, che possono contare su una preda di dimensioni eccezionali\, i cinghiali da ripopolamento\, con i dieci-dodici piccoli che generano in ogni cucciolata\, causano danni rilevantissimi ad attività economiche anche molto pregiate\, come la coltivazione dei tartufi; ovviamente questi danni vengono usati dalle lobbies venatorie per sostenere la tesi della “nocività” degli animali selvatici e quindi la necessità della caccia. \nCome abbiamo visto\, le varie teorie elaborate nel corso degli ultimi settant’anni per giustificare l’esercizio della caccia sono riducibili fondamentalmente a una di queste due forme: \n\ngli animali sono nocivi alle colture quindi: bisogna ucciderli \n\noppure \n\ngli animali uccisi dalla caccia non influenzano gli ecosistemi quindi: si possono uccidere\n\nNessuna di queste affermazioni è scientificamente fondata. A dimostrarne la falsità\, e a garantire l’incompatibilità tra la moderna attività venatoria e la sopravvivenza dell’ecosistema sono proprio i continui ripopolamenti\, effettuati a beneficio dei cacciatori senza i quali non esisterebbero più animali cui sparare. \nÈ fondamentale notare come in alcuni casi\, per alcune specie animali come il cinghiale\, siano state proprio le immissioni in ambiente di specie difficili da gestire ad aver provocato situazioni dannose per le attività economiche. Gli eventi di ripopolamento/danno/abbattimento rappresentano tre fasi di un unico circolo vizioso\, dannoso per l’agricoltura e per l’ambiente e utile esclusivamente ai cacciatori. E questo circolo che dobbiamo proporci di spezzare” [45]. \nOltre a quella posta dal Dott. Tettamanti\, un’altra domanda lecita potrebbe essere: se la caccia non esistesse\, ci sarebbe la necessità di istituire allevamenti e promuovere immissioni? La natura si è autoregolata da sempre\, quindi\, probabilmente gli allevamenti e le immissioni non avrebbero ragion d’essere in assenza di attività venatoria così impattante o\, per lo meno\, sarebbero molti meno nel numero e sicuramente meno invasivi per individui\, comunità e habitat. Se così fosse\, ben si capirebbe come la caccia porta con sé tutta una serie di conseguenze negative per l’uomo e l’ambiente in cui vive: dall’impatto ambientale\, gli incidenti\, la fauna uccisa\, quella allevata\, le ibridazioni e i danni all’agricoltura\, solo per citarne alcuni. \n7.La caccia è realmente sostenibile? \n\n\n\nLe teorie sulla sostenibilità della caccia e le argomentazioni che le confutano\n\n\n\nLe teorie che ambiscono a sostenere la compatibilità tra caccia e tutela ambientale\, vale a dire la sostenibilità dell’attività venatoria\, sono fondamentalmente tre: la teoria del surplus\, la teoria della curva sigmoide e la teoria della predazione. Le tre teorie si basano\, rispettivamente\, sui concetti di “eccedenza”\, di “crescita esponenziale” e sull’analogia tra l’azione esercitata dai predatori e dalla caccia su una determinata popolazione faunistica. Di fatto\, le tesi testé citate vengono confutate dal Tettamanti[46] nella misura in cui: a) il prelievo venatorio non sostituisce le morti naturali degli individui\, posto che in natura muoiono per morte naturale o per predazione le specie più deboli\, vecchie o malate\, mentre la caccia uccide indiscriminatamente; b) quella della crescita esponenziale delle specie in mancanza di predatori o competitori è un’ipotesi non fondata in quanto\, in natura\, la crescita di una popolazione che si trovi nelle citate condizioni comincerà a rallentare fino a trovare un punto di equilibrio anche per i limiti di risorse disponibili in ambiente (cibo\, territori per la riproduzione\, ecc.)\, oltre che per fattori intraspecifici (aumento della mortalità giovanile\, innalzamento dell’età delle femmine alla riproduzione\, diminuzione del tasso di natalità\, aumento della mortalità degli adulti) e ambientali (competizione interspecifica\, clima\, predazioni\, malattie)[47]. \nGli animali “nocivi”: la teorizzazione della “necessità” della caccia \nSe le teorie sopra esposte riguardano la presunta “sostenibilità” del prelievo venatorio delle specie cacciabili\, quella che tratteremo adesso rappresenta un caso a sé\, dal momento che fonda il proprio convincimento sulla “necessità” della caccia di diminuire la consistenza di alcune specie di animali considerati “nocivi” o\, addirittura\, eradicare l’intera comunità. In prima battuta verrebbe da chiedersi quali siano gli animali nocivi ma\, soprattutto\, la domanda potrebbe essere: nocivi per chi? Va innanzitutto chiarito che “animali nocivi” è una locuzione spicciola che viene utilizzata specie in ambito venatorio per indicare animali quali\, ad esempio\, nutrie\, volpi\, gazze\, cornacchie. Sono i cacciatori a definire questa fauna “animali nocivi”\, considerato che sono loro competitor! Sono “nocivi”\, infatti\, per l’attività venatoria e\, quindi\, vanno abbattuti. I fautori di questa teoria sostengono la necessità degli abbattimenti di questi predatori per la tutela della fauna predata che\, guarda caso\, è di interesse venatorio. Posta questo discutibile smanioso bisogno prevaricatore dell’uomo di stabilire quale animale debba morire a vantaggio di quale altro\, vi sono\, però\, delle considerazioni sull’argomento sostenute dal Tettamanti che ne smonta le fondamenta: “oggi sappiamo che i predatori non scelgono a caso le loro prede ma si concentrano sugli individui vecchi o malati; inoltre la maggior parte dei predatori si nutrono anche di carogne\, effettuando così un’azione di pulizia\, a livello delle popolazioni animali e a livello dell’ambiente\, senza contare che le specie predatrici sono in genere territoriali\, e la limitata disponibilità di territori ne limita naturalmente l’accrescimento”. Quindi\, i predatori fondamentalmente agiscono su poche e determinate prede di quel ristretto ambito territoriale. Gli animali “nocivi” non nuocciono all’altra fauna come si vorrebbe far credere\, non sono degli sterminatori. Tuttavia\, comunque\, danno fastidio ai cacciatori che\, a loro volta però\, sono essi stessi “nocivi” per l’ambiente e per gli animali che vorrebbero proteggere dai predatori. \nOltre che in ambito ludico (la caccia)\, vengono considerate “nocive” anche le specie che causano problemi socio-economici (danni all’agricoltura). Tuttavia\, studi più approfonditi condotti su tale fauna hanno evidenziato come quegli individui abbiano delle caratteristiche uniche e come giochino un ruolo non secondario nell’ecosistema. Per citare un esempio riportato dal Tettamanti: “Per quanto riguarda poi i “danni all’agricoltura” rappresentati dal consumo di una parte del raccolto da parte di varie specie di uccelli\, essi sono largamente compensati dal concime rappresentato dagli escrementi degli uccelli stessi\, per non parlare della loro formidabile efficienza nel distruggere gli insetti\, che li rende potentissimi alleati nell’agricoltura a lotta integrata o biologica. I paesi che sono effettivamente riusciti a eradicare una popolazione di animali considerati “nocivi”\, come è accaduto ad esempio in Cina con i passeri\, sono poi stati costretti a reintrodurli perché la loro scomparsa aveva creato nell’ecosistema squilibri che danneggiavano anche l’agricoltura”[48]. \nInfine\, vale la pena di rilevare come\, proprio per i danni causati alle coltivazioni dalla fauna selvatica\, i cacciatori sono riusciti a farsi veder di buon occhio da parte degli agricoltori. Ciò che però stride in tutto ciò\, è che i cacciatori abbattono quegli stessi animali “nocivi” per i quali poi richiedono il ripopolamento! \n Il caso della nutria: da specie protetta ad animale nocivo \nAbbiamo visto come la “nocività” non sia una proprietà intrinseca di un animale ma sia\, invece\, il semplice frutto della percezione dell’uomo che\, secondo la propria utilità\, definisce tale quella fauna che collide con i propri interessi. Come se non bastasse\, la “nocività” di una specie è stata il più delle volte determinata proprio dall’uomo. \nEclatante è il caso della nutria\, prima specie protetta\, poi animale “nocivo”: “La Nutria\, nome scientifico Myocastor coypus (Molina 1782)\, detta anche comunemente castorino\, è un mammifero roditore originario del Sud America. La sua presenza si è diffusa\, negli ultimi decenni\, in molte parti dell’Europa\, compresa l’Italia. Infatti\, se inizialmente l’animale era stato introdotto per essere allevato come specie da “pelliccia” (detta appunto pelliccia di castorino)\, successivamente\, a causa della fuga di questi animali e\, in diversi casi\, della loro liberazione nell’ambiente a seguito della scarsa redditività dell’allevamento\, si è arrivati ad un notevole incremento della popolazione. Il sovrappopolamento di tale specie ha raggiunto dimensioni non più sostenibili in ampie zone del territorio italiano\, in particolare la pianura Padana\, la costa adriatica sino all’Abruzzo e le coste tirreniche sino al Lazio. L’estrema diffusione delle nutrie\, che in alcuni territori sono stimate nell’ordine di centinaia di migliaia di esemplari\, a causa delle loro caratteristiche etologiche (vivono lungo gli argini di corsi d’acqua scavando cunicoli e gallerie e si alimentano con piante acquatiche\, tuberi\, rizomi\, radici ed alcune colture agricole come mais\, barbabietola da zucchero\, ecc) sta determinando gravi problemi sia per le colture agricole che per lo stesso mantenimento dell’integrità ambientale. Il Decreto Legge 24 Giugno2014\, n. 91\, convertito\, con modificazioni\, dalla legge 11 agosto 2014\, n.116\,  all’art.11\, comma 12\, ha modificato l’articolo 2\, comma 2\, della legge 11 Febbraio 1992 n.157 recante “ Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” inserendo le nutrie nell’elenco delle specie nocive per le quali non si applicano le previsioni della richiamata Legge n157 del 1992. La nutria\, dallo status di fauna selvatica\, e quindi protetta\, transita allo status di specie nociva\, alla stregua di animali infestanti e dannosi”[49]. \nIl caso del cinghiale \nA ben vedere\, come per la nutria\, anche il problema cinghiale è stato causato dall’uomo. Infatti\, nei decenni scorsi\, per dar sfogo alla sete di abbattimento di animali dei cacciatori\, sono stati immessi in Italia delle specie alloctone\, molto più prolifiche. Ed ancora ulteriori immissioni\, anche abusive\, vengono tutt’oggi praticate: “La conferma che i cinghiali abbattuti erano d’allevamento è venuta dall’esame delle viscere degli animali abbattuti\, da cui è emerso che erano stati tutti nutriti con alimenti a base di mangimi”[50]. Ad amplificare gli effetti dell’immissione della specie “straniera” ci pensa la caccia vera e propria. Per effetto degli abbattimenti\, infatti\, i branchi si disgregano\, la sincronizzazione dell’estro si perde\, aumenta la fecondità. L’attività venatoria\, infatti\, ha innescato un meccanismo micidiale di proliferazione dei cinghiali che sta causando moltissimi problemi dei quali i cacciatori stessi\, oggi\, vanno fieri di potersi dichiarare i risolutori. \nQuali strumenti per il contenimento dei cinghiali? \nOggigiorno\, specie alla luce della nascente sensibilità contro la violenza sugli animali\, appare opportuno investire su soluzioni non cruente per il contenimento della fauna selvatica. Un sistema che si sta rilevando molto efficacie è rappresentato dalle recinzioni elettriche. \nIn passato\, è stato individuato e praticato un ulteriore strumento per il contenimento della fauna selvatica: il “foraggiamento dissuasivo”[51]. Quel sistema avrebbe dovuto consentire di “distrarre” la fauna dalle colture agricole\, facendole convergere verso altri siti nei quali si sarebbero predisposti\, appunto\, dei foraggiamenti artificiali. \nPurtroppo\, il metodo del foraggiamento dissuasivo è stato “manipolato” da alcuni cacciatori che\, stravolgendone la ratio\, lo hanno trasformato in una sorta di allevamento di cinghiali a cielo aperto\, per migliorare le performance delle loro batture di caccia. Hanno utilizzato i foraggiamenti per farli cresce di numero e di stazza; hanno utilizzato i foraggiamenti come “punto di raccolta” dei cinghiali per un abbattimento più semplice e sistematico. Oggi\, con l’intervento della Legge di stabilità n. 221 del 2015\, quel sistema di contenimento è stato vietato per alcune specie di animali\, tra cui i cinghiali. \nSulle modalità di attuazione dei foraggiamenti dissuasivi – quando ancora erano consentiti per i cinghiali – e sui rischi applicativi\, il Tettamanti ci aveva visto benissimo: “Le sole recinzioni elettriche\, per quanto bene installate e mantenute\, non sono comunque in grado di fermare l’urto continuo di cinghiali affamati: la corrente elettrica può soltanto dissuadere ma non risolve il problema del cibo. Occorre perciò parallelamente effettuare il “foraggiamento dissuasivo” che non deve essere confuso con il foraggiamento praticato dalle squadre di caccia al cinghiale per incentivare l’uscita dei cinghiali dalle aree protette durante la stagione venatoria o per richiamare le scrofe a partorire nei propri territori di caccia. Il foraggiamento dissuasivo deve essere praticato utilizzando il mais\, l’alimento maggiormente gradito dai cinghiali\, ed essere impiegato esclusivamente nel periodo della maturazione dei cereali e delle uve\, in parallelo al funzionamento degli impianti elettrici di prevenzione. Importante inoltre è sottolineare l’inadeguatezza del foraggiamento condotto con le strategie tradizionali (bidone bucato\, mais interrato o fornito in mucchi): la somministrazione di mais in un solo o in pochi siti\, così come viene fatto tradizionalmente dai cacciatori con altri obiettivi\, non è in grado di soddisfare le esigenze alimentari di più branchi e non riesce ad impedire che alcuni branchi vadano ad alimentarsi a danno delle colture agricole”[52]. \nInoltre\, esiste un nuovo strumento che\, però\, non ha ancora trovato piena applicazione in Italia e che potrebbe risolvere la questione cinghiali in maniera non cruenta\, ecosostenibile e duratura nel tempo: il vaccino immunocontraccettivo. A fronte di quella che viene dichiarata “emergenza” cinghiali\, per la quale ci si mobilità per pianificare abbattimenti tutto l’anno\, non si riesce a trovare il tempo per avviare lo sviluppo del vaccino. La cosa sembra davvero singolare. In tal senso\, l’8 marzo 2022\, la LAV (Lega Anti Vivisezione) ha pubblicato un comunicato dal titolo “Vaccino per inibire la fertilita’ dei cinghiali in Legge di Bilancio 2022: basta ritardi\, Min. Speranza intervenga!”:  “È scaduto il 1° marzo il termine entro il quale il Ministro della Salute avrebbe dovuto autorizzare la sperimentazione del vaccino immunocontraccettivo GonaCon\, ovvero del farmaco che\, somministrato ai cinghiali\, consente di bloccarne la riproduzione per un periodo che può arrivare fino a sei anni con una singola dose. Ma di questo provvedimento\, indicato al comma 705 dell’articolo 1 della Legge di Bilancio 2022\, non c’è alcuna traccia nelle stanze del Ministero. Una situazione intollerabile se si considera che sono stati stanziati 500.000 euro per l’acquisto e l’utilizzo del farmaco nel nostro Paese. L’avvio dello sviluppo del farmaco immunocontraccettivo\, rappresenta il primo passo per raggiungere l’ambizioso obiettivo di avere finalmente a disposizione un metodo non cruento\, non letale e soprattutto efficace\, da applicare in tutti i casi nei quali fino a oggi è stato fatto ricorso ai fucili dei cacciatori\, causando milioni di morti fra gli animali selvatici. L’opinione diffusa è infatti vittima della propaganda venatoria\, secondo la quale solo i cacciatori sarebbero in grado di contenere i danni all’agricoltura imputati agli animali selvatici\, ma le evidenze raccontano l’esatto contrario. Negli ultimi decenni\, infatti\, i danni dichiarati dagli agricoltori sono costantemente cresciuti\, nonostante gli animali subiscano una pressione venatoria fortissima e nonostante dal 2005 tutti gli ungulati\, cinghiali compresi\, possono essere cacciati tutti i giorni dell’anno a qualsiasi ora. È perciò evidente che la caccia non solo non è in grado di contenere i danni prodotti all’agricoltura\, ma contribuisce invece al loro incremento. “Ci domandiamo per quale motivo il Ministero non abbia ancora provveduto a realizzare quanto imposto dalla Legge di Bilancio – commenta Massimo Vitturi\, responsabile LAV Animali selvatici – ancora di più su un tema di grande interesse pubblico\, perché riguarda la vita e il benessere degli animali selvatici. Chiediamo al Ministro Speranza di intervenire con urgenza presso gli uffici del suo dicastero\, ulteriori ritardi non sono tollerabili!”[53]. \nChe per il contenimento dei cinghiali possano essere utilizzati metodi non cruenti è cosa risaputa ma sembra che l’imperativo sia sempre “uccidere”\, “uccidere”\, “uccidere”. Da ultimo\, anche l’ex Ministro dell’Ambiente\, già Generale dei Carabinieri\, Sergio Costa\, ha pubblicamente inteso prendere le distanze dagli abbattimenti dei cinghiali\, considerando controproducente quella misura: “I cinghiali in Italia sono stimati in circa 1 milione. I danni agricoli risarciti ogni anno sono pari a 1\,2 milioni di euro. Il tema che si sta aprendo al dibattito attuale è: un piano straordinario di abbattimento dei cinghiali attraverso la liberalizzazione della caccia durante tutto l’anno solare\, in quelle zone ove la sua presenza è oltre soglia massima. Io non concordo. Sparare liberamente al cinghiale in ogni periodo dell’anno significa incidere anche sulle altre specie selvatiche che vivono nelle aree boschive e che sono nel delicato periodo della riproduzione. È un rischio troppo alto per la biodiversità. Inoltre\, è scientificamente dimostrato che i piani straordinari di abbattimento (Francia\, Spagna\, ecc…) non hanno sortito l’effetto desiderato\, in quanto le femmine di cinghiale sottoposto a caccia hanno aumentato l’estro per anno riproducendosi con maggiore frequenza\, proprio per sopperire all’abbassamento del numero del branco. Quando ero ministro feci varie riunioni al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (che detiene la competenza) e depositai una proposta che non fu considerata (e ancora non ho capito il perché). In sostanza\, proposi: \n\nUtilizzare le trap boarbusters (già impiegate negli USA per questi scopi). Trappole a recinto telecomandate che catturano i cinghiali in modo non cruento;\nSomministrare vaccini immunocontraccettivi tramite dardi con utilizzo di fucili speciali che ne iniettano la dose (il costo di ogni dose è di circa 2 euro);\nMonitorare scientificamente\, tramite il Sistema agenziale ambientale\, l’evoluzione della specie.\n\nSegnalo che il vaccino non da controindicazioni per il cinghiale\, altri animali predatori e l’essere umano. Dura fino a 6 anni. Dove sperimentata questa tecnica (negli USA) ha dimostrato che\, in modo non cruento\, non pericoloso e poco invasivo verso gli altri animali\, ha ridotto l’incidenza dei cinghiali di non meno del 60% con punte anche dell’80%. Inoltre\, così è agevole\, tramite struttura veterinaria\, verificare la presenza di peste suina nei branchi catturati. La mia proposta fu depositata al MIPAF 4 anni fa. Non c’è bisogno di sparare per affrontare e risolvere la questione cinghiali”[54]. \nCinghiali: emergenza o comodo? \nOggi giorno siamo inondati da video e foto che raffigurano famiglie di cinghiali nei centri abitati e notizie che evidenziano i danni che quella fauna causa alle attività socio-economiche. Un ottimo terreno per alimentare una campagna volta a sostenere la necessità di incrementare l’abbattimento di quegli individui\, fronteggiando così la situazione di “emergenza”. Le associazioni venatorie si dicono pronte a dare il loro contributo: non aspettavano altro\, è quella la loro mission\, andare per la natura e sparare. Quel che appare anomalo è come i governanti non si rendano conto che se la caccia fosse stata la soluzione\, oggi non avremmo dovuto avere il problema! In realtà\, è proprio l’attività venatoria ad aver causato il “problema cinghiali” e continua ad alimentarlo. Le immissioni hanno reso esponenziale il moltiplicarsi degli individui; le uccisioni causano l’aumento delle popolazioni per effetto delle dinamiche dei branchi: disgregazione delle famiglie e squilibri dell’estro\, necessità di riprodursi più frequentemente per fronteggiare la diminuzione della specie\, abbandono delle zone in cui non si sentono più al sicuro perché aggredite dai cacciatori e spostamento verso altri luoghi (campagne\, città)\, ecc. Tutto ciò è ormai risaputo e scientificamente dimostrato. Ed allora\, perché si continua a spendere soldi pubblici per la caccia e per i danni diretti e indiretti che essa causa e non li si investono\, invece\, per il contenimento non cruento dei selvatici? Sembra quasi che si tratti di una “emergenza” causata e alimentata\, che incontra il favore di chi ha bisogno che quell’emergenza continui ad esistere per dar sfogo ai propri capricci. Un comodo\, quindi\, tenuto al mondo venatorio sulle spalle di agricoltori e ambiente\, non una vera “emergenza”\, intesa come un momento critico imprevisto\, accidentale! \nLa gestione dell’emergenza cinghiali e di altre “pest species” può essere demandata all’intervento dei cacciatori? \nRilevati i problemi derivanti dalle specie cosiddette “critiche” – che incidono sulle attività socio-economiche e possono incidere sull’esistenza di altre specie presenti negli stessi habitat – e preso atto dell’esigenza di porvi un qualche rimedio\, ci si chiede se i cacciatori siano le persone giuste cui affidare la gestione della problematica delle pest species. Considerate l’importanza della questione e la delicatezza delle possibili implicazioni “appare necessario che in occasione di ogni specifico programma di gestione delle specie problematiche che possa in qualche modo avere effetti diretti o indiretti su specie non target\, vengano seguiti i più opportuni indirizzi tecnici\, venga effettuata una attenta e rigorosa scelta del personale addetto\, che dovrebbe essere specificatamente addestrato e seguito\, siano accuratamente definiti tempi e modalità di intervento\, sentito il parere tecnico-scientifico dell’ISPRA”[55]. \nI grandi assenti: principi tecnico-scientifici e prelievo consapevole e responsabile \nFatte salve le tematiche relative al diritto alla vita degli animali selvatici – che renderebbero di per sé sbagliata l’idea stessa di caccia – si può tuttavia considerare la questione della sostenibilità dell’attività venatoria in ordine alla conservazione degli habitat e alla tutela degli animali. Ragionando su tale visione prospettica\, la caccia sarebbe sostenibile solo se fosse fondata su principi tecnico-scientifici ai quali fossero affiancati modalità di prelievo consapevoli e responsabili[56]. Ciò\, però\, non appare realizzato né facilmente realizzabile! Si prenda ad esempio il caso della beccaccia\, esemplare che\, a quanto pare\, sta soffrendo un decremento demografico. Quante e quali beccacce possono essere abbattute su quel determinato territorio? Ecco\, ad una simile domanda può far da contraltare solo una risposta che sia fondata su uno studio tecnico-scientifico che\, però\, non sembra mai essere stato realizzato. Ed allora\, ci si chiede come possa tradursi\, nel mondo pratico dell’esercizio venatorio\, il prelievo degli esemplari di beccaccia\, se non in una sparatoria indiscriminata contro quello o quell’altro individuo. Già solo quest’assunto basterebbe per mettere in crisi il concetto di sostenibilità della caccia\, ma vi è di più. Quand’anche esistesse uno studio come quello accennato\, occorrerebbe confidare su un prelievo consapevole e responsabile dei singoli cacciatori. In un contesto come il nostro\, ove gli illeciti nell’ambito venatorio sono molto rilevanti\, è possibile demandare la sostenibilità del prelievo venatorio a chi quel prelievo lo esercita? Ad aggravare la situazione\, occorre evidenziare che i controlli da parte delle Istituzioni non sembrano adeguati alla realtà della caccia in Italia. In fin dei conti\, “un prelievo venatorio non programmato a carico delle specie oggetto di caccia\, oltre che causare il depauperamento delle loro popolazioni\, può determinare anche incidenze negative anche nei confronti di entità faunistiche che hanno contribuito ad istituire ZSC e ZPS”[57]. “Appare evidente che per la sua natura di fruizione degli ambienti naturali e di prelievo di risorse faunistiche\, l’attività venatoria può indurre influenze negative significative\, di tipo diretto e indiretto\, sia nei confronti degli uccelli appartenenti o meno alle specie cacciabili\, sia agli habitat naturali da cui dipende la loro sopravvivenza”[58]. \nLa problematica della carenza di dati scientifici a supporto dei prelievi di fauna selvatica è evidenziata anche in una pubblicazione apparsa sulla rivista tecnico-scientifica ambientale dell’Arma del Carabinieri “SILVAE”: “La gestione venatoria attuata finora nel nostro Paese\, è stata raramente impostata sui principi del prelievo sostenibile e ciò ha causato una mortalità “additiva” per le popolazioni naturali\, causandone in molti casi la rarefazione e l’estinzione locale. Il risultato è che la caccia a specie quali la lepre europea\, il fagiano e la starna viene effettuata in molte aree soltanto grazie ad interventi di immissione nel territorio di individui di allevamento o di provenienza estera\, senza alcuna gestione dell’ambiente per favorire lo stabilirsi delle popolazioni naturali e soprattutto senza acquisire nessun dato sullo status e sulla dinamica delle popolazioni stesse”[59]. “[…] un errato prelievo potrebbe compromettere la sopravvivenza delle popolazioni\, soprattutto se questa causa di mortalità si aggiunge ad altre cause naturali derivanti dalla perdita di habitat idoneo o da “catastrofi” naturali\, ad esempio primavere-estati particolarmente siccitose ed incendi di grandi proporzioni (cfr. Genovesi\, 2016). Di conseguenza\, anche se il numero dei cacciatori risulta in diminuzione\, è necessario un approccio complessivo per la gestione delle specie animali che prenda in considerazione la dinamica delle popolazioni\, le condizioni ambientali e le possibili minacce per la conservazione delle popolazioni”[60]. \nSe Atene piange\, Sparta non ride \nSi è visto come\, affinché si possa valutare la sostenibilità della caccia\, è fondamentale una seria raccolta dei dati relativi all’attività venatoria ed una approfondita analisi degli stessi. Però\, se del tutto incerti sono i dati relativi alle consistenze delle popolazioni prima dell’inizio della stagione venatoria\, altrettanto generici (per usare un eufemismo) sono i quelli derivanti dai prelevamenti effettuati\, per poterne misurane l’impatto. Certo non si potrà sostenere che i dati raccolti nei carnieri siano la rappresentazione reale di quanto avvenuto durante ogni battuta di caccia! Inoltre\, esistono anche dei problemi sulla raccolta e\, quindi\, sulla successiva analisi degli stessi dati. \nIn assenza di una ben definita situazione iniziale dello stato di conservazione delle popolazioni cacciabili\, cui si associa un impreciso dato relativo al prelievo venatorio\, come si potrà mai valutare la reale sostenibilità della caccia? Tuttavia\, in mancanza di elementi che possano provare scientificamente la sostenibilità dei prelievi venatori\, comunque la caccia continua ad essere praticata: e questo è un vero punto di criticità. \nLe specie cacciabili diminuiscono: vittoria o sconfitta? \nL’elenco delle specie cacciabili si sta sempre più accorciando. A primo acchito\, sembrerebbe trattarsi di un ottimo segnale\, una aumentata sensibilità verso la fauna selvatica che si vuol proteggere. Invece si tratta solo di un mero rimedio tardivo\, un provvedimento volto ad invertire una pratica dimostratasi disastrosa che fin lì si era autorizzata: nulla di empatico\, solo dati. Inserire una specie fra quelle protette è il segno inequivocabile che la pressione su quelle comunità è divenuta ormai insostenibile. Ma per quali ragioni abbiamo provocato quella pressione tanto forte da causare il depauperamento della specie? I tempi moderni\, caratterizzati da cambiamenti climatici\, siccità\, vasti\, diffusi e frequenti incendi\, inquinamento di aria\, di falde acquifere e di terreni e uso di pesticidi\, stanno trasformando gli habitat da rifugio in luogo particolarmente ostile. È senz’altro lecito chiedersi se sia davvero necessario incrementare la pressione sulle specie continuando a sostenere la pratica venatoria. Essa rappresenta il colpo di grazia inferto a quelle povere bestie che riescono ancora a sopravvivere alle calamità naturali e umane. La vita dei selvatici è bella e piena\, ma dura e fatale. Perché rendergliela brutta e impossibile? Avere una percezione certa ed attuale della consistenza di determinate popolazioni è tutt’altro che semplic[61]. Quando rileviamo la sofferenza di una specie sotto il profilo demografico\, perlopiù è perché i segni di quella situazione sono divenuti particolarmente evidenti e\, quindi\, lo stato di deterioramento degli equilibri della popolazione sono già avanzati. Solo a quel punto iniziamo ad attivarci per porvi rimedio\, con lentezza\, seguendo i tempi dell’apparato burocratico … e\, intanto\, continuiamo a gravare su chi null’altro chiede che poter vivere la propria bella e complicata vita. \nL’attuale stato di conservazione dell’avifauna \nDa uno studio pubblicato da Marco Gustin[62] si evince come l’attuale stato di conservazione dell’avifauna desti più di qualche preoccupazione. La tesi\, che si fonda su informazioni scientifiche\, pone in rilievo come la situazione sia così grave per alcune specie da rendere necessaria l’esclusione di quella fauna dalla lista delle specie cacciabili o la sospensione o la riforma dell’attività venatoria che riguarda l’avifauna a rischio. \nL’insostenibilità dell’attuale modalità di prelievo venatorio\, riguarderebbe le seguenti specie: allodola\, pernice sarda\, coturnice\, pernice rossa\, codone\, moriglione\, moretta\, combattente\, quaglia\, folaga\, beccaccino\, pernice bianca\, fagiano di monte\, starna\, marzaiola\, tortora selvatica\, tordo sassello\, cesena\, tordo bottaccio\, pavoncella\, beccaccia. \nQueste specie sono particolarmente danneggiante tanto dal cospicuo numero di abbattimenti che le riguardano\, sia dai periodi nei quali esse vengono cacciate. Come giustamente fa notare Gustin: “Una nota va dedicata anche ai tempi di caccia. È a nostro avviso opportuno\, in generale\, che l’attività venatoria sull’avifauna sia temporalmente reinquadrata e praticata (con periodi diversi a seconda delle specie) entro il periodo 1° ottobre – 31 dicembre\, escludendo dall’esercizio venatorio i mesi di settembre e gennaio\, attualmente inclusi\, quantomeno generalmente\, nel range temporale della cacciabilità in Italia. Nel caso del mese di settembre\, va considerato che l’attività venatoria in questo mese insiste (in particolare durante la fase di preapertura venatoria)\, sulle popolazioni nidificanti\, molte delle quali in cattivo o inadeguato stato di conservazione\, come ad esempio per la Quaglia\, la Marzaiola\, la Tortora selvatica. Nel caso del mese di gennaio è dimostrato che per varie specie (anche di “ordini” molto diversi come anatre e turdidi) in questa fase temporale sono già in atto movimenti di ritorno ai quartieri riproduttivi\, rispetto ai quali la Direttiva Uccelli (e la norma italiana di recepimento\, l’articolo 18\, comma 1bis) vietano tassativamente la caccia per motivi di ordine biologico e conservazionistico di primissimo ordine”. \nValide considerazioni o falsi miti \nIn definitiva\, come abbiamo potuto osservare\, le ragioni che portano a propugnare la sostenibilità o la necessità della caccia\, sono sostanzialmente infondate. Si tratta di falsi miti utili solo a vestire d’importanza l’attività venatoria e a conferirle un qualche ragione legittimante. Se non fossero i cacciatori stessi la causa dell’“invasione” dei cinghiali\, se non fossero costoro a seminare piombo uccidendo direttamente o indirettamente anche specie protette\, se non fossero essi stessi i responsabili delle immissioni gli animali che poi sterminano per divertimento\, se non fosse la caccia la concausa della diminuzione delle popolazioni di alcune specie tanto da far annoverare tra quelle protette\, allora quelle tesi sostenute dalle associazioni venatorie potrebbero apparire un po’ più credibili. \nPerché ancora oggi si pratica la caccia? \nPerché è utile o perché “conviene”? Appare evidente che la caccia costituisca ancor oggi un bacino di consenso elettorale. Se la caccia fosse davvero necessaria per tutte le ragioni che propugnano i suoi sostenitori\, oggi saremmo nel baratro. I dati dicono che nel 1980 i cacciatori erano oltre 1.700.000 mentre attualmente sembrerebbero essere “appena” 600.000 circa. Con la scomparsa di un esercito di oltre 900.000 cacciatori\, benefattori per l’ambiente\, dovremmo versare in una situazione disperata. E invece no! La prova\, quindi\, che non servono a nulla. La caccia serve solo a loro per divertirsi e per darsi importanza e\, ai loro occhi\, forse anche per rivestire un ruolo prestigioso di “sentinelle delle montagne” (come talvolta capita di ascoltare). Quel porto d’armi li eleva\, quei travestimenti da Rambo li trasformano\, quel fucile dà potenza e l’uccidere dà onnipotenza. Il tonfo dell’uccello deve dare loro emozioni straordinarie. Le grida di dolore dei cinghiali e il loro sangue che sorga deve farli star bene\, evidentemente. E poi\, quei cani che sono riusciti ad addestrare ai loro servigi devono dare proprio delle grandi e belle soddisfazioni. Ma una passeggiata con a famiglia nella natura\, no? Niente sofferenza\, niente morte\, niente crudeltà ma serenità e pace con l’ambiente (habitat e comunità) e con sé stessi! La Comunità internazionale legifera sempre più in tema di protezione dell’ambiente; lo Stato recepisce; gli Enti territoriali che nel contesto che più conoscono e che dovrebbero tutelare\, invece\, sembrano spingere in senso opposto\, accordando sempre più\, sempre il massimo possibile\, al mondo venatorio. Sembra che l’interesse degli amministratori locali sia più orientato a non scontentare le richieste del corpo elettorale che agire nel solco della sensibilità ambientalista che sempre più (ma troppo lentamente) sta espandendosi nelle coscienze di tutti. È qui che le associazioni ambientaliste dovrebbero far sentire forte la propria voce\, potendo davvero incidere in chiave di tutela dell’ambiente. \n8.Caccia e associazioni ambientaliste \n\n\n\n“Politica venatoria”: il punto 6 del Nuovo Bidecalogo del CAI\n\n\n\n“Pur essendo senza dubbio auspicabile che in un prossimo futuro il rapporto dell’uomo con la natura non debba più in nessun caso presupporre forme di violenza gratuita\, si constata però che oggi le attività della caccia rappresentano ancora per alcuni un modo per avvicinarsi all’ambiente naturale. \nL’attività venatoria deve essere esercitata entro i limiti delle norme vigenti\, comunitarie e nazionali. La violazione di tali norme da parte dei cacciatori\, e in particolare il bracconaggio\, devono essere contrastati duramente\, assicurando ai Corpi di vigilanza un’adeguata dotazione di uomini e mezzi. \nLa reintroduzione di specie autoctone e il ripopolamento di specie animali fortemente ridotte devono essere incoraggiati su tutti i territori di media e alta montagna\, secondo criteri attentamente valutati sotto il profilo scientifico\, ad evitare di generare ulteriori e ancor più gravi squilibri. \nDi pari passo devono essere valutate da un punto di vista scientifico le pratiche che consentono di recuperare forme virtuose di convivenza tra l’uomo e la fauna selvatica: incentivazione dei corridoi biologici\, definizione delle regioni biogeografiche\, salvaguardia della Rete Natura 2000\, tutela della biodiversità”[63]. \nCon tutti i danni che l’attività venatoria reca all’ambiente\, definirla “un modo per avvicinarsi all’ambiente naturale” sembra davvero un artificio per continuare a mantenere le tessere dei soci che sono dediti alla caccia. Siamo in tanti\, tra i soci CAI\, che riteniamo inaccettabile una tale associazione\, noi che nel bosco parliamo a bassa voce per non disturbare\, noi che sul terreno “non lasciamo mai niente\, se non\, per brevissimo tempo\, le nostre orme che il vento ben presto cancellerà” (cit. Reinhold Messner[64]). C’è chi quella violenza la giustifica o la tollera; c’è chi\, come chi scrive\, non la sopporta e la ritiene ingiusta e particolarmente cruenta. Non sorprende\, quindi\, che alcuni si spingano ad associazioni concettuali molto forti: “non possiamo accettare che le attività venatorie in qualche modo rappresentino “un modo per avvicinarsi all’ambiente naturale”. Per me equivale a dire che anche lo stupro è un modo per avvicinarsi al rapporto uomo-donna. Che lo stupro ci sia è un dato di fatto\, ma che sia anche vagamente accettabile perché tramite suo qualcuno arriva al rapporto uomo-donna\, questo è fermamente indifendibile. Indifendibile\, grezzo\, violento e barbarico è dunque anche solo accennare a un riconoscimento dell’attività venatoria come “tramite” ai valori dell’ambiente naturale\, perché quel tramite a mio parere distrugge e non costruisce\, perché la caccia sottrae all’ambiente naturale della fauna da ammirare e studiare”[65]. \nIl ruolo delle associazioni ambientaliste nella società e la posizione del CAI sulla caccia \nCiò che ci si aspetta dalle associazioni ambientaliste è un’appassionata attività indirizzata alla conoscenza e divulgazione della bellezza e dell’importanza della natura\, alla conservazione e alla tutela degli habitat e delle forme di vite che lo abitano. Si vorrebbe che le attività convergessero verso una sensibilizzazione dell’uomo rispetto alle unicità e fragilità dell’ecosistema\, sconosciute ai più ancor oggi. Così facendo\, si potrebbe aspirare a trovare una modalità di convivenza\, tra tutti gli esseri in completo equilibrio e rispetto reciproco. Non è questo che vogliamo? Un uomo in pace con sé stesso e con tutto ciò che lo circonda; un habitat che non debba soffrire le azioni antropiche; le comunità selvatiche che possano vivere liberamente\, senza pressioni e/o manipolazioni. \nLe associazioni ambientaliste devono giocare\, quindi\, un ruolo di primo piano nella società nel dare impulso ad un cambiamento ecosostenibile. Difendere l’ambiente non significa solo “resistere” ai progetti di nuova fattura che si ritengano dannosi per l’ecosistema. Tutelare la nostra Casa comporta anche il dover analizzare ciò che è già in essere e che necessita di essere armonizzato con le esigenze\, le conoscenze e le sensibilità contemporanee. Rispetto al nostro tema\, la “caccia”\, il CAI si limita a sostenere che essa rappresenta un modo per l’uomo di fruire della natura ma non ci dice se essa sia cosa buona o cattiva\, sostenibile o meno. Occorre avere il coraggio di promuovere e compiere un cambio di rotta rispetto al passato. A ciò sono votate le associazioni ambientaliste. Fino ad ora la caccia ha rappresentato fondamentalmente una “tradizione”\, un modo per uscire di casa\, per stare con gli amici\, per avere un interesse\, per compiacersi delle proprie abilità nell’addestrare un cane e nel colpire un bersaglio\, per fare i gradassi a chi ha abbattuto la preda migliore. Nella società di soli 30 o 40 anni fa la caccia era un “must”\, ma era un’altra cultura\, c’era un’altra sensibilità\, altre erano le conoscenze. Altre erano le esigenze\, i ritmi. Oggigiorno quel mondo non esiste più. Ve n’è un altro col quale occorre relazionarsi. Com’è possibile che quest’attività barbara – così percepita dai più\, secondo la sensibilità moderna – e anche deleteria per l’ambiente possa continuare a fare scempi? E com’è possibile che vi siano alcune associazioni ambientaliste che della battaglia contro la caccia ne facciano un simbolo ed altre che preferiscono non vedere\, per non decidere? Chi sbaglia? \nLe associazioni ambientaliste rivestono un ruolo determinante nei dibattiti che riguardano l’ecosistema. Al di là del peso che possano avere nella politica italiana (e non sembra ne abbiano molto) nel far convergere il legislatore verso scelte ecosostenibili\, gli ambientalisti assumono\, comunque\, un ruolo decisivo nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche afferenti la tutela dell’ambiente. Solo così\, con un movimento ampio che parte dalla popolazione e una diffusa consapevolezza tra la gente\, si potranno ottenere risultati soddisfacenti. Ed ecco\, ancora una volta\, che è doveroso sottolineare la necessità che una grande associazione ambientalista come il CAI (forse la più grande in Italia) assuma una posizione chiara sulla caccia. Diffondere tra gli oltre 300.000 soci un messaggio coraggioso di rottura con alcune tradizioni del passato non più sostenibili e di affrancamento dalle scelte “politiche” di tesseramenti\, potrà forse indebolire l’associazione sotto il profilo dei numeri ma darà certamente al sodalizio nuova forza e un nuovo slancio\, perché si sarà liberata da un grande tabù. Un’associazione formata da così tanti iscritti aiuterà a rafforzare il fronte per la tutela degli animali e degli habitat\, ma anche dell’uomo. \nLe associazioni ambientaliste\, come si diceva\, stanno assumendo sempre più un ruolo decisivo nella battaglia contro la caccia\, ben consapevoli che essa costituisca una violenza\, un abuso ai danni dell’ambiente. Questo è il ruolo che devono giocare gli ambientalisti: e quale altro\, se non la tutela della Casa nostra e delle altre specie! \nAl di fuori del contesto relativo all’attività venatoria\, il CAI esprime delle considerazioni altamente condivisibili: “[Il CAI\, n.d.r.] Individua invece nell’autodisciplina e nel comportamento responsabile ed ecocompatibile di chi pratica tali attività il solo modo per evitare che si creino situazioni di rischio per sé\, per gli altri e per l’ambiente naturale”. Tale assunto è tratto dal “Bidecalogo – Parte seconda – Politica di autodisciplina del CAI – Considerazioni generali”. Nulla da eccepire\, anzi\, una responsabilizzazione dei singoli esemplare\, volta a suscitare elevato ed appassionato impegno civile e sociale. Ma come si coniuga quell’enunciato con la compatibilità tra il modo di avvicinarsi alla natura e l’andare a caccia. Certo\, il CAI non si dichiara favorevole\, ma neanche contrario. Non si dichiara\, tace e\, così facendo\, velatamente tollera (o approva). Peggio ancora. Chiedesse ai soci cacciatori in maniera esplicita di non creare “situazioni di rischio per sé\, per gli altri e per l’ambiente naturale”. Li sensibilizzasse affinché tengano un “comportamento responsabile ed ecocompatibile”. Invece no\, il CAI “spara” nel mucchio per non “ferire” nessuno e\, così\, nulla cambia. \nSi badi bene\, le osservazioni critiche e schiette fin qui espresse sull’approccio del CAI alle questioni che riguardano l’attività venatoria non possono e non devono in alcun modo mettere in ombra i grandissimi meriti del Sodalizio. Ormai alle soglie dei 160 anni dalla sua fondazione\, il CAI ha dato un contributo inestimabile alla divulgazione e al mantenimento della cultura della montagna\, alla promozione dei territori e alla loro conoscenza\, alla sensibilizzazione delle popolazioni alle bellezze della nostra terra\, alla tutela di taluna fauna selvatica. \nNon solo alberi\, corsi d’acqua\, monti\, lupi e aquile\, quindi\, ma tutte le comunità della fauna selvatica sono meritevoli di tutela e\, forse ancor di più\, di rispetto. \nCi si augura che presto il dibattito sulla caccia possa prendere piede\, per la tutela dell’ambiente in senso lato. Parimenti\, ci si augura che anche altri grandi temi– come quello riguardante l’impatto ambientale causato dagli allevamenti intensivi – possano essere oggetto di ampia discussione all’interno del sodalizio. Di nuovo\, si tratta si argomenti scomodi e divisivi perché toccano da vicino quelle abitudini quotidiane della gran parte delle persone e che sono difficili da discutere senza lasciare il segno. \nConclusioni \nAlla luce degli elementi raccolti in questo lavoro\, che traggono spunto da fonti autorevoli\, emerge chiaramente come l’impatto ambientale della caccia in termini di inquinamento\, “incidenti di caccia” e pressione faunistica sia ormai evidente e\, probabilmente\, non più sostenibile. \nIl numero stesso dei cacciatori è\, fortunatamente\, in declino. Ciò sta avvenendo sia per la rinnovata sensibilità riguardo i sentimenti nei confronti degli animali\, sia perché la società offre infinite alternative di svago\, sia per l’avanzare dell’escursionismo che propone un modo di fruire della natura sano\, non cruento e rispettoso\, sia per i costi che i cacciatori devono sostenere per l’esercizio della pratica venatoria\, i pericoli concreti ai quali ci si espone\, un apparato normativo più vincolante. Un ulteriore elemento demotivante potrebbe essere rappresentato dalla riduzione delle specie cacciabili. Insomma\, a fronte di queste ed altre ragioni\, sembra proprio il crepuscolo della caccia sia un fatto inevitabile. Tante associazioni ambientaliste stanno prendendo posizioni contro caccia in maniera sempre più decisa\, portando argomentazioni scientifiche\, diffondendo comunicati e documenti\, organizzando manifestazioni e\, addirittura\, promuovendo referendum (2021\, Comitato “Sì aboliamo la caccia”). \nFortunatamente la caccia si sta estinguendo da sola\, lentamente\, ma lasciando sul terreno ancora troppa sofferenza e ingiustizia. \nQuando tutto sarà un brutto ricordo\, quando non ci saranno più interessi politici e ragioni culturali a perorare l’esistenza della caccia\, si constaterà con chiarezza se essa abbia davvero una qualche utilità per l’ambiente\, se sia stata la soluzione dei problemi e se i cacciatori siano stati realmente delle “sentinelle della montagna” (come amano definirsi). O\, forse\, si scoprirà che la caccia è stato un grande bluff\, alimentato per il godimento di pochi. Si scoprirà che essa non ha alcun utile ruolo nella gestione della fauna selvatica ma\, invece\, ha prodotto solo effetti dannosi. Caduto gli muro degli interessi\, si vedrà come i cacciatori siano stati solo degli stupratori di comunità e habitat\, tutt’altro che sentinelle. \n  \n“Quando non ci saranno più gli interessi politici ed economici e le ragioni “culturali” a perorare l’esistenza della caccia\, quando quel muro cadrà\, allora tutti potranno vedere i danni che essa ha cagionato agli habitat\, alle comunità\, all’uomo”. \n  \nLuigi Miriello \n  \n  \nAPPENDICE \n  \n  \nTutela della fauna selvatica vs rispetto per la fauna selvatica \ndi Luigi Miriello \nRispetto per la sua natura\, rispetto per la sua vita a prescindere dal valore che noi le diamo. Già\, perché un valore lo ha già di per sé! Quale valore ha un lupo e quale un cinghiale? Uno ha il sangue più nobile di un altro? Ahinoi\, misuriamo tutto con il metro del nostro egoismo e dei nostri preconcetti. Ci attacchiamo a tutto pur di sostenere le nostre convinzioni. Il lupo è nobile\, è il re dei nostri boschi\, è il simbolo della forza\, del coraggio\, della libertà\, del vivere selvaggio ed è anche vestito di una certa simbologia spirituale\, un’aurea francescana. Pure l’aquila è nobile\, è la regina dei cieli. E così si procede fra miti\, leggende\, riferimenti religiosi e chi più ne ha\, più ne metta. Lontano è ancora quel momento in qui l’uomo sarà capace di scendere dal trono che si è autocostruito e guarderà dalla giusta altezza la natura che lo circonda e di cui fa parte e capirà che ogni essere ha una dignità\, una sacralità\, una eccezionalità\, un diritto ad esistere che non è misurabile e non va giudicato\, ma dev’essere solo ammirato e rispettato. \nVi siete mai ritrovati soli nei boschi? Io sì\, da solo li ho attraversati per più giorni consecutivi\, lontano dagli uomini. Sapete\, lì\, quanto vale la vita di un uomo? Quanto quella di un uccello. E quella di un uccello? Quanto quella di un albero. E quella di un albero? Quanto quella di una roccia. Lì\, nel bosco\, nessuno è più importante di qualcun altro o di qualcos’altro. Non c’è nessuno che dia all’uomo una particolare importanza\, una primazia. Nessuno lo riconosce re di alcunché. È solo la nostra autoreferenziazione che ci pone al vertice di ogni cosa\, che ci assurge a semidio\, col potere di vita e morte su tutto il pianeta. Ma\, in realtà\, non siamo semidio\, per fortuna\, e i nostri “poteri” non esistono; al più\, siamo semi-uomini\, forti della nostra arroganza e la nostra violenza. E ci ergiamo a paladini che tutelano quando\, invece\, se ci limitassimo a rispettare\, renderemmo senz’altro un servizio migliore! \n  \n  \nCacciatori\, quelli che «sparerebbero pure alla colomba dello Spirito Santo»[66] \nSe attività sadiche sono legalizzate e incentivate dalle istituzioni\, se vengono definite salutari da organismi internazionali\, beh\, allora la distinzione tra giusto e ingiusto\, lecito ed illecito\, civile ed incivile non può che collassare \ndi Annamaria Manzoni \n  \nPer quanto non ci si possano aspettare notizie confortanti dalla zone di caccia\, dove\, con armamentario da missione bellica\, c’è chi va a  braccare\, ferire\, uccidere esseri senzienti\, il regolare bollettino di guerra non può non lasciare esterrefatti: prescindendo per un momento dalle vittime designate\, gli animali\, nel corso delle ‘stagioni venatorie’ morti e feriti umani occupano cronache quotidiane: per il fuoco amico\, che colpisce i compagni\, per quello amicissimo\, sbadatamente diretto contro il proprio piede o la propria spalla\, e per quello per nulla amico per cui a caderne vittima sono gli altri\, i passanti casuali. Tra questi ultimi trovano posto persone impallinate perché scambiate per fagiani; altri così mimetizzati da suggerire la presenza di un cinghiale\, presenza talmente desiderata da allucinarla nel pensiero; ci sono bambini colpiti mentre giocavano in cortile; braccianti impegnati nella raccolta di frutta\, atterrati l’uno dopo l’altro come birilli. \nE ci sono anche bambini nel ruolo di discepoli portati con sé per un precoce imprinting\, aggirando spensieratamente non solo norme di legge\, ma soprattutto minimale senso di responsabilità genitoriale. E si può continuare con i danni collaterali\, accidenti imprescindibili di ogni guerra che si rispetti\, che\, nella forma di infarto o grave malore\, colpiscono cacciatori di solito un po’ agé\, il cui fisico\, ahimè\, come per altro in tante cose della vita\, non sostiene debitamente una inalterata passione dei sensi. \nInsomma i 21 morti e 59 feriti umani della passata stagione e quelli\, il cui numero in continuo aggiornamento ha già cominciato a marcare l’inizio di quella attuale appena aperta\, meriterebbero un interesse di cui non si vede traccia nelle istituzioni: la caccia non solo non si tocca\, costi quel che costi\, ma continua a godere imperterrita delle sovvenzioni destinate agli sport\, perché tale è considerata; considerazione incredibile se giudicata non solo in base ad un barlume di senso etico per cui non vi può essere nulla di sportivo\, nel senso di leale\, corretto e rispettoso\, nell’andare ad uccidere esseri indifesi\, ma neppure volendosi attenere alla definizione letterale di ‘sport’ data dalla Commission of the European Communities WHITE PAPER ON SPORT (luglio 2007)\, fatta propria dal CONI\, secondo cui il termine si riferisce a «qualsiasi attività  fisica che …….. abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica\, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli». \nLe ‘relazioni sociali’ e le ‘condizioni fisiche’ così care all’attività venatoria sono quelle di cui sopra\, che\, per imperizia\, imprudenza\, superficialità\, incompetenza\, discontrollo emotivo\, deliri di onnipotenza\, dato l’accesso\, per certificata idoneità psicofisica\, al fucile caricato a pallettoni\, comportano l’evenienza che tali relazioni risultino mortifere\, quindi non esattamente in fase di implementazione e sviluppo come vorrebbe l’autorevole libro bianco: non esiste stagione di caccia che non si concluda con decine di morti e un numero di gran lunga superiore di feriti [per conoscere i numeri esatti\, si consulti il sito www.vittimedellacaccia.org\, che possiede archivi dal 2007 e aggiorna costantemente i dati]: il che testimonia la natura niente affatto accidentale delle vittime umane\, che sono invece intrinseche alle dinamiche venatorie. \nQuanto all’ipotizzato miglioramento delle condizioni psichiche\, beh il discorso\, nella sua complessità\, risulta quanto mai interessante. A partire dalla considerazione che la caccia\, per gli occidentali\, è attività di svago e fonte di piacere\, alternativa ad una partita a tennis o a calcetto\, per intenderci; le motivazioni reali che ne sono alla base sono offerte generosamente dai diretti interessati\, i cacciatori\, i quali\, nei loro siti\, la celebrano in estasi con espressioni che diventano mantra: palpitante avventura\, eccitazione\, magia\, ardore\, passione\, ebbrezza\, euforia: se non altro si deve dar loro atto di ottime competenze introspettive\, nell’autoriconoscimento di emozioni e stati d’animo. \nTemendo comunque di trovare ben poca condivisione al di fuori della loro rassicurante e autoreferenziale cerchia\, e ben sapendo di quanto la loro passione venga connotata\, da una fiumana in crescita di detrattori\, come pesante disvalore anziché estasi mistica\, i cacciatori fanno poi seguire giustificazioni ideali\, riferite all’amore per la natura\, al dovere di civiltà e alla missione ecologica di cui si sentono portatori: il tutto sintetizzato nel concetto di ‘caccia buona’\, ossimoro linguistico al servizio della mistificazione della realtà\, a cui ci sarà sempre qualcuno disposto a credere o a fingere di farlo: un po’ come all’idea di ‘amore criminale’ insomma: quello per cui si accoltella e magari poi anche si brucia quella che si ama tanto… . \nLa difesa ad oltranza della loro attività suggerisce ai cacciatori di bypassare prudentemente il punto di vista delle vittime: grandi assenti\, nelle loro descrizioni\, sono gli animali\, il loro terrore\, la disperata fuga per la salvezza\, il ferimento\, gli spasmi\, l’agonia talvolta interminabile\, la disperazione di cuccioli vicino alle madri morte\, l’annichilimento delle madri davanti al corpo immobile dei figli. \nAssenti sono il cervo senza scampo che chiede grazia con le sue lacrime\, nelle parole di Montaigne; la cerva che assiste il maschio ferito\, con la testa levata al cielo e l’espressione piena di cordoglio\, in quelle di Tolstoj; quelli che sentiamo ansimare increduli nei filmati dai luoghi della carneficina: volpi stanate da buche profonde\, rifugio vano da cani che le estraggono strappando loro la pelle\, e aprono la strada al cacciatore di turno\, appostato nei dintorni. \nE’ un guardiacaccia\, Giancarlo Ferron [“Il suicidio del capriolo”\, Giancarlo Ferron; Biblioteca dell’Immagine 2003]\, che racconta di caprioli in fuga\, inseguiti per giorni\, che corrono con la schiuma alla bocca\, senza più fiato\, tremanti e sfiniti con la bocca spalancata per la fame d’aria; racconta di cacciatori che hanno due o tre mute di cani\, per sostituire quella sfiancata nell’inseguimento di un capriolo\, che lui però di sostituti non ne ha; ancora racconta di animali che si suicidano buttandosi dalle rocce\, pur di sottrarsi allo sbranamento annunciato dai latrati che si fanno più vicini. Nessun animale\, lo sappiamo bene\, può sottrarsi alla furia omicida dei cacciatori\, che siano elefanti o uccellini di pochi grammi: «sparerebbero pure alla colomba dello Spirito Santo»\, sentenzia un bambino nel colorito spirito napoletano [‘Nessun porco è signorina’\, Marcello D’Orta; Mondadori 2008]\, che bene compendia l’impulso ad andare ad ammazzare esseri di ogni genere e taglia\, che volino\, corrano\, che siano miti o aggressivi: purché respirino. \nLa descrizione degli ‘annessi e connessi’ dell’attività venatoria può sfidare per tasso di crudeltà quella che trasuda dai tanti musei della tortura\, sparsi nelle nostre città\, a imperitura testimonianza della profondità del male che l’essere umano sa creativamente produrre: ci sono uccellini impigliati nelle reti\, quelli accecati così da richiamare con il canto i loro consimili; quelli ingabbiati per il medesimo scopo; c’è l’infierire ignobile contro animali spossati dalla migrazione o dallo sforzo di sopravvivere a inondazioni\, terremoti o altre calamità. \nAddestrare i cani ad estrarre a morsi animali dalle tane per sparargli addosso è attività per la cui connotazione il linguaggio non dispone di aggettivi appropriati; non ne dispone per definire il piacere di uccidere orsi in letargo; oppure elefanti o leoni dal sedile di un elicottero; ulteriori perversioni\, già diffuse in altri continenti\, tra cui quella di sparare ad animali esotici\, intrappolati in stretti recinti (canned hunts) dopo la dismissione da circhi e zoo o cresciuti come pet una volta sottratti da neonati alle madri\, non sono ad oggi penetrate nel nostro territorio. Ma non c’è da preoccuparsi\, perchè il turismo venatorio supplisce generosamente a questo fastidioso limite: basta pagare\, dal momento che i capi uccisi devono giustamente essere remunerati con generosità ai legittimi proprietari. \nUn discorso a parte meriterebbero poi altre vittime animali\, i cani\, trasformati in aiutanti killer mediante un addestramento vigoroso: le cronache raccontano dell’abbandono e della soppressione dei ‘soggetti’ non idonei\, della detenzione in gabbie che sono prigioni per tutto il tempo non destinato alle battute\, di quelli da annoverare tra le vittime accidentali di colpi sparati a casaccio. \nA completamento\, è una novella cacciatrice\, Catia\, a fornire nella sua intervista on line un grazioso particolare\, quello tanto diffuso da meritare un termine ad hoc\, la frustata\, vale a dire una fucilata che abitualmente i cacciatori sparano nel sedere di cani disobbedienti o lenti nell’apprendimento (‘la famosa frustata’\, dice)\, metodo di addestramento da cui lei però si vanta di smarcarsi [http://www.sabinemiddelhaufeshundundnatur.net/ale/caccia_intervista.html]. \nOra\, oltre a spietatezza\, soprusi\, crudeltà\, esplode in tutto il meccanismo venatorio un ancestrale bisogno di sangue\, che spesso esonda in un crescendo di esaltazione\, in un delirio fuori controllo\, che lascia sul terreno vere e proprie carneficine: non basta mai\, tanto che leggi pur tanto permissive\, al servizio di una più che compiacente politica\, devono porre dei limiti al tempo del cacciare e al numero delle vittime da uccidere\, supplendo con le restrizioni normative all’assenza di quelle etiche. \nNon a caso\, il parallelismo tra caccia e guerra è stato colto in ogni epoca\, essendo l’una e l’altra attività connesse dalla stessa essenza basata su uccisioni di massa: la caccia è sempre stata considerata una raffigurazione ritualizzata della guerra [argomento trattato in ‘Finché non lo vedrai cadere esangue’\, in ‘In direzione contraria’ di Annamaria Manzoni\, Sonda2009]\, un sostituto ugualmente sanguinario\, ma tanto più rassicurante vista la sproporzione delle forze in campo\, nonché la non belligeranza degli animali che\, nemici inconsapevoli di esserlo\, cercano solo di fuggire. \nSe la causa più profonda della reiterazione delle guerre\, come diceva già Freud\, sta tutta nelle pulsioni aggressive e distruttive\, insite nell’uomo\, altrettanto si può sostenere a proposito della caccia\, l’una e l’altra da porre in contesti in grado di fare emergere la nostra ombra più oscura\, le nostre parti più nascoste e abiette. \nAlla luce di tutto ciò\, si impone la necessità di scrutare di più nelle emozioni e nei pensieri dei cacciatori [si veda  ‘Ai cacciatori il posto d’onore’ in ‘Sulla cattiva strada’ di Annamaria Manzoni; Sonda 2014]\, alla ricerca dell’origine di quel vuoto etico che è il brodo di cultura della loro passione; si viene così a contatto con elementi che dovrebbero essere fonte di grande preoccupazione per chiunque abbia a cuore la condizione psichica delle persone\, come sostiene di fare il CONI: nei loro comportamenti prepotenti e brutali la fa da padrona quella assenza di empatia che esonda in psicopatia\, nel piacere dichiarato di essere artefici dell’estrema sofferenza e della morte di esseri senzienti. \nSoprattutto appare virulenta una forma grave di sadismo\, nell’accezione psicologicamente corretta del termine\, che lo definisce quale ‘tratto del carattere proprio di chi si compiace della crudeltà’\,  tratto innato o collegato ad una risposta a frustrazioni e umiliazioni; diretto alla ricerca di un piacere generato dal provocare dolore o dal senso di potenza personale che deriva dalla capacità di sopraffare l’altro [‘Nuovo Dizionario di Psicologia’\, Umberto Galimberti\, Feltrinelli 2018]. \nEsiste anche un’altra accezione di sadismo\, che è strettamente connessa ad una perversione della sessualità: direzione in cui vanno espandendosi studi sulla personalità dei cacciatori\, nel cui inconscio\, secondo alcuni autori\, si troverebbe un vaso di Pandora di elementi sessuali repressi. Lo afferma la psicologa clinica Margaret Brooke-Williams\, secondo cui il sentimento di potenza che l’attività venatoria comporta è in grado di offrire temporaneo sollievo al disagio esperito dai cacciatori. Teoria suffragata dallo psicologo sociale Rob Alpha\, secondo cui nella pulsione sessuale e nella compulsione a cacciare e uccidere vengono attivate le stesse aree cerebrali. Alle spalle\, una tradizione corposa\, dal momento che già lo psichiatra Karl Manninger (1893-1990) sosteneva che il sadismo tipico della caccia rappresenta le energie distruttive e crudeli dell’uomo verso le creature più indifese [https://www.feelguide.com/2016/11/07/hunting-linked-to-psychosexual-inadequacy-the-5-phases-of-a-hunters-life-of-sexual-frustration/]. \nLa caccia\, come la guerra\, dà forma a pulsioni aggressive\, a cui vengono dati significati di comodo\, crea dipendenza e desiderio di ripetizione: si va ad uccidere spinti da aspetti della propria personalità\, e poi è la ripetizione stessa dell’azione di uccidere esseri indifesi a modificare lo psichismo di chi lo fa\, dal momento che nessuna esperienza può essere vissuta senza che ne restino tracce in grado di modificarci. \nIn attesa di ulteriori spunti dalle ricerche in corso\, è interessante sottolineare che quello della caccia è un territorio in cui la prevalenza maschile raggiunge percentuali bulgare e in cui l’accesso delle donne è visto con l’evidente fastidio che sempre provoca l’ingresso femminile in aree in cui il machismo è tratto distintivo: non è casuale che il primo convegno internazionale di donne cacciatrici\, tenutosi a Riva del Garda lo scorso anno\, sia stato completamente ignorato dai colleghi maschi. \nUn po’ diversa da quella italiana la situazione nei Paesi nordici\, dove la presenza femminile nell’universo venatorio è maggiore\, in sintonia cona la convinzione che parità significhi adattamento agli standard maschili\, standard che\, in quei Paesi\, sono incistati in una cultura\, che\, per esempio\, celebra e ritualizza l’ingresso dei bambini nell’età adulta con il dono del fucile e la partecipazione alla prima battuta: “grande  uguale cacciatore” insomma o vede l’obbligatorietà del servizio militare senza differenze di genere.  Il discorso porta lontano\, ma il parallelismo tra caccia e guerra\, unificate dal comune uso delle armi\, dalla disponibilità ad uccidere\, dall’assunzione di una filosofia di vita aggressiva\, è innegabile punto di partenza dei necessari approfondimenti. \nSe non c’è pensiero che aiuti le vittime animali della caccia a sottrarsi all’orgia di violenza di cui devono subire l’inenarrabile dolore\, urge comunque una rivisitazione della realtà: se attività sadiche\, tese alla sopraffazione\, al sangue e alla morte di vittime inermi\, sono legalizzate e incentivate dalle istituzioni\, se vengono definite salutari da organismi internazionali\, se sono giudicate utili al miglioramento delle condizioni psichiche e all’implementazione delle relazioni sociali di chi le pratica\, beh\, allora la distinzione tra giusto e ingiusto\, lecito ed illecito\, civile ed incivile non può che collassare\, con tutte le conseguenze del caso. \nLa mistificazione in atto è implicitamente sostenuta in tanti modi: per esempio dalla vendita stessa delle armi accanto agli sci o ai costumi da bagno nei negozi sportivi\, giusto per sdoganare l’idea che farsi una nuotata o massacrare un cinghiale è solo una questione di gusti individuali. Per non parlare dell’ingresso sciagurato nelle scuole di cacciatori che si presentano quali testimonial della natura e\, udite udite\, difensori degli animali. \nAnche da qui\, dalla improrogabile rifondazione di un linguaggio\, che sia teso a comunicare e non a falsificare la realtà\, è necessario ripartire\, se vogliamo contrastare l’espressione della parte più oscura di noi\, quella che anche nella caccia trova ideale terreno d’espressione\, strenuamente difesa da una politica sempre colpevolmente pronta a sacrificare l’etica all’interesse. \n  \n  \nI controlli sulle attività venatorie  \ndi Andrea Rutigliano[67] \n  \n“Invece va osservato come la frequenza dei controlli venatori sia risibile se comparata al numero e alla presenza dei cacciatori sul territorio. Frequenza e qualità che andrebbero quindi aumentate\, se non fosse che quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni è uno smantellamento progressivo del debole sistema di controlli e un allargamento delle maglie dell’attività venatoria. Invece di rafforzare e professionalizzare la vigilanza\, di rendere le pene un reale deterrente (le ammende non sono più aggiornate dal 1992)\, di stabilire una presenza minima di vigilanza sul territorio almeno nelle aree a più alta frequenza di bracconaggio\, di estendere le funzioni di polizia giudiziaria alle GVV\, al fine di allargare la platea degli organi di controllo\, quello che l’ultimo governo si è riproposto di fare è smantellare o ridurre ai minimi termini la polizia provinciale\, assorbire il CFS all’Arma dei Carabinieri con il rischio di perdere le specificità ambientali dei Forestali\, introdurre la possibilità di non procedere per i giudici davanti a “reati bagatellari” (fra cui tutti quelli di caccia)\, aprire di fatto la caccia nei parchi nazionali come forma di “controllo faunistico”\, a discrezione degli enti parco (al cui interno si sono insediati negli anni numerosi esponenti del mondo venatorio)\, aprire la caccia agli ungulati tutto l’anno (nel caso toscano)\, o aprire la caccia a specie protette (nel caso Trentino-Alto Adige). Ci si chiede se alle spalle vi sia una minima analisi dei benefici ambientali e per la biodiversità dietro a tutti questi provvedimenti o non piuttosto una volontà di svendere il patrimonio naturale italiano al mondo venatorio\, come forma di fare cassa o per convenienza politica. Allo stesso tempo ci si chiede se serva raccogliere dati per iniziare a riempire il sistematico vuoto di informazioni che circonda la caccia (quanti sono i cacciatori? quanti sono i controllori? quanti esercitano veramente i controlli? quanti e quali animali sono uccisi ogni anno?)\, se poi la politica non ha bisogno di informazioni per decidere”. \n  \n  \nLa situazione del bracconaggio in Italia  \ndi Giovanni Malara \n  \nL’esperienza acquisita in tanti anni di volontariato antibracconaggio consente di stilare un bilancio sulla situazione di effettiva tutela della fauna selvatica in Italia negli ultimi anni\, dopo la soppressione del Corpo Forestale dello Stato. E di constatare purtroppo\, con grande amarezza\, che il contrasto al bracconaggio – che di quella fauna costituisce una delle principali minacce – non ha mai conosciuto nel nostro Paese una situazione così precaria qual è quella odierna. \nL’attuale livello dei controlli venatori è penoso\, a meno che non si faccia riferimento a quelli meramente formali: possesso della licenza di caccia\, annotazioni sul tesserino venatorio ecc. Se poi ci si riferisce ad alcune regioni meridionali\, come la Campania\, la Puglia\, la Calabria e la Sicilia la situazione diventa addirittura drammatica. \nPer avere un quadro più preciso\, che in questa sede sarebbe impossibile descrivere\, si rimanda a “Gli illeciti ai danni della fauna selvatica”\, manuale pubblicato dal Gruppo Adorno ODV[68]. \nL’inadempimento degli impegni assunti dal Governo Italiano sulla lotta al bracconaggio e le conseguenti violazioni della Direttiva Uccelli sono stati oggetto di una dettagliata denuncia che ho trasmesso alla Commissione Europea nel marzo 2022. I contenuti della denuncia non possono ovviamente essere resi noti prima che la Commissione abbia svolto la propria istruttoria e si sia pronunciata su questa come su altre denunce presentate da più parti e tutte aventi ad oggetto la grave situazione della caccia in Italia. \nChiamata in causa è anche la normativa italiana che regolamenta l’attività venatoria e le sanzioni previste per chi uccide o cattura esemplari della fauna selvatica in violazione delle leggi vigenti. \nSpesso sulla stampa si legge della denuncia penale di un bracconiere e che questi rischia una condanna fino a un anno di arresto. L’ignaro lettore è allora naturalmente portato a pensare: “Gli sta bene\, ha ucciso un’aquila o uno scoiattolo e adesso finirà in carcere!” E lo vede già in manette\, come avviene per i bracconieri che in Kenya uccidono i rinoceronti per rivenderne i corni. \nNulla di più clamorosamente ingannevole! \nLa parola arresto in questo sventurato Paese\, infatti\, contraddistingue i reati contravvenzionali. Significa che\, se proprio gli va male\, il bracconiere incastrato mentre trasportava un’aquila che aveva in precedenza ucciso pagherà una multa di 516 euro\, la cosiddetta oblazione\, pari più o meno a una multa per divieto di accesso in ZTL. Se invece gli va bene e non viene ammesso al pagamento dell’oblazione\, il bracconiere non pagherà nulla\, in quanto subirà un processo che inevitabilmente si prescriverà entro i cinque anni dal fatto senza che si giunga ad alcuna condanna. \nAnche questo sistema sanzionatorio\, che definire inefficace è eufemistico\, è oggetto di denunce alla UE\, in quanto i cacciatori e i loro tantissimi politici di riferimento si oppongono strenuamente ad ogni inasprimento delle sanzioni e alla trasformazione delle contravvenzioni in delitti (delitti per cui ad esempio vengono perseguiti coloro che maltrattano gli animali d’affezione). \nA questa situazione tentano di porre rimedio in tanti. Non si possono non citare\, ad esempio\, le guardie volontarie del WWF\, che in tante regioni svolgono un’opera encomiabile di individuazione e denuncia dei reati di bracconaggio. Lo stesso Gruppo Adorno\, minuscola associazione fondata proprio per tentare di contrastare il bracconaggio\, ha ottenuto nel primo anno di vita\, dal marzo 2021 al marzo 2022\, risultati estremamente significativi. Nel corso di decine di interventi specifici svolti dai volontari del Gruppo sono state complessivamente segnalate alle Forze dell’Ordine 52 persone\, 44 per la caccia e 8 per la pesca con strumenti non consentiti. \nNel dettaglio denunciati 35 cacciatori\, responsabili di diversi reati come l’uso di richiami elettroacustici vietati\, l’abbattimento di specie protette o l’attività venatoria in aree protette. Inoltre sono stati segnalati ben 9 uccellatori\, tutti intenti a catturare uccelli con reti di diversa tipologia. \nIn totale\, nel corso dei suddetti interventi\, le Forze dell’Ordine hanno sottoposto a sequestro circa 650 esemplari di uccelli e mammiferi\, di cui 39 vivi. \nMa si tratta di gocce in un mare di illegalità. Fin quando non sarà congegnato e messo in pratica un efficace sistema di controlli che sia uniformemente diffuso su tutti i territori; fino a quando l’intervento sarà demandato alla buona volontà di singoli operatori di polizia giudiziaria\, con la conseguenza che i bracconieri troveranno comodo spostarsi in territori vicini e non controllati\, che costituiscono la stragrande maggioranza; fino a quando non verranno emanate norme cogenti\, che portino all’automatica revoca della licenza di caccia per chi si rende responsabile di gravi atti di bracconaggio\, la tutela della fauna selvatica in Italia resterà una chimera. \n  \n  \nRiferimenti Bibliografici e Sitografici \n  \nANDREOTTI A.\, BORGHESI F\,\, Il piombo nelle munizioni da caccia: problematiche e possibili soluzioni\, rapporto ISPRA 158/2012 \n  \nASSOCIAZIONE VITTIME DELLA CACCIA\, 24 morti e 66 feriti: la stagione venatoria 2021/2022 si chiude con 90 vittime\, https://www.vittimedellacaccia.org/c-s-avc-90-vittime-umane-chiude-la-stagione-venatoria-2021-2022/ – Copyright©2007-2022 \n  \nBENEDETTI Claudio\, La Nutria nell’elenco delle specie nocive: chiarimenti dei Ministeri della salute e delle politiche agricole\, alimentari e forestali\, 2014\, cfr. https://veterinariaalimenti.sanita.marche.it/Articoli/category/animali-selvatici/6904 \n  \nhttps://www.cacciailcacciatore.org/download/dossier_turismo.pdf \n  \nCACCIA A.\, La caccia: rituale per tradizione o attività obsoletà?\, 2018\, cfr. https://sociologicamente.it/la-caccia-rituale-per-tradizione-o-attivita-obsoleta/ \n  \nCACCIA IL CACCIATORE\, Analisi del rapporto tra attività venatoria italiana e potenziali danni al turismo\, 2004\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/download/dossier_turismo.pdf \n  \nCACCIA IL CACCIATORE\, Istruzioni per la richiesta al Sindaco di un’ordinanza che vieti la caccia in una determinata zona\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_autodifesa.pdf \n  \nCACCIA IL CACCIATORE\, Se la caccia fosse un lavoro\, cfr. www.cacciailcacciatore.org/info/lavoro.html \n  \nCAI\, Nuovo Bidecalogo \n  \nCALDARINI A.\, Il reato di foraggiamento degli animali selvatici\, cfr. https://www.ali.ong/rivista/diritto/il-reato-di-foraggiamento-degli-animali-selvatici/ \nCALLEA N.\, Pericolo pubblico: i costi umani e ambientali della caccia\, cfr. https://www.nuoveverrine.it/pericolo-pubblico-i-costi-umani-e-ambientali-della-caccia/ \n  \nCAMPANARO C. e VITTURI M.\, Caccia alla volpe in tana e illeciti correlati\, “#Natura” – Rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri\, 2015\, cfr. http://www.carabinieri.it/media—comunicazione/natura/la-rivista/home/tematiche/ ambiente/caccia-alla-volpe-in-tana-ed-illeciti-correlati \n  \nCANDITO A.\, Reggio Calabria\, i carabinieri sequestrano 235 ghiri congelati e pronti al ‘consumo’: è il cibo delle ‘mangiate’ di ‘Ndrangheta\, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” – https://www.repubblica.it/cronaca/2021/10/16/news/reggio_calabria_ i_carabinieri_sequestrano_500_ghiri_congelati_e_pronti_al_consumo_e_il_cibo_delle_mangiate_di_ndrangh-322444304/ \n  \nCOMMITTEE AGAINST BIRD SLAUGHTER (CABS)\, Calendario del cacciatore bracconiere 2019-2020\, cfr. https://www.komitee.de/media/analisi_caccia_illegale_in_ italia_2019-2020.pdf \n  \nCOMMITTEE AGAINST BIRD SLAUGHTER (CABS)\, Calendario del cacciatore bracconiere 2020-2021\, cfr. https://www.komitee.de/media/analisi_dai_caccia_illegale_ 2020-2021.pdf \n  \nCOSTA Sergio\, Cinghiali\, 2022\, post pubblicato sul socialnetwork Facebook\, cfr. https://www.facebook.com/100044325074996/posts/ pfbid02irNAPEkH42vDiYhf83fBErobLgSdi7n1tozAhEsLP2T92z1pYUkkKY8CJjXMzVarl/ \n  \nGENOVESI P.\, Limitazioni all’attività venatoria a causa della siccità e degli incendi che hanno colpito il Paese\, 2017\, cfr. https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2017/08/limitazioni-all2019attivita-venatoria-a-causa-della-siccita-e-degli-incendi-che-hanno-colpito-il-paese \n  \nGOGNA A.\, Analisi del Nuovo Bidecalogo del CAI\, cfr. https://www.caiancona.org/sites/default/files/ pdf/AGB.pdf \n  \nGUSTIN M.\, L’avifauna cacciabile in cattivo stato di conservazione dopo l’aggiornamento di Birds in Europe 3\, 2019\, cfr. http://www.lipu.it/pdf/03_Avifauna_ cacciabile_bassa.pdf \nMANZONI A.\, Le conseguenze della caccia\, L’Indro – L’approfondimento quotidiano indipendente\, 2019\, cfr. https://lindro.it/cacciatori-quelli-che-sparerebbero-pure-alla-colomba-dello-spirito-santo-sessualmente-impotenti/ \n  \nOBBER F.\, Principali patologie degli ungulati e monitoraggio dello stato sanitario delle popolazioni selvatiche\, cfr. 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bracconiere 2013-2014\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2013-14.pdf \n  \nRUTIGLIANO A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2014-2015\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.komitee.de/media/calendario_ cacciatori_bracconieri_2014-2015.pdf \n  \nRUTIGLIANO A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2015-2016\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2015-2016.pdf \n  \nSILVERI R.\, Pitigliano-GR-Cacciatore condannato per crudeltà su piccolo cinghiale\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/ blog/2021/06/pitigliano-gr-cacciatore-condannato-per-crudelta-su-piccolo-di-cinghiale/ \n  \nTETTAMANTI M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/download/dossier_ecosistemi.pdf \n  \nTETTAMANTI M.\, Valutazione di impatto ambientale di un anno di caccia\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, Roma\, 2008\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_impatto_bossoli_sintetico.pdf \n  \nVITTURI M.\, Vaccino per inibire la fertilità dei cinghiali in Legge di Bilancio 2022: basta ritardi\, Min. Speranza intervenga!\, 2022\, https://www.lav.it/news/vaccino-fertilita-cinghiali \n  \n  \n  \n  \n  \nRingraziamenti \nI primi ringraziamenti sono rivolti a mia moglie\, Patrizia\, per la condivisione di questa scelta di vita votata alla difesa e alla tutela degli animali. La scelta di non mangiarli più\, di sterilizzare e accudire i randagi\, di combattere per loro comporta costi importanti in termini di preoccupazioni\, di denaro e\, talvolta\, anche di socialità. I ricavi\, però\, sono incredibilmente maggiori: la nostra empatia nei confronti degli animali è abbondantemente ricambiata e ci arricchisce ad ogni manifestazione di affetto che riceviamo da questi fratellini; il sapere di aver alleviato loro qualche piccola sofferenza non ci fa avvertire il peso di quel po’ che abbiamo potuto fare; ogni battaglia condotta per gli animali ci fa credere che abbiamo fatto qualcosa per l’umanità\, sì\, perché il riconoscimento della loro dignità e del loro diritto alla vita è una questione di civiltà e questo vuole essere il nostro contributo materiale\, culturale e spirituale alla società (“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere\, secondo le proprie possibilità e la propria scelta\, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” – art. 4 co. 2 della Costituzione). \nRingrazio dal profondo del cuore Giovanni Malara per aver seguito passo passo durante la redazione di questo lavoro\, leggendo le varie bozze che a più riprese gli ho sottoposto\, offrendomi preziosi consigli e una grande disponibilità. A lui è dedicato quest’elaborato\, quale segno di riconoscenza per il suo più che trentennale impegno alla lotta al bracconaggio. Un attivista che ha operato in situazioni complicate\, in luoghi difficili\, in tempi in cui l’interesse dell’opinione pubblica verso la tutela della fauna selvatica era inesistente\, mentre le Istituzioni rimanevano sorde. Un pioniere\, quindi\, che si è mosso in ambienti culturali problematici\, ma sempre con la stessa determinazione. Un temerario che non si è arreso neanche quando non aveva seguito o veniva isolato. Un impegno costante\, lungo decenni\, che lo hanno portato ad ottenere brillanti risultati nella “sua” lotta al bracconaggio. Nessuna medaglia per lui\, solo la soddisfazione di aver protetto\, oltre le sue possibilità\, quegli animali che ama vedere volare o correre liberi per i cieli o nei boschi. \nRingrazio tutte le associazioni animaliste e ambientaliste\, gli attivisti\, i volontari che con il loro operato\, ogni giorno con tanti sacrifici e passione si spendono per la liberazione degli animali da quel concetto di inferiorità rispetto all’uomo\, liberazione dalla schiavitù cui li rileghiamo (penso agli allevamenti intensivi\, agli uccelli in gabbia\, ai pesci negli acquari\, ai delfini acrobati)\, liberazione dall’essere considerati oggetti\, mentre sono sensienti e nobili\, tutti! \nRingrazio gli organizzatori del corso TAM Ciro Teodonno e Simone Merola per la grande opportunità offertami\, i docenti per le interessantissime lezioni e i colleghi del percorso per aver arricchito quel bel viaggio di studio di tanto entusiasmo\, competenza e interventi di alto profilo. \n  \n[1] Andreotti A. e Borghesi F\,\, Il piombo nelle munizioni da caccia: problematiche e possibili soluzioni\, rapporto ISPRA 158/2012. \n  \n[2] Saturnismo: avvelenamento da piombo. Il piombo può essere assorbito per inalazione\, contatto con la pelle o ingestione e può provocare effetti su diversi apparati (nervoso\, respiratorio\, escretore\, digerente\, circolatorio\, endocrino). \n[3] Zone umide: superfici di paludi\, pantani e torbiere o distese d’acqua naturali o artificiali\, permanenti o temporanee\, in cui l’acqua è stagnante o corrente\, dolce\, salmastra o salata\, comprese le distese di acqua marina la cui profondità non supera i sei metri durante la bassa marea (definizione contenuta il regolamento (CE) n. 1907/2006\, come modificato dal Regolamento (UE) 2021/57 della Commissione del 25.01.2021). \n[4] Cfr. paragrafo 11 dell’allegato al regolamento (UE) 2021/57 della Commissione del 25.01.2021 \n[5] fonte: Rapporto ISPRA 158/2012 \n[6] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale\, luglio 2019 \n[7] Disturbo venatorio: “Con questo termine generico si indica una serie alquanto ampia di attività le quali possono avere effetti estremamente negativi anche senza essere direttamente rivolti verso una specie o un habitat. L’azione di sparo\, la presenza più o meno costante o anche la frequentazione occasionale possono\, a seconda delle situazioni ambientali (estensione dell’area\, copertura vegetale\, ecc.) e delle peculiarità eco-etologiche delle diverse specie\, causare l’allontanamento degli animali influendo alla lunga sul mantenimento di uno status fisiologico favorevole. Il mantenimento di uno stato di allarme\, l’impedimento delle regolari attività di alimentazione e riposo\, quando non anche le possibilità di nidificazione\, possono indurre uno stato di stress che abbassa lo stato di salute degli uccelli. Senza entrare troppo nel dettaglio\, si può quindi riassumere che il disturbo dovuto all’attività venatoria può avere effetti su: il comportamento (incremento distanza di fuga\, variazioni ritmi attività); la distribuzione su scala meramente locale e di ambito territoriale omogeneo (per es. una singola valle o un intero comprensorio); il turn-over degli individui presenti in una data area che possono essere soggetti a ricambio molto più frequente di quanto avverrebbe in assenza di disturbo” – cfr. Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale\, luglio 2019 \n[8] Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/download/ dossier_ecosistemi.pdf \n[9] Callea N.\, Pericolo pubblico: i costi umani e ambientali della caccia\, cfr. https://www.nuoveverrine.it/pericolo-pubblico-i-costi-umani-e-ambientali-della-caccia/ \n[10] Tettamanti M.\, Valutazione di impatto ambientale di un anno di caccia\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, Roma\, 2008\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/download/dossier_impatto_bossoli_ sintetico.pdf \n[11] Rivista online “Caccia il cacciatore”\, L’orribile sorte degli uccelli-richiamo\, cfr. www.cacciailcacciatore.org/info/approfondimento.html \n[12] Manzoni A.\, Le conseguenze della caccia\, L’Indro – L’approfondimento quotidiano indipendente\, 2019\, cfr. https://lindro.it/cacciatori-quelli-che-sparerebbero-pure-alla-colomba-dello-spirito-santo-sessualmente -impotenti/ \n[13] Callea N.\, Pericolo pubblico: i costi umani e ambientali della caccia\, cfr. https://www.nuoveverrine.it/pericolo-pubblico-i-costi-umani-e-ambientali-della-caccia/ \n[14] ibidem \n[15] ibidem \n[16] ibidem \n[17] Campanaro C. (Responsabile Ufficio Legale LAV) e Vitturi M. (Responsabile LAV Area Animali Selvatici)\, Caccia alla volpe in tana e illeciti correlati\, “#Natura” – Rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri\, 2015\, cfr. http://www.carabinieri.it/media—comunicazione/natura/la-rivista/home/tematiche/ ambiente/caccia-alla-volpe-in-tana-ed-illeciti-correlati \n[18] ibidem \n[19] Campanaro C. (Responsabile Ufficio Legale LAV) e Vitturi M. (Responsabile LAV Area Animali Selvatici)\, Caccia alla volpe in tana e illeciti correlati\, “#Natura” – Rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri\, 2015\, cfr. http://www.carabinieri.it/media—comunicazione/natura/la-rivista/home/tematiche/ ambiente/caccia-alla-volpe-in-tana-ed-illeciti-correlati \n[20] Campanaro C. (Responsabile Ufficio Legale LAV) e Vitturi M. (Responsabile LAV Area Animali Selvatici)\, Caccia alla volpe in tana e illeciti correlati\, “#Natura” – Rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri\, 2015\, cfr. http://www.carabinieri.it/media—comunicazione/natura/la-rivista/home/tematiche/ ambiente/caccia-alla-volpe-in-tana-ed-illeciti-correlati \n[21] Campanaro C. (Responsabile Ufficio Legale LAV) e Vitturi M. (Responsabile LAV Area Animali Selvatici)\, Caccia alla volpe in tana e illeciti correlati\, “#Natura” – Rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri\, 2015\, cfr. http://www.carabinieri.it/media—comunicazione/natura/la-rivista/home/tematiche/ ambiente/caccia-alla-volpe-in-tana-ed-illeciti-correlati \n[22] Silveri R.\, Pitigliano-GR-Cacciatore condannato per crudeltà su piccolo cinghiale\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/ blog/2021/06/pitigliano-gr-cacciatore-condannato-per-crudelta-su-piccolo-di-cinghiale/ \n[23] ibidem \n[24] Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_ecosistemi.pdf \n[25] Rutigliano A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2013-2014\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2013-14.pdf \n[26] Rutigliano A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2014-2015\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.komitee.de/media/calendario_ cacciatori_bracconieri_2014-2015.pdf \n[27] Rutigliano A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2015-2016\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2015-2016.pdf \n[28] Rutigliano A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2013-2014\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2013-14.pdf \n[29] “Rutigliano A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2015-2016\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2015-2016.pdf \n[30] Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, Calendario del cacciatore bracconiere 2019-2020\, cfr. https://www.komitee.de/media/analisi_caccia_illegale_in_ italia_2019-2020.pdf \n[31] Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, Calendario del cacciatore bracconiere 2020-2021\, cfr. https://www.komitee.de/media/analisi_dai_caccia_illegale_ 2020-2021.pdf \n[32] Rutigliano A.\, Calendario del cacciatore bracconiere 2015-2016\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_in_Italia_2015-2016.pdf \n[33] Candito A.\, Reggio Calabria\, i carabinieri sequestrano 235 ghiri congelati e pronti al ‘consumo’: è il cibo delle ‘mangiate’ di ‘Ndrangheta\, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” – https://www.repubblica.it/cronaca/2021/10/16/news/reggio_calabria_i_carabinieri_sequestrano_500_ghiri_congelati_e_pronti_al_consumo_e_il_cibo_delle_mangiate_di_ndrangh-322444304/ \n[34] Caccia A.\, La caccia: rituale per tradizione o attività obsoletà?\, 2018\, cfr. https://sociologicamente.it/ la-caccia-rituale-per-tradizione-o-attivita-obsoleta/ \n[35] Caccia il cacciatore\, Se la caccia fosse un lavoro\, cfr. www.cacciailcacciatore.org/info/lavoro.html \n[36] Associazione Vittime della caccia\, 24 morti e 66 feriti: la stagione venatoria 2021/2022 si chiude con 90 vittime\, https://www.vittimedellacaccia.org/c-s-avc-90-vittime-umane-chiude-la-stagione-venatoria-2021-2022/ – Copyright©2007-2022 \n[37] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale\, luglio 2019 \n[38] Caccia il cacciatore\, Istruzioni per la richiesta al Sindaco di un’ordinanza che vieti la caccia in una determinata zona\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_autodifesa.pdf \n[39] Caccia il cacciatore\, Analisi del rapporto tra attività venatoria italiana e potenziali danni al turismo\, 2004\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/download/dossier_turismo.pdf \n[40] Genovesi P.\, Limitazioni all’attività venatoria a causa della siccità e degli incendi che hanno colpito il Paese\, 2017\, cfr. https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2017/08/limitazioni-all2019attivita-venatoria-a-causa-della-siccita-e-degli-incendi-che-hanno-colpito-il-paese \n[41] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale 2019-2023\, luglio 2019\, cfr. https://leggi.alumbria.it/pdf/2019/N212235.PDF \n[42] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale 2019-2023\, luglio 2019\, cfr. https://leggi.alumbria.it/pdf/2019/N212235.PDF \n[43] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale 2019-2023\, luglio 2019\, cfr. https://leggi.alumbria.it/pdf/2019/N212235.PDF \n[44] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale 2019-2023\, luglio 2019\, cfr. https://leggi.alumbria.it/pdf/2019/N212235.PDF \n[45] Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_ecosistemi.pdf \n[46] Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_ecosistemi.pdf \n[47] Obber F.\, Principali patologie degli ungulati e monitoraggio dello stato sanitario delle popolazioni selvatiche\, cfr. https://www.provincia.vicenza.it/ente/la-struttura-della-provincia/servizi/caccia/corsi-di-specializzazione-venatoria/corso-cacciatore-formato-principali-patologie-degli-ungulati-e-monitoraggio-dello-stato-sanitario-delle-popolazioni-selvatiche \n[48] Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_ecosistemi.pdf \n[49] Benedetti C.\, La Nutria nell’elenco delle specie nocive: chiarimenti dei Ministeri della salute e delle politiche agricole\, alimentari e forestali\, 2014\, cfr. https://veterinariaalimenti.sanita.marche.it/ Articoli/category/animali-selvatici/6904 \n[50] Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/ download/dossier_ecosistemi.pdf \n[51] Foraggiamento dissuasivo: “Con foraggiamento s’intende l’attività di nutrire o procurare del cibo\, in modo del tutto innaturale\, agli animali\, a prescindere che sia la tipologia di alimento adatta agli stessi; vi sono due tipologie di foraggiamento: quello attivo\, consistente nel deposito di fieno\, erba medica\, ortaggi ed altri alimenti\, e quello passivo\, operato attraverso il deposito di compostaggi aperti negli orti\, immondizia per strada o rifiuti organici di facile accesso”\, cfr. https://www.ali.ong/rivista/diritto/il-reato-di-foraggiamento-degli-animali-selvatici/ \n[52] Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore”\, cfr. https://www.cacciailcacciatore.org/download/ dossier_ecosistemi.pdf \n[53] Vitturi M.\, Vaccino per inibire la fertilità dei cinghiali in Legge di Bilancio 2022: basta ritardi\, Min. Speranza intervenga!\, 2022\, https://www.lav.it/news/vaccino-fertilita-cinghiali \n[54] Costa S.\, Cinghiali\, 2022\, post pubblicato sul socialnetwork Facebook\, cfr. https://www.facebook.com/100044325074996/posts/ pfbid02irNAPEkH42vDiYhf83fBErobLgSdi7n1tozAhEsLP2T92z1pYUkkKY8CJjXMzVarl/ \n[55] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale 2019-2023\, luglio 2019\, cfr. https://leggi.alumbria.it/pdf/2019/N212235.PDF \n[56] Ibidem \n[57] Regione Umbria\, Studio per la valutazione di incidenza ambientale – Piano faunistico venatorio regionale 2019-2023\, luglio 2019\, cfr. https://leggi.alumbria.it/pdf/2019/N212235.PDF \n[58] Ibidem. \n[59] Riga F.\, Sostenibilità del prelievo venatorio\, da “ILVAE.it – Rivista tecnico-scientifica Ambientale dell’Arma del Carabinieri – ISSN 2532-7828 \n[60] Ibidem \n[61] “Se la caccia fosse un’attività basata su criteri razionali\, la scelta delle specie cacciabili\, la delimitazione dei periodi di caccia e la determinazione del numero di animali abbattibili dovrebbe essere basata su dati scientifici riguardanti le popolazioni di animali selvatici: permettere la caccia senza disporre di stime precise sul numero e le specie di animali presenti in una zona e senza stilare un piano preciso del prelievo venatorio è un’operazione senza fondamento scientifico”\, cfr. Tettamanti M.\, Dalla caccia alla scienza – Attività venatoria\, danni all’agricoltura e gestione degli ecosistemi\, rivista online “Caccia il cacciatore” – https://www.cacciailcacciatore.org/download/dossier_ecosistemi.pdf \n[62] Gustin M.\, L’avifauna cacciabile in cattivo stato di conservazione dopo l’aggiornamento di Birds in Europe 3\, 2019\, cfr. http://www.lipu.it/pdf/03_Avifauna_ cacciabile_bassa.pdf \n[63] Nuovo Bidecalogo del CAI – Punto 6 Politica Venatoria \n[64] “Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente\, se non\, per brevissimo tempo\, le mie orme che il vento ben presto cancella” (Reinhold Messner) \n[65] Gogna A.\, Analisi del Nuovo Bidecalogo del CAI\, cfr. https://www.caiancona.org/sites/default/files/ pdf/AGB.pdf \n[66] Manzoni A.\, Le conseguenze della caccia\, L’Indro – L’approfondimento quotidiano indipendente\, 2019\, cfr. https://lindro.it/cacciatori-quelli-che-sparerebbero-pure-alla-colomba-dello-spirito-santo-sessualmente -impotenti/ \n[67] Rutigliano A.\, da Calendario del cacciatore bracconiere 2015-2016\, Committee Against Bird Slaughter (CABS)\, cfr. https://www.abolizionecaccia.it/doc/Articoli/ Analisi_dati_caccia_illegale_ in_Italia_2015-2016.pdf \n[68] https://www.researchgate.net/publication/360944094_GLI_ILLECITI_AI_DANNI_DELLA_FAUNA_ SELVATICA/link/629cf15955273755ebd5198c/download
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SUMMARY:Il Limone Costa D’amalfi\, L'agricoltura Eroica e I Terrazzamenti a Salvaguardia del Territorio e Della Biodiversità
DESCRIPTION:Il limone Costa d’Amalfi\, l’agricoltura eroica e i terrazzamenti a salvaguardia del territorio e della biodiversità \ndi Giuseppe Fortunato \nLa coltivazione del Limone Costa d’Amalfi e i terrazzamenti svolgono un ruolo cruciale nel prevenire i movimenti franosi\, le alluvioni e le slavine\, nonché nel contrastare la desertificazione e l’erosione del suolo\, nel promuovere la biodiversità e nel predisporre adeguate condizioni microclimatiche per l’attività agricola. \n \nIl limone Costa d’Amalfi\, l’eccellenza della Costiera Amalfitana\, quest’ultima riconosciuta come Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 1997. \n  \nLa costiera è rinomata in tutto il mondo per la sua bellezza naturalistica. Prende il nome dalla città di AMALFI\, suo nucleo geografico e storico. \nIl Limone Costa d’Amalfi (Limon amalphitanus)\, noto anche come Sfusato Amalfitano\, è un prodotto ortofrutticolo italiano IGP (Indicazione Geografica Protetta) \n“Limone Costa d’Amalfi” è stato riconosciuto\, ai sensi del Reg. CE n. 2081/92\, con Regolamento (CE) n. 1356 del 4.07.2001 (pubblicato sulla GUCE n. L 182 del 5 luglio 2001). L’iscrizione al registro nazionale delle denominazioni e delle indicazioni geografiche protette è avvenuta con provvedimento ministeriale del 18.07.01\, pubblicato sulla GURI n. 178 del 2.08.01. \nIl prodotto ammesso a tutela\, all’atto dell’immissione al consumo o quando è destinato alla trasformazione\, deve avere le seguenti caratteristiche: \n– Forma del frutto: ellittico – allungata; lobo pedicellare lievemente prominente\, con area basale media; \n– Dimensioni: medio – grosse\, peso non inferiore a 100 grammi; i limoni con peso inferiore a 100 gr. ma in possesso delle altre caratteristiche di cui presente articolo\, possono essere destinati alla trasformazione; \n– Peduncolo: di medio spessore e lunghezza; \n– Attacco al peduncolo: forte; \n– Umbone (apice): grande e appuntito; \n– Solco apicale: quasi assente; \n– Residuo stilare: assente; \n– Colore della buccia: giallo citrino; \n– Buccia (flavedo ed albedo): di spessore medio; \n– Flavedo: ricco di olio essenziale\, aroma e profumo forte; \n– Asse carpellare: rotondo\, medio e semipieno; \n– Polpa: di colore giallo paglierino\, con succo abbondante (resa uguale o superiore al 25%) e \ncon elevata acidità (non inferiore a 3\,5/100 ml). \n Cenni storici \nLe prime pennellate di giallo\, sul verde e il blu intenso della Costa d’Amalfi\, sono visibili fin dall’XI secolo. \nIn questo periodo appaiono i limoneti\, ribattezzati “giardini” per la loro cura e bellezza\, utilissimi per salvaguardare il territorio dal dissesto idrogeologico. \nFurono gli arabi a insegnare le tecniche di coltivazione\, di irrigazione e di costruzione dei terrazzamenti. \nLa produzione di limoni permetteva inoltre agli amalfitani\, popolo di navigatori\, di avere sempre a bordo delle navi un’efficace arma contro lo scorbuto\, malattia dovuta a carenza di vitamina C. Per gli amalfitani\, storicamente famoso popolo di navigatori\, era determinante poter disporre sulle proprie navi di scorte di limoni. Già nell’XI secolo\, la Repubblica di Amalfi decretò che a bordo delle navi ci fossero sempre provviste di questi frutti. \nDal 1400 inizia un fiorente commercio marittimo di questi eccellenti agrumi da Minori verso numerosi porti italiani ed europei\, stimolando la diffusione dei giardini di limoni. \n \nIl Limon Amalphitanus\, rinominato poi “sfusato amalfitano”\, comincia così la sua inarrestabile ascesa\, arrivando a farsi conoscere e apprezzare fino in America. \nArea di produzione \nProdotto nei comuni appartenenti alla costiera amalfitana: Amalfi\, Atrani\, Cetara\, Conca dei Marini\, Furore\, Maiori\, Minori\, Positano\, Praiano\, Ravello\, Scala\, Tramonti\, Vietri sul Mare\, Raito\, Dragonea\, Albori.  \n \nQuesto frutto presenta caratteristiche esclusive\, che lo rendono famoso nel mondo. Si tratta di un limone di categoria sfusato\, e si differenzia dai limoni della vicina area sorrentina per le diverse modalità di coltivazione e per proprietà organolettiche differenti. \n  \nIl limone di Amalfi cresce esposto al sole e ai venti caldi provenienti da sud\, godendo della protezione dei MONTI LATTARI\, al riparo dai venti freddi provenienti dai paesi nordici e in particolare dalla cosiddetta tramontana\, tipico vento freddo così denominato in tutto il mondo\, fin da quando scoperto dai navigatori dell’antica Repubblica di Amalfi (il nome del vento freddo di tramontana deriva infatti da TRAMONTI\, antica Triventum). \n \n  \nIl sistema di coltivazione \n \n \nIl sistema di coltivazione deve essere quello tradizionalmente adottato nella zona\, fortemente legato ai peculiari caratteri orografici e pedologici. Le unità colturali tipiche prevalenti sono costituite da terrazzamenti inglobati in muretti di contenimento (macere). I sesti e le distanze di piantagione ed i sistemi di potatura dei limoneti di cui al presente disciplinare sono quelli in uso tradizionale nella zona. \nLa forma di allevamento è riconducibile ad un vaso libero\, detta localmente “cupola”\, adattata ad un idoneo sistema di copertura. La tecnica tradizionale di produzione consiste nel coltivare le piante su impalcature di pali di castagno\, e/o di altri materiali ecocompatibili con le esigenze di tutela paesaggistica\, (di altezza non inferiore a cm 180 al momento della sostituzione)\, utilizzando coperture di riparo dagli agenti atmosferici avversi e per garantire una scalarità di maturazione dei frutti. La densità d’impianto non dovrà essere superiore a 1200 piante per ettaro. La raccolta va effettuata nel periodo che va dal 1° febbraio al 31 ottobre\, in funzione del conseguimento delle caratteristiche e delle particolari richieste del mercato in tale periodo. La raccolta dei frutti dalla pianta deve essere effettuata a mano; va impedito il contatto diretto dei limoni con il terreno. \nI limoni raccolti devono presentarsi sani\, indenni da attacchi parassitari\, come per legge. \nL’agricoltura eroica \nL’agricoltore eroico è il custode di terra\, di cibi unici al mondo e di tradizioni\, ma è soprattutto il custode e il manutentore di un bene immateriale di cui beneficiano tutti: la bellezza. \nIl paesaggio di luoghi che già la natura ha arricchito senza chiedere nulla in cambio\, è ulteriormente impreziosito da donne e uomini che compiono azioni faticose e quasi folli\, offrendo agli italiani e ai visitatori di tutto il mondo uno spettacolo gratuito e inimitabile. \nUn’agricoltura su costoni di roccia a picco sul mare o in aree montane impervie\, spesso non remunerativo\, che centinaia di uomini e donne contribuiscono a far vivere senza ricevere alcun sostegno economico. \n \n \nLe “indennità compensative”\, pure previste dalle misure dei Programmi di sviluppo rurale\, spesso coprono infatti solo una parte degli svantaggi reali di queste aree\, dove oggettivamente le limitazioni poste dalla natura all’esercizio dell’agricoltura sono più forti\, al limite dell’impossibilità pura e semplice di operare\, se non con mezzi impensabili e con tanto coraggio\, così da essere difficile anche solo il volerle ridurre a mere “aree svantaggiate”. Da qui la necessità di un riconoscimento giuridico\, che vada oltre i canoni della Pac (politica agricola comune) e che identifichi una ulteriore specificità\, quella dell’agricoltura eroica\, legata essenzialmente alla conservazione del territorio e di sue specificità particolari. \nL’unico riferimento normativo vigente è nel Testo unico del vino\, varato nel 2020\, che si prende cura della “viticoltura eroica”\, tracciandone le caratteristiche legate alle forti pendenze dei terreni\, alla quasi totale assenza di meccanizzazione\, al valore di presidio ambientale e sociale. Partendo da questi limiti e definendone i valori\, Coldiretti Campania lancerà da Procida\, Capitale Italiana della Cultura 2022\, un Manifesto per l’Agricoltura Eroica\, chiedendo un intervento normativo regionale e nazionale che identifichi e tuteli un’attività umana dall’inestimabile valore ambientale\, paesaggistico e culturale. \nTale richiesta intende porre le basi per un riconoscimento di straordinarietà ed unicità all’agricoltura eroica e agli agricoltori eroici\, non solo come custodi della biodiversità e argine al dissesto idrogeologico\, ma tutori di un bene comune universale\, che va oltre l’estensione dei terreni e il valore economico dei prodotti. \nI terrazzamenti \n \n \nl paesaggio della Costiera amalfitana è stato modellato dall’uomo non con la sola costruzione di edifici di pregevole valore artistico\, ma soprattutto tramite la realizzazione dei terrazzamenti per cercare di aumentare la superficie coltivabile.  Il terreno dei terrazzamenti è mantenuto da mura di contenimento (macere) realizzate con la tecnica “a secco” senza uso di cemento che richiede notevole abilità nel taglio delle pietre\, nella posa e nel calcolo delle pendenze. \nVisitare le aree terrazzate della Costiera Amalfitana permette di entrare in contatto non solo con un tipo di agricoltura che per le sue difficoltà è definita eroica ma anche con tutto un mondo di saperi che si tramanda immutato da secoli. Le pratiche agricole di oggi\, infatti\, sono sostanzialmente le stesse del XI-XII secolo e le trasformazioni positive e negative che ancora oggi avvengono sono la dimostrazione di un continuo interscambio tra l’uomo e l’ambiente. \nLe tecniche utilizzate per la costruzione delle macere consistono in un patrimonio di regole e di esperienze non codificate e che rischiano di scomparire. Rimangono ancora nella memoria degli ultimi artigiani/contadini che le hanno apprese dai loro maestri e applicate in decenni di lavoro. \nTECNICHE E FASI DI REALIZZAZIONE DELLE MACERE \n \n\nInnanzitutto\, si scavava il terreno fino a trovare la roccia dura.\nContemporaneamente si procedeva a preparare le pietre\, che dovevano essere\, innanzitutto\, tagliate. Questa operazione\, detta tozzatura\, era effettuata con un martello a punta. Le pietre dovevano essere ridotte nella forma più regolare possibile. Erano scartate le pietre rotonde. Il manovale si occupava di tagliare e preparare le pietre che poi erano messe in opera dal muratore.\nLe pietre dovevano essere sistemate in modo tale da risultare ben collegate tra loro. Per i paramenti\, le dimensioni delle pietre non dovevano essere inferiori a 20 cm\, con le facce regolarizzate a punta e martello in modo da realizzare il migliore combaciamento possibile. La pietra piatta\, pertanto\, non andava mai sistemata in piedi a facciavista\, ma sempre stesa in posizione orizzontale\, tale da toccarsi con la pietra sistemata sul lato opposto.\nSi procedeva per strati. I vuoti tra pietra e pietra erano riempiti con pietre più piccole\, briccio e materiale di risulta mescolato a terra. Ogni strato era battuto a lungo con il martello.\nLe dimensioni tipo delle macere erano di 50-60 cm di larghezza\, erano costruite con una battuta o pendenza del 5-10 %\, inclinate verso l’interno\, per aumentare la stabilità del terreno. Pertanto\, le pietre nella parte anteriore erano sistemate leggermente oblique ed in modo da creare delle zeppe precise\, la parte posteriore doveva essere\, invece\, a piombo con i vuoti perfettamente riempiti.\nIl processo di battitura in una muratura a secco era il più importante\, perché il muro per reggersi doveva essere ben assestato.\n\n  \nUtilità della agricoltura eroica e la costruzione e mantenimento dei terrazzamenti  \nSappiamo che l’Italia è un paese ad elevato rischio idrogeologico. Le frane e le alluvioni\, infatti\, sono le calamità naturali che si ripetono con maggior frequenza e causano\, dopo i terremoti\, il maggiore numero di vittime e di danni. Solo negli ultimi dieci anni sono stati spesi oltre 3\,5 miliardi di euro con Ordinanze di Protezione Civile per far fronte a eventi idrogeologici e\, secondo quanto riportato nel documento. Il rischio idrogeologico in Italia\, redatto dal Ministero dell’Ambiente nel 2008\, le aree ad alta criticità idrogeologica da frana e alluvione sul territorio italiano risultano complessivamente pari a 29.517 km2. \nÈ anche noto\, tuttavia\, che le attività agricole e forestali hanno rappresentato\, nei secoli scorsi\, il principale agente modellatore del territorio italiano\, creando\, in molti casi\, paesaggi di straordinaria bellezza ma al tempo stesso incidendo positivamente su territori spesso naturalmente predisposti a fenomeni di degrado dei suoli e di dissesto idrogeologico. \nTali fenomeni sono stati contrastati\, nel passato\, da specifiche pratiche agricole e silvicole e da una capillare rete di opere di regimazione delle acque e di stabilizzazione dei versanti. Tuttavia\, dal dopoguerra in poi\, la forte espansione dei centri urbani e lo sviluppo industriale hanno determinato un progressivo abbandono delle attività agro-silvo-pastorali\, specie nelle aree di collina e di montagna\, con una conseguente riduzione del presidio e della manutenzione delle opere di protezione. La gestione e la manutenzione del territorio montano-collinare\, in particolare\, rappresentando il 75 per cento dell’intero territorio nazionale\, rappresenta un elemento determinate nei confronti del contenimento dei fenomeni franosi e dell’erosione idrica. \nCome evidenziato anche dal recente dossier Ispra (Linee guida per la valutazione del dissesto idrogeologico e la sua mitigazione attraverso misure e interventi in campo agricolo e forestale)\, un ambito territoriale particolarmente importante per le sua funzione di prevenzione dal dissesto idrogeologico è rappresentato dai “terrazzamenti” e cioè da quelle opere caratterizzate da successioni di muretti a secco che modellano i versanti collinari e montani trasformandoli in una successione di terrapieni coltivabili. \n \nLe principali aree terrazzate in Italia si trovano in Liguria\, in Valtellina e Val Chiavenna (SO)\, nella Penisola Amalfitana e Sorrentina\, in Cilento\, nel Gargano\, oltre ad essere diffuse in Calabria e nella Sicilia nordorientale e sud-orientale. Il motivo stesso della creazione dei terrazzamenti\, infatti\, risiede storicamente sia nella necessità di estendere i terreni adatti alla coltivazione\, sia proprio per contrastare i processi erosivi e franosi lungo i versanti più ripidi. Il progressivo abbandono di queste opere ha portato ad una situazione attuale caratterizzata da una pressoché generale carenza o assenza di manutenzione\, ad esclusione di pochi esempi di gestione ad uso agricolo ancora attiva\, limitatamente ad alcune tipologie di colture specializzate (per lo più vigneti ed oliveti). \nFatto sta che il contributo delle aree terrazzate alla difesa del suolo e al controllo del deflusso delle acque è venuto progressivamente a mancare\, ed il recupero della loro manutenzione è divenuto un obiettivo prioritario della lotta al dissesto idrogeologico. \nForse non molti sanno\, infatti\, che la compromissione della loro funzione\, dovuta all’abbandono\, rischia addirittura di aggravare i fenomeni di dissesto idrogeologico. La creazione di queste opere\, infatti\, determina\, in termini di regimazione delle acque e sistemazione dei versanti\, una sorta di equilibrio artificiale che va a sostituire le dinamiche evolutive naturali. Una volta create queste opere\, quindi\, risultano preziosissime per contrastare i fenomeni erosivi e le frane\, ma devono continuare ad essere gestite e mantenute attraverso un interrotto apporto di materiali ed energia. \nIn poche parole\, una volta realizzati\, i terrazzamenti non dovrebbero mai essere abbandonati\, pena la rottura di delicati equilibri e l’accelerazione dell’innesco proprio di quei fenomeni che con la loro realizzazione si intendeva contrastare. \nIl dato preoccupante\, dunque\, è che negli ultimi decenni si è assistito al progressivo abbandono delle colture agricole in aree terrazzate\, come ad esempio in Liguria\, dove il 33 per cento dei terrazzi è stato oggetto di ricolonizzazione da specie arboree o arbustive per lo più spontanee. In molti casi\, quindi\, l’assenza di una manutenzione costante dei muretti a secco e dei relativi sistemi di drenaggio che caratterizzano i terrazzamenti ha reso spesso i versanti terrazzati ancora più suscettibili all’innesco di fenomeni franosi. \nLe principali forme di degrado dei terrazzamenti riguardano\, infatti\, crolli\, deformazioni e traslazioni dei muri di contenimento\, sino a fenomeni di collasso delle strutture. In concomitanza di piogge intense\, infatti\, la spinta idrostatica che si genera per l’imbibizione del terreno\, può determinare\, in assenza di un efficace sistema di drenaggio\, la perdita di stabilità e il crollo dei muri di contenimento con un possibile effetto domino sui muri sottostanti. \nCome rimarcato nel citato dossier Ispra\, è dunque fondamentale\, quindi\, specie per quanto riguarda le zone a colture permanenti su versanti terrazzati\, assicurare la manutenzione dei muretti e dei ciglionamenti con scarpata inerbita per poter evitare i fenomeni di dissesto e di perdita di suolo. Le principali azioni consistono nella ripulitura dei muretti dalla vegetazione infestante\, nel ripristino dei sistemi di drenaggio e del coronamento dei muretti a secco\, nell’inerbimento interfilare delle coltivazioni (in genere vigneti e oliveti\, ma con consistente presenza di agrumi al sud)\, nell’inerbimento dei ciglioni dei terrazzamenti\, e in alcuni casi\, nell’impianto di specie arbustive sempre sulle superfici di bordo. \nIn alcune condizioni\, particolarmente sfavorevoli\, risultano necessarie azioni quali il ripristino della stabilità dei gradoni/muretti stessi\, con rifacimenti e ricostruzione dei manufatti preesistenti che\, a causa dei costi più elevati\, dovranno essere più mirati e localizzati (come previsto\, ad esempio\, nelle Linee guida per la manutenzione dei terrazzamenti delle Cinque Terre). \nVa segnalato\, tra l’altro\, che\, in termini di prevenzione del rischio idrogeologico\, a livello quantitativo e sulla base degli studi sperimentali effettuati dal Consiglio per la Ricerca in Agricoltura – Cra  (Rapporto di applicazione della Condizionalità in Italia\, Ministero – Rete Rurale Nazionale 2010)\, gli interventi di difesa del suolo che consentono il ripristino di un corretto funzionamento dei terrazzamenti riducono l’erosione in un range di circa 10-40 ton/ha/anno\, che corrisponde a una riduzione percentuale del fenomeno che va dal 200 al 500 per cento. Il recupero dei terrazzamenti\, inoltre\, può anche essere associato ad altri vantaggi\, specie se in concomitanza di azioni di ripristino/continuazione delle coltivazioni di pregio (Dop e Igp) sulle aree acclivi. \nIn sintesi\, il recupero della manutenzione dei terrazzamenti ad uso agricolo è necessario ed utile\, visto che questa azione concorre al raggiungimento di numerosi obiettivi\, tra cui il ripristino di attività agricole tradizionali ad alto valore aggiunto; una riduzione dell’erosione del suolo\, dei fenomeni franosi e dell’instabilità dei versanti; il miglioramento dell’efficienza idrologica\, ecologica e strutturale e la salvaguardia paesaggistica\, anche al fine di incrementare le opportunità economiche del territorio attraverso la fruizione turistica e di Noi soci del CAI che abbiamo nel nostro DNA il Rispetto\, e la Tutela Ambientale e ci poniamo come sentinella ad ogni decisione e cattivo comportamento che danneggia e deturpa quello la NATURA e la BIODIVERSITA’. \n 
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SUMMARY:«dai Geositi al Geoparco del Matese\,  una Nuova Frontiera della Tutela Ambientale»
DESCRIPTION:Corso Operatore Tutela Ambiente Montano \nClub Alpino Italiano Campania \nanno 2021-2022 \n  \nPartecipante al Corso: Francesco Manfredi Selvaggi \nSocio della sottosezione di Boiano (Campobasso) \n  \nElaborato finale \n «Dai Geositi al Geoparco del Matese\, una nuova frontiera della tutela ambientale» \n  \nINDICE \nCaratteri generali \n\nStoria\nLa tutela: il paesaggio\nLa tutela: la biodiversità\nLa tutela: la natura\nLa tutela: il geoparco\nIl valore antropologico\nIl valore percettivo\nIl valore paleontologico\nFenomeni particolari: il carsismo\nFenomeni particolari: la franosità\nla valorizzazione\nLa protezione fisica\n\nLa situazione sul Matese \n\nIl quadro vincolistico nell’area matesina\nIl geoparco e i geositi del Matese\n\n  \nN.B.: Le immagini sono state rinvenute in internet. \n  \nCaratteri generali \n\nStoria\n\nIl merito di questa\, per così dire\, scoperta va attribuito innanzitutto all’Unesco che nel 1995 ha iniziato un’attività di promozione di tali beni. Per l’Italia è stata l’Ispra\, in collaborazione con le regioni tra le quali c’è anche il Molise\, ad effettuare un censimento completo sul suolo nazionale che ha portato alla catalogazione di ben 3.500 geositi (che sta per siti geologici). (Foto 1) \n \n\n\n\n1. Morgia di Bagnoli\n\n\n\nPer quanto riguarda l’apporto degli uffici regionali è da evidenziare che la loro autonomia nel censire le formazioni geomorfologiche è stata limitata dovendosi avere necessariamente un coordinamento nazionale\, altrimenti a fatti come i circhi glaciali\, vedi quello di m. Miletto\, i quali sono una rarità nell’Appennino ma non nelle Alpi sarebbe stato attribuito un valore eccezionale. \n\nLa tutela: il Paesaggio\n\n \n\n\n\n2. Morgia dei Briganti o di Pietravalle\n\n\n\nLa primogenitura del riconoscimento di valore ad aspetti particolari della geologia non spetta\, almeno nel nostro Paese\, all’organismo internazionale che si occupa di cultura perché la legge sulle “bellezze naturali” del ’39 già riteneva meritevoli di tutela “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di… singolarità geologica”.  (Foto 2) \nGli episodi geologici hanno cioè valore di Bellezze Individue\, una delle due categorie di cui si compone il patrimonio paesaggistico\, l’altra è quella delle Bellezze d’Insieme. Le prime possono trovarsi incluse nelle seconde\, cioè nei paesaggi degni di protezione\, ma\, comunque\, conservano una propria specificità essendo oggetto di un’imposizione di vincolo specifico. I geositi non costituiscono\, dunque\, un nuovo campo della salvaguardia paesistica\, anzi uno vecchio perché\, come si è detto\, fin dal 1939 le “singolarità geologiche” erano inserite nelle “bellezze individue”\, specificatamente\, in base al regio decreto del 1940 per il loro “interesse scientifico”. I geositi possono essere individuati come bellezze individue\, ma\, comunque\, proprio perché individue il loro intorno paesaggistico\, va sottolineata\, non può essere coinvolto nel vincolo. Nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio\, che è del 2004\, sono inseriti tra i valori paesaggistici di cui tener conto nella redazione dei piani paesistici gli aspetti morfologici all’interno dei quali vi sono sicuramente le emergenze geologiche. \n\nLa tutela: la Biodiversità\n\nUn’altra misura di preservazione dei geositi è legata alla conservazione della Biodiversità di cui al programma Natura 2000. Infatti\, tanti di essi\, dai calanchi Manes a Morgia Schiavone alla Forra dell’Arcichiaro\, rientrano nella lista dei Siti di Importanza Comunitaria. I geositi per via del loro substrato roccioso\, la morgia\, o per quello argilloso quando il terreno è in forte pendenza\, il calanco (Foto 3)\, \no per il coincidere con un corso d’acqua incassato\, la forra\, sono appezzamenti di terra che non sono risultati mai risorse territoriali utili per l’uomo\, qualcosa da poter sfruttare\, salvo che per l’industria estrattiva\, e\, pertanto\, non sono stati alterati da attività antropiche\, ad esempio le coltivazioni agricole\, e ciò ha determinato che gli habitat naturali lì presenti non siano stati distrutti. \n\nLa tutela: la Natura\n\nI geositi\, sempre nel nostro Stato e sempre antecedentemente all’iniziativa promossa dall’organo dell’ONU\, siamo nel 1991 quando venne varata la legge quadro sui parchi\, sono assimilabili agli elementi di piccola scala con valenze naturalistiche ivi contemplati. La predetta disposizione legislativa sulle aree protette sembra restringere la possibilità di sottoporre a salvaguardia la conformazione fisica della Terra solo qualora si tratti di superfici limitate. \n\nLa tutela: il Geoparco\n\nDa qualche anno si è cominciato a parlare di geositi anche per porzioni ampie di territorio ed a ciò è seguito nel dibattito sulle aree protette la proposta di poter avere parchi nei quali è insita la vasta dimensione con geositi estesi. La stessa Unesco ha riconosciuto la validità dell’iniziativa che ha portato alla formazione della Rete Europea dei Geoparchi. La SIGEA (Società Italiana per la Geologia Ambientale) ha avanzato l’idea di creazione di un geoparco pure per il Matese in quanto è un massiccio che ha caratteristiche unitarie di carsicità. L’essere un geosito grande non esclude che al suo interno vi siano geositi minori quali le doline\, le cavità\, l’anfiteatro formatosi a seguito della scomparsa del ghiacciaio. \n\nIl valore antropologico\n\nI geositi e in genere le manifestazioni geologiche meritano di essere custodite anche per i rimandi culturali dei quali più di uno di loro sono carichi. Le grotte sono\, da un lato\, paurose essendo il nascondiglio di banditi (la Morgia dei Briganti) e\, dall’altro lato\, sono cariche di misticismo (la chiesetta rupestre di Busso). (Foto 4) \n \n\n\n\n4. Eremo di S. Michele a Foce\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nLe irregolarità dei massi pietrosi suscitano anch’esse contrastanti emozioni\, tanto di terrore (l’impronta della mano del diavolo presso S. Egidio di Boiano) quanto di tipo devozionale (la “pedatella” di S. Margherita a Colledanchise\, quasi un calco del piede della santa). Sulle superfici lapidee\, a differenza di quanto accade sulle superfici terrose\, dove il vento\, la pioggia e\, tanto più\, le pratiche agricole possono distruggere i segni impressi dall’uomo\, continuano ad essere ben visibili le incisioni rupestri\, quelle tracciate sul blocco calcareo\, ad esempio il blocco su cui sorge Pietracupa. Oltre alle incisioni fatte dall’uomo sulle pietre si scorgono particolari corrugazioni nelle quali la fantasia popolare ha colto\, volta per volta\, le immagini del piede dell’angelo (a Macchiagodena)\, di una santa (S. Pia a S. Biase)\, ecc. I nostri antenati erano suggestionati non solo dai segni misteriosi sui blocchi lapidei\, ma anche dalle particolarità delle forme: si prendano i “campanarielli” di Roccamandolfi che sono delle ardite guglie\, alla stregua di quelle dolomitiche. Pure quando il calcare non è nudo\, cioè a vista\, bensì coperto in parte da vegetazione\, esso è in grado di ispirare visioni fantastiche come denuncia il nome attribuito dagli abitanti di S. Massimo di Pietra Palomba (che significa colomba) a quella gobba del rilievo montuoso che si protende sulla valle quasi volesse spiccare il volo. \n\nIl valore percettivo\n\n \n\n\n\n5. Rocca di Oratino\n\n\n\nLe rocce sono elementi di interesse percettivo capaci di condizionare interi quadri visivi\, mettiamo la Rocca di Oratino (Foto 5) nella media valle del Biferno o le “morge” del futuro Parco delle Morge\, questa volta nel bacino del Trigno. Tra i geositi di maggiore impatto visivo vi sono i Campanarielli di Roccamandolfi\, dei grandiosi torrioni lapidei\, degli enormi funghi di pietra la cui visione toglie il fiato. Non succede sempre così in quanto vi sono geositi non facilmente riconoscibili se non dal geologo. In ogni caso essi sono significativi per la loro carica semantica. \n\nIl valore paleontologico\n\n \n\n\n\n6. Dinosauro Ciro a Pietraroja\n\n\n\nI geositi\, a volte\, non hanno alcun appeal scenografico e neanche una grande visibilità costituendo dei luoghi ordinari: il caso eclatante è quello di Pietraroia\, appena al di là del confine molisano dove alcuni decenni fa in un ammasso roccioso è stato trovato Ciro\, un piccolo di dinosauro. (Foto 6) Questo rettile preistorico che in breve è diventato un’autentica star\, è la prova che sono vissuti pure da noi. Sempre sul Matese si trovano ampi giacimenti fossiliferi che sono testimonianza di un’era geologica in cui l’Italia era sommersa dal mare. Non è solo sulla montagna matesina che si rinvengono fossili i quali si trovano in diverse parti come dimostra la presenza di conchiglie bivalve a S. Felice\, al lato opposto della regione. I fossili non sono in vista in quanto racchiusi nelle pietre. Per salvaguardarli occorrerebbe vietare di rompere le rocce per portar via i reperti fossili i quali cominciano a costituire un lucroso commercio. \n\nFenomeni particolari: il carsismo\n\nNel Molise vi è un ricco patrimonio geologico ipogeo\, dal Pozzo della Neve\, la cavità più profonda\, a Cul di Bove alla grotta di Capo Quirino\, tutte situate sul Matese. Esse\, pur se sotterranee\, paradossalmente\, visibile è solo la loro imboccatura\, cioè gli inghiottitoi\, rivelano il carsismo di questo complesso montuoso anche se forme carsiche ve ne sono pure in superficie; a questo proposito si cita Campo dell’Arco in cui vi è uno spettacolare arco naturale in pietra scolpito dall’erosione idrica con l’acqua che dissolve il carbonato di calcio\, il minerale di cui è composto il calcare. Per tale arco e del processo in corso non c’è da preoccuparsi perché se esso è destinato ad assottigliarsi ciò avverrà in tempi geologici. \n\nFenomeni particolari: la franosità\n\nL’immaginazione nel passato ha visto pure nei suoli in frana\, oltre che nelle rocce\, fenomeni ultraterreni e tra questi\, seppure al confine con il Molise\, si segnala il passaggio del demonio che avrebbe causato un movimento franoso a Cerreto Sannita.  Ciò dimostra che se è vero che nelle zone in frana scompare qualsiasi segno antropico\, dai terrazzamenti ai muretti a secco ai sentieri\, non per questo esse sono prive di qualsiasi rimando a fatti culturali. Le frane\, potrebbe sembrare paradossale\, in riguardo al tema della percezione sono tra le componenti più espressive del paesaggio e lo sono pure in riguardo al tema della morfologia del suolo in quanto le formazioni franose sono un attore importante del modellamento del paesaggio. Meno comuni delle frane vere e proprie\, significativi segni paesaggistici sono i calanchi abbastanza diffusi specie nel medio e basso Molise. \n\nLa valorizzazione\n\n \n\n\n\n7. Morgia di Pietracupa\n\n\n\nLe risorse ambientali sulle quali fondare le nostre prospettive turistiche sono pressoché infinite come dimostra l’interesse recente per le emergenze geologiche\, finora poco considerate. Sono varie le idee sulla valorizzazione di questo patrimonio ambientale che meritano di diventare cose concrete come il progetto di itinerari  e di visite guidate\, la realizzazione di percorsi attrezzati (vi è uno che riguarda la Morgia dei Briganti)\, la pubblicazione di volumi scientifici o di guide turistiche (quello comprendente la catalogazione dei geositi dell’Alto Molise voluto dall’Assessorato regionale al turismo è pronto\, ma non è stato ancora diffuso). Necessitano\, inoltre\, musei specializzati con cataloghi a stampa o su supporto informatico e operatori preparati che ti accompagnano nella visita. Vi è una raccolta museale sulla pietra a Pescopennataro\, il paese degli scalpellini\, una esposizione di fossili nella casa Iezza a S. Polo\, comune dove vi è uno dei principali “giacimenti” fossiliferi\, e un museo\, assai bello\, in località La Pineta a Isernia dedicato alle scoperte paleontologiche\, in prossimità del sito di scavo. Contiene resti di animali ormai scomparsi\, una sezione molto affascinante\, e una sezione didattica che attrae tantissimo i bambini; il focus è costituito\, e ciò interessa il nostro discorso\, il calco del paleosuolo\, qualcosa che assomiglia a un geosito. È in cantiere\, poi\, un provvedimento legislativo da parte della Regione riguardante il “parco delle morge” (Foto 7)\, gli spuntoni rocciosi posti lungo il torrente Rivo\, tra Salcito e Trivento\, il quale si muove nel campo della promozione di tali beni. \n\nLa protezione fisica\n\n \n\n\n\n8. Strada romana a Boiano\n\n\n\nLa difesa di cui qui parliamo è delle emergenze geologiche in generale\, un patrimonio ambientale notevole\, non specificatamente dei geositi. I pericoli di distruzione più concreti li corrono non le formazioni calcaree\, bensì quelle arenacee. L’arenaria\, infatti\, è formata da sabbia e\, pertanto\, è destinata a corrodersi e su questo tipo di substrato geologico sorgono alcuni centri abitati molisani\, il caso più evidente è quello di Limosano. I nostri borghi sono pittoreschi sia per i caratteri architettonici dell’edificazione sia per il loro “supporto” ovvero la geologia con il quale vengono a formare un tutt’uno dal punto di vista paesistico. Quando gli interventi di consolidamento della base lapidea consistono nella realizzazione di muri in cemento armato allora sparisce una delle due componenti della visione panoramica\, quella del basamento come è successo a Civitacampomarano dove il castello angioino risulta oggi sovrapposto ad opere di ingegneria strutturale. Non è solo per una questione di “vedutismo” che bisogna lasciare a vista la nuda terra\, pareti o scarpate che siano\, in quanto essa è rivelatrice di tante cose\, a cominciare dall’evoluzione della crosta terrestre fino\, succede a Boiano sul Calderari (Foto n. 8)\, le cui sponde sono state però cementate\, al passaggio della storia con l’innalzamento nei secoli della quota del suolo urbano che all’epoca romana deve coincidere con quella del decumano scoperto alcuni decenni fa. \nLA SITUAZIONE SUL MATESE \n\nIl quadro vincolistico nell’area matesina\n\n \n\n\n\n9. Pianoro di Campitello\n\n\n\nIl Sempre\, non per regola\, bensì nei fatti\, quando un’area è Area Protetta è anche area dichiarata di interesse paesaggistico. Non vi sono eccezioni in Molise e neanche il Parco del Matese lo è. Meno scontato è che un’Area Protetta sia anche un Sito di Importanza Comunitaria\, ma è molto frequente che lo sia\, mentre non  è altrettanto probabile il contrario; il Matese è quasi interamente coincidente con un SIC dal quale sono esclusi i lembi inferiori che\, però\, rientrano in una Zona a Protezione Speciale\, il primo derivante da una Direttiva Habitat\, la seconda dalla Direttiva Uccelli\, le due Direttive europee che sono a fondamento della Rete Natura 2000. È ultimissima la proposta di riconoscimento del massiccio matesino quale Geoparco\, tipologia di parco oggetto di un’ulteriore\, altrettanto recente\, Direttiva dell’Unione Europea.  (Foto n. 9) Vi sono\, poi\, i Piani di Bacino preposti alla “difesa del suolo” (è il titolo della legge che li ha introdotti nel nostro ordinamento) dal “rischio alluvioni” e dal “rischio a frana”: dei due tipi di rischi solo il secondo minaccia i monti del Matese e il Piano di Bacino del Biferno ha disposto che non vengano alterati i versanti al fine di garantirne la stabilità. Sono tante\, dunque\, le normative a protezione di questo comprensorio montuoso\, il che renderebbe addirittura ridondante\, per questo aspetto\, quello della tutela\, il parco. Si tratta tutte di disposizioni di scala ampia che hanno bisogno di tradursi in regole operative per essere applicabili speditamente sul territorio. Per spiegarci meglio\, nel SIC per qualsiasi intervento da realizzarsi è richiesta una Valutazione d’Incidenza\, negli ambiti vincolati paesaggisticamente il progetto di una qualunque opera deve acquisire l’Autorizzazione da parte degli organi preposti\, non è sufficiente la rispondenza ad uno dei 2 Piani Paesistici matesini\, nelle fasce a rischio idrogeologico la progettazione di un manufatto o l’esecuzione di lavori  è soggetta al Parere dell’Autorità di Bacino e a quelli elencati si aggiunge il Nulla Osta dell’Ente Parco. Sottoponendo le previsioni dello strumento urbanistico a ciascuno degli adempimenti elencati sopra\, cioè alla valutazione d’Incidenza\, all’assenso paesaggistico di massima (che riguarderà il planovolumetrico e non\, ovviamente\, la singola opera)\, al Parere idrogeologico\, al N.O. del Parco si semplificherà la fase successiva\, quella realizzativa\, delle specifiche costruzioni. Cosa non da poco dato che semplificazione è diventata una parola d’ordine primaria\, un’esigenza che ha difficoltà ad essere soddisfatta se i Comuni non si doteranno di Piani Regolatori Generali invece che di Programmi di Fabbricazione. I PdF sono i piani più diffusi specie nelle realtà comunali minori\, i cosiddetti Piccoli Comuni che sono quelli con meno di 5.000 abitanti (la taglia usuale degli insediamenti appenninici). Così\, puntualmente si verifica nel comprensorio matesino dove solamente Boiano\, l’unico centro al di sopra di tale soglia demografica\, è munito di PRG. Peraltro\, lo si dice per inciso\, è già tanto che ci sia un PdF in tutti i Municipi\, non è scontato qui da noi o almeno non era scontato fino ad un paio di decenni fa quando\, finalmente\, Roccamandolfi non riuscì a varare il suo. La differenza tra PdF e PRG è che il primo si occupa esclusivamente dell’agglomerato abitativo tralasciando la campagna e\, quindi\, gli spazi naturali e seminaturali\, i quali ultimi sono la componente maggioritaria che maggiormente influenza l’assetto ambientale dell’Appennino\, e\, quindi\, (ancora) gli areali dei SIC o\, esclusivamente\, degli Habitat che sono al loro interno. Non basta\, ad ogni modo\, un PRG perché occorre anche che vi siano i Piani Particolareggiati\, specialmente quello riguardante il centro storico perché (ancora) la pregevolezza di un parco appenninico come è quello del Matese è dovuta pure alla bellezza dei borghi tradizionali che ne costellano l’ambito. Si è parlato di ridondanza e di semplificazione e le due cose non vanno\, di certo\, bene insieme. Per semplificare i passaggi amministrativi imposti per la costruzione di una struttura non basta agire a valle attraverso la formazione dei Piani Regolatori\, ma è anche necessario adoperarsi a monte\, molto a monte\, al livello legislativo. La L. 394 che è del 1991 non poteva presupporre che successivamente sarebbe sopravvenuta nel suo stesso settore d’interesse\, il naturalistico\, il programma Natura 2000 (Foto n. 10): il suo lancio che in Italia è avvenuto con un Decreto del ’97\, al fine di evitare sovrapposizioni\, avrebbe dovuto portare ad una riforma della legge nazionale sui parchi la quale\, a tutt’oggi\, non si è avuta. Sono le norme italiane sulle Aree Protette a doversi adeguare e non il viceversa\, nonostante siano precedenti\, \n \n\n\n\n\n10. Campo dell’Arco \n\n\n\n\nperché la Direttiva europea è\, come è ben risaputo\, sovraordinata (ancora sovra-). Si occupano entrambe di natura e però con impronte diverse: i nostri parchi nazionali\, nascono per salvaguardare l’orso\, il PNdA\, e lo stambecco\, il Parco del Gran Paradiso\, la fauna costituendo un po’ il marchio d’origine\, mentre la Rete Natura 2000 si occupa degli habitat in cui gli animali selvatici vivono. Sono evidentemente complementari e ciò permetterebbe una organica fusione. Le differenti accentuazioni rimarrebbero salve non essendo incompatibili con la difesa dei biotopi\, la mission di Natura 2000\, i progetti di conservazione di specie in pericolo di estinzione\, tipo Ursus Arctus\, per l’Orso Marsicano\, oppure la si cita seppure si è ormai conclusa\, l’Operazione S. Francesco attuata dal WWF sull’Appennino centro-meridionale il quale comprende il Matese\, per salvare il lupo\, specie faunistica che in quel periodo\, eravamo negli anni ’70\, si era ridotta ad un limitato numero di esemplari. Probabilmente più che di una revisione della 394 è sufficiente un aggiornamento\, ma in ogni caso qualcosa bisogna rivedere\, non i principi ispiratori che restano validi\, bensì alcuni aspetti gestionali quale quello della gestione dei Piani di Gestione degli Habitat da affidare all’Ente Parco (il che non significa far gravare sulla sua Contabilità ulteriori  incombenze economiche\, perché la Direttiva europea che ha varato la Rete Natura 2000 ha stabilito che i fondi per tale fine vanno ritrovati in Capitoli di Spesa attinenti alle molteplici azioni da compiere di carattere gestionale presenti nei Bilanci regionali (Molise e Campania)\, non uno specifico stanziamento per capirci). Ne trae un vantaggio\, dunque\, da questa unione Natura 2000 la quale restituisce al parco una mole di informazioni di dettaglio sulle caratteristiche vegetazionali dell’area (il Corine) (Foto n. 11). Ci si è soffermati su Natura 2000\, ma sinergie fruttuose per l’ambiente si possono ricavare anche tra Parchi e Piani di Bacino e tra Parchi e Piani Paesistici nella convinzione che per proteggere efficacemente l’ecosistema occorre ampliare il fronte della tutela e così sarà; quando sarà; pure con il Geoparco. \n \n\n\n\n11. Circo Glaciale di m. Miletto\n\n\n\n\nIl geoparco e i geositi del Matese\n\nIl Parco del Matese è destinato prima o poi\, ad essere riconosciuto quale Geoparco\, uno speciale riconoscimento attribuito dall’Unesco a quelle aree\, protette o meno secondo le normative nazionali sulle “aree protette”\, che presentano notevoli valenze geologiche. Il Matese può aspirare a diventare Geoparco perché al suo interno vi sono numerosi Geositi: questi ultimi censiti dalla Regione (stiamo parlando del Molise) sono elementi\, per lo più “puntuali”\, di particolare valore\, morfologico\, stratigrafico\, ecc. in riguardo alle scienze della terra. Un’operazione preliminare nella descrizione dei geositi è quella di riunirli in gruppi i quali\, per quanto concerne il comprensorio matesino dove l’assetto del suolo non registra influenze vulcaniche né marine\, sono tre: quello dei siti dovuti al glacialismo\, quello delle emergenze geologiche legate all’azione fluviale\, queste sì di tipo “lineare”\, e quello delle manifestazioni del carsismo (Foto n. 12)\, il quale è il fenomeno caratterizzante del nostro massiccio montuoso e\, pertanto\, di natura “areale”. Vi sono anche altre possibili distinzioni fra i geositi che si elencano per completezza di discorso e alle quali\, però si rinunzierà di far ricorso\, per sinteticità di\, nuovamente\, discorso. Esse sono tre: la prima è fra i geositi in cui il processo di formazione è ancora in corso\, prendi le doline\, conche circolari\, in cui progressivamente si arriva allo sprofondamento del terreno il quale assume la forma di un cono con al centro l’inghiottitoio\, e quelli dove la morfogenesi si è arrestata (l’arco di Campo dell’Arco\, ad esempio)\, rispetti veramente forme attive e inattive; \n \n\n\n\n\n12. Grotta del Fumo \n\n\n\n\nla seconda è conseguenza della prima\, quindi fra geositi di origine più recente\, ancora gli inghiottitoi\, almeno alcuni e quelli di fasi geologiche remote come i circhi glaciali che risalgono all’era\, appunto\, glaciale; la terza è relativa ai fattori che hanno determinato la costituzione del geosito\, se endogeni (ancora la dolina che è una piegatura cuneiforme\, se così si può dire\, della crosta terrestre a causa di una attività interna alla stessa che è il dissolvimento del carbonato di calcio nel Matese il suo essenziale componente\, a contatto con l’acqua di cui è imbibita) o se esogeni (mettiamo l’azione sismica che ha provocato il rotolamento delle Pietre Cadute a Boiano\, alle pendici del Matese tra le quali rientra Donna Mira\, una sorta di grosso masso erratico\, palestra di arrampicata). Terminata questa rassegna delle categorie in cui iscrivere i geositi\, procediamo con l’analisi dei medesimi sulla base di quei parametri\, i 3 gruppi\, indicati quali prioritari. Per quanto riguarda il glacialismo abbiamo il circo glaciale\, una depressione semicircolare (che da il nome alla seggiovia Anfiteatro che qui smonta) appena sotto la cima di monte Miletto delimitata\, vedendola dal basso (da Campitello) da ripide pareti rocciose le quali\, viste dall’alto\, cioè dalla linea di cresta appaiono quali strapiombi verticali\, cosa che conferisce alla sommità di tale rilievo\, il maggiore dell’Appennino centro-meridionale\, i caratteri di una vetta alpina \, più che appenninica\, Parlando\, ora\, dei geositi fluviali il pensiero va al corso del Quirino\, quel corpo idrico che separa il Mutria dal blocco centrale del Matese\, la cui vallata prende avvio dalla Sella del Perrone; esso è l’unico valico della catena montuosa il quale\, va notato\, unisce e non divide\, non solo le due porzioni del complesso\, davvero complesso\, montano matesino\, ma pure i due versanti contrapposti il molisano e il campano anche per i quali costituisce un punto di incontro piuttosto che di separazione con le correnti d’aria provenienti dai due mari opposti che si mescolano fra loro. La valle del Quirino che chiamiamo così per la orografia svasata\, ma che è difficile definire tale data l’assenza di rivi affluenti\, è una sorta di imbuto dove si convoglia gran parte dell’acqua proveniente dai fianchi dei monti per poi confluire nella rettilinea Gola del Quirino\, il tubo finale dell’imbuto\, il geosito in questione. (Foto n. 13) \n \n\n\n\n13. Gola di Arcichiaro\n\n\n\nSe questo è il geosito fluviale più grande\, un canalone\, all’estremo opposto vi sono i canali\, canalini diminutivo di canali che localmente si denominano rave\, per cui ravarelle\, Lavarelle a Campitello a causa di una traslitterazione di epoca moderna. Essi sono delle incisioni diritte sui pendii montani o collinari nei quali scorre l’acqua solo stagionalmente e non hanno un nome proprio salvo che nei casi della Rava di Pozzilli e della Rava di Miranda. È tempo di passare\, per completare il quadro ai geositi carsici sui quali ci soffermeremo brevemente avendo già accennato agli inghiottitoi\, la principale emergenza della carsicità. Se questi si sviluppano in verticale vi sono le grotte che\, al contrario\, penetrano nel sottosuolo in senso orizzontale; di entrambi è visibile\, è ovvio\, dall’esterno solamente l’entrata\, spettacolare quella del Pozzo della Neve la quale ricorda la bocca di un vulcano\, mentre l’ingresso della Grotta del Fumo è offuscato\, per l’appunto\, dal fumo\, l’umidità fuoriuscente dall’antro. Si ha fretta\, lo si sarà notato\, di concludere questa parte della dissertazione per lasciare spazio nell’economia del discorso\, sempre lui\, ad ulteriori letture. \n \n\n\n\n14. Grotta delle Ciaole\n\n\n\nI geositi\, oltre alle suddivisioni proposte in precedenza\, è possibile classificarli a seconda dell’interesse\, se scientifico\, se culturale\, se naturalistico\, se paesaggistico. Per gli scienziati\, i paleontologi\, hanno un eccezionale valore i fossili diffusi un po’ ovunque\, di qui il geoparco\, i calcari a rudiste che si ritrovano a quote elevate per i moti di sollevamento che hanno portato terreni marini (barriera corallina?) a 2000 m.s.l.m.; per i naturalisti è significativa la Grotta delle Ciaole (Foto n. 14)\, cornacchie\, in quanto habitat di questa particolare specie di uccelli che amano quale rifugio\, come i pipistrelli\, le cavità; per gli antropologi segni davvero significativi\, aggettivo che rafforza il sostantivo\, sono le pietre dalle forme bizzarre tipo l’Arca di Pane nel Fondacone\, un masso a “culla” in cui l’acqua si accumula d’inverno e d’estate vi si abbeverano le greggi; per i cultori del paesaggio sono attraenti\, da ammirare\, le guglie “dolomitiche” dei Campanarielli (Foto n. 15) e\, viceversa\, i luoghi\, Pietra Palomba\, da cui ammirare i panorami. Per concludere\, non lo si è detto all’inizio e lo si dice adesso\, alla fine\, il Matese è geoparco\, qualcosa di territoriale\, anche perché i geositi sono disseminati in tutta la sua superficie e non concentrati in pochi luoghi. \n \n  \n  \n\n\n\n15. Campanarielli
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