BEGIN:VCALENDAR
VERSION:2.0
PRODID:-//Tutela Ambiente Montano Campania - ECPv6.10.3//NONSGML v1.0//EN
CALSCALE:GREGORIAN
METHOD:PUBLISH
X-ORIGINAL-URL:https://organizzazione.cai.it/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano-campania
X-WR-CALDESC:Eventi per Tutela Ambiente Montano Campania
REFRESH-INTERVAL;VALUE=DURATION:PT1H
X-Robots-Tag:noindex
X-PUBLISHED-TTL:PT1H

BEGIN:VEVENT
DTSTART;TZID=UTC:19700101T090000
DTEND;TZID=UTC:19700101T190000
DTSTAMP:20260404T175553
CREATED:20220619T203412Z
LAST-MODIFIED:20241206T093503Z
UID:353-32400-68400@organizzazione.cai.it
SUMMARY:Il Limone Costa D’amalfi\, L'agricoltura Eroica e I Terrazzamenti a Salvaguardia del Territorio e Della Biodiversità
DESCRIPTION:Il limone Costa d’Amalfi\, l’agricoltura eroica e i terrazzamenti a salvaguardia del territorio e della biodiversità \ndi Giuseppe Fortunato \nLa coltivazione del Limone Costa d’Amalfi e i terrazzamenti svolgono un ruolo cruciale nel prevenire i movimenti franosi\, le alluvioni e le slavine\, nonché nel contrastare la desertificazione e l’erosione del suolo\, nel promuovere la biodiversità e nel predisporre adeguate condizioni microclimatiche per l’attività agricola. \n \nIl limone Costa d’Amalfi\, l’eccellenza della Costiera Amalfitana\, quest’ultima riconosciuta come Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 1997. \n  \nLa costiera è rinomata in tutto il mondo per la sua bellezza naturalistica. Prende il nome dalla città di AMALFI\, suo nucleo geografico e storico. \nIl Limone Costa d’Amalfi (Limon amalphitanus)\, noto anche come Sfusato Amalfitano\, è un prodotto ortofrutticolo italiano IGP (Indicazione Geografica Protetta) \n“Limone Costa d’Amalfi” è stato riconosciuto\, ai sensi del Reg. CE n. 2081/92\, con Regolamento (CE) n. 1356 del 4.07.2001 (pubblicato sulla GUCE n. L 182 del 5 luglio 2001). L’iscrizione al registro nazionale delle denominazioni e delle indicazioni geografiche protette è avvenuta con provvedimento ministeriale del 18.07.01\, pubblicato sulla GURI n. 178 del 2.08.01. \nIl prodotto ammesso a tutela\, all’atto dell’immissione al consumo o quando è destinato alla trasformazione\, deve avere le seguenti caratteristiche: \n– Forma del frutto: ellittico – allungata; lobo pedicellare lievemente prominente\, con area basale media; \n– Dimensioni: medio – grosse\, peso non inferiore a 100 grammi; i limoni con peso inferiore a 100 gr. ma in possesso delle altre caratteristiche di cui presente articolo\, possono essere destinati alla trasformazione; \n– Peduncolo: di medio spessore e lunghezza; \n– Attacco al peduncolo: forte; \n– Umbone (apice): grande e appuntito; \n– Solco apicale: quasi assente; \n– Residuo stilare: assente; \n– Colore della buccia: giallo citrino; \n– Buccia (flavedo ed albedo): di spessore medio; \n– Flavedo: ricco di olio essenziale\, aroma e profumo forte; \n– Asse carpellare: rotondo\, medio e semipieno; \n– Polpa: di colore giallo paglierino\, con succo abbondante (resa uguale o superiore al 25%) e \ncon elevata acidità (non inferiore a 3\,5/100 ml). \n Cenni storici \nLe prime pennellate di giallo\, sul verde e il blu intenso della Costa d’Amalfi\, sono visibili fin dall’XI secolo. \nIn questo periodo appaiono i limoneti\, ribattezzati “giardini” per la loro cura e bellezza\, utilissimi per salvaguardare il territorio dal dissesto idrogeologico. \nFurono gli arabi a insegnare le tecniche di coltivazione\, di irrigazione e di costruzione dei terrazzamenti. \nLa produzione di limoni permetteva inoltre agli amalfitani\, popolo di navigatori\, di avere sempre a bordo delle navi un’efficace arma contro lo scorbuto\, malattia dovuta a carenza di vitamina C. Per gli amalfitani\, storicamente famoso popolo di navigatori\, era determinante poter disporre sulle proprie navi di scorte di limoni. Già nell’XI secolo\, la Repubblica di Amalfi decretò che a bordo delle navi ci fossero sempre provviste di questi frutti. \nDal 1400 inizia un fiorente commercio marittimo di questi eccellenti agrumi da Minori verso numerosi porti italiani ed europei\, stimolando la diffusione dei giardini di limoni. \n \nIl Limon Amalphitanus\, rinominato poi “sfusato amalfitano”\, comincia così la sua inarrestabile ascesa\, arrivando a farsi conoscere e apprezzare fino in America. \nArea di produzione \nProdotto nei comuni appartenenti alla costiera amalfitana: Amalfi\, Atrani\, Cetara\, Conca dei Marini\, Furore\, Maiori\, Minori\, Positano\, Praiano\, Ravello\, Scala\, Tramonti\, Vietri sul Mare\, Raito\, Dragonea\, Albori.  \n \nQuesto frutto presenta caratteristiche esclusive\, che lo rendono famoso nel mondo. Si tratta di un limone di categoria sfusato\, e si differenzia dai limoni della vicina area sorrentina per le diverse modalità di coltivazione e per proprietà organolettiche differenti. \n  \nIl limone di Amalfi cresce esposto al sole e ai venti caldi provenienti da sud\, godendo della protezione dei MONTI LATTARI\, al riparo dai venti freddi provenienti dai paesi nordici e in particolare dalla cosiddetta tramontana\, tipico vento freddo così denominato in tutto il mondo\, fin da quando scoperto dai navigatori dell’antica Repubblica di Amalfi (il nome del vento freddo di tramontana deriva infatti da TRAMONTI\, antica Triventum). \n \n  \nIl sistema di coltivazione \n \n \nIl sistema di coltivazione deve essere quello tradizionalmente adottato nella zona\, fortemente legato ai peculiari caratteri orografici e pedologici. Le unità colturali tipiche prevalenti sono costituite da terrazzamenti inglobati in muretti di contenimento (macere). I sesti e le distanze di piantagione ed i sistemi di potatura dei limoneti di cui al presente disciplinare sono quelli in uso tradizionale nella zona. \nLa forma di allevamento è riconducibile ad un vaso libero\, detta localmente “cupola”\, adattata ad un idoneo sistema di copertura. La tecnica tradizionale di produzione consiste nel coltivare le piante su impalcature di pali di castagno\, e/o di altri materiali ecocompatibili con le esigenze di tutela paesaggistica\, (di altezza non inferiore a cm 180 al momento della sostituzione)\, utilizzando coperture di riparo dagli agenti atmosferici avversi e per garantire una scalarità di maturazione dei frutti. La densità d’impianto non dovrà essere superiore a 1200 piante per ettaro. La raccolta va effettuata nel periodo che va dal 1° febbraio al 31 ottobre\, in funzione del conseguimento delle caratteristiche e delle particolari richieste del mercato in tale periodo. La raccolta dei frutti dalla pianta deve essere effettuata a mano; va impedito il contatto diretto dei limoni con il terreno. \nI limoni raccolti devono presentarsi sani\, indenni da attacchi parassitari\, come per legge. \nL’agricoltura eroica \nL’agricoltore eroico è il custode di terra\, di cibi unici al mondo e di tradizioni\, ma è soprattutto il custode e il manutentore di un bene immateriale di cui beneficiano tutti: la bellezza. \nIl paesaggio di luoghi che già la natura ha arricchito senza chiedere nulla in cambio\, è ulteriormente impreziosito da donne e uomini che compiono azioni faticose e quasi folli\, offrendo agli italiani e ai visitatori di tutto il mondo uno spettacolo gratuito e inimitabile. \nUn’agricoltura su costoni di roccia a picco sul mare o in aree montane impervie\, spesso non remunerativo\, che centinaia di uomini e donne contribuiscono a far vivere senza ricevere alcun sostegno economico. \n \n \nLe “indennità compensative”\, pure previste dalle misure dei Programmi di sviluppo rurale\, spesso coprono infatti solo una parte degli svantaggi reali di queste aree\, dove oggettivamente le limitazioni poste dalla natura all’esercizio dell’agricoltura sono più forti\, al limite dell’impossibilità pura e semplice di operare\, se non con mezzi impensabili e con tanto coraggio\, così da essere difficile anche solo il volerle ridurre a mere “aree svantaggiate”. Da qui la necessità di un riconoscimento giuridico\, che vada oltre i canoni della Pac (politica agricola comune) e che identifichi una ulteriore specificità\, quella dell’agricoltura eroica\, legata essenzialmente alla conservazione del territorio e di sue specificità particolari. \nL’unico riferimento normativo vigente è nel Testo unico del vino\, varato nel 2020\, che si prende cura della “viticoltura eroica”\, tracciandone le caratteristiche legate alle forti pendenze dei terreni\, alla quasi totale assenza di meccanizzazione\, al valore di presidio ambientale e sociale. Partendo da questi limiti e definendone i valori\, Coldiretti Campania lancerà da Procida\, Capitale Italiana della Cultura 2022\, un Manifesto per l’Agricoltura Eroica\, chiedendo un intervento normativo regionale e nazionale che identifichi e tuteli un’attività umana dall’inestimabile valore ambientale\, paesaggistico e culturale. \nTale richiesta intende porre le basi per un riconoscimento di straordinarietà ed unicità all’agricoltura eroica e agli agricoltori eroici\, non solo come custodi della biodiversità e argine al dissesto idrogeologico\, ma tutori di un bene comune universale\, che va oltre l’estensione dei terreni e il valore economico dei prodotti. \nI terrazzamenti \n \n \nl paesaggio della Costiera amalfitana è stato modellato dall’uomo non con la sola costruzione di edifici di pregevole valore artistico\, ma soprattutto tramite la realizzazione dei terrazzamenti per cercare di aumentare la superficie coltivabile.  Il terreno dei terrazzamenti è mantenuto da mura di contenimento (macere) realizzate con la tecnica “a secco” senza uso di cemento che richiede notevole abilità nel taglio delle pietre\, nella posa e nel calcolo delle pendenze. \nVisitare le aree terrazzate della Costiera Amalfitana permette di entrare in contatto non solo con un tipo di agricoltura che per le sue difficoltà è definita eroica ma anche con tutto un mondo di saperi che si tramanda immutato da secoli. Le pratiche agricole di oggi\, infatti\, sono sostanzialmente le stesse del XI-XII secolo e le trasformazioni positive e negative che ancora oggi avvengono sono la dimostrazione di un continuo interscambio tra l’uomo e l’ambiente. \nLe tecniche utilizzate per la costruzione delle macere consistono in un patrimonio di regole e di esperienze non codificate e che rischiano di scomparire. Rimangono ancora nella memoria degli ultimi artigiani/contadini che le hanno apprese dai loro maestri e applicate in decenni di lavoro. \nTECNICHE E FASI DI REALIZZAZIONE DELLE MACERE \n \n\nInnanzitutto\, si scavava il terreno fino a trovare la roccia dura.\nContemporaneamente si procedeva a preparare le pietre\, che dovevano essere\, innanzitutto\, tagliate. Questa operazione\, detta tozzatura\, era effettuata con un martello a punta. Le pietre dovevano essere ridotte nella forma più regolare possibile. Erano scartate le pietre rotonde. Il manovale si occupava di tagliare e preparare le pietre che poi erano messe in opera dal muratore.\nLe pietre dovevano essere sistemate in modo tale da risultare ben collegate tra loro. Per i paramenti\, le dimensioni delle pietre non dovevano essere inferiori a 20 cm\, con le facce regolarizzate a punta e martello in modo da realizzare il migliore combaciamento possibile. La pietra piatta\, pertanto\, non andava mai sistemata in piedi a facciavista\, ma sempre stesa in posizione orizzontale\, tale da toccarsi con la pietra sistemata sul lato opposto.\nSi procedeva per strati. I vuoti tra pietra e pietra erano riempiti con pietre più piccole\, briccio e materiale di risulta mescolato a terra. Ogni strato era battuto a lungo con il martello.\nLe dimensioni tipo delle macere erano di 50-60 cm di larghezza\, erano costruite con una battuta o pendenza del 5-10 %\, inclinate verso l’interno\, per aumentare la stabilità del terreno. Pertanto\, le pietre nella parte anteriore erano sistemate leggermente oblique ed in modo da creare delle zeppe precise\, la parte posteriore doveva essere\, invece\, a piombo con i vuoti perfettamente riempiti.\nIl processo di battitura in una muratura a secco era il più importante\, perché il muro per reggersi doveva essere ben assestato.\n\n  \nUtilità della agricoltura eroica e la costruzione e mantenimento dei terrazzamenti  \nSappiamo che l’Italia è un paese ad elevato rischio idrogeologico. Le frane e le alluvioni\, infatti\, sono le calamità naturali che si ripetono con maggior frequenza e causano\, dopo i terremoti\, il maggiore numero di vittime e di danni. Solo negli ultimi dieci anni sono stati spesi oltre 3\,5 miliardi di euro con Ordinanze di Protezione Civile per far fronte a eventi idrogeologici e\, secondo quanto riportato nel documento. Il rischio idrogeologico in Italia\, redatto dal Ministero dell’Ambiente nel 2008\, le aree ad alta criticità idrogeologica da frana e alluvione sul territorio italiano risultano complessivamente pari a 29.517 km2. \nÈ anche noto\, tuttavia\, che le attività agricole e forestali hanno rappresentato\, nei secoli scorsi\, il principale agente modellatore del territorio italiano\, creando\, in molti casi\, paesaggi di straordinaria bellezza ma al tempo stesso incidendo positivamente su territori spesso naturalmente predisposti a fenomeni di degrado dei suoli e di dissesto idrogeologico. \nTali fenomeni sono stati contrastati\, nel passato\, da specifiche pratiche agricole e silvicole e da una capillare rete di opere di regimazione delle acque e di stabilizzazione dei versanti. Tuttavia\, dal dopoguerra in poi\, la forte espansione dei centri urbani e lo sviluppo industriale hanno determinato un progressivo abbandono delle attività agro-silvo-pastorali\, specie nelle aree di collina e di montagna\, con una conseguente riduzione del presidio e della manutenzione delle opere di protezione. La gestione e la manutenzione del territorio montano-collinare\, in particolare\, rappresentando il 75 per cento dell’intero territorio nazionale\, rappresenta un elemento determinate nei confronti del contenimento dei fenomeni franosi e dell’erosione idrica. \nCome evidenziato anche dal recente dossier Ispra (Linee guida per la valutazione del dissesto idrogeologico e la sua mitigazione attraverso misure e interventi in campo agricolo e forestale)\, un ambito territoriale particolarmente importante per le sua funzione di prevenzione dal dissesto idrogeologico è rappresentato dai “terrazzamenti” e cioè da quelle opere caratterizzate da successioni di muretti a secco che modellano i versanti collinari e montani trasformandoli in una successione di terrapieni coltivabili. \n \nLe principali aree terrazzate in Italia si trovano in Liguria\, in Valtellina e Val Chiavenna (SO)\, nella Penisola Amalfitana e Sorrentina\, in Cilento\, nel Gargano\, oltre ad essere diffuse in Calabria e nella Sicilia nordorientale e sud-orientale. Il motivo stesso della creazione dei terrazzamenti\, infatti\, risiede storicamente sia nella necessità di estendere i terreni adatti alla coltivazione\, sia proprio per contrastare i processi erosivi e franosi lungo i versanti più ripidi. Il progressivo abbandono di queste opere ha portato ad una situazione attuale caratterizzata da una pressoché generale carenza o assenza di manutenzione\, ad esclusione di pochi esempi di gestione ad uso agricolo ancora attiva\, limitatamente ad alcune tipologie di colture specializzate (per lo più vigneti ed oliveti). \nFatto sta che il contributo delle aree terrazzate alla difesa del suolo e al controllo del deflusso delle acque è venuto progressivamente a mancare\, ed il recupero della loro manutenzione è divenuto un obiettivo prioritario della lotta al dissesto idrogeologico. \nForse non molti sanno\, infatti\, che la compromissione della loro funzione\, dovuta all’abbandono\, rischia addirittura di aggravare i fenomeni di dissesto idrogeologico. La creazione di queste opere\, infatti\, determina\, in termini di regimazione delle acque e sistemazione dei versanti\, una sorta di equilibrio artificiale che va a sostituire le dinamiche evolutive naturali. Una volta create queste opere\, quindi\, risultano preziosissime per contrastare i fenomeni erosivi e le frane\, ma devono continuare ad essere gestite e mantenute attraverso un interrotto apporto di materiali ed energia. \nIn poche parole\, una volta realizzati\, i terrazzamenti non dovrebbero mai essere abbandonati\, pena la rottura di delicati equilibri e l’accelerazione dell’innesco proprio di quei fenomeni che con la loro realizzazione si intendeva contrastare. \nIl dato preoccupante\, dunque\, è che negli ultimi decenni si è assistito al progressivo abbandono delle colture agricole in aree terrazzate\, come ad esempio in Liguria\, dove il 33 per cento dei terrazzi è stato oggetto di ricolonizzazione da specie arboree o arbustive per lo più spontanee. In molti casi\, quindi\, l’assenza di una manutenzione costante dei muretti a secco e dei relativi sistemi di drenaggio che caratterizzano i terrazzamenti ha reso spesso i versanti terrazzati ancora più suscettibili all’innesco di fenomeni franosi. \nLe principali forme di degrado dei terrazzamenti riguardano\, infatti\, crolli\, deformazioni e traslazioni dei muri di contenimento\, sino a fenomeni di collasso delle strutture. In concomitanza di piogge intense\, infatti\, la spinta idrostatica che si genera per l’imbibizione del terreno\, può determinare\, in assenza di un efficace sistema di drenaggio\, la perdita di stabilità e il crollo dei muri di contenimento con un possibile effetto domino sui muri sottostanti. \nCome rimarcato nel citato dossier Ispra\, è dunque fondamentale\, quindi\, specie per quanto riguarda le zone a colture permanenti su versanti terrazzati\, assicurare la manutenzione dei muretti e dei ciglionamenti con scarpata inerbita per poter evitare i fenomeni di dissesto e di perdita di suolo. Le principali azioni consistono nella ripulitura dei muretti dalla vegetazione infestante\, nel ripristino dei sistemi di drenaggio e del coronamento dei muretti a secco\, nell’inerbimento interfilare delle coltivazioni (in genere vigneti e oliveti\, ma con consistente presenza di agrumi al sud)\, nell’inerbimento dei ciglioni dei terrazzamenti\, e in alcuni casi\, nell’impianto di specie arbustive sempre sulle superfici di bordo. \nIn alcune condizioni\, particolarmente sfavorevoli\, risultano necessarie azioni quali il ripristino della stabilità dei gradoni/muretti stessi\, con rifacimenti e ricostruzione dei manufatti preesistenti che\, a causa dei costi più elevati\, dovranno essere più mirati e localizzati (come previsto\, ad esempio\, nelle Linee guida per la manutenzione dei terrazzamenti delle Cinque Terre). \nVa segnalato\, tra l’altro\, che\, in termini di prevenzione del rischio idrogeologico\, a livello quantitativo e sulla base degli studi sperimentali effettuati dal Consiglio per la Ricerca in Agricoltura – Cra  (Rapporto di applicazione della Condizionalità in Italia\, Ministero – Rete Rurale Nazionale 2010)\, gli interventi di difesa del suolo che consentono il ripristino di un corretto funzionamento dei terrazzamenti riducono l’erosione in un range di circa 10-40 ton/ha/anno\, che corrisponde a una riduzione percentuale del fenomeno che va dal 200 al 500 per cento. Il recupero dei terrazzamenti\, inoltre\, può anche essere associato ad altri vantaggi\, specie se in concomitanza di azioni di ripristino/continuazione delle coltivazioni di pregio (Dop e Igp) sulle aree acclivi. \nIn sintesi\, il recupero della manutenzione dei terrazzamenti ad uso agricolo è necessario ed utile\, visto che questa azione concorre al raggiungimento di numerosi obiettivi\, tra cui il ripristino di attività agricole tradizionali ad alto valore aggiunto; una riduzione dell’erosione del suolo\, dei fenomeni franosi e dell’instabilità dei versanti; il miglioramento dell’efficienza idrologica\, ecologica e strutturale e la salvaguardia paesaggistica\, anche al fine di incrementare le opportunità economiche del territorio attraverso la fruizione turistica e di Noi soci del CAI che abbiamo nel nostro DNA il Rispetto\, e la Tutela Ambientale e ci poniamo come sentinella ad ogni decisione e cattivo comportamento che danneggia e deturpa quello la NATURA e la BIODIVERSITA’. \n 
URL:https://organizzazione.cai.it/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano-campania/evento/il-limone-costa-damalfi-lagricoltura-eroica-e-i-terrazzamenti-a-salvaguardia-del-territorio-e-della-biodiversita/
ATTACH;FMTTYPE=image/jpeg:https://organizzazione.cai.it/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano-campania/wp-content/uploads/sites/93/2024/12/1-3.jpg
END:VEVENT
BEGIN:VEVENT
DTSTART;TZID=UTC:19700101T090000
DTEND;TZID=UTC:19700101T190000
DTSTAMP:20260404T175553
CREATED:20220617T050727Z
LAST-MODIFIED:20241206T093109Z
UID:355-32400-68400@organizzazione.cai.it
SUMMARY:«dai Geositi al Geoparco del Matese\,  una Nuova Frontiera della Tutela Ambientale»
DESCRIPTION:Corso Operatore Tutela Ambiente Montano \nClub Alpino Italiano Campania \nanno 2021-2022 \n  \nPartecipante al Corso: Francesco Manfredi Selvaggi \nSocio della sottosezione di Boiano (Campobasso) \n  \nElaborato finale \n «Dai Geositi al Geoparco del Matese\, una nuova frontiera della tutela ambientale» \n  \nINDICE \nCaratteri generali \n\nStoria\nLa tutela: il paesaggio\nLa tutela: la biodiversità\nLa tutela: la natura\nLa tutela: il geoparco\nIl valore antropologico\nIl valore percettivo\nIl valore paleontologico\nFenomeni particolari: il carsismo\nFenomeni particolari: la franosità\nla valorizzazione\nLa protezione fisica\n\nLa situazione sul Matese \n\nIl quadro vincolistico nell’area matesina\nIl geoparco e i geositi del Matese\n\n  \nN.B.: Le immagini sono state rinvenute in internet. \n  \nCaratteri generali \n\nStoria\n\nIl merito di questa\, per così dire\, scoperta va attribuito innanzitutto all’Unesco che nel 1995 ha iniziato un’attività di promozione di tali beni. Per l’Italia è stata l’Ispra\, in collaborazione con le regioni tra le quali c’è anche il Molise\, ad effettuare un censimento completo sul suolo nazionale che ha portato alla catalogazione di ben 3.500 geositi (che sta per siti geologici). (Foto 1) \n \n\n\n\n1. Morgia di Bagnoli\n\n\n\nPer quanto riguarda l’apporto degli uffici regionali è da evidenziare che la loro autonomia nel censire le formazioni geomorfologiche è stata limitata dovendosi avere necessariamente un coordinamento nazionale\, altrimenti a fatti come i circhi glaciali\, vedi quello di m. Miletto\, i quali sono una rarità nell’Appennino ma non nelle Alpi sarebbe stato attribuito un valore eccezionale. \n\nLa tutela: il Paesaggio\n\n \n\n\n\n2. Morgia dei Briganti o di Pietravalle\n\n\n\nLa primogenitura del riconoscimento di valore ad aspetti particolari della geologia non spetta\, almeno nel nostro Paese\, all’organismo internazionale che si occupa di cultura perché la legge sulle “bellezze naturali” del ’39 già riteneva meritevoli di tutela “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di… singolarità geologica”.  (Foto 2) \nGli episodi geologici hanno cioè valore di Bellezze Individue\, una delle due categorie di cui si compone il patrimonio paesaggistico\, l’altra è quella delle Bellezze d’Insieme. Le prime possono trovarsi incluse nelle seconde\, cioè nei paesaggi degni di protezione\, ma\, comunque\, conservano una propria specificità essendo oggetto di un’imposizione di vincolo specifico. I geositi non costituiscono\, dunque\, un nuovo campo della salvaguardia paesistica\, anzi uno vecchio perché\, come si è detto\, fin dal 1939 le “singolarità geologiche” erano inserite nelle “bellezze individue”\, specificatamente\, in base al regio decreto del 1940 per il loro “interesse scientifico”. I geositi possono essere individuati come bellezze individue\, ma\, comunque\, proprio perché individue il loro intorno paesaggistico\, va sottolineata\, non può essere coinvolto nel vincolo. Nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio\, che è del 2004\, sono inseriti tra i valori paesaggistici di cui tener conto nella redazione dei piani paesistici gli aspetti morfologici all’interno dei quali vi sono sicuramente le emergenze geologiche. \n\nLa tutela: la Biodiversità\n\nUn’altra misura di preservazione dei geositi è legata alla conservazione della Biodiversità di cui al programma Natura 2000. Infatti\, tanti di essi\, dai calanchi Manes a Morgia Schiavone alla Forra dell’Arcichiaro\, rientrano nella lista dei Siti di Importanza Comunitaria. I geositi per via del loro substrato roccioso\, la morgia\, o per quello argilloso quando il terreno è in forte pendenza\, il calanco (Foto 3)\, \no per il coincidere con un corso d’acqua incassato\, la forra\, sono appezzamenti di terra che non sono risultati mai risorse territoriali utili per l’uomo\, qualcosa da poter sfruttare\, salvo che per l’industria estrattiva\, e\, pertanto\, non sono stati alterati da attività antropiche\, ad esempio le coltivazioni agricole\, e ciò ha determinato che gli habitat naturali lì presenti non siano stati distrutti. \n\nLa tutela: la Natura\n\nI geositi\, sempre nel nostro Stato e sempre antecedentemente all’iniziativa promossa dall’organo dell’ONU\, siamo nel 1991 quando venne varata la legge quadro sui parchi\, sono assimilabili agli elementi di piccola scala con valenze naturalistiche ivi contemplati. La predetta disposizione legislativa sulle aree protette sembra restringere la possibilità di sottoporre a salvaguardia la conformazione fisica della Terra solo qualora si tratti di superfici limitate. \n\nLa tutela: il Geoparco\n\nDa qualche anno si è cominciato a parlare di geositi anche per porzioni ampie di territorio ed a ciò è seguito nel dibattito sulle aree protette la proposta di poter avere parchi nei quali è insita la vasta dimensione con geositi estesi. La stessa Unesco ha riconosciuto la validità dell’iniziativa che ha portato alla formazione della Rete Europea dei Geoparchi. La SIGEA (Società Italiana per la Geologia Ambientale) ha avanzato l’idea di creazione di un geoparco pure per il Matese in quanto è un massiccio che ha caratteristiche unitarie di carsicità. L’essere un geosito grande non esclude che al suo interno vi siano geositi minori quali le doline\, le cavità\, l’anfiteatro formatosi a seguito della scomparsa del ghiacciaio. \n\nIl valore antropologico\n\nI geositi e in genere le manifestazioni geologiche meritano di essere custodite anche per i rimandi culturali dei quali più di uno di loro sono carichi. Le grotte sono\, da un lato\, paurose essendo il nascondiglio di banditi (la Morgia dei Briganti) e\, dall’altro lato\, sono cariche di misticismo (la chiesetta rupestre di Busso). (Foto 4) \n \n\n\n\n4. Eremo di S. Michele a Foce\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nLe irregolarità dei massi pietrosi suscitano anch’esse contrastanti emozioni\, tanto di terrore (l’impronta della mano del diavolo presso S. Egidio di Boiano) quanto di tipo devozionale (la “pedatella” di S. Margherita a Colledanchise\, quasi un calco del piede della santa). Sulle superfici lapidee\, a differenza di quanto accade sulle superfici terrose\, dove il vento\, la pioggia e\, tanto più\, le pratiche agricole possono distruggere i segni impressi dall’uomo\, continuano ad essere ben visibili le incisioni rupestri\, quelle tracciate sul blocco calcareo\, ad esempio il blocco su cui sorge Pietracupa. Oltre alle incisioni fatte dall’uomo sulle pietre si scorgono particolari corrugazioni nelle quali la fantasia popolare ha colto\, volta per volta\, le immagini del piede dell’angelo (a Macchiagodena)\, di una santa (S. Pia a S. Biase)\, ecc. I nostri antenati erano suggestionati non solo dai segni misteriosi sui blocchi lapidei\, ma anche dalle particolarità delle forme: si prendano i “campanarielli” di Roccamandolfi che sono delle ardite guglie\, alla stregua di quelle dolomitiche. Pure quando il calcare non è nudo\, cioè a vista\, bensì coperto in parte da vegetazione\, esso è in grado di ispirare visioni fantastiche come denuncia il nome attribuito dagli abitanti di S. Massimo di Pietra Palomba (che significa colomba) a quella gobba del rilievo montuoso che si protende sulla valle quasi volesse spiccare il volo. \n\nIl valore percettivo\n\n \n\n\n\n5. Rocca di Oratino\n\n\n\nLe rocce sono elementi di interesse percettivo capaci di condizionare interi quadri visivi\, mettiamo la Rocca di Oratino (Foto 5) nella media valle del Biferno o le “morge” del futuro Parco delle Morge\, questa volta nel bacino del Trigno. Tra i geositi di maggiore impatto visivo vi sono i Campanarielli di Roccamandolfi\, dei grandiosi torrioni lapidei\, degli enormi funghi di pietra la cui visione toglie il fiato. Non succede sempre così in quanto vi sono geositi non facilmente riconoscibili se non dal geologo. In ogni caso essi sono significativi per la loro carica semantica. \n\nIl valore paleontologico\n\n \n\n\n\n6. Dinosauro Ciro a Pietraroja\n\n\n\nI geositi\, a volte\, non hanno alcun appeal scenografico e neanche una grande visibilità costituendo dei luoghi ordinari: il caso eclatante è quello di Pietraroia\, appena al di là del confine molisano dove alcuni decenni fa in un ammasso roccioso è stato trovato Ciro\, un piccolo di dinosauro. (Foto 6) Questo rettile preistorico che in breve è diventato un’autentica star\, è la prova che sono vissuti pure da noi. Sempre sul Matese si trovano ampi giacimenti fossiliferi che sono testimonianza di un’era geologica in cui l’Italia era sommersa dal mare. Non è solo sulla montagna matesina che si rinvengono fossili i quali si trovano in diverse parti come dimostra la presenza di conchiglie bivalve a S. Felice\, al lato opposto della regione. I fossili non sono in vista in quanto racchiusi nelle pietre. Per salvaguardarli occorrerebbe vietare di rompere le rocce per portar via i reperti fossili i quali cominciano a costituire un lucroso commercio. \n\nFenomeni particolari: il carsismo\n\nNel Molise vi è un ricco patrimonio geologico ipogeo\, dal Pozzo della Neve\, la cavità più profonda\, a Cul di Bove alla grotta di Capo Quirino\, tutte situate sul Matese. Esse\, pur se sotterranee\, paradossalmente\, visibile è solo la loro imboccatura\, cioè gli inghiottitoi\, rivelano il carsismo di questo complesso montuoso anche se forme carsiche ve ne sono pure in superficie; a questo proposito si cita Campo dell’Arco in cui vi è uno spettacolare arco naturale in pietra scolpito dall’erosione idrica con l’acqua che dissolve il carbonato di calcio\, il minerale di cui è composto il calcare. Per tale arco e del processo in corso non c’è da preoccuparsi perché se esso è destinato ad assottigliarsi ciò avverrà in tempi geologici. \n\nFenomeni particolari: la franosità\n\nL’immaginazione nel passato ha visto pure nei suoli in frana\, oltre che nelle rocce\, fenomeni ultraterreni e tra questi\, seppure al confine con il Molise\, si segnala il passaggio del demonio che avrebbe causato un movimento franoso a Cerreto Sannita.  Ciò dimostra che se è vero che nelle zone in frana scompare qualsiasi segno antropico\, dai terrazzamenti ai muretti a secco ai sentieri\, non per questo esse sono prive di qualsiasi rimando a fatti culturali. Le frane\, potrebbe sembrare paradossale\, in riguardo al tema della percezione sono tra le componenti più espressive del paesaggio e lo sono pure in riguardo al tema della morfologia del suolo in quanto le formazioni franose sono un attore importante del modellamento del paesaggio. Meno comuni delle frane vere e proprie\, significativi segni paesaggistici sono i calanchi abbastanza diffusi specie nel medio e basso Molise. \n\nLa valorizzazione\n\n \n\n\n\n7. Morgia di Pietracupa\n\n\n\nLe risorse ambientali sulle quali fondare le nostre prospettive turistiche sono pressoché infinite come dimostra l’interesse recente per le emergenze geologiche\, finora poco considerate. Sono varie le idee sulla valorizzazione di questo patrimonio ambientale che meritano di diventare cose concrete come il progetto di itinerari  e di visite guidate\, la realizzazione di percorsi attrezzati (vi è uno che riguarda la Morgia dei Briganti)\, la pubblicazione di volumi scientifici o di guide turistiche (quello comprendente la catalogazione dei geositi dell’Alto Molise voluto dall’Assessorato regionale al turismo è pronto\, ma non è stato ancora diffuso). Necessitano\, inoltre\, musei specializzati con cataloghi a stampa o su supporto informatico e operatori preparati che ti accompagnano nella visita. Vi è una raccolta museale sulla pietra a Pescopennataro\, il paese degli scalpellini\, una esposizione di fossili nella casa Iezza a S. Polo\, comune dove vi è uno dei principali “giacimenti” fossiliferi\, e un museo\, assai bello\, in località La Pineta a Isernia dedicato alle scoperte paleontologiche\, in prossimità del sito di scavo. Contiene resti di animali ormai scomparsi\, una sezione molto affascinante\, e una sezione didattica che attrae tantissimo i bambini; il focus è costituito\, e ciò interessa il nostro discorso\, il calco del paleosuolo\, qualcosa che assomiglia a un geosito. È in cantiere\, poi\, un provvedimento legislativo da parte della Regione riguardante il “parco delle morge” (Foto 7)\, gli spuntoni rocciosi posti lungo il torrente Rivo\, tra Salcito e Trivento\, il quale si muove nel campo della promozione di tali beni. \n\nLa protezione fisica\n\n \n\n\n\n8. Strada romana a Boiano\n\n\n\nLa difesa di cui qui parliamo è delle emergenze geologiche in generale\, un patrimonio ambientale notevole\, non specificatamente dei geositi. I pericoli di distruzione più concreti li corrono non le formazioni calcaree\, bensì quelle arenacee. L’arenaria\, infatti\, è formata da sabbia e\, pertanto\, è destinata a corrodersi e su questo tipo di substrato geologico sorgono alcuni centri abitati molisani\, il caso più evidente è quello di Limosano. I nostri borghi sono pittoreschi sia per i caratteri architettonici dell’edificazione sia per il loro “supporto” ovvero la geologia con il quale vengono a formare un tutt’uno dal punto di vista paesistico. Quando gli interventi di consolidamento della base lapidea consistono nella realizzazione di muri in cemento armato allora sparisce una delle due componenti della visione panoramica\, quella del basamento come è successo a Civitacampomarano dove il castello angioino risulta oggi sovrapposto ad opere di ingegneria strutturale. Non è solo per una questione di “vedutismo” che bisogna lasciare a vista la nuda terra\, pareti o scarpate che siano\, in quanto essa è rivelatrice di tante cose\, a cominciare dall’evoluzione della crosta terrestre fino\, succede a Boiano sul Calderari (Foto n. 8)\, le cui sponde sono state però cementate\, al passaggio della storia con l’innalzamento nei secoli della quota del suolo urbano che all’epoca romana deve coincidere con quella del decumano scoperto alcuni decenni fa. \nLA SITUAZIONE SUL MATESE \n\nIl quadro vincolistico nell’area matesina\n\n \n\n\n\n9. Pianoro di Campitello\n\n\n\nIl Sempre\, non per regola\, bensì nei fatti\, quando un’area è Area Protetta è anche area dichiarata di interesse paesaggistico. Non vi sono eccezioni in Molise e neanche il Parco del Matese lo è. Meno scontato è che un’Area Protetta sia anche un Sito di Importanza Comunitaria\, ma è molto frequente che lo sia\, mentre non  è altrettanto probabile il contrario; il Matese è quasi interamente coincidente con un SIC dal quale sono esclusi i lembi inferiori che\, però\, rientrano in una Zona a Protezione Speciale\, il primo derivante da una Direttiva Habitat\, la seconda dalla Direttiva Uccelli\, le due Direttive europee che sono a fondamento della Rete Natura 2000. È ultimissima la proposta di riconoscimento del massiccio matesino quale Geoparco\, tipologia di parco oggetto di un’ulteriore\, altrettanto recente\, Direttiva dell’Unione Europea.  (Foto n. 9) Vi sono\, poi\, i Piani di Bacino preposti alla “difesa del suolo” (è il titolo della legge che li ha introdotti nel nostro ordinamento) dal “rischio alluvioni” e dal “rischio a frana”: dei due tipi di rischi solo il secondo minaccia i monti del Matese e il Piano di Bacino del Biferno ha disposto che non vengano alterati i versanti al fine di garantirne la stabilità. Sono tante\, dunque\, le normative a protezione di questo comprensorio montuoso\, il che renderebbe addirittura ridondante\, per questo aspetto\, quello della tutela\, il parco. Si tratta tutte di disposizioni di scala ampia che hanno bisogno di tradursi in regole operative per essere applicabili speditamente sul territorio. Per spiegarci meglio\, nel SIC per qualsiasi intervento da realizzarsi è richiesta una Valutazione d’Incidenza\, negli ambiti vincolati paesaggisticamente il progetto di una qualunque opera deve acquisire l’Autorizzazione da parte degli organi preposti\, non è sufficiente la rispondenza ad uno dei 2 Piani Paesistici matesini\, nelle fasce a rischio idrogeologico la progettazione di un manufatto o l’esecuzione di lavori  è soggetta al Parere dell’Autorità di Bacino e a quelli elencati si aggiunge il Nulla Osta dell’Ente Parco. Sottoponendo le previsioni dello strumento urbanistico a ciascuno degli adempimenti elencati sopra\, cioè alla valutazione d’Incidenza\, all’assenso paesaggistico di massima (che riguarderà il planovolumetrico e non\, ovviamente\, la singola opera)\, al Parere idrogeologico\, al N.O. del Parco si semplificherà la fase successiva\, quella realizzativa\, delle specifiche costruzioni. Cosa non da poco dato che semplificazione è diventata una parola d’ordine primaria\, un’esigenza che ha difficoltà ad essere soddisfatta se i Comuni non si doteranno di Piani Regolatori Generali invece che di Programmi di Fabbricazione. I PdF sono i piani più diffusi specie nelle realtà comunali minori\, i cosiddetti Piccoli Comuni che sono quelli con meno di 5.000 abitanti (la taglia usuale degli insediamenti appenninici). Così\, puntualmente si verifica nel comprensorio matesino dove solamente Boiano\, l’unico centro al di sopra di tale soglia demografica\, è munito di PRG. Peraltro\, lo si dice per inciso\, è già tanto che ci sia un PdF in tutti i Municipi\, non è scontato qui da noi o almeno non era scontato fino ad un paio di decenni fa quando\, finalmente\, Roccamandolfi non riuscì a varare il suo. La differenza tra PdF e PRG è che il primo si occupa esclusivamente dell’agglomerato abitativo tralasciando la campagna e\, quindi\, gli spazi naturali e seminaturali\, i quali ultimi sono la componente maggioritaria che maggiormente influenza l’assetto ambientale dell’Appennino\, e\, quindi\, (ancora) gli areali dei SIC o\, esclusivamente\, degli Habitat che sono al loro interno. Non basta\, ad ogni modo\, un PRG perché occorre anche che vi siano i Piani Particolareggiati\, specialmente quello riguardante il centro storico perché (ancora) la pregevolezza di un parco appenninico come è quello del Matese è dovuta pure alla bellezza dei borghi tradizionali che ne costellano l’ambito. Si è parlato di ridondanza e di semplificazione e le due cose non vanno\, di certo\, bene insieme. Per semplificare i passaggi amministrativi imposti per la costruzione di una struttura non basta agire a valle attraverso la formazione dei Piani Regolatori\, ma è anche necessario adoperarsi a monte\, molto a monte\, al livello legislativo. La L. 394 che è del 1991 non poteva presupporre che successivamente sarebbe sopravvenuta nel suo stesso settore d’interesse\, il naturalistico\, il programma Natura 2000 (Foto n. 10): il suo lancio che in Italia è avvenuto con un Decreto del ’97\, al fine di evitare sovrapposizioni\, avrebbe dovuto portare ad una riforma della legge nazionale sui parchi la quale\, a tutt’oggi\, non si è avuta. Sono le norme italiane sulle Aree Protette a doversi adeguare e non il viceversa\, nonostante siano precedenti\, \n \n\n\n\n\n10. Campo dell’Arco \n\n\n\n\nperché la Direttiva europea è\, come è ben risaputo\, sovraordinata (ancora sovra-). Si occupano entrambe di natura e però con impronte diverse: i nostri parchi nazionali\, nascono per salvaguardare l’orso\, il PNdA\, e lo stambecco\, il Parco del Gran Paradiso\, la fauna costituendo un po’ il marchio d’origine\, mentre la Rete Natura 2000 si occupa degli habitat in cui gli animali selvatici vivono. Sono evidentemente complementari e ciò permetterebbe una organica fusione. Le differenti accentuazioni rimarrebbero salve non essendo incompatibili con la difesa dei biotopi\, la mission di Natura 2000\, i progetti di conservazione di specie in pericolo di estinzione\, tipo Ursus Arctus\, per l’Orso Marsicano\, oppure la si cita seppure si è ormai conclusa\, l’Operazione S. Francesco attuata dal WWF sull’Appennino centro-meridionale il quale comprende il Matese\, per salvare il lupo\, specie faunistica che in quel periodo\, eravamo negli anni ’70\, si era ridotta ad un limitato numero di esemplari. Probabilmente più che di una revisione della 394 è sufficiente un aggiornamento\, ma in ogni caso qualcosa bisogna rivedere\, non i principi ispiratori che restano validi\, bensì alcuni aspetti gestionali quale quello della gestione dei Piani di Gestione degli Habitat da affidare all’Ente Parco (il che non significa far gravare sulla sua Contabilità ulteriori  incombenze economiche\, perché la Direttiva europea che ha varato la Rete Natura 2000 ha stabilito che i fondi per tale fine vanno ritrovati in Capitoli di Spesa attinenti alle molteplici azioni da compiere di carattere gestionale presenti nei Bilanci regionali (Molise e Campania)\, non uno specifico stanziamento per capirci). Ne trae un vantaggio\, dunque\, da questa unione Natura 2000 la quale restituisce al parco una mole di informazioni di dettaglio sulle caratteristiche vegetazionali dell’area (il Corine) (Foto n. 11). Ci si è soffermati su Natura 2000\, ma sinergie fruttuose per l’ambiente si possono ricavare anche tra Parchi e Piani di Bacino e tra Parchi e Piani Paesistici nella convinzione che per proteggere efficacemente l’ecosistema occorre ampliare il fronte della tutela e così sarà; quando sarà; pure con il Geoparco. \n \n\n\n\n11. Circo Glaciale di m. Miletto\n\n\n\n\nIl geoparco e i geositi del Matese\n\nIl Parco del Matese è destinato prima o poi\, ad essere riconosciuto quale Geoparco\, uno speciale riconoscimento attribuito dall’Unesco a quelle aree\, protette o meno secondo le normative nazionali sulle “aree protette”\, che presentano notevoli valenze geologiche. Il Matese può aspirare a diventare Geoparco perché al suo interno vi sono numerosi Geositi: questi ultimi censiti dalla Regione (stiamo parlando del Molise) sono elementi\, per lo più “puntuali”\, di particolare valore\, morfologico\, stratigrafico\, ecc. in riguardo alle scienze della terra. Un’operazione preliminare nella descrizione dei geositi è quella di riunirli in gruppi i quali\, per quanto concerne il comprensorio matesino dove l’assetto del suolo non registra influenze vulcaniche né marine\, sono tre: quello dei siti dovuti al glacialismo\, quello delle emergenze geologiche legate all’azione fluviale\, queste sì di tipo “lineare”\, e quello delle manifestazioni del carsismo (Foto n. 12)\, il quale è il fenomeno caratterizzante del nostro massiccio montuoso e\, pertanto\, di natura “areale”. Vi sono anche altre possibili distinzioni fra i geositi che si elencano per completezza di discorso e alle quali\, però si rinunzierà di far ricorso\, per sinteticità di\, nuovamente\, discorso. Esse sono tre: la prima è fra i geositi in cui il processo di formazione è ancora in corso\, prendi le doline\, conche circolari\, in cui progressivamente si arriva allo sprofondamento del terreno il quale assume la forma di un cono con al centro l’inghiottitoio\, e quelli dove la morfogenesi si è arrestata (l’arco di Campo dell’Arco\, ad esempio)\, rispetti veramente forme attive e inattive; \n \n\n\n\n\n12. Grotta del Fumo \n\n\n\n\nla seconda è conseguenza della prima\, quindi fra geositi di origine più recente\, ancora gli inghiottitoi\, almeno alcuni e quelli di fasi geologiche remote come i circhi glaciali che risalgono all’era\, appunto\, glaciale; la terza è relativa ai fattori che hanno determinato la costituzione del geosito\, se endogeni (ancora la dolina che è una piegatura cuneiforme\, se così si può dire\, della crosta terrestre a causa di una attività interna alla stessa che è il dissolvimento del carbonato di calcio nel Matese il suo essenziale componente\, a contatto con l’acqua di cui è imbibita) o se esogeni (mettiamo l’azione sismica che ha provocato il rotolamento delle Pietre Cadute a Boiano\, alle pendici del Matese tra le quali rientra Donna Mira\, una sorta di grosso masso erratico\, palestra di arrampicata). Terminata questa rassegna delle categorie in cui iscrivere i geositi\, procediamo con l’analisi dei medesimi sulla base di quei parametri\, i 3 gruppi\, indicati quali prioritari. Per quanto riguarda il glacialismo abbiamo il circo glaciale\, una depressione semicircolare (che da il nome alla seggiovia Anfiteatro che qui smonta) appena sotto la cima di monte Miletto delimitata\, vedendola dal basso (da Campitello) da ripide pareti rocciose le quali\, viste dall’alto\, cioè dalla linea di cresta appaiono quali strapiombi verticali\, cosa che conferisce alla sommità di tale rilievo\, il maggiore dell’Appennino centro-meridionale\, i caratteri di una vetta alpina \, più che appenninica\, Parlando\, ora\, dei geositi fluviali il pensiero va al corso del Quirino\, quel corpo idrico che separa il Mutria dal blocco centrale del Matese\, la cui vallata prende avvio dalla Sella del Perrone; esso è l’unico valico della catena montuosa il quale\, va notato\, unisce e non divide\, non solo le due porzioni del complesso\, davvero complesso\, montano matesino\, ma pure i due versanti contrapposti il molisano e il campano anche per i quali costituisce un punto di incontro piuttosto che di separazione con le correnti d’aria provenienti dai due mari opposti che si mescolano fra loro. La valle del Quirino che chiamiamo così per la orografia svasata\, ma che è difficile definire tale data l’assenza di rivi affluenti\, è una sorta di imbuto dove si convoglia gran parte dell’acqua proveniente dai fianchi dei monti per poi confluire nella rettilinea Gola del Quirino\, il tubo finale dell’imbuto\, il geosito in questione. (Foto n. 13) \n \n\n\n\n13. Gola di Arcichiaro\n\n\n\nSe questo è il geosito fluviale più grande\, un canalone\, all’estremo opposto vi sono i canali\, canalini diminutivo di canali che localmente si denominano rave\, per cui ravarelle\, Lavarelle a Campitello a causa di una traslitterazione di epoca moderna. Essi sono delle incisioni diritte sui pendii montani o collinari nei quali scorre l’acqua solo stagionalmente e non hanno un nome proprio salvo che nei casi della Rava di Pozzilli e della Rava di Miranda. È tempo di passare\, per completare il quadro ai geositi carsici sui quali ci soffermeremo brevemente avendo già accennato agli inghiottitoi\, la principale emergenza della carsicità. Se questi si sviluppano in verticale vi sono le grotte che\, al contrario\, penetrano nel sottosuolo in senso orizzontale; di entrambi è visibile\, è ovvio\, dall’esterno solamente l’entrata\, spettacolare quella del Pozzo della Neve la quale ricorda la bocca di un vulcano\, mentre l’ingresso della Grotta del Fumo è offuscato\, per l’appunto\, dal fumo\, l’umidità fuoriuscente dall’antro. Si ha fretta\, lo si sarà notato\, di concludere questa parte della dissertazione per lasciare spazio nell’economia del discorso\, sempre lui\, ad ulteriori letture. \n \n\n\n\n14. Grotta delle Ciaole\n\n\n\nI geositi\, oltre alle suddivisioni proposte in precedenza\, è possibile classificarli a seconda dell’interesse\, se scientifico\, se culturale\, se naturalistico\, se paesaggistico. Per gli scienziati\, i paleontologi\, hanno un eccezionale valore i fossili diffusi un po’ ovunque\, di qui il geoparco\, i calcari a rudiste che si ritrovano a quote elevate per i moti di sollevamento che hanno portato terreni marini (barriera corallina?) a 2000 m.s.l.m.; per i naturalisti è significativa la Grotta delle Ciaole (Foto n. 14)\, cornacchie\, in quanto habitat di questa particolare specie di uccelli che amano quale rifugio\, come i pipistrelli\, le cavità; per gli antropologi segni davvero significativi\, aggettivo che rafforza il sostantivo\, sono le pietre dalle forme bizzarre tipo l’Arca di Pane nel Fondacone\, un masso a “culla” in cui l’acqua si accumula d’inverno e d’estate vi si abbeverano le greggi; per i cultori del paesaggio sono attraenti\, da ammirare\, le guglie “dolomitiche” dei Campanarielli (Foto n. 15) e\, viceversa\, i luoghi\, Pietra Palomba\, da cui ammirare i panorami. Per concludere\, non lo si è detto all’inizio e lo si dice adesso\, alla fine\, il Matese è geoparco\, qualcosa di territoriale\, anche perché i geositi sono disseminati in tutta la sua superficie e non concentrati in pochi luoghi. \n \n  \n  \n\n\n\n15. Campanarielli
URL:https://organizzazione.cai.it/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano-campania/evento/dai-geositi-al-geoparco-del-matese-una-nuova-frontiera-della-tutela-ambientale/
ATTACH;FMTTYPE=image/jpeg:https://organizzazione.cai.it/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano-campania/wp-content/uploads/sites/93/2024/12/6-2.jpg
END:VEVENT
END:VCALENDAR