{"id":1627,"date":"2022-02-07T15:45:18","date_gmt":"2022-02-07T15:45:18","guid":{"rendered":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano\/2022\/02\/36503-2\/"},"modified":"2024-11-29T12:25:37","modified_gmt":"2024-11-29T12:25:37","slug":"36503-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano\/2022\/02\/36503-2\/","title":{"rendered":"Andra&#8217; Tutto Bene ?"},"content":{"rendered":"<h1 style=\"text-align: center\">ANDRA&#8217; TUTTO BENE ?<\/h1>\n<h5 class=\"p1\" style=\"text-align: center\"><span class=\"s1\">Articolo tratto da Alpidoc n. 103, 1\/2020<\/span><\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Alpidoc \u00e8 la rivista dell\u2019associazione Le Alpi del Sole, che riunisce le 14 sezioni CAI della provincia di Cuneo pi\u00f9 quelle di Cavour e Savona.\u00a0 <\/span><span class=\"s1\">www.alpidoc.it<\/span><\/p>\n<h3 class=\"p1\" style=\"text-align: center\"><span class=\"s1\">Uomo e montagna, un rapporto antico, spesso conflittuale, <\/span><span class=\"s1\">oggi pi\u00f9 che mai alle prese con nuove, sempre pi\u00f9 difficili, sfide. <\/span><\/h3>\n<h3 class=\"p1\" style=\"text-align: center\"><span class=\"s1\">Tra le tante, solo pochi mesi fa l\u2019emergenza climatica sembrava <\/span><span class=\"s1\">quella pi\u00f9 urgente, dopo di che \u00e8 successo quello che \u00e8 successo.<br \/>\nE domani? Ancora una volta il futuro delle terre alte \u00e8 una pagina piena di punti interrogativi<\/span><\/h3>\n<h4 class=\"p5\" style=\"text-align: center\"><span class=\"s2\">Testo di <strong>Ivan Borroni<\/strong>, Operatore Naturalistico Culturale Nazionale CAI, membro del Consiglio direttivo regionale del CAI Piemonte.<\/span><\/h4>\n<p class=\"p6\" style=\"text-align: center\">Fotografie di<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span><strong>Enrica Raviola<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p6\">Le Alpi sono sicuramente la catena montuosa pi\u00f9 antropizzata del pianeta, una sorta di laboratorio nel quale interazioni complesse e per nulla lineari si sono esplicate tra uomo e natura lungo un tortuoso percorso di millenni.<\/p>\n<p class=\"p6\">L\u2019uomo del Paleolitico frequentava queste montagne gi\u00e0 sul finire dell\u2019ultima grande glaciazione pleistocenica, quella di W\u00fcrm, circa 12-13.000 anni fa, ricercando nelle terre alte ambienti meno insalubri di quelli delle pianure, impaludate da imponenti fenomeni di disgelo provocati dal progressivo rialzo termico postglaciale.<\/p>\n<p class=\"p6\">I cacciatori-raccoglitori sapevano accendere il fuoco, scheggiare selce e quarzite, ricavare strumenti dalle ossa, conciare pelli, lavorare tendini per ottenere funi, costruire archi e frecce, zagaglie, propulsori, creare colori da pigmenti naturali per realizzare pitture rupestri di significato simbolico; tuttavia la pressione che essi esercitavano sull\u2019habitat era quasi irrilevante, dato il loro stile di vita e la loro limitata consistenza numerica.<\/p>\n<p class=\"p6\"><span class=\"s1\">Le attivit\u00e0 umane cominciarono a incidere sulle caratteristiche dell\u2019ambiente naturale soltanto a partire dalla cosiddetta \u201crivoluzione neolitica\u201d, iniziata nel Medio Oriente e poi diffusasi altrove, anche nei territori alpini (5-6000 a.C.). <\/span>Il carattere distintivo del Neolitico, quello che determina pure il nome del periodo, \u00e8 la lavorazione della pietra levigata, ma due altre acquisizioni di quell\u2019epoca rivestirono un carattere ancor pi\u00f9 rivoluzionario: l\u2019agricoltura (coltivazione di cereali quali piccolo farro, miglio e spelta) e l\u2019allevamento del bestiame (pecore e capre); contestualmente gli insediamenti umani diventarono stabili.<\/p>\n<p class=\"p6\">\u00d6tzi, l\u2019uomo del Similaun, il cui corpo mummificato fu trovato sulle Alpi Venoste nel 1991, visse intorno al 3200 a.C., quando le popolazioni alpine gi\u00e0 traevano sostentamento prevalentemente da agricoltura e allevamento.<\/p>\n<p class=\"p6\">In seguito ci fu l\u2019avvento della metallurgia \u2013 ovvero la tecnica di fondere il metallo nativo (rame per primo) e poi di formare leghe \u2013, che determin\u00f2 l\u2019inizio di una nuova fase della vicenda umana. Si diffusero i disboscamenti per ottenere legname, dare spazio ai pascoli e alle terre da dissodare per le colture; si tracciarono vie di comunicazione; si alzarono muri a secco e si scavarono canali di drenaggio per consolidare e stabilizzare i pendii; si aprirono cave per l\u2019estrazione di pietre e minerali. In una parola, l\u2019uomo cominci\u00f2 a imprimere pesantemente sull\u2019ambiente naturale la sua \u201cimpronta ecologica\u201d.<\/p>\n<p class=\"p6\">Si parla di Antropocene (et\u00e0 dominata dall\u2019uomo) per definire l\u2019era geologica attuale. Tale termine fu introdotto negli anni Ottanta del Novecento dal biologo Eugene Stormer e la sua fortuna fu sancita nel 2000 dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen con il libro Benvenuti nell\u2019Antropocene, il cui sottotitolo recita L\u2019uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era. Oggi sappiamo che le attivit\u00e0 antropiche sono diventate il motore principale di molte dinamiche ambientali, ma gi\u00e0 nel 1873 il geologo Antonio Stoppani aveva intuito e scritto che umana era la causa emergente dei cambiamenti planetari, proponendo d\u2019introdurre il termine \u201cera antropozoica\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-36499\" src=\"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano\/wp-content\/uploads\/sites\/85\/2024\/11\/foto-6.jpg\" alt=\"- CAI\" width=\"225\" height=\"300\" title=\"\"><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p6\">Dopo la fine della grandi glaciazioni l\u2019insediamento umano sulle Alpi fu favorito in maniera importante dal clima relativamente mite. Il periodo pi\u00f9 caldo, definito \u201coptimum climatico medievale\u201d, si verific\u00f2 dall\u2019VIII al XIV secolo, dopo un raffreddamento nel V e VI secolo. Si tratt\u00f2 di un cambiamento di grande<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>portata \u2013 con importanti conseguenze economiche \u2013, che si svolse in pi\u00f9 fasi e con alterne vicende da zona a zona. Fu comunque caratterizzato da un aumento medio delle temperature, che giunsero a livelli decisamente pi\u00f9 elevati di quelli odierni. Per ricostruirne l\u2019andamento sono stati studiati gli anelli di accrescimento degli alberi, le carote di ghiaccio, i coralli e i sedimenti di vario tipo.<\/p>\n<p class=\"p6\">Il rialzo termico medievale determin\u00f2 un forte aumento della popolazione europea, ma queste dinamiche demografiche espansive subirono una grande battuta d\u2019arresto a causa della terribile pandemia di peste nera che, provenendo dall\u2019Asia, flagell\u00f2 il continente tra il 1347 e il 1352, uccidendone circa un terzo della popolazione. \u00c8 probabile per\u00f2 che la fuga dalla peste abbia contributo ai trasferimenti di genti dalle pianure verso le zone montane, meno antropizzate.<\/p>\n<p class=\"p6\">L\u2019instaurarsi di condizioni climatiche favorevoli sulle Alpi permise la diffusione di colture mediterranee, come quelle della vite e del grano, fino a quote nettamente superiori ai 1000 metri. L\u2019estensione delle foreste interess\u00f2 quote pi\u00f9 elevate delle attuali. L\u2019allevamento bovino and\u00f2 affermandosi. Notevole fu l\u2019arretramento del fronte dei ghiacciai e l\u2019innalzamento della quota delle precipitazioni nevose, cos\u00ec che furono avvantaggiate le comunicazioni intervallive. L\u2019attuale Colle del Teodulo (3316 m), tra Valtournenche e Mattertal (Vallese), in estate non era innevato, come testimonia il rinvenimento di tratti di lastricatura del sentiero di accesso.<\/p>\n<p class=\"p6\">In questa situazione climatica furono favoriti i trasferimenti di genti da nord a sud delle Alpi. Il pi\u00f9 noto \u00e8 quello delle popolazioni Walser che, dalla fine del XII secolo alla met\u00e0 del XIV, colonizzarono le alte vallate attorno al Monte Rosa, provenendo dall\u2019attuale cantone svizzero del Vallese (Walliser = originario del Vallese &gt; Walser).<\/p>\n<p class=\"p6\">Con il XIV secolo avviene una graduale inversione del precedente, favorevole andamento climatico. Inizia quella che viene denominata Piccola Era Glaciale, che arriver\u00e0 al suo culmine tra XVIII e XIX secolo, interessando specialmente il continente europeo. Si abbassano notevolmente le temperature, si incrementano le precipitazioni nevose, ritornano ad avanzare i ghiacciai. Interi villaggi vengono abbandonati. L\u2019estrema rigidit\u00e0 del clima \u00e8 ben rappresentata da diverse opere pittoriche del XVII e XVIII secolo. Le popolazioni alpine si trovano a vivere in questo periodo nelle condizioni ambientali pi\u00f9 severe della loro storia, l\u2019incremento demografico si arresta. La fase fredda culmina intorno al 1850, quando le temperature ricominciano ad aumentare. Contestualmente si assiste a una importante ripresa della natalit\u00e0, favorita anche dalla diffusione su larga scala di nuove colture in grado di fornire un supporto alimentare essenziale. In particolare \u00e8 fondamentale l\u2019avvento della patata. Questa solanacea era stata importata dall\u2019America gi\u00e0 da oltre un paio di secoli, ma aveva riscosso ben poco successo perch\u00e9 ritenuta tossica (in effetti l\u2019alcaloide solanina contenuta nelle patate ancora verdi provoca disturbi enterici). Un documento del 1803 a firma del prefetto di Cuneo sollecita le autorit\u00e0 locali a diffondere la coltura della patata, ritenuta giustamente in grado di costituire una importante risorsa per le popolazioni montane, afflitte da endemico deficit alimentare.<\/p>\n<p class=\"p6\">Dunque nella seconda met\u00e0 del XIX secolo sull\u2019arco alpino si assiste a una nuova esplosione demografica; l\u2019eccesso di popolazione rispetto alle risorse disponibili comporta miseria e deficit alimentare cronico, con un impatto pesantissimo sugli habitat montani a causa della deforestazione esasperata, con riduzione ai minimi termini, quando non totale estinzione, della grande fauna (erbivori e predatori). Nell\u2019ultima parte dell\u2019Ottocento fino alla prima guerra mondiale si attivano imponenti processi migratori dall\u2019Italia verso le Americhe, che coinvolgono anche la popolazione alpina.<\/p>\n<p class=\"p6\">Tuttavia non \u00e8 corretto parlare di societ\u00e0 alpina al singolare, come se si trattasse di un\u2019entit\u00e0 omogenea; questo termine va declinato al plurale in quanto esistono sostanziali differenze tra le varie realt\u00e0, in particolare tra Alpi Occidentali e Orientali. La tradizionale economia montana basata sulle attivit\u00e0 agro-silvo-pastorali vive infatti una situazione di pi\u00f9 grave criticit\u00e0 nelle prime rispetto alle seconde. Le Alpi Occidentali presentano, rispetto a quelle Orientali, maggiori asperit\u00e0 e inferiore disponibilit\u00e0 di aree coltivabili e pascolabili nonch\u00e9 di boschi da legname, con conseguente minore produttivit\u00e0 agricola e zootecnica. Ci\u00f2 che per\u00f2 costituisce la pi\u00f9 rilevante differenza tra le comunit\u00e0 di derivazione culturale latina e germanica \u00e8 la storica caratterizzazione della propriet\u00e0 fondiaria, derivante dai due opposti tipi di diritto ereditario, quello latino, basato sulla spartizione paritaria tra gli eredi, e quello germanico, basato sulll\u2019istituto del maso chiuso. Introdotto dai Bavari sul finire del VI secolo, questo prevede che la propriet\u00e0, alla morte del proprietario, non venga suddivisa fra gli eredi, ma passi a una sola persona, di solito il primogenito maschio. Gli altri coeredi hanno diritto solo a un indennizzo; quelli che scelgono di restare al maso diventano servi agricoli, trattati come persone di famiglia ma non in grado di crearne una propria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-36500 aligncenter\" src=\"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano\/wp-content\/uploads\/sites\/85\/2024\/11\/foto-5.jpg\" alt=\"- CAI\" width=\"300\" height=\"225\" title=\"\"><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p6\">L\u2019istituto del maso chiuso, di durezza e pragmatismo prettamente germanici, ha presentato indiscutibili e notevolissimi vantaggi: ha impedito la frammentazione delle aziende e ha favorito la continuit\u00e0 della propriet\u00e0 famigliare, incentivando cos\u00ec anche la cura del territorio.<\/p>\n<p class=\"p6\">Oggi esistono circa 12.300 aziende riconosciute come masi chiusi. Il problema dell\u2019abbandono delle aree marginali a minore redditivit\u00e0 non ha tuttavia risparmiato del tutto nemmeno l\u2019Alto Adige.<\/p>\n<p class=\"p6\">La Grande Guerra provoca la falcidie di un\u2019intera generazione di giovani montanari, cui segue inevitabilmente una stagnazione demografica. Nel dopoguerra non si assiste ancora a veri e propri fenomeni di totale abbandono, anche perch\u00e9 l\u2019affermarsi della dittatura fascista pone coercitivamente un freno all\u2019emigrazione. Tra le due guerre mondiali nei fondovalle alpini si insediano anche impianti industriali (in prevalenza, ma non solo, dei settori siderurgico e tessile), attratti dall\u2019abbondanza della risorsa acqua necessaria alla produzione di energia e ai processi di lavorazione, i quali hanno pesanti conseguenze ambientali.<\/p>\n<p class=\"p6\">Questi poli industriali di fondovalle, che avevano assorbito mano d\u2019opera locale contribuendo allo spopolamento delle zone agricole montane circostanti, sono entrati in profonda crisi negli anni Ottanta del Novecento, moltissimi hanno chiuso i battenti lasciando sul territorio scheletri fatiscenti di capannoni in abbandono e notevoli criticit\u00e0 sociali e ambientali.<\/p>\n<p class=\"p6\"><span class=\"s1\">Con il secondo conflitto mondiale le giovani leve alpine subiscono un ulteriore, terribile colpo. <\/span><\/p>\n<p class=\"p6\">La falcidie in guerra di due generazioni di giovani montanari nell\u2019arco di poco pi\u00f9 di venti anni \u00e8 stata senz\u2019altro determinante nell\u2019accelerare l\u2019abbandono della montagna e l\u2019inurbamento verificatisi a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, con punte massime negli anni Sessanta-Settanta. Tuttavia le ragioni pi\u00f9 profonde di tale fenomeno epocale sono da ricercarsi nella vera e propria rivoluzione determinata dall\u2019industrializzazione del paese. Fino alla prima met\u00e0 del secolo scorso l\u2019attivit\u00e0 zooagricola costituiva la risorsa fondamentale delle popolazioni di montagna, anche se il sistema spesso mostrava la sua inadeguatezza, come attestano le ripetute ondate migratorie. Erano contadini oltre il 70% dei valligiani. A partire dagli anni Cinquanta il declino dell\u2019agricoltura e del settore primario imbocca un percorso inarrestabile a favore dei settori secondario e terziario, che attirano verso la citt\u00e0 le nuove generazioni. Inoltre l\u2019economia agricola delle pianure, incomparabilmente pi\u00f9 efficiente e redditizia, mette in ginocchio quella montana; lo squilibrio fra lavoro e reddito si fa insostenibile.<\/p>\n<p class=\"p6\">Il progressivo abbandono degli insediamenti montani ha innescato, in tempi relativamente brevi, un meccanismo di riforestazione spontanea tuttora in atto: si pensi che tra il 1985 e il 2015 la superficie boscata del Piemonte \u00e8 aumentata del 20%, con un indice di boscosit\u00e0 in montagna del 57%. All\u2019abbandono dell\u2019uomo e alla riforestazione spontanea ha fatto seguito il ritorno della grande fauna di ungulati (cinghiali, caprioli, cervi) e, a partire dalla met\u00e0 degli anni Novanta, \u00e8 tornato il lupo sulle montagne del Piemonte Sud-occidentale.<\/p>\n<p class=\"p6\">In una prima fase postbellica l\u2019industria idroelettrica dei grandi invasi sembrava poter rappresentare l\u2019unica prospettiva di futuro per la montagna. Poi si \u00e8 rivelata come uno sfruttamento estremo della risorsa probabilmente pi\u00f9 preziosa della montagna, l\u2019acqua, con ritorno economico relativamente modesto per il territorio. Infatti la progressiva automazione degli impianti ha ridotto ai minimi termini l\u2019iniziale disponibilit\u00e0 di posti di lavoro per i valligiani. Per contro \u00e8 stato salato il conto ambientale da pagare.<\/p>\n<p class=\"p6\">Poi, a cavallo del nuovo millennio, l\u2019industria idroelettrica, questa volta nella versione pi\u00f9 ridotta ma molto pi\u00f9 capillare del \u201cpiccolo idroelettrico\u201d, si \u00e8 ripresentata nelle vallate alpine con rinnovata aggressivit\u00e0, sempre con l\u2019illusoria promessa di costituire la soluzione dei problemi per i comuni montani. Buona parte dei torrenti alpini sono stati ridotti quasi a rigagnoli, malgrado l\u2019imposizione da parte dalla pubblica amministrazione dell\u2019obbligo di rilascio dalle opere di captazione del cosiddetto \u201cdeflusso minimo vitale\u201d, spesso pi\u00f9 teorico che reale.<\/p>\n<p class=\"p6\">Non tutte le zone montane sono per\u00f2 andate incontro all\u2019abbandono: a partire dagli anni Sessanta nei siti vocati si \u00e8 affermata l\u2019economia ludico-turistica dello sci di pista, con il suo devastante corollario di scempi edilizi e impatti ambientali vari. Una vera ubriacatura. I buoni innevamenti di quel periodo hanno dato un frenetico impulso alla proliferazione di stazioni sciistiche, anche piccole e piccolissime. La montagna \u00e8 stata trasformata in una sorta di luna park per le vacanze del consumismo trionfante: le conseguenze non molti anni dopo si sono manifestate in tutta la loro negativit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"p6\">Dagli anni 2000, in seguito al diminuire delle precipitazioni nevose e a una perdurante inadeguatezza delle infrastrutture, concomitanti con una tendenza economica di decrescita, \u00e8 cominciato un riflusso che sembra irreversibile. A parte alcune stazioni pi\u00f9 importanti, quelle non ancora chiuse dopo anni di stentata sopravvivenza versano in condizioni permanenti di crisi.<\/p>\n<p class=\"p6\">Con Enrico Camanni possiamo affermare che il tema dei temi del secondo Novecento alpino \u00ab\u00e8 la propagazione della nuova cultura consumistica, smaniosa e imprevidente, in grado di erodere in pochi decenni il tessuto della civilt\u00e0 preesistente. Quel che non era riuscito in mille anni alle valanghe, alle frane, agli inverni, alle alluvioni, alle epidemie, agli eserciti, ai tiranni e agli invasori, riesce nell\u2019ultimo minuto dell\u2019orologio alpino a un modello cos\u00ec forte e persuasivo da stravolgere il territorio e soffocare le voci dissenzienti. Il crogiolo di popoli ed esperienze che, immigrazione dopo immigrazione, si \u00e8 sedimentato nelle Alpi apportando nuove tecniche e nuove idee, e costruendo una singolare <span class=\"s1\">identit\u00e0 della diversit\u00e0, viene sradicato da un invasore che dispone di un potere subdolo e micidiale: il potere di omologare anche le montagne\u00bb.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-36501 aligncenter\" src=\"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano\/wp-content\/uploads\/sites\/85\/2024\/11\/foto-7.jpg\" alt=\"- CAI\" width=\"300\" height=\"225\" title=\"\"><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p6\"><span class=\"s1\">Negli anni recenti, a fronte del conclamato fallimento degli sterili modelli di sviluppo impostati sulla logica consumistica e con la perdurante crisi occupazionale soprattutto giovanile, si \u00e8 andata formando dal basso una spinta verso la ricerca di progetti esistenziali e imprenditoriali alternativi nelle idee e innovativi nelle tecniche. Questo non vagheggiando un anacronistico ritorno<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>ai \u201cbei tempi antichi\u201d, che idilliaci non sono mai stati, ma puntando creativamente alla valorizzazione non predatoria delle risorse locali, dalla selvicoltura conservativa all\u2019agricoltura specializzata, dall\u2019allevamento di qualit\u00e0 alle produzioni agroalimentari di pregio e all\u2019enogastronomia tipica, dall\u2019artigianato al turismo \u201clento\u201d, dalla promozione dei patrimoni storici e dei giacimenti culturali alla sperimentazione di nuove professioni al passo con i tempi, basate sulle specificit\u00e0 territoriali. <\/span><\/p>\n<p class=\"p6\">Tale nuova prospettiva si \u00e8 gi\u00e0 concretizzata in realt\u00e0 non pi\u00f9 solo pionieristiche anche a opera di \u201cneomontanari\u201d e di \u201critornanti\u201d. D\u2019altro canto possono essere introdotte innovazioni solo grazie a chi della montagna fa una consapevole scelta di vita, non a chi la subisce come una condanna. Compito di una classe politico-amministrativa all\u2019altezza sarebbe quello di disegnare linee politiche coerenti e organiche, non di accanirsi a promuovere frammen<span class=\"s1\">tari progetti neoconsumistici (incremento dell\u2019accesso di mezzi fuoristrada alle strade in quota, nuovi impianti sciistici, creazione di distretti destinati all\u2019eliski, eccetera), come se le disastrose esperienze gi\u00e0 fatte non servissero a nulla. Sotto questo aspetto abbiamo localmente esempi virtuosi di amministratori illuminati, purtroppo ancora ampiamente minoritari.<\/span> Anche gli enti di gestione delle aree protette, cos\u00ec come associazioni quali il CAI, devono essere in prima fila (gi\u00e0 hanno dimostrato di saperlo fare) nella promozione di una nuova e buona economia di montagna, basata sulla tutela dell\u2019integrit\u00e0 ambientale, vero patrimonio delle terre alte e carta vincente su cui puntare, nonch\u00e9 sulla valorizzazione ecocompatibile delle molte risorse disponibili, materiali e culturali.<\/p>\n<p class=\"p6\">Tuttavia, non si pu\u00f2 sottacere come sul futuro delle Alpi, e su quello dell\u2019intero pianeta, gravi in prospettiva l\u2019incognita del riscaldamento globale. Abbiamo visto come le vicende umane siano sempre state condizionate da quelle climatiche, caratterizzate dal susseguirsi di periodi freddi alternati a periodi pi\u00f9 caldi. Queste dinamiche storiche vengono attribuite ai mutamenti ciclici dell\u2019assetto orbitale del nostro pianeta (cicli di Milankovic\u00b4), con interferenza delle variabili rappresentate dall\u2019attivit\u00e0 solare e dalle eruzioni vulcaniche.<\/p>\n<p class=\"p6\">Il fenomeno del riscaldamento globale, attivatosi e incrementatosi dalla met\u00e0 del XX secolo, con progressivo e incalzante aumento delle temperature medie della superficie della terrestre, \u00e8 invece riconducibile a cause umane, secondo la valutazione ormai condivisa dalla quasi totalit\u00e0 del mondo scientifico (abnorme emissione di gas serra e conseguente effetto serra).<\/p>\n<p class=\"p6\">Il riscaldamento in atto non \u00e8 uniforme, ma presenta un picco massimo nell\u2019emisfero settentrionale, con particolare interessamento della catena alpina. Tra noi appassionati di montagna, quelli anagraficamente meno giovani sono testimoni diretti di quanto impressionante sia stato il ritiro dei ghiacciai alpini nel periodo brevissimo (geologicamente un istante) di una cinquantina di anni!<\/p>\n<p class=\"p6\">Tra il primo trattato sul clima firmato a Rio de Janeiro nel 1992 durante lo storico summit sulla Terra, dal quale \u00e8 poi derivato il Protocollo di Kyoto del 1997 (teoricamente in vigore dal 2005) fino alla COP 25, svoltasi a Madrid nel dicembre 2019, le conferenze internazionali sul clima si sono succedute con risultati purtroppo inversamente proporzionali agli sforzi profusi. Gli enormi quanto miopi interessi degli stati sembrano sempre avere il sopravvento sull\u2019interesse comune dell\u2019umanit\u00e0. Vengono in mente i manzoniani polli di Renzo, che mentre andavano incontro al loro destino non pensavano ad altro che a beccarsi tra loro.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 <\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p6\" style=\"text-align: center\"><span class=\"Apple-converted-space\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-36502\" src=\"https:\/\/organizzazione.cai.it\/commissione-centrale-tutela-ambiente-montano\/wp-content\/uploads\/sites\/85\/2024\/11\/foto-4.jpg\" alt=\"- CAI\" width=\"300\" height=\"225\" title=\"\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>ANDRA&#8217; TUTTO BENE ? 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