L’albero è bruciato, il ghiacciaio si scioglie. Storie di erosione e trasformazioni

Un racconto a cura di Roberta Grillo

A fine agosto 2014 avevo appena compiuto quindici anni. Quell’estate, come da tradizione, io e la mia famiglia trascorrevamo qualche giorno in montagna, in Trentino nella fattispecie, ma per qualche motivo, forse legato all’impossibilità di organizzarsi con il lavoro, mio fratello non era potuto venire ed eravamo soltanto io e mio padre.

La vera guida, con più esperienza e capacità nel selezionare percorsi adatti al nostro livello, era mio fratello, motivo per cui in quell’occasione diversa dal solito abbiamo preferito scegliere escursioni più brevi e semplici, per non esporci a pericoli o rischiare di non orientarci e perdere la traccia dei sentieri. Quel giorno avevamo letto da qualche parte, su Internet o su una di quelle brochure esposte nella reception dell’albergo, di un percorso sul Monte Stevia semplice ma suggestivo quanto a paesaggi, e abbastanza breve da permetterci di scendere in paese già per l’ora di pranzo. Era un sentiero largo e poco pericoloso, una sorta di mulattiera con tornanti che rendevano i
nostri passi lenti ma costanti. Così siamo saliti con calma, affiancati, tranne alcuni momenti in cui staccavo di qualche metro mio padre. Ha sempre detto che sono una capretta o uno stambecco. Comunque in fondo alla salita mi giravo per vedere dove fosse e mi fermavo per farmi raggiungere.

Le nostre aspettative sulla vista non sono state affatto deluse: una volta arrivati sull’altopiano denominato ‘Belvedere dello Steviola’, dinanzi a noi si apriva uno scenario ampio e incantevole sulla Val Gardena e i monti che la rendono così spettacolare. I nostri occhi seguivano ammirati le cime stagliarsi una dopo l’altra: il Sassolungo e il Sassopiatto, il Massiccio del Sella, le creste affilate delle Odle e il volto riconoscibile dello Sciliar. Una simile catena montuosa è tale da non poter lasciare nessuno indifferente: il ventaglio di sfumature di bianco, i volumi possenti, punte a dir poco intimidatorie. Diventa immediatamente chiaro cosa intendevano autori e artisti tra ‘700 e ‘800 quando parlavano di sublime, quella sensazione di stupore misto a sgomento che si prova davanti a certi scenari naturali.

Ma a un certo punto un elemento più piccolo e umile, giusto accanto a noi, richiamò la mia attenzione. Sull’altopiano da cui godevamo di quella splendida vista si leva tutt’oggi, solitario e quasi sfacciato, un albero dai rami lunghi e dall’arcatura ampia. Ci si accorge quasi subito che è bruciato, la corteccia è secca e c’è qualcosa di sinistro. Su di lui non cresce più nulla. Eppure guardatelo, vi sembra morto? Con quel panorama tutt’intorno a sé e quelle braccia che sembrano protrarsi verso il cielo?

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L’albero bruciato che domina la Val Gardena

La solitudine di quell’albero, monumento che da chissà quanto sorveglia silenziosamente l’intera valle, fu ciò che mi colpì di più in quel momento. Poi, passati i primi istanti di meraviglia e dopo aver scattato alcune foto ricordo, mio padre notò una di quelle cassette che si trovano spesso sulle cime, dove sono conservati diari su cui lasciare una data e un saluto. Si avvicinò e, evidentemente ispirato, scrisse qualcosa anche lui. A lungo.

Lo guardavo di schiena, ricurvo sulla pagina con la penna muoversi tra le dita. Davanti a quel paesaggio mi venne spontaneo associarlo ai monti che apparivano dietro di lui.
Massiccio, giudizioso, solenne, gli aggettivi che le cime evocavano, gli stessi che fin da piccola attribuivo a mio padre. Un muro forte e solido come lo Sciliar, i piedi per terra, i valori e le esperienze raccolte nel tempo come le coste del Gruppo del Sella. Un porto sicuro, o anche un castello di pietra, regale e autorevole, che ti accoglie tra le sue pareti e torri imponenti. Al tempo stesso, il volto severo di colui che conosce la strada e conviene ascoltare.

Ero curiosa di sapere cosa stesse scrivendo da tutto quel tempo, ma per rispetto scelsi di non sbirciare né tantomeno di chiedere. Mi pareva assorto, e non volevo distoglierlo da quel momento di profondità, verosimilmente ispirato dallo scenario immenso che ci circondava. In quell’istante decisi che il giorno in cui mio padre non ci sarebbe stato più sarei tornata sul Monte Stevia, ripercorrendo lo stesso sentiero fatto assieme, e avrei cercato il pensiero che aveva lasciato sul diario durante la nostra escursione. Una sorta di rituale catartico e simbolico, della cui stessa ideazione erano senz’altro complici tanti film, ma che mi ha permesso di fissare nella mente il ricordo di quella giornata e di quello spaccato unico sulla Val Gardena. Ma quel giorno potrebbe non essere poetico come nei film. Forse non troverò mai il suo messaggio, oppure troverò qualcosa di completamente diverso da ciò che mi aspetto. Ma non è questo ciò che conta. Non posso prevedere ciò che proverò, ciò che conta è qui e ora, mentre osservo i placidi monti raccontare storie di milioni di anni, l’albero che benché bruciato resta in piedi, e la schiena di mio padre, segnata ma ancora forte e resistente.

Così riflettevo sullo scorrere del tempo, sulla sua preziosità ma anche sulla sua banalità nel proporre cicli di vita più o meno lunghi, ma sempre uguali, tra le diverse creature che abitano la terra: la vita, la morte, i cui confini appaiono ora così labili, e le trasformazioni che avvengono in entrambi gli stati.

…

A metà agosto 2026, mancavano pochi giorni al mio ventisettesimo compleanno. Sono passati 12 anni, siamo di nuovo in montagna, stavolta tutti e tre. Quest’estate abbiamo scelto come meta la Valtellina, e in particolare abbiamo fatto un’escursione con una vista mozzafiato sul Ghiacciaio dei Forni. Uno dei più estesi ghiacciai d’Italia, e tuttavia ridottosi enormemente negli ultimi due secoli. Si vedono i resti di una larga lingua, oggi ghiacciata solo in parte. Da un lato, un gigante che è stato meta di soldati, studiosi ed escursionisti, dall’altra un vecchio che perde frammenti di vigore ogni anno che passa.

Mio padre? Lui si stanca un po’ prima, preferisce fare brevi passeggiate, ma appare solido come un tempo, anzi, se possibile oggi mi appare ancora più imponente. E ha questo dono: preserva insieme i segni dell’anziano con quelli del bambino, proprio come i grandi saggi. Intanto i monti intorno a noi, in modo apparentemente impercettibile, si sgretolano, ingrigiscono e presentano rughe nuove, mentre vivono la loro vita da testimoni lungimiranti.

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Foto scattata da mio padre sul Monte Stevia