Un racconto a cura di Paolo Cavallanti
“Ci sei dentro.
Il mostro è apparso all’improvviso ed ha aperto le sue fauci.
Eri attento, sicuro di Te, eppure non è bastato.
I colori cambiano in un attimo, il blu terso lascia lo spazio al bianco, la polvere di neve si fa
stranamente beige, poi diventa ocra, infine marrone e poi in basso tutto si fa nero.
Un nero diverso. Potente.
Un nero che inghiotte.”
Sono Paolo Cavallanti, Alpinista ed Istruttore di Alpinismo della sezione CAI di Codogno, e scrivo di un incidente realmente accaduto nei primi giorni di Agosto del 2015. La storia che vado brevemente a raccontare si svolge nella spettacolare cornice del Parco Nazionale dello Stelvio, durante la traversata in alta quota (sopra i 3000 metri) che unisce il Monte Cevedale al Monte Vioz. Accompagnato da Edo e Paolo M. (“Monti”), miei compagni di cordata, ho tentato questo itinerario che potremmo definire come una classica “cavalcata” su neve e ghiaccio, una esperienza di grande bellezza che è tuttora molto ambita dagli alpinisti.
Il cuore del racconto è l’incidente che interrompe la spedizione: in prossimità della vetta del Palon de la Mare (3703 mt.), mentre sto saggiando la neve con la piccozza, il terreno cede improvvisamente e precipito in un crepaccio a campana — una voragine che, sotto una fessura in superficie, si allarga nel sottosuolo — passando in un istante dalla luce del sole al buio profondo.
“Quell’attimo di tensione. La tua esitazione.
Il volo, poi.
Ben presto, invece, realizzi che urlare non serve.
Dopodiché comprendi che la corda è tesa e che i tuoi compagni non ti hanno seguito.
Ne sei felice.”

In queste poche righe ho cercato di descrivere con vivida intensità i momenti trascorsi all’interno del crepaccio: la solitudine estrema, il freddo “primitivo” e crudele, e lo smarrimento iniziale, bilanciati dalla determinazione a sopravvivere. La narrazione diventa un momento di profonda riflessione interiore. Laddove analizzo il contrasto tra il “nero” dell’abisso in cui sono caduto ed il “blu” del cielo che rappresenta la vita, un dualismo che diverrà centrale nella mia esperienza di uomo ed alpinista.
“I colori del ghiaccio.
Ti hanno insegnato che il ghiaccio è bianco. Mentivano.
Ci sono venature di ghiaccio beige, marroni, alcune righe nere.
Il blu è il colore dominante e sembra abbia mille sfumature e tonalità che l’occhio umano
difficilmente potrà vedere.”
Nonostante lo shock e la difficoltà della posizione, la lucidità prevale: facendo appello alla mia preparazione tecnica, riesco a piazzare una vite da ghiaccio per assicurarmi e, grazie all’uso di un nodo autobloccante (Prusik), intraprendo una faticosa risalita, assistito dalla corda tesa dai compagni rimasti (salvi per fortuna) in superficie.
“4 agosto: orario non pervenuto.
Buongiorno Paolo. Come va?
Sento delle voci che non riconosco.
“Look mommy, there’s an aeroplane up in the sky”.
Sento qualcosa o qualcuno che mi sta parlando.
Che mi sta chiamando. Ma chi?”
Il racconto non si limita alla cronaca del salvataggio, ma esplora il legame profondo tra l’alpinismo e la quotidianità. Vedere la vita come una scalata che nasconde insidie: cadere e rialzarsi sono parte integrante dell’esperienza umana, e la fortuna gioca un ruolo cruciale tanto quanto la preparazione tecnica. In questo caso il team, composto dagli amici Edo e Monti, si rivela fondamentale; la loro preparazione e solidarietà sono essenziali per il lieto fine.

“Il candidato definisca in parole semplici che forma ha un crepaccio e provveda al calcolo
della sua profondità mediante la stima della luce che filtra attraverso di esso.
Potrebbe essere un valido quesito di esame per aspiranti alpinisti.
Oppure la peggior trama per un film horror.
Specie perché sono dentro un crepaccio a cercare la luce. Penzolante nel buio.”
In conclusione: queste righe rappresentano un inno alla montagna ed alla resilienza.
Una storia in cui sottolineo come, sebbene il pericolo sia una costante dell’alpinismo, l’esperienza di essere “dentro” il ghiacciaio mi abbia profondamente cambiato, lasciandomi un ricordo indelebile di quei colori opposti, destinati a rimanere i più significativi della mia esistenza.
“C’è chi vede la caduta in un crepaccio come la fine. Nella mia caduta all’inizio c’è stato
biasimo, c’è stata rabbia e c’è stata paura. Ma dopo è arrivata la determinazione ad
uscirne.
Una determinazione forte. Fortissima.
Mi sono detto: ‘Paolo non lasciare che questo crepaccio ti possa mettere a terra. Usalo
come lezione e come motivazione.’
Così è stato infatti.”
Un crepaccio è un poco la metafora della vita: la vita è tutto quello che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti. E in un crepaccio puoi sempre cadere di nuovo.
“Il crepaccio è perdere tutto. Uscire è ricominciare. Uscire è non arrendersi.”
PS: sul Palon de la Mare sono poi tornato tante altre volte.