{"id":115,"date":"2023-05-27T17:17:29","date_gmt":"2023-05-27T17:17:29","guid":{"rendered":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/chi-siamo\/la-storia-della-sezione\/"},"modified":"2023-05-27T17:17:29","modified_gmt":"2023-05-27T17:17:29","slug":"la-storia-della-sezione","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/chi-siamo\/la-storia-della-sezione\/","title":{"rendered":"La Storia Della Sezione"},"content":{"rendered":"<p><strong>La Storia<\/strong><\/p>\n<p>Mentre raccogliamo e analizziamo documenti, articoli, testimonianze per ricostruire in modo ampio ed attendibile la storia del CAI a Valmadrera, continuamente verifichiamo che la presenza delle montagne lascia nei nostri cuori un segno profondo accompagnato da ricordi di duro lavoro e di fatica condivisa, da legami di amicizia e di gioiose compagnie, insieme a timore davanti all\u2019imponenza delle cime, a voglia di conoscere e di misurare le proprie forze. Per i nostri antenati la montagna \u00e8 stata a lungo importante risorsa per la sussistenza delle famiglie: nel 1600 \u201cla comunit\u00e0 di Valmadrera e i suoi uomini\u201d avevano il diritto di usare in comune i monti del territorio che fornivano: legna da ardere, fieno, strame, lumache, pascolo per le mucche ed anche sassi per fare calcina. In un\u2019economia povera erano prodotti cos\u00ec importanti che tutti gli abitanti usavano insieme e insieme proteggevano le loro montagne, imparando ad amarle.<\/p>\n<p>Ci vengono in mente I Promessi Sposi, Lucia con \u201cAddio, monti sorgenti dall\u2019acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi \u00e8 cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente\u201d, ma anche Renzo in cammino da Monza a Milano quando \u201cvide quella granmacchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una citt\u00e0, ma sorgesse in un deserto; e ferm\u00f2 su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell\u2019ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all\u2019orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sent\u00ec tutto rimescolare il sangue, stette l\u00ec alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristemente si volt\u00f2, e seguit\u00f2 la sua strada.\u201d<\/p>\n<p>\u201cQuella cresta frastagliata di montagne\u201d delle Prealpi che Renzo paragona alle guglie dell\u2019ottava meraviglia del mondo \u00e8 nel cuor di tutti coloro che sono nati o cresciuti alle loro pendici o che hanno imparato a conoscerle, frequentandole. Ancor oggi, percorrendo la superstrada da Milano verso Lecco, \u00e8 possibile cogliere in alcuni punti quella che fu la visione di Renzo: la fretta, il traffico, la quotidianit\u00e0 ci impediscono di soffermare lo sguardo, ma quando stiamo un po\u2019 pi\u00f9 a lungo lontani dal nostro territorio, la visione della \u201ccresta frastagliata di montagne\u201d ci fa balzare il cuore e ci fa sentire finalmente a casa perch\u00e9 le montagne sono parte di noi e della storia della nostra comunit\u00e0. Torniamo a Valmadrera con un gruppo di giovani escursionisti animati dal desiderio di lasciare sui monti un segno tangibile del loro attaccamento alle montagne, che fosse testimonianza per le generazioni future dei loro sogni e delle loro imprese\u2026, ma lasciamola parola ad uno di loro, Luigi Corti:<\/p>\n<p>\u201c<em>Ricordo con nostalgia, come se fosse stato ieri \u2013 e invece quanti anni sono passati -, quando nel 1937 decidemmo di mettere una croce sul GianMaria, quale simbolo della nostra fede e del nostro attaccamento alle montagne e quale punto di partenza per ci\u00f2 che dei nostri sogni avremmo realizzato. A quei tempi alpinisti a Valmadrera ce n\u2019erano pochi, e questi stessi si limitavano a fare dell\u2019escursionismo salendo e scendendo le nostre montagne. Noi eravamo un piccolo gruppo, per di pi\u00f9 molto giovani, e le nostre aspirazioni erano spesso derise e incomprese. Il nostro desiderio era di formare un\u2019associazione di tutti gli appassionati della montagna, per poter fare cose sempre pi\u00f9 grandi.<\/em><\/p>\n<p><em>Allora, per noi, l\u2019iscrizione al CAI era un\u2019utopia o, quantomeno, un privilegio di pochi alpinisti gi\u00e0 affermati. \u201cSono degli incoscienti, delle teste matte!\u201d ci sentivamo dire, quando, con i nostri zoccoli chiodati (che erano la nostra caratteristica) salivamo a Pianezzo dove ci potevamo esercitare sulla roccia, salendo il Pilastrello e il Gian-Maria con corde rudimentali che oggi farebbero ridere. Fu cos\u00ec che una domenica decidemmo di mettere sul GianMaria una croce che costruimmo con le nostre mani e facemmo poi benedire dal parroco Don Arturo Pozzi.<\/em><\/p>\n<p><em>Per noi quella croce era come un simbolo, come qualcosa che ci teneva uniti e ci spronava a fare sempre di pi\u00f9. Poi dovemmo partire per il servizio militare, ci fu la guerra, e qualcuno di noi purtroppo non torn\u00f2 pi\u00f9. Quando ci ritrovammo di nuovo, pi\u00f9 maturi, sempre con la stessa passione e lo stesso amore per le montagne, decidemmo che anche a Valmadrera era tempo di organizzarsi in associazioni, affinch\u00e9 altri giovani con gli stessi ideali potessero accostarsi all\u2019alpinismo. I tempi erano maturi e la mentalit\u00e0 della gente era cambiata, le cose che allora sembravano impossibili ora si potevano realizzare, e cos\u00ec, a dieci anni di distanza, nel 1947, fondammo la SEV -associazione locale- e due anni dopo la sottosezione del CAI. Il nostro sogno pi\u00f9 grande era diventato realt\u00e0; anche Valmadrera veniva finalmente annoverata tra le fila del pi\u00f9 grande sodalizio alpino nazionale.<\/em><\/p>\n<p><em>Come inizio di una pi\u00f9 vasta attivit\u00e0, decidemmo di salire sul Monte Rosa e, successivamente sul Cervino; queste ascensioni ci diedero una grande soddisfazione: finalmente avevamo messo piede su due \u201cquattromila\u201d, su due giganti d\u2019Europa. Fu per la nostra sottosezione un passo avanti, un invito ad altre cime, un esempio che altri Valmadreresi imitarono ripetendo pi\u00f9 volte l\u2019ascensione di queste splendide montagne.<\/em><\/p>\n<p><em>Ormai la strada del vero alpinismo era aperta: due giovani promesse, Carlo Rusconi ed Elvezio Dell\u2019Oro, si affermavano su vie sempre pi\u00f9 ardimentose, tracciate da alpinisti di fama internazionale. Purtroppo pagarono con la vita il loro amore per la montagna; fu per tutti noi un duro colpo, per alcuni uno scoraggiamento. Ma la croce del GianMaria stava l\u00e0, come invito a salire. Altri giovani, infatti, iniziarono su questa palestra le loro prime timide salite, che li avrebbero successivamente portati alle grandi imprese che tutti conosciamo.<\/em><\/p>\n<p><em>Siamo nel 1965 quando da sottosezione passiamo a sezione, l\u2019anno in cui si celebra in tutta Italia il primo centenario della conquista del Cervino. In questa ricorrenza, tenuto conto del buon numero di soci che gi\u00e0 sono saliti su quella bellissima montagna, ci viene concessa dal presidente onorario delle guide del Cervino l\u2019autorizzazione per formare, in seno alla novella sezione il Club degli amici del Cervino. Altre mete vengono raggiunte, tre le pi\u00f9 importanti la Scuola Nazionale di Alpinismo in funzione ormai da quattro anni e diretta ultimamente dal nostro Giovanni Rusconi istruttore nazionale, che, per onorare la memoria del fratello Carlo, ne ha seguito le orme.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Nel primo registro recuperato recentemente risalente al 1951 figurano iscritti 54 soci, alcuni dei quali trasferiti dalla Sezione madre di Lecco, tra questi Darvini Dell\u2019Oro, Luigi Corti, don Antonio Redaelli, Mario Pirola e Francesco Sandionigi e due donne, Rachele Gavazzi e Silvana Pontiggia. Una terza Maria Giovanna Imperatori risulta iscritta nel 1950, mentre quest\u2019ultima ha rivolto la sua attivit\u00e0 prevalentemente all\u2019escursionismo, Rachele Gavazzi oltre a salire alcuni quattromila nel massiccio del Monte Rosa e Bernina ha svolto una notevole attivit\u00e0 arrampicatoria sia sulle nostre montagne che nelle Dolomiti con personaggi di primo piano tra cui Gino Sold\u00e0.<\/p>\n<p>Anche Silvana Pontiggia, dal carattere esuberante e portato all\u2019avventura ha visitato le grandi montagne dell\u2019arco alpino compiendo salite di notevole rilievo legata in prevalenza alla corda di Gigi Vitali e Ginetto Esposito, sempre con i due forti alpinisti ha salito vie si notevole difficolt\u00e0 sulle pareti delle Grigne, del Masino e delle Dolomiti.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 all\u2019inizio degli anni trenta appassionati escursionisti valmadreresi avevano iniziato a salire i monti della zona di Pianezzo, non avevano formato un vero gruppo, ma si sentivano accomunati dalla voglia di conoscere la montagna: nessuno insegnava loro le tecniche di arrampicata, ma tutti procedevano per tentativi utilizzando attrezzature \u201cdi fortuna\u201d.<\/p>\n<p><em>\u201cIl 28 aprile 1934 \u00e8, per l\u2019alpinismo lecchese, \u2026una data decisiva per capire la tendenza a fare gruppo propria del modo di andare in montagna sviluppatosi in quest\u2019area geografica. Nasce quel giorno il GAFNI (Gruppo Arrampicatori Fascisti Nuova Italia),\u201d<\/em>\u00a0meglio, nasce la sezione lecchese del GAFNI, il primo vero gruppo alpinistico italiano, voluto dal regime fascista con scopi militari e propagandistici, nel periodo del ventennio \u201c<em>il regime usava tutti i mezzi possibili per fare breccia tra i giovani<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Il GAFNI diede a tanti appassionati di montagna la possibilit\u00e0 di avvicinarsi all\u2019alpinismo e contribu\u00ec a fare del lecchese un territorio con forti tradizioni alpinistiche.<\/p>\n<p>\u201c<em>Anche l\u2019alpinismo valmadrerese ha attinto a quel gran serbatoio di tecnica che era il GAFNI e Darvini Dell\u2019Oro, che \u00e8 il capostipite dell\u2019alpinismo nostrano, ha mosso i primi passi proprio in questa associazione. Ben presto, negli anni che precedettero la guerra, Darvini divenne il leader dei gruppetti di alpinisti valmadreresi che frequentavano la Grigna\u2026 in quegli anni le gite in Grigna si svolgevano partendo a piedi la sera del sabato da Valmadrera, dormendo all\u2019aperto sul piazzale della chiesetta ai Resinelli per poi dedicare la giornata di domenica alle arrampicate sulle guglie pi\u00f9 famose del gruppo<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>\u201c<em>Gli escursionisti valmadreresi, che scherzosamente tra loro si chiamavano CAZ, Compagnia Alpinistica Zoccoli, per via degli zoccoli ferrati \u2013 gli scarponi erano un miraggio, ne ebbe un paio Darvini Dell\u2019Oro dal GAFNI insieme ad alcune corde professionali, mentre i suoi amici adattavano le corde per legare il fieno, \u201cprese a prestito\u201dda nonni o genitori contadini e private dai \u201csughett\u201d-, arrivavano fino a Laorca dove venivano riconosciuti per il rumore che li accompagnava, proseguivano per la Val Calolden fino ai Piani Resinelli, quindi arrampicavano sulle pareti della Grigna a piedi nudi, -racconta Luigi Corti, uno dei fondatori del Gruppo CAI-. Quando invece la meta era il Pizzo dei Tre Signori, dovevamo raggiungere Introbio in bicicletta, fortunatamente ci era concesso ricoverare la bicicletta nella casa del Parroco, grazie alla nostra amicizia con un allora giovane sacerdote valmadrerese, oggi monsignor Bernardo Citterio<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>Dal 1939 Darvini Dell\u2019Oro, insieme all\u2019amico Pierino Dell\u2019Oro, si sent\u00ec maturo per mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti in seno al GAFNI e aprire vie tutte valmadreresi sui Corni di Canzo: nel settembre tracci\u00f2 a soli diciassette anni la via sul Corno Orientale e nel maggio del 1940 quella sul Corno Rat, della quale Darvini conserva ricordi vividi e pittoreschi.<\/p>\n<p>\u201c<em>Il primo tentativo l\u2019abbiamo fatto con la corda da muratore del mio pap\u00e0. Avevamo quattro chiodi in tutto ed io, a dire il vero, volevo tornare indietro, ma il Pierino da sotto mi diceva :\u201dT\u00e0chess ai brocch\u201d<\/em>\u00a0(attaccati ai cespugli).\u00a0<em>Gli ho dato retta. Poi sono salito in piedi a un blocco e quello s\u2019\u00e8 lasciato gi\u00f9, mi sono salvato attaccandomi all\u2019unico cespuglio e abbiamo proseguito. \u201cEh\u2026 gh\u2019\u00e8 dent un bel tuchelin drezz\u2026<\/em>\u201d (che si potrebbe tradurre, in linguaggio da nota tecnica odierna: segue un tratto verticale)\u2026\u201d<\/p>\n<p>\u201c\u2026<em>Siamo tornati all\u2019attacco \u201cla festa dopo\u201d, armati di due corde da cinquanta metri prestateci dal Galbusera, uno pi\u00f9 vecchio di me che mi aveva portato a fare l\u2019Angelina alla mia prima uscita in Grigna, prima ancora di conoscere il Ginetto.<\/em>\u201d Molti valmadreresi che si trovavano a San Tomaso seguivano con fin troppo interesse il nuovo tentativo di scalata:\u00a0<em>\u201cVenivano sotto alla parete. E noi a gridare di togliersi di sotto che cadevano sassi. In certi punti, dove la roccia era pi\u00f9 sporca i sassi volavano solo a guardarli. Fra i curiosi c\u2019erano anche le autorit\u00e0 del Comune, evidentemente interessate a tutte le attivit\u00e0 sportive. Mi ricordo, infatti, che il Comune organizzava diverse attivit\u00e0: ginnastica, bicicletta, corsa.<\/em>\u201d<\/p>\n<p>Va ricordato che per passare sulla liscia placca della quarta lunghezza Darvini lanci\u00f2 una corda con appesi dei chiodi su un alberello che si trovava dalla parte opposta della placca. Riuscita l\u2019operazione il capo della corda arriv\u00f2 al secondo della cordata, Pierino Dell\u2019Oro, il quale riusc\u00ec a farlo pervenire a Darvini. I due sulla parete ancorarono la corda e passarono cos\u00ec l\u2019ultimo ostacolo. Tale corda rimase fino all\u2019anno successivo (1941) quando Mario Canali e Giuseppe Dell\u2019Oro (Zipa) misero un tondino di acciaio \u201cvergela\u201d che rest\u00f2 fino alla met\u00e0 degli anni sessanta.<\/p>\n<p>Nel mese successivo, giugno 1940, l\u2019Italia entr\u00f2 in guerra a fianco della Germania; il conflitto mondiale chiese il sacrificio di tutti, \u201c<em>la punta di diamante dell\u2019alpinismo valmadrerese si vide destinata ad Aosta, pi\u00f9 precisamente alla Scuola Militare Alpina\u2026 Darvini ebbe modo di iniziare anche la pratica dello sci, e durante l\u2019inverno 1941- 1942 prese parte a un corso invernale di sci ed alta montagna al Rifugio Casati, unendo in questo modo al suo bagaglio personale la conoscenza di quelle tecniche di progressione e discesa che vennero inseguito insegnate al primo gruppo di sci alpinisti del nostro paese.<\/em>\u201d<\/p>\n<p>Il 6 settembre 1942 fu una delle giornate pi\u00f9 singolari della cronaca alpinistica dei Corni di Canzo: \u201c<em>due fortissimi arrampicatori calolziesi, Ercole Esposito, detto Ruchin, e Alfredo Colombo rispettivamente in compagnia del lecchese Emilio Galli e del milanese Gianfranco Ferrari<\/em>\u201d, tutti e quattro alpinisti della sottosezione CAI Alfa Romeo, attaccarono la parete Nord Est del Corno Centrale e vi aprirono due nuove vie, in quel momento le pi\u00f9 difficili di quelle montagne.<\/p>\n<p>La guerra continu\u00f2, e la pratica dell\u2019alpinismo venne temporaneamente abbandonata sui monti \u201c<em>i boschi erano costantemente ripuliti dal legname, fonte vitale per trascorrere gli inverni attorno al camino, mentre le rocce in silenzio, aspettavano il risveglio delle attivit\u00e0<\/em>\u201d. Le montagne ospitavano e sembravano favorire con le loro asperit\u00e0 e gli anfratti la guerra di Resistenza.<\/p>\n<p>La fine delle ostilit\u00e0 nel 1945 riport\u00f2, insieme alla voglia di rinascita morale ed economica, \u201c<em>l\u2019inizio di una pi\u00f9 vasta serie di attivit\u00e0 in montagna. Tra i giovani pionieri valmadreresi non \u00e8 da dimenticare la figura di Mario Pirola. Le sue prime attivit\u00e0 spaziavano dalle camminate allo scialpinismo, dai timidi approcci con la roccia alla ricerca speleologica<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>Giovani e meno giovani partivano, per la maggior parte a piedi, i pi\u00f9 fortunati in bicicletta, verso le montagne di casa nostra e dei dintorni. Tutti uscivano da casa nascondendo accuratamente l\u2019attrezzatura sia perch\u00e9 era opinione comune che fosse pericoloso scalare i monti, sia perch\u00e9 la pratica dell\u2019alpinismo non si conciliava con i tempi della messa e del catechismo domenicale. Negli anni 1946 e 1947 \u201c<em>nomi nuovi si unirono alla lista dei pionieri valmadreresi<\/em>\u201d e riportarono l\u2019attivit\u00e0 alpinistica sui Corni di Canzo: il giovane Carlo Rusconi \u201c<em>fece le sue prime apparizioni<\/em>\u201d nel 1946 quando assieme a Darvini Dell\u2019Oro e Luciano Corti tracci\u00f2 una via sulla Torre Desio, mentre nell\u2019agosto del \u201947 \u201c<em>Darvino Dell\u2019Oro e Dante Maggi aprirono un nuovo itinerario sul Corno Centrale (3 t\u00e8cc), quasi una rivincita dopo tutto quel tempo trascorso in guerra.\u201d \u201cDopo il secondo conflitto mondiale, il piccolo mondo degli alpinisti valmadreresi si ritrov\u00f2, come sua abitudine, alla \u201cFerera\u201d a Pianezzo e da quelle domeniche spensierate nacque l\u2019idea di fondare prima la SEV (Societ\u00e0 Escursionisti Valmadreresi) e poi il CAI<\/em>.\u201d In effetti alcuni escursionisti erano gi\u00e0 iscritti alla sezione del CAI di Lecco, pochi in verit\u00e0 perch\u00e9 la quota di associazione era piuttosto elevata per le tasche vuote dei valmadreresi, ma i tempi erano ormai maturi e il numero di \u201cammalati di montagna\u201d andava sempre crescendo, al punto tale da far sentire l\u2019esigenza di essere riconosciuti con tanto di sede e di avere totale indipendenza dalla sezione madre del CAI di Lecco, alla quale i valmadreresi sarebbero comunque rimasti legati.<\/p>\n<p>Il 2 giugno 1947 -secondo anniversario della proclamazione della Repubblica Italiana- era nata a Valmadrera la SEV (Societ\u00e0 Escursionisti Valmadreresi) e due anni dopo, nel 1949, Riccardo Cassin, allora presidente del CAI di Lecco, concesse il permesso di istituire la Sottosezione CAI di Valmadrera. La prima sede fu condivisa con la SEV fino al 1965, e si trovava in via Manzoni in una saletta della trattoria \u201cSpregascina\u201d.<\/p>\n<p>Sul finire degli anni quaranta Carlo Rusconi divenne una presenza significativa sui monti di casa e Darvini Dell\u2019Oro rivisse i momenti della loro prima ascensione alla Torre Desio durante un incontro avvenuto nella sede del CAI nel 1989.<\/p>\n<p>\u201c<em>Darvini ha rievocato quell\u2019ascensione con entusiasmo, mimando i movimenti che l\u2019hanno costretto a fare piramide umana con Carlo sulle spalle, ci ha raccontato quanto quel ragazzo, che allora aveva sedici anni, era tecnicamente e fisicamente dotato.<\/em><\/p>\n<p><em>Probabilmente vedeva in lui il suo successore e sicuramente \u00e8 stato fino alla sua morte, l\u2019alpinista di punta dell\u2019ambiente valmadrerese<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Volendosi allenare per ascensioni pi\u00f9 impegnative, quali il Monte Rosa o il Cervino, Carlo e gli amici si recavano in Val Dell\u2019Oro, considerata gi\u00e0 allora un\u2019interessante palestra di roccia, e dove nel 1949 Carlo e Luciano Corti avevano tracciato un itinerario di circa cinquanta metri. Nel 1951, durante il periodo del servizio militare, Luigi Rusconi (Pacin) sal\u00ec la Punta Walker alle Grandes Jorasses. Indimenticabile fu per\u00f2 l\u2019ascensione al Cervino compiuta senza guida i giorni 12-13-14 agosto 1952 da Carlo Rusconi, Luigi Rusconi (Pacin), Darvini Dell\u2019Oro e Luigi Corti, dopo un primo tentativo fallito nel 1950. In quell\u2019occasione i valmadreresi ebbero l\u2019onore di essere chiamati a far parte del \u201cClub Amici del Cervino\u201d.<\/p>\n<p>Dai ricordi di Giordano Dell\u2019Oro, altra figura significativa nell\u2019ambito della sezione del CAI Valmadrera, emerge la grande passione del Rusconi per le Grigne: \u201c<em>Alle 6 di domenica mattina andavo al Caleotto\u00a0<\/em>(dove Carlo lavorava come operaio facendo anche i turni di notte ndr.),<em>\u00a0gli portavo lo zaino e insieme andavamo ai Resinelli in bicicletta per arrampicare tutto il giorno e tornare a casa la sera<\/em>\u201d. Il valore dell\u2019alpinista valmadrerese era talmente riconosciuto nel lecchese, che nel 1954 Carlo ricevette un premio di centomila lire messo in palio dall\u2019Unione Industriali di Lecco e che veniva assegnato per meriti alpinistici. In quello stesso anno Rusconi tracci\u00f2 con Alfredo Villa l\u2019impegnativo itinerario sul Pilastro Maggiore dei Corni di Canzo; i chiodi che servirono per superare la parete erano di fattura artigianale: Carlo\u2026 \u201c<em>forgi\u00f2 assieme ad Alfredo Villa degli esilissimi chiodi, utilizzati in quell\u2019occasione per progredire su una liscia placca attraversata da una sottilissima fessura<\/em>\u201d. Purtroppo l\u2019anno seguente, era il 1955, Carlo Rusconi mor\u00ec cadendo dai Torrioni Magnaghi.<\/p>\n<p>L\u2019attivit\u00e0 della sezione CAI Valmadrera non si esauriva con la sola pratica dell\u2019alpinismo, ma proponeva anche l\u2019escursionismo e lo scialpinismo.<\/p>\n<p>Tra i primi praticanti di queste attivit\u00e0 spicca la figura di Mario Pirola, eclettico personaggio che gi\u00e0 a quei tempi con l\u2019amico Luigi Castagna realizz\u00f2 vari concatenamenti, naturalmente in giornata, sulle nostre montagne: il giorno di ferragosto 1955 Pirola part\u00ec da solo da Valmadrera alla volta di Resegone, Boazzo, Ballabio, Grignetta, Grignone con discesa a Mandello. Solo due violenti temporali impedirono al nostro alpinista di attraversare in barca il lago per poter raggiungere i Corni di Canzo e tornare per sera in paese. Darvino Dell\u2019Oro port\u00f2 invece in paese la pratica dello scialpinismo avendo frequentato un corso di sci e alta montagna al Rifugio Casati. Egli trov\u00f2 fertile terreno nei giovani Mario Pirola e Castino Canali che presto si dotarono, montando pelli di tessilfoca costruite artigianalmente, di sci idonei e cominciarono le loro salite nelle domeniche d\u2019inverno, all\u2019inizio sulle montagne di casa, Pianezzo, Bevesco, Cornizzolo, poi, acquisita la tecnica, si avventurarono sulle montagne della Valtellina e dell\u2019Engadina. Intorno agli anni cinquanta si costitu\u00ec in seno alla Sottosezione anche un gruppo di \u201ccuriosi\u201d delle grotte. Ancora Mario Pirola insieme a Cesare Dell\u2019Oro, ai fratelli Elvezio e Giordano Dell\u2019Oro, ad Alessandro ed Enrico Rusconi e allo stesso Carlo Rusconi si dedic\u00f2 alla scoperta e alla visitazione di nuove grotte:<\/p>\n<p>Giordano ricorda che nel \u201cBuco della Sabbia\u201da Civate i novelli speleologi trovarono alcuni antichi reperti. I valmadreresi erano allora in contatto con uno studente di geologia e direttore della rivista \u201cRassegna Speleologica\u201d di Como, Salvatore Dell\u2019Oca il quale iscrisse i ragazzi allo SCUC Speleo Club Universitario Comense.<\/p>\n<p>I membri della sottosezione erano estremamente attivi, tanto che una decina di essi organizz\u00f2 una squadra di soccorso alpino, e, grazie alla disponibilit\u00e0 della Croce Rossa di Lecco, frequent\u00f2 corsi di primo soccorso. Tuttavia le ascensioni e le scalate in montagna rimanevano l\u2019attivit\u00e0 primaria della sezione e la grande passione dei valmadreresi. Giordano Dell\u2019Oro ricorda che con il fratello trascorreva le domeniche nel tentativo di apprendere le tecniche di arrampicata. Non esistevano ancora scuole di alpinismo e non era usanza diffusa insegnare ad arrampicare; chi voleva imparare osservava semplicemente chi gi\u00e0 arrampicava cercando di cogliere e carpire i segreti delle tecniche di progressione, oppure consultava i pochi manuali di arrampicata disponibili.<\/p>\n<p>\u201c<em>Per imparare la tecnica della corda doppia io e mio fratello -racconta Giordano- abbiamo passato due domeniche a Pianezzo facendo numerosi tentativi. Dopo quella esperienza ho ritenuto che fosse giusto insegnare ai giovani ad arrampicare<\/em>.\u201d Il fratello Elvezio, caduto dalla Torre Trieste nell\u2019agosto del 1958, era un forte arrampicatore, di lui si ricordano diverse prime ripetizioni di vie allora considerate estreme come la \u201cEsposito\u201d (Ruchin) ai Corni di Canzo, salita con l\u2019amico Cesare Dell\u2019Oro. Per prepararsi alle ascensioni Elvezio si allenava con i mezzi che gli erano a portata di mano. \u201c<em>Questo giovane precorse persino i tempi, elaborando una forma rudimentale di allenamento finalizzato all\u2019arrampicata. D\u2019inverno partiva da Valmadrera per recarsi al lavoro in bicicletta senza usare i guanti, abituando cos\u00ec le mani al freddo pungente. Aveva inoltre acquistato attrezzi per rinforzare le dita e la muscolatura. L\u2019esercizio pi\u00f9 impegnativo era per\u00f2 costituito da parecchi giri da sopra a sotto il tavolo da cucina utili per prepararsi alle pareti strapiombanti<\/em>\u201d. Nel 1956 i due fratelli Dell\u2019Oro aprirono una via sul Corno Centrale, e nell\u2019inverno successivo tracciarono un nuovo itinerario a Balmuccia in Valsesia, che oltre ad essere la prima ascensione era anche la prima invernale. L\u2019epilogo delle avventure di Elvezio \u00e8 tristemente noto: la sua morte, a poca distanza da quella di Carlo Rusconi, segn\u00f2 gli ultimi anni cinquanta.<\/p>\n<p>La scomparsa di due figure diventate carismatiche nell\u2019universo alpinistico locale lasci\u00f2 un segno cos\u00ec profondo da provocare un periodo di stasi e di ripensamento.<\/p>\n<p>Solo verso la met\u00e0 degli anni sessanta l\u2019attivit\u00e0 alpinistica a Valmadrera riprese vigore grazie alle imprese di una nuova generazione. Furono Giovanni e Antonio Rusconi, fratelli di Carlo, con Giorgio Tessari i primi a ridare vigore all\u2019alpinismo valmadrerese. Una delle maggiori difficolt\u00e0 che questi giovani dovettero affrontare fu sicuramente l\u2019opposizione delle famiglie gi\u00e0 provate dai funesti eventi; ma la determinazione e l\u2019inventiva non facevano difetto a questi ragazzi.<\/p>\n<p>Il primo successo della emergente generazione capit\u00f2 nel 1964, Giorgio Tessari e Antonio Rusconi, non ancora ventenne, tracciarono sulla parete Nord Est del Corno Orientale la via don Arturo Pozzi, allora Parroco di Valmadrera.<\/p>\n<p>Questo itinerario era gi\u00e0 stato addocchiato da Carlo poco tempo prima della sua scomparsa. Nello stesso anno la medesima cordata insieme ad Angelo Canali realizz\u00f2 la via Quattordio su una evidente torre del Moregallo, oggi denominata Torrione Quattordio.<\/p>\n<p>Uno dei sogni dei ragazzi era poter frequentare la prestigiosa scuola dei Ragni, ma le scarse risorse economiche consentivano solo l\u2019apprendimento dai pochi manuali reperibili e dall\u2019esperienza dei predecessori. Furono di notevole aiuto Dionigi e Castino Canali, i personaggi che fecero da punto di collegamento tra le due generazioni e da stimolo per le ripetizioni delle classiche vie delle Alpi.<\/p>\n<p>Sulla spinta dei risultati che i giovani andavano ottenendo si aggregarono Angelo Canali, Pietro Paredi e Gianni Rusconi che divent\u00f2 in seguito il vero leader di quella generazione.<\/p>\n<p>Il 1965 fu per il CAI di Valmadrera un anno importante: la Sottosezione divenne finalmente Sezione autonoma. Giordano Dell\u2019Oro, gi\u00e0 reggente della Sottosezione, venne eletto primo presidente, Mario Ricci, che aveva caldeggiato e lavorato molto per l\u2019autonomia, divenne il fidato segretario che per lunghi anni accompagn\u00f2 con la sua minuziosa precisione il cammino della Sezione. Forse fu anche per questo motivo che l\u2019attivit\u00e0 alpinistica aument\u00f2 di intensit\u00e0, risalgono a quegli anni parecchie prime salite sulle montagne di casa: la via Butti sul Corno Centrale \u00e8 opera di Gianni Rusconi e Giorgio Tessari. Dionigi Canali e Antonio Rusconi furono gli artefici della via don Antonio Redaelli, dedicata dai primi salitori a questo sacerdote che aveva svolto il suo ministero a Valmadrera ed era un appassionato ed attivo alpinista.<\/p>\n<p>Appena giunto a Valmadrera sul finire degli anni trenta, il sacerdote si era trovato subito in sintonia con l\u2019ambiente alpinistico, spesso era compagno di cordata di quei giovani e alla nascita della Sottosezione don Antonio venne nominato cappellano.<\/p>\n<p>Uno dei pi\u00f9 assidui accompagnatori di don Antonio fu Beppe Lucernini, il quale in seguito svolse mansioni di dirigente della Sezione.<\/p>\n<p>In pieno periodo bellico, don Antonio era riuscito a scalare il Pizzo Tresero e a celebrare la messa sulla cima, poi, gi\u00e0 nel 1949, quindi con tre anni di anticipo sui primi salitori valmadreresi \u201caveva dato l\u2019assalto\u201d al Cervino con la guida Jean Pelissier.<\/p>\n<p>Negli anni sessanta Dionigi Canali, Paolo Riva, Antonio e Gianni Rusconi tracciarono sul Corno Rat la via \u201cConcordia\u201d, interamente in artificiale. Sul paretone Nord (350 m) del Monte Moregallo, che si trova a perpendicolo sul lago, si cimentarono Antonio Rusconi, Castino Canali, Pietro Paredi e Giorgio Tessari, che in due giorni di arrampicata prevalentemente in artificiale, con un bivacco in parete, realizzarono la via OSA, dedicandola alla associazione alpinistica locale.<\/p>\n<p>Il Consiglio Direttivo della neonata Sezione CAI si mosse per organizzare un corso di roccia e quindi una Scuola di Alpinismo che venne intitolata ad Attilio Piacco, alpinista vercellese con salde radici lecchesi caduto dalla Punta Torelli in Val Masino. La scuola vide la luce nel 1966; primo direttore fu l\u2019Istruttore Nazionale di Alpinismo Giorgio Redaelli, autore di mitiche scalate e vie nuove realizzate con le pi\u00f9 prestigiose firme dell\u2019alpinismo dell\u2019epoca prevalentemente nel Gruppo della Civetta ed \u00e8 per questa ragione che fu soprannominato \u201cRe del Civetta\u201d.<\/p>\n<p>La \u201cScuola\u201d cresceva, le pareti di casa divennero palestra di allenamento e l\u2019esperienza accumulata port\u00f2 i valmadreresi a imprese di maggior respiro sulle grandi montagne.<\/p>\n<p>Il 1966 fu l\u2019anno della tristemente nota alluvione in Friuli, i valmadreresi si attivarono nella raccolta di aiuti per queste popolazioni e parecchi soci della sezione diedero il loro spontaneo contributo per recapitare agli abitanti dell\u2019Agordino i generi di primo aiuto. Il direttivo della sezione decise di mettere a disposizione una cifra per l\u2019acquisto di beni di conforto per i bimbi di Gosaldo. Don Nino Buttol cos\u00ec scrisse sul notiziario stampato in occasione del \u201cventesimo\u201d del CAI Valmadrera\u2026 \u201c<em>Infatti ritornarono a Gosaldo all\u2019Epifania seguente. Portarono ai nostri bimbi dolciumi e giocattoli, dono dei ragazzi valmadreresi, che in quel periodo vincevano egregiamente nel concorso televisivo \u201cChiss\u00e0 chi lo sa?\u201d La distribuzione dei doni avvenne nella sala parrocchiale, presenti i soci del CAI venuti per l\u2019occasione<\/em>\u2026\u201d<\/p>\n<p>L\u2019anno successivo, il 1967 Dionigi Canali e Antonio Rusconi realizzarono una bellissima impresa sulle pareti delle Grigne che fece parecchio parlare l\u2019ambiente alpinistico per l\u2019audacia dimostrata: fu la terza ripetizione assoluta della via Oppio al Sasso Cavallo, con due bivacchi in parete. La via era allora considerata \u201c<em>la pi\u00f9 difficile via dell\u2019intero gruppo delle Grigne, e certamente una delle pi\u00f9 impegnative delle Alpi<\/em>\u201d, cos\u00ec scriveva Claudio Cima nella sua guida \u201cScalate nelle Grigne.<\/p>\n<p>Nel 1968 inizi\u00f2 l\u2019epoca delle \u201cgrandi invernali\u201d, l\u2019alpinismo di Valmadrera era decollato e ormai veniva citato dai mezzi di comunicazione nazionali e internazionali.<\/p>\n<p>Dalla met\u00e0 degli anni sessanta fino alla met\u00e0 degli anni settanta l\u2019alpinismo fu caratterizzato dalle grandi ascensioni invernali sulle pareti pi\u00f9 importanti della cerchia alpina, lungo le vie che in quegli anni rappresentavano il limite del possibile. Fra le cordate pi\u00f9 agguerrite di quel periodo quella di Gianni e Antonio Rusconi, con altri alpinisti quasi sempre valmadreresi, comp\u00ec imprese memorabili dove la tenacia, la sofferenza e l\u2019affiatamento fecero del gruppo di Valmadrera una sorta di leggenda.<\/p>\n<p>Gianni Rusconi era la mente e il capo carismatico di questo gruppo, il fratello Antonio era una sorta di scudiero fedele del fratello maggiore, un po\u2019 brontolone, un po\u2019 fatalista, ma con un cuore e una forza da fare impallidire i pi\u00f9 famosi alpinisti dell\u2019epoca. Giorgio Tessari coetaneo e compagno di cordata di Antonio era una sorta di formica laboriosa e prudente che non lasciava nulla al caso, pertanto il suo apporto alla cordata spesso diventava indispensabile. Poi c\u2019erano i due giovani, entrambi di nome facevano Gianbattista, che Gianni inser\u00ec nel gruppo al momento di attaccare la parete Nord Ovest della Civetta: il Villa (Gianin) a soli 18 anni si trov\u00f2 su una grande parete in pieno inverno e non si emozion\u00f2 affatto (lui non \u00e8 il tipo!), anzi lavor\u00f2 al pari degli altri nella gestione della cordata e con gli anni ha dimostrato che il suo spirito nel fare gruppo \u00e8 sempre stato vincente. All\u2019altro, il Crimella, Gianni assegn\u00f2 il compito pi\u00f9 importante, quello di condividere la conduzione della cordata, e Crimella se la cav\u00f2 sempre molto bene, perch\u00e9 arrampicava con una naturalezza ed una semplicit\u00e0 di movimento che pochi possiedono, cui aggiungeva una discreta dose di incoscienza che solo i giovani della sua et\u00e0 potevano avere. Questo era il gruppo valmadrerese: ad esso si aggiunse pi\u00f9 volte un valmadrerese di adozione, Giuliano Fabbrica di Seregno che, avendo frequentato come allievo negli anni precedenti la Scuola di Alpinismo \u201cA. Piacco\u201d, diede un notevole contributo alla riuscita di alcune imprese. Altri alpinisti gravitarono intorno al gruppo Rusconi: Gianluigi Lanfranchi e Roby Chiappa di Lecco, Heinz Steinkotter di Trento e tedesco di adozione, Rino Zocchi ed Elio Scarabelli di Como.<\/p>\n<p>Gianni Rusconi guid\u00f2 questo gruppo collaudato sulle pi\u00f9 difficili pareti delle Alpi in pieno inverno, e in altre due occasioni anche in spedizioni extra europee, al Sant\u2019Elia in Alaska e al Pucaranra in Per\u00f9. Vale forse la pena ricordare le imprese dei fratelli Rusconi con una breve cronologia delle loro ascensioni invernali. Antonio e Gianni Rusconi dal 10 al 19 marzo 1968 scalarono in prima ripetizione e prima invernale la via Piussi-Redaelli sulla parete Sud-Ovest della Torre Trieste. Fu poi la volta della via delle Guide al Crozzon di Brenta che venne scalato in prima invernale dal 7 al 14 marzo 1969 dai fratelli Rusconi con Roby Chiappa e Gianluigi Lanfranchi. Fu poi la volta della parete Est-Nord-Est del Pizzo Badile, dove in sette giorni e dopo una decina di tentativi effettuati dal 14 al 20 marzo 1970 Antonio e Gianni tracciarono in prima assoluta e prima invernale la Via del Fratello, il loro capolavoro. I due Rusconi ritornarono in Bregaglia, questa volta sul versante settentrionale del Cengalo dal 5 al 15 febbraio 1971 per un\u2019altra prima assoluta e invernale in compagnia di Giuliano Fabbrica, Heinz Steinkotter e Giorgio Tessari; la via venne dedicata ad Attilio Piacco. Dal 16 al 19 dicembre 1972 Gianbattista Villa, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica e Gianni Rusconi ripeterono in prima assoluta e invernale la Via Vera sul versante meridionale del Pizzo Badile.<\/p>\n<p>Sul versante Nord-Ovest della Civetta Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari e Gianbattista Villa tracciarono la Via dei 5 di Valmadrera dal 16 al 22 marzo 1972 dopo due precedenti tentativi falliti.<\/p>\n<p>Ancora sulla parete Nord-Ovest della Civetta, sulla Punta Tissi, Gianni Rusconi, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica e Gianbattista Crimella realizzarono la prima invernale del diedro Philipp-Flamm dal 7 al 14 febbraio 1973. Quindi l\u2019attivit\u00e0 invernale del gruppo si spost\u00f2 nel massiccio del Monte Bianco. Dal 28 al 30 dicembre 1973 Antonio e Gianni con Gianbattista Villa scalarono la parete Est del Dente del Gigante, prima ripetizione e prima salita invernale; dal 23 al 28 gennaio del 1974 i fratelli Rusconi, Gianin Villa, Gianbattista Crimella e Piero Rav\u00e0 salirono per la via Gervasutti il Picco Gugliermina compiendo la prima invernale. Il 4 e 5 gennaio 1975 fu realizzata la prima invernale della via Bonatti alla Chandelle ad opera di Antonio e Gianni Rusconi. Infine, a conclusione di questo \u201cstorico\u201d periodo i \u201ccinque\u201d di Valmadrera, e cio\u00e8 i fratelli Rusconi, Tessari, Crimella e Villa dal 20 al 25 febbraio dello stesso anno salirono in prima invernale la parete Est del Grand Pilier d\u2019Angle per la via Bonatti percorrendo un nuovo tratto che raccorda la cresta di Peuterey.<\/p>\n<p>Nel 1973 Gianni Rusconi con l\u2019aiuto del giornalista Aurelio Garobbio pubblic\u00f2 gran parte di queste avventure nel libro \u201cPareti d\u2019inverno\u201d (18) del quale presentiamo alcuni brani significativi di ogni ascensione.<\/p>\n<p><strong>Da \u201cPareti d\u2019inverno\u201d<\/strong><\/p>\n<p><strong>Inverno 1968<\/strong><\/p>\n<p>Gianni ed Antonio Rusconi si trovavano sulla parete Sud Ovest della Torre Trieste con l\u2019intenzione di ripetere in prima invernale ed anche in prima ripetizione assoluta la via aperta da Ignazio Piussi con il lecchese Giorgio Redaelli dieci anni prima.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>Da cinque giorni ormai viviamo circondati dal vuoto ed a pensarci bene ci meravigliamo di non sentirne l\u2019avversione. La nostra attrezzatura \u00e8 quel che \u00e8: sacco a pelo e piede d\u2019elefante ce li hanno prestati; gli indumenti del giorno sono anche quelli della notte. \u201cLi procureremo in seguito\u201c, abbiamo detto e dopo questa esperienza, poco alla volta, adeguando i desideri, tanti ai soldi, pochi, ci provvederemo del necessario. Comunque, della presente penuria non ci lamentiamo: se i polpastrelli non ci facessero tanto male!<\/em><\/p>\n<p><em>Al contatto con la roccia gelida, l\u2019epidermide si \u00e8 cotta; talvolta si sentiva la punta delle dita attaccarsi al sasso e, levando la mano, sul sasso restava un leggero strato di pelle. Si sono anche formate lunghe setole e tra queste e le spellature, le nostre povere dita sembrano quelle di un lebbroso. Con la differenza che \u00e8 carne viva e spesso il contatto con la roccia \u00e8 doloroso. Mentre ero intento a piantare un chiodo, mi sono concesso l\u2019ingenuit\u00e0 di mettere un moschettone in bocca: subito la lingua si \u00e8 attaccata al ferro ed ora ha come un anello rosso intorno alla punta. Ad Antonio cominciano ad ingrossarsi le labbra screpolate; la parte destra del mio naso si sta ingrossando; questi inconvenienti anzich\u00e9 attenuarsi assumeranno forme sempre pi\u00f9 fastidiose e si aggiunger\u00e0 per me un principio di congelamento ai piedi. Sono passati quattro anni e, stando ai medici, non me la sono ancora cavata del tutto. Tanto per conformarsi al ritmo di questa parete, il diedro giallo che ci sovrasta, strapiomba.<\/em><\/p>\n<p><em>Pi\u00f9 ci alziamo, pi\u00f9 le difficolt\u00e0 aumentano. Il sole ci ha raggiunto, batte implacabile sulla roccia nuda: l\u2019aria diventa secca. Un\u2019arsura crescente ci infastidisce; con il trascorrere delle ore il disagio aumenta, la gola \u00e8 arsa, la lingua si gonfia al punto da non poterla muovere; limitiamo al massimo le scarse parole che ci scambiamo, perch\u00e9 proviamo difficolt\u00e0 a pronunciarle, e dolore. Nel superare un\u2019ennesima pancetta, un chiodo messo come si suole dire con le mani, esce. Mi trovo tre o quattro metri pi\u00f9 sotto: dondolo con in mezzo alle gambe l\u2019immenso vuoto, sino ai ghiaioni sotto l\u2019attacco:non \u00e8 sensazione allettante, credetemi.<\/em><\/p>\n<p><em>Che cosa accade in simili frangenti? Si pensa troppo e si pensa niente. Non \u00e8 un gioco di parole, il mio: con velocit\u00e0 supersonica, impressioni d\u2019ogni genere si sovrappongono in serie infinita e nello stesso tempo la volont\u00e0 e l\u2019istinto suggeriscono i movimenti da compiere; non \u00e8 concesso un attimo di titubanza e se ne ha la piena certezza. Per fortuna ho potuto dare in tempo l\u2019avvertimento ad Antonio, che stava sul chi vive, seguendo le mie mosse; l\u2019immediata manovra delle corde ha contenuto la caduta e tutto si \u00e8 risolto senza gravi inconvenienti. Non ho mai sentito battere cos\u00ec forte il cuore! Con mosse da gatto, imponendomi di vincere un tremito che tutto mi percorre -eppure le mani non tremano \u2013 risalgo aiutato da Antonio, ed il suono delle mie parole mi sembra estraneo. Sono attimi, ma si incidono nella carne e non solo nella memoria. Forse vale la pena di viverli: comunque, non sono affatto un esaltatore del rischio. Eccomi ritornato in posizione normale, con i piedi appoggiati sulla roccia \u2013 anche se non con l\u2019intera superficie della suola \u2013 e con le mani aggrappate ad appigli sicuri. Le parole di Antonio hanno il potere di ridarmi la calma: parla del chiodo, dello scorrimento della corda, di una certa staffa; \u201c\u00e8 stato un bel volo\u201d, conclude, e cos\u00ec \u2013 l\u2019animo tornato tranquillo \u2013 riparto. Il terreno \u00e8 decisamente ostile: solo dopo pi\u00f9 di un\u2019ora di continui sforzi riesco a superare quel passaggio che sembrava volermi impedire il proseguimento della salita. Aggiro un masso incastrato ed al termine di questo tiro di corda arrivo al punto dove, di comune accordo, decidiamo di fermarci. \u00c9 troppo tardi per proseguire; il buio si annuncia ed il passaggio tra il giorno e la notte sar\u00e0 breve assai. Bivaccheremo seduti sui seggiolini<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>I due alpinisti lottarono per pi\u00f9 giorni sulla parete e la loro progressione lenta ma costante dovette fare il conto con le continue nevicate notturne; le ultime difficolt\u00e0 li misero a dura prova, tanto che Antonio vol\u00f2 e rischi\u00f2 di trascinare nel vuoto anche Gianni. Dopo sette bivacchi i due fratelli raggiunsero la vetta, ma non fu facile trovare la via di discesa: la nebbia e le continue nevicate avevano reso difficile la ricerca degli ancoraggi per le corde doppie.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>Dove siamo di preciso?\u201d In mezzo alla nebbia, \u00e8 l\u2019unica cosa certa. E si fa notte.<\/em><\/p>\n<p><em>Per il resto, sappiamo di aver compiuto la prima ripetizione e la prima invernale della via Piussi-Redaelli. La parte verticale \u00e8 finita. \u201cMa dove siamo di preciso?\u201d Insiste Antonio. \u201cNel buio e nella nebbia\u201d, ripeto, e non aggiungo \u201cin una zona a noi del tutto sconosciuta<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Finalmente i fratelli riuscirono al buio a toccare una cengia, ma, ironia della sorte,dovettero bivaccare per un\u2019altra notte a poche centinaia di metri dagli amici che erano saliti ad incontrarli.<\/p>\n<p><strong>Inverno 1969<\/strong><\/p>\n<p>Gianni e Antonio Rusconi con Gianluigi Lanfranchi (Pomela) e Roby Chiappa tentarono pi\u00f9 volte di realizzare la prima ripetizione invernale della Via delle Guide sul Crozzon di Brenta, e alla fine arrivarono in vetta dopo sei bivacchi.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>Verso le sette del mattino dell\u2019otto marzo mentre siamo intenti ai preparativi per la partenza, i raggi del sole toccano la nostra cengia e sembra un altro mondo. Godiamo del tepore, dopo una notte rigida che ha congelato il respiro sui sacchi a pelo. Da quando tentiamo questa parete, \u00e8 la prima volta che il sole viene a salutarci e lo consideriamo un ottimo augurio. Poi via: oggi \u201csi gira\u201d Parto per primo con uno zaino e la cinepresa, mi fermo su di un piccolo appoggio dopo un delicato traverso, punto l\u2019obiettivo su Pomela che mi sta sotto, mi raggiunge, prosegue passando in testa. Il tiro seguente non \u00e8 verticale e Pomela per aprirsi la strada deve spazzare la neve che si \u00e8 accumulata su ogni minima protuberanza. Sta in un punto molto critico. Proseguire diventa un problema e non trova il sostegno dove mettere i piedi per fermarsi, o per chiodare. Prova e riprova e quando meno se l\u2019aspetta, a toglierlo da una situazione cos\u00ec ingrata, dietro una quinta di roccia appena pronunciata scopre un chiodo. Finalmente assicurato prosegue nella ripulitura degli appigli, sale lento e deciso, metro dopo metro. Poi tocca a me e quando lo raggiungo \u00e8 ormai l\u2019una del pomeriggio. Gli lascio lo zaino, prendo il comando della cordata. Attacco una placca quasi strapiombante, tagliata da una fessura verticale che si riesce a chiodare. Ben presto, purtroppo, la musica cambia, la fessura diventa cieca, per proseguire devo ricorrere a piccoli cordini appesi a scagliette di roccia, forse tenute salde dal gelo. \u00c9 quanto di pi\u00f9 dubbio e di pi\u00f9 incerto, ma di necessit\u00e0 devo fare virt\u00f9. Arrivo cos\u00ec all\u2019inizio della traversata da farsi in aderenza: porta sotto il grande tetto.<\/em><\/p>\n<p><em>In questo difficile passaggio, la base inclinata dove si appoggiano i piedi \u00e8 coperta di ghiaccio; gli appigli per le mani, pochi per l\u2019esattezza, sono scomparsi sotto la neve. Stavolta esperienza insegna \u2013 ho portato uno spazzolino ed in posizione delicata lavoro cercando di scoprire qualche appiglio, ma questi sono desolatamente piccoli e solo riesco ad infilarci le prime falangi. Mi aiuto anche con il martello-picozza, praticando degli intagli nella neve gelata e passando poi con mosse da gatto, ben conoscendone la fragilit\u00e0. Mi pare di essere l\u2019equilibrista che sta eseguendo il numero d\u2019eccezione lasciando con il fiato sospeso; devo essere prudente e veloce; devo sostare il minimo possibile in quelle posizioni che non danno affidamento. Finalmente \u2013 gli attimi durano secoli \u2013 arrivo alla base del tetto, trovo un chiodo, con gesto rapido vi assicuro la corda e tiro un lungo respiro di sollievo. Siamo anzi in due a tirarlo, perch\u00e9 Pomela per tutto il tempo mi ha seguito con occhio vigile e con i nervi tesi, pronto a intervenire con le manovre in caso di volo.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c9 per\u00f2 sempre sconsigliabile il passaggio dalla teoria alla pratica, specie con sotto un vuoto di parecchie centinaia di metri. Il chiodo provvidenziale mi d\u00e0 sicurezza, ma il tiro di corda non pu\u00f2 finire qui: mancano cinque metri per arrivare al posto di fermata. Per vincere quei cinque metri di roccia, faticher\u00f2 due ore e mezzo<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>Giunti in vetta cominciarono i problemi pi\u00f9 seri, si scaten\u00f2 una bufera di neve che sembrava non voler smettere mai, e nonostante i quattro avessero trovato rifugio nel bivacco posto in cima al Crozzon, erano ormai senza viveri e dovevano affrontare la lunga e complicata discesa dalla vetta.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>La marcia \u00e8 di una lentezza esasperante. Per coprire la distanza di una ventina di metri in linea d\u2019aria, impieghiamo quasi tre ore. Proseguiamo lungo la cresta che \u00e8 un continuo saliscendi, io in testa, Antonio e Pomela con gli zaini pi\u00f9 pesanti, Roberto ultimo della cordata. Lottiamo da disperati per non venire portati via dalle raffiche.<\/em><\/p>\n<p><em>Certi tratti sono di ghiaccio vivo; in altri affondiamo sino alle ascelle nella neve farinosa. Non parliamo, ci limitiamo ai comandi secchi. Spesso neppure gridando ci s\u2019intende e ricorriamo a segni convenzionali, consistenti in un certo numero di strattoni alla corda che ci unisce. Quando le folate raggiungono la massima violenza, ci copriamo il naso e la bocca conle mani, per poter respirare. Gli occhi lacrimano, le lacrime gelano sulle ciglia. La faccia \u00e8 martoriata da mille aghi di ghiaccio\u201d. \u2026\u201cAd un tratto scorgo sopra di noi l\u2019inconfondibile forma del rifugio Tosa e, pi\u00f9 in alto, il rifugio Pedrotti. Ci siamo passati vicini senza vederli, ci siamo abbassati nella valle senza accorgerci. La visione mi infonde coraggio, vorrei affrettarmi ma non ce la faccio, \u00e8 gi\u00e0 molto se riesco a muovermi.<\/em><\/p>\n<p><em>Conto i passi nell\u2019illusione di far meno fatica; mi metto carponi, cammino a quattro zampe, mi sembra di nuotare a cagnaccio. L\u2019altura \u00e8 sempre lontana, mi alzo, fisso quella meta, chiamo per vedere se ci sono i nostri amici, nessuno risponde. Sotto gli ultimi metri abbastanza ripidi tolgo lo zaino e me ne servo come appoggio per i piedi. Riprendo a strisciare carponi, allo stremo delle forze giungo in cima al pendio, il rifugio non c\u2019\u00e8. Un\u2019altra visione mi appare tra la nebbia e la neve, eguale a quella di prima: un pendio, un rifugio pi\u00f9 sotto e un rifugio pi\u00f9 in alto\u2026 Non ci sono amici che chiamano, non ci sono amici che attendono, non ci sono rifugi, c\u2019\u00e8 solo nebbia e neve, neve e nebbia. Chiss\u00e0 dove siamo finiti! Tengo tesa la corda: ad essa aiutandosi uno dopo l\u2019altro arrivano i compagni. Guardano intorno cercando con gli occhi il rifugio, guardano me. Non una domanda, non una imprecazione. Quando il silenzio diventa insopportabile, Roberto dice a Pomela: \u201cAbbiamo promesso di prendere la sbornia, se fossimo riusciti a scalare il Crozzon: quella promessa rester\u00e0 un ricordo per chi l\u2019ha sentita\u201d. Antonio si accascia appoggiandosi sulla mia gamba sinistra, piange, parla della mamma: \u201cNon la vedr\u00f2 pi\u00f9, non la vedr\u00f2 pi\u00f9\u201d. Il mio cervello continua a ripetere la frase di Mazeaud: \u201cIl dramma \u00e8 cominciato e non ce ne siamo accorti\u201d, ed \u00e8 come quando un disco si incanta. Per la prima volta una gelida paura mi assale e mi sommerge: la paura di perdere qualcuno dei compagni, la paura di non tornare pi\u00f9 a casa. La casa, mio figlio, mia moglie, aprire la porta della mia casa, entrare rilassarsi nella sicurezza. Sdraiarsi e riposare, godere del tepore\u2026 Il senso della realt\u00e0 e della responsabilit\u00e0 mi fanno balzare in piedi. Se ci fermiamo, siamo perduti. La nevicata continua; non riconosco i pendii intorno a noi; la visuale \u00e8 ridotta, sempre pi\u00f9 si restringe. Pomela va avanti una cinquantina di metri, per vedere che cosa c\u2019\u00e8 dietro un dosso; noi decidiamo di abbandonare il materiale alpinistico, che non abbiamo pi\u00f9 la forza di trasportare. Ecco un canale. Un secondo canale lo segue. Divalliamo affondando nella neve sino al petto. La nebbia si alza e scorgiamo un mugo. Siamo salvi!<\/em>\u201d<\/p>\n<p><strong>Inverno 1970<\/strong><\/p>\n<p>Nel 1970 si scaten\u00f2 una specie di corsa alla parete Est-Nord-Est del Pizzo Badile. L\u2019idea era quella di scalare una linea di fessure che scende dal catino sommitale a sinistra della famosa via Cassin. Numerose cordate si interessarono a questo progetto e durante l\u2019estate alcune di esse attaccarono anche la parete, fra queste cordate c\u2019era anche quella di Gianni Rusconi e Franco Giorgetta (Antonio non c\u2019era perch\u00e9 infortunato), che in compagnia di altri amici salirono alcune lunghezze di corda. Poi l\u2019estate pass\u00f2 e la parete rimase un sogno che quasi tutti gli alpinisti misero nel cassetto. Gianni e Antonio, nel frattempo rimessosi dall\u2019incidente,ritornarono alla base della parete in pieno inverno e cominciarono a salire con una serie di tentativi che sembravano non portare a niente di definitivo. Alla fine per\u00f2, i due raggiunsero la vetta lungo una via nuova in pieno inverno, dedicando la loro impresa al fratello Carlo caduto in Grigna nel 1955. La \u201cVia del Fratello\u201d al Pizzo Badile \u00e8 l\u2019impresa pi\u00f9 bella dei Rusconi. In questa scalata i due fratelli diedero prova di una tenacia e di una resistenza diventate leggendarie. Da buoni \u201ccrapuni de la Val\u201d soffrirono e lottarono in condizioni limite e scrissero una delle pi\u00f9 belle pagine dell\u2019alpinismo invernale. Durante i numerosi tentativi -dieci in tutto- Gianni e Antonio furono spesso respinti a causa del cattivo tempo. Ogni volta i due cercavano di ritornare in fretta a casa per potersi presentare puntuali al lavoro, cos\u00ec da non consumare giorni di ferie. Alcune volte le ritirate dalla parete furono vere e proprie odissee tra continue slavine e fitte nevicate. Finalmente il tempo si mise al bello e arriv\u00f2 il momento di compiere il tentativo finale; i due rimasero in parete cinque giorni consecutivi affrontando bivacchi incredibili sotto le slavine che cadevano dal catino sommitale, addirittura nell\u2019ultimo tratto di parete, si scaten\u00f2 di nuovo la tempesta.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>\u00c8 questa la notte pi\u00f9 lunga delle nostre scalate, \u00e8 desolata, ed opprimente. Non accenna a finire; il tempo si \u00e8 fermato e la montagna si \u00e8 messa in movimento, sembra debba crollare in queste tenebre, con una scarica dopo l\u2019altra. Verso le 6 del 19 marzo, ed \u00e8 ancora buio, decidiamo di uscire dal riparo, per troncare una situazione diventata insostenibile e cacciare i molesti pensieri dell\u2019immobilit\u00e0 forzata. Che sforzo per uscire: il telo si \u00e8 irrigidito, in parte \u00e8 sepolto, siamo come dentro un involucro di ghiaccio. Quando finalmente riusciamo a muoverci con movimenti liberi, infiliamo a fatica il sacco a pelo nello zaino. Cerchiamo sotto la neve il materiale legato alle corde. Lo troviamo, le valanghe non l\u2019hanno portato via. Antonio ripete continuamente le stesse frasi: \u201cCon questo tempo non saliamo pi\u00f9\u201d; \u201cCon questo tempo non scendiamo pi\u00f9\u201d.<\/em><\/p>\n<p><em>L\u2019uragano bianco si \u00e8 scatenato. Nei brevi intervalli per prepararci alla partenza, casco, passamontagna, giacca a vento,tutto si ricopre di una fodera di ghiaccio che si estende sul viso. E lo nasconde. Batto una mano sulla spalla di Antonio: \u201cD\u00e0i, che ce la facciamo! Pensa a Carlo, era un duro<\/em>\u201d.<\/p>\n<p><em>Antonio non risponde. \u201cCento metri e siamo in vetta! Per superare quei cento metri, impiegheremo otto ore e mezzo. Salgo alla cieca. L\u2019incrostazione di ghiaccio sul volto limita la visibilit\u00e0. Ripulisco con la mano guantata l\u2019occhio sinistro: sopracciglia e ciglia partono. Prima che riesca a ripulire l\u2019occhio destro, quello sinistro \u00e8 di nuovo ricoperto. Le slavine precipitano a valle, fra la tormenta; il vento turbinoso le ributta su dalla parete dentro l\u2019imbuto nel quale lottiamo; la neve polverosa risale ribollendo fino a noi, ritorna a precipitare. Il vento crea continui vortici sibilanti. Tutto \u00e8 in movimento; sembra che la parete non debba finire mai. AI termine di un primo tiro faccio sicurezza, recupero Antonio. Mentre salivo \u00e8 dovuto rimanere fermo ed il ghiaccio l\u2019ha foderato, sembra una bianca statua imbacuccata che si muove. Una maschera gelata gli ricopre completamente il volto. Non vede nulla. \u00c8 salito seguendo la corda. L\u2019aiuto a ripulirsi. \u201cNon ce la faccio pi\u00f9\u201d, geme, \u201cnon ce la faccio pi\u00f9, mi fa male il cuore\u201d. Frugo in tasca, gli faccio inghiottire una delle pastiglie che portiamo sempre. \u201cDai che ce l\u2019abbiamo fatta gi\u00e0 altre volte\u201d. Non mi risponde. \u201cPensa a Carlo. Era tutto d\u2019un pezzo, lui. E noi gli dedichiamo questa via!\u201d. Seguono un secondo, un terzo tiro. La tempesta acuisce la violenza. Le raffiche ci buttano addosso palate di neve. Ogni volta che Antonio mi raggiunge, devo scrostarlo dal ghiaccio. Il turbine fischia e ulula; per udire la voce del fratello devo accostare l\u2019orecchio alla sua bocca. \u201cNon ce la faccio pi\u00f9!\u201d ripete. Non ho pi\u00f9 nulla da dargli. Gli metto le corde sulle spalle; come un automa le prende e le manovra, per forza d\u2019abitudine. Ho due possibilit\u00e0. Proseguo diritto verso destra, con il rischio che se faccio un volo strappo via anche Antonio; oppure vado su verso sinistra, aggirando un becco di roccia e di neve che sporge e che, al caso, trattenendo la corda mi potr\u00e0 fermare. Scelgo questa seconda soluzione e prima di arrivare alla forcella scorgo delle rocce nere. Punto verso esse, ma non faccio in tempo a raggiungerle, una slavina mi investe. \u201cVolo!\u201d, urlo ad Antonio, che non mi pu\u00f2 sentire. Per non esser strappato via, faccio pressione sulla piccozza, punto i ramponi, dapprima sembra di essere sulla sabbia, poi di colpo, sento che le gambe lavorano, la punta della piccozza tiene, mi fermo, siamo salvi. Ripulisco la faccia dalla neve, scopro di essere trenta metri sotto il punto dove stavo. Riprendo a salire pi\u00f9 cocciuto che mai. Nella sfortuna c\u2019\u00e8 anche un po\u2019 di fortuna: la slavina che mi ha tirato gi\u00f9 ha posto allo scoperto due spuntoni di roccia. Assicuro ad essi due cordini, ricupero il fratello. Un\u2019altra volta lo ripulisco, un\u2019altra volta gli metto le corde in spalla. La vetta sta a trenta metri. Proseguo tastando con la piccozza, ad un certo momento sento il vuoto: sopra di me non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nulla. Sono arrivato in cima.<\/em><\/p>\n<p><em>La \u201cvia del fratello\u201d \u00e8 compiuta. Mi inginocchio e prego. Prego con il pensiero, non con le parole. Il vortice delle nubi e della neve intorno a me non mi lascia aprire la bocca; attraverso la nuvolaglia squassata dal vento filtra un raggio di sole. \u00c8 il momento indescrivibile del compimento di un\u2019impresa, ma l\u2019attimo sublime trascorre fulmineo, \u00e8 gi\u00e0 passato. La realt\u00e0 mi chiama: noto una specie di cassa formata da due lastroni verticali e ci salto dentro; ricupero velocemente il fratello che viene su alla cieca. \u201cSiamo in vetta\u201d, urlo, \u201csiamo in vetta!\u201d<\/em><\/p>\n<p><strong>Inverno 1971<\/strong><\/p>\n<p>Nell\u2019inverno 1971 Gianni e Antonio non partirono pi\u00f9 soli, ma con altri tre amici. I cinque alpinisti attaccarono la parete Nord del Pizzo Cengalo alta 1300 metri, dove non esisteva nessuna via diretta alla cima. Durante questa ascensione Gianni Rusconi perfezion\u00f2 la tecnica di progressione gi\u00e0 sperimentata sulla Via delle Guide, che nelle invernali successive gli permise di scalare grandi pareti con un relativo margine di Sicurezza. La tecnica consisteva nel dividere i compiti all\u2019interno della cordata; una cordata, quella di punta, apriva e attrezzava la via e la cordata d\u2019appoggio seguiva sulle corde fisse portando gli zaini pi\u00f9 pesanti. Successivamente Gianni chiam\u00f2 questa tecnica \u201cdella chiocciola\u201d ricordando un vecchio adagio dialettale che recita \u201cLa v\u00e0, la v\u00e0 la sprega adr\u00e9e la c\u00e0\u201d. In quell\u2019anno si un\u00ec ai Rusconi anche Giorgio Tessari, amico fraterno e compagno di cordata di Antonio, che fu presente in quasi tutte le invernali successive dando un grosso contributo alla realizzazione delle stesse. Mentre Heinz Steinkotter fece parte del gruppo solo al Cengalo, Giuliano Fabbrica, il quinto componente della cordata, continu\u00f2 per alcuni anni il sodalizio con i valmadreresi. L\u2019invernale alla parete Nord del pizzo Cengalo per una nuova via denominata \u201cAttilio Piacco\u201d si svolse in due tentativi; il secondo venne portato a termine dopo undici giorni di permanenza in parete. Come durante l\u2019ascensione alla \u201cVia del Fratello\u201d fu determinante l\u2019aiuto del capo del Soccorso Alpino della Val Bondasca Dino Salis, il quale si teneva continuamente in contatto radio con la cordata, ne seguiva i movimenti e informava gli alpinisti degli eventuali cambiamenti meteorologici. La parete si presentava particolarmente impegnativa in quanto alternava passaggi strapiombanti con difficolt\u00e0 tecniche elevate a tratti leggermente pi\u00f9 adagiati dove la neve e il ghiaccio coprivano anche la pi\u00f9 esile fessura.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>E\u2019 domenica 13 febbraio. Dopo il decimo bivacco ne dovremo affrontare un altro? Siamo a duecentocinquanta metri dalla vetta, forse sono solo duecento. Comunque non c\u2019\u00e8 tempo da perdere: \u00e8 opportuno approfittare di questo intervallo di calma per alzarci il pi\u00f9 possibile. Partiamo subito. Heinz senza zaino \u00e8 in testa; poi io con lo zaino; gli altri tre ci seguono con l\u2019intero materiale. Le difficolt\u00e0 si mantengono sul V grado; ad ogni tiro si ha l\u2019illusione \u2013 alimentata dalla speranza \u2013 che sia l\u2019ultimo, ed invece non \u00e9 finita. Un camino ghiacciato terr\u00e0 impegnato Heinz, non sempre i chiodi vogliono entrare e se entrano sono malsicuri. Finito il camino sento Heinz che tira un respiro di sollievo. Il tratto che gli sta davanti gli sembra facile. Ma non lo \u00e8. Se ne rende conto appena attacca, brontola, ripete \u201c\u00e8 uno schifo\u201d teme di non riuscire a passare, s\u2019inquieta, si calma, protesta, riprende le abili ponderate mosse di sempre, ce la fa. Anche quest\u2019oggi il tempo \u00e8 volato; ci troviamo ad un centinaio di metri dalla cima. \u201cScorgete la vetta?\u201d , chiedono con insistenza quelli della seconda cordata.<\/em><\/p>\n<p><em>Heinz \u00e8 impegnato in una traversata, lotta con il ghiaccio e con la roccia, la sua schiena pronostica il cambiamento del tempo e gli fa male, teme di non riuscire ad arrivare in vetta.Trova il posto per fissare un bel chiodo, si ferma, mi cede il comando, gli lascio lo zaino. Il ghiaccio sulle placche di granito si fa sempre pi\u00f9 sottile, tanto che i gradini che vi pratico pi\u00f9 non reggono il peso del corpo. Mi viene in mente che una volta, un po\u2019 per gioco un po\u2019 per esercizio, mi creavo con il martello dei piccoli appoggi sulla roccia: lo faccio ora, con un\u2019intera parete sotto di me, e riesco a passare. Risalgo cos\u00ec per lungo tratto, tenendomi sulla punta delle scarpe e quando non ce la faccio pi\u00f9 per la fatica e per la tensione, ecco una provvidenziale fessura da passare alla Dulfer. Qualche metro, un bel chiodo americano piazzato in modo da infondere una fiducia illimitata, e ricupero Heinz. E\u2019 buio. Un nevischio rabbioso nulla lascia scorgere, c\u2019\u00e8 uno scivolo di sessanta, settanta metri molto ripido, sopra il quale dovrebbe iniziare il gandone che porta alla vetta. Le otto di sera. Legato con un cordino di sette millimetri, lungo cento metri, continuo a salire. Heinz mi fa sicurezza. Dapprima la neve \u00e9 molle, diventa poi pi\u00f9 compatta e pi\u00f9 dura, alla fine non riesco nemmeno a piazzare la punta degli scarponi. Mi servo del martello-piccozza, scavo a colpi rapidi e nervosi, ho fretta di giungere in cima, in gara con le tenebre. Arrivo alla roccia, metto le mani sulla roccia, cerco il punto pi\u00f9 adatto per superare il gandone, mi muovo a tentoni; sono ormai le nove di sera, adesso, ma sono contento e canto. Canto di gioia perch\u00e9 abbiamo la vittoria in pugno, canto per rincuorare ed incitare i compagni che non vedono nulla, ne sanno in qual punto preciso ci troviamo, e cos\u00ec anticipo la lieta notizia. Presto saranno fuori dalle difficolt\u00e0. Una volta arrivati tutti e cinque, spostiamo delle pietre per ricavare le due piazzole per le tende, fissiamo le tende, ci mettiamo in comunicazione con Salis. Impegnati su passaggi difficili abbiamo mancato tutti gli appuntamenti radio del pomeriggio ed egli stava in pensiero. Si rasserena udendoci, si rallegra della nostra vittoria, ci salutiamo con un \u201cbuona notte\u201d. Attraverso la folata di neve portata dal vento vediamo brillare le stelle.<\/em>\u201d<\/p>\n<p><strong>Valmadrera \u2013 Alaska 1971<\/strong><\/p>\n<p>Nell\u2019estate 1971 il gruppo collaudato durante le invernali organizz\u00f2 una spedizione extraeuropea con l\u2019ambizioso progetto di scalare il Monte Sant\u2019Elia in Alaska per una via nuova lungo lo Sperone Est. Alla spedizione parteciparono Gianni e Antonio Rusconi, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Rino Zocchi ed Elio Scarabelli. Il Sant\u2019Elia, alto 5943 metri, era stato scalato una sola volta da una spedizione italiana guidata dal Duca degli Abruzzi nel 1891. Da allora nessun\u2019altra persona aveva raggiunto la vetta di questa isolatissima montagna nord-americana. Gli alpinisti allestirono il campo base sul ghiacciaio Savoia, pieno di insidiosi crepacci, e durante i primi giorni di permanenza furono bloccati nelle tende a causa di forti nevicate.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>Al settimo giorno, ed \u00e8 il 15 luglio, esce il sole. Zaini in spalla e via. Della pista non \u00e8 rimasta traccia; gli orli dei crepacci, le gobbe tormentate, le rose dei seracchi, le crestine, tutto \u00e8 ovattato dalla neve fresca che ammorbidisce ogni spigolo; qua e l\u00e0 le nebbie salgono lungo i canali, sostano a banchi a met\u00e0 delle pareti, finch\u00e9 una corrente d\u2019aria le scompagina sfilacciandole. \u00c8 uno spettacolo sublime, sa di risveglio ed affondando e ansimando l\u2019ammiriamo. Eccoci alla base della nostra cresta che ha cambiato volto; saliamo lungo il tratto gi\u00e0 noto. La tenda del campo uno \u00e8 semisepolta; per il resto\u2026 prima l\u2019itinerario appariva difficile ma percorribile, ora \u00e8 diventato del tutto impraticabile.<\/em><\/p>\n<p><em>Le condizioni sono pessime: esili cornici di neve inconsistenti, sporgono su pareti di mille, di milleduecento metri; tratti di cresta andrebbero percorsi a cavalcioni per duecentocinquanta, per trecento metri e forse pi\u00f9. Nessuna misura di sicurezza \u00e8 valida su quel terreno ovattoso, cedevole, permeato d\u2019insidie. Quasi a confermarcelo, mentre osserviamo delusi la parete che stiamo salendo, con sinistro rimbombo una delle cornici si sfascia e precipita. Proseguire significherebbe addossarci un rischio enorme contro assai scarse possibilit\u00e0 di riuscita. Decidiamo di scendere. Ed \u00e8 tornando indietro che abbiamo ad ogni istante la conferma di quanto pericolosa sia la posizione nella quale ci troviamo. \u201cSmontiamo il campo!\u201d Spiace, e molto, ma nessuno solleva obiezioni. In silenzio ci mettiamo all\u2019opera, guardandoci quasi di sfuggita. Il sogno superbo di scalare il Sant\u2019Elia per questa elegantissima cresta crolla nel vuoto come le cornici che la tormenta ha ingrossato, plasmandole.<\/em><\/p>\n<p><em>Pi\u00f9 delle fatiche sostenute per raggiungere questa quota, ci pesano i giorni impiegati ai quali purtroppo si sommano gli altri dell\u2019immobilit\u00e0 forzata. Anche la discesa continua ad essere un problema perch\u00e9 con il trascorrere delle ore la neve tiene sempre meno. Il fruscio sinistro delle slavine ci accompagna insieme al sordo tonfo finale e alla nube di neve sollevata; lo spettacolo \u00e8 di una grandiosit\u00e0 terrificante: non ci troviamo per\u00f2 nelle condizioni di spirito adatte per ammirarlo e goderne, e soprattutto non ci conviene perdere istanti preziosi.<\/em><\/p>\n<p><em>Pi\u00f9 presto ci tiriamo fuori, meglio \u00e8.\u201d \u2026\u201cVerso le diciassette dai fianchi del Sant\u2019Elia si stacca una valanga di proporzioni straordinarie, al di la di ogni immaginazione. Met\u00e0 della parete est si mette in movimento, poi sembra che l\u2019intero fianco crolli. La smisurata massa di neve raggiunge il ghiacciaio, l\u2019attraversa ricoprendolo, sbatte contro le pareti del Monte Newton,sprigiona un gelido polverone ribollente che invade l\u2019intera vallata e sale fino alle cime. Per qualche tempo \u00e8 buio; i teli delle tende sbattono con violenza per il potente spostamento d\u2019aria. Sentiamo i gelidi brividi della paura. Ognuno la legge negli occhi dell\u2019altro, cerca di compiere qualche atto, spostare un sacco, muovere una racchetta, fissare la corda di un telo, per superare il momento del grande panico. Non passa mezz\u2019ora, ancora non ci siamo rimessi da tanto spavento, e un altro boato sordo ed ancor pi\u00f9 assordante ci atterrisce: stavolta \u00e8 il Monte Newton che scrolla di dosso la coltre di neve; la colossale valanga piomba a picco sul ghiacciaio sotto di noi, il ghiacciaio vibra e trema. Un fungo enorme, simile a quelli delle esplosioni atomiche, s\u2019avventa contro il cielo, dilatandosi con velocit\u00e0 incredibile. Un vento furioso pregno di pulviscolo nevoso ci investe, acceca, asfissia:<\/em><\/p>\n<p><em>dobbiamo lottare con ogni forza, aggrappandoci come possiamo, per non essere portati via insieme alle tende. Tanto veloce \u00e8 lo sconquasso di quel finimondo, tanto lento il ritorno alla normalit\u00e0. La folata del vento si placa, cessa, ma per un bel po\u2019 la neve continua a cadere, poi si cominciano ad intravedere le cose, ritornando la luce. Ristabilita la calma, osiamo ricacciare la testa fuori dalle tende. La neve polverosa che si \u00e8 depositata intorno a noi, raggiunge i trenta centimetri; sopra di noi le montagne sono sempre belle, ancor pi\u00f9 belle, come se nulla fosse accaduto<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>La cresta Est, che con lo spigolo Nord-Est era l\u2019obiettivo principale della spedizione, risultava impraticabile, perci\u00f2 il gruppo decise di raggiungere la cima seguendo la via percorsa dal Duca degli Abruzzi nel1891. La salita non risult\u00f2 per nulla semplice, gli insidiosissimi crepacci del ghiacciaio Savoia e la neve inconsistente impegnarono gli alpinisti in una progressione continua lunga tutte le ventiquattro ore della giornata, visto che a quella latitudine e in quella stagione non esiste la notte.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>All\u20191,30 di notte stiamo piccozzando l\u2019ultima cornice di neve che ci separa dal filo della cresta. Nel giro di mezz\u2019ora, tutti e sei siamo sul sospirato colle Russell. Che stracchezza! Il cuore martella per l\u2019altitudine. Fa molto freddo, occhio e croce saranno trenta sotto zero. Indossiamo giacche a vento e pantaloni imbottiti, scaldiamo un po\u2019 di t\u00e8 e ogni sorso ci risolleva. Alle due e trenta si parte: ci attende la maestosa piramide della vetta. Si soffre di mal di capo, di giramenti di testa, di vomito. Ognuno ha la sua e dipende dall\u2019alta quota e dall\u2019eccessivo sforzo. Antonio \u00e8 passato davanti a darmi il cambio; Elio, legato con Antonio, sta sempre peggio, cerca di non lasciarlo capire, talvolta prende persino il comando della cordata. Gli altri vanno rimettendosi. Ad un certo momento Elio si ferma, colto da violenti conati di vomito. \u201cNon insistere\u201d, gli dico. \u201cA quest\u2019altezza, spesso non siamo noi a comandare\u201d. Di tornare indietro, proprio non se la sente: \u201cBisogna andare in vetta\u201d, ripete.<\/em><\/p>\n<p><em>Continuiamo cos\u00ec sino a 5.200. Elio si ferma, sta male un\u2019altra volta. Vorrebbe partire, \u00e8 ammirevole questa sua forza di volont\u00e0, ma la tenacia non basta.<\/em><\/p>\n<p><em>Elio Scarabelli non ce la faceva pi\u00f9, con lui si fermarono Gianni e Giorgio. La cima venne raggiunta da Antonio Rusconi, Rino Zocchi e Giuliano Fabbrica. Gianni, visto il miglioramento delle condizioni di Elio and\u00f2 incontro ai tre in vetta ed alla fine le cordate si ricongiunsero e ritornarono insieme al campo base.<\/em><\/p>\n<p><em>Gli alpinisti avevano ancora alcuni giorni a disposizione prima che l\u2019elicottero arrivasse a prelevarli dal ghiacciaio, perci\u00f2 decisero di compiere un ultimo tentativo allo spigolo Nord-Est. Purtroppo le condizioni della parete restarono pessime tanto che il gruppo rischi\u00f2 un serio incidente.<\/em><\/p>\n<p><em>\u2026\u201cRiprendo a salire, un altro boato \u00e8 seguito da quanto si temeva. Su di un fronte di circa duecento metri si stacca un lastrone ed ha lo spessore di una sessantina di centimetri. Lancio l\u2019allarme e faccio un salto nell\u2019aria cos\u00ec parecchia neve mi passa sotto senza travolgermi. Ricadendo di peso rompo volutamente il lastrone con tutte le forze e riesco a conficcare piccozza e ramponi nella sottostante neve solida. La corda che mi lega al fratello si tende, Antonio \u00e8 stato trascinato, cerco in ogni modo di rimanere ancorato alla superficie solida, la neve mi ricopre completamente. Riuscir\u00f2 a resistere? Non ce la faccio pi\u00f9 e quasi nello stesso tempo sento che sono fermo. Soffoco. A fatica caccio fuori la testa, respiro, guardo intorno, scorgo Rino e Giorgio, la terza cordata che la valanga non ha toccato. Dove sono gli altri? Anche la seconda cordata \u00e8 stata investita. Ecco, una testa spunta dalla neve, anche le altre emergono, respirando affannosamente. Siamo vivi, \u00e8 la prima constatazione; siamo incolumi, \u00e8 la seconda, e ci solleva l\u2019animo. Con tanto sconquasso possiamo dirci fortunati. Ci togliamo la neve di dosso, spazzolandoci con le mani, guardiamo sotto di noi: avremmo fatto un bel salto di mille metri. Il pendio lungo il quale la valanga ci ha trasportato, prima del precipizio attenua la verticalit\u00e0 in un falso piano, breve assai: per\u00f2 \u00e8 bastato perch\u00e9 ci potessimo fermare.\u201d \u2026\u201cEppure, nessuno parla di fermarsi: vogliamo farcela, dobbiamo farcela ed infatti alle quattordici la lunga cresta imbronciata e spietata sta alle nostre spalle. Siamo a quota 4600. Davanti a noi inizia lo scivolo finale che senza eccessive difficolt\u00e0 ci porterebbe in vetta. Ed in vetta, invece, non si va. Il tempo \u00e8 diventato cos\u00ec brutto che non possiamo n\u00e9 procedere, n\u00e9 fermarci: ci impone di scendere, e subito. Ci caleremo un\u2019altra volta sullo scivolo nevoso con la differenza che il dislivello \u00e8 assai maggiore. Modelliamo un fungo di neve del diametro di quattro metri, forse di pi\u00f9 e tutt\u2019intorno, per dargli maggior consistenza, conficchiamo chiodi da ghiaccio della lunghezza di novanta centimetri. Facciamo passare una fettuccia intorno al gran cerchio dei chiodi ed alla fettuccia leghiamo un cordino da sette millimetri, lungo cent\u2019ottanta metri. Mi calo per primo. Che senso d\u2019oppressione! La nebbia mi inghiotte, non vedo dove vado a finire, ignoro se il cordino sia lungo a sufficienza per portarmi sul sospirato pendio nevoso. Non sono per\u00f2 sguarnito: ho un secondo cordino da sessanta metri. Itinerario da brividi: a malapena tocco con la punta dei ramponi la parete di ghiaccio, cosi almeno non comincio a girare; a circa met\u00e0 del cordino la nebbia si apre e per un attimo scorgo che sto di misura sotto il tiro di alcuni seracchi. Intravvedo una striscia bianca, \u00e8 neve, ma riuscir\u00f2 a raggiungerla? Il cordino finisce prima, annodo il secondo, continua la discesa e non posso dirla \u201ca corda doppia\u201d, perch\u00e9 di corde ce n\u2019\u00e8 una sola. Il vuoto in compenso \u00e8 triplo, quadruplo\u2026 Un sasso piuttosto grosso mi colpisce tra testa e collo; il dolore mi stordisce, ma per poco; mi riprendo. A raccontarlo non sembra vero: i due cordini annodati parevano fatti su misura, non un metro di pi\u00f9 e non un metro di meno, per depositarci \u201csull\u2019uscita di sicurezza<\/em>\u201d.<\/p>\n<p><em>\u2026\u201cIl grande obiettivo dell\u2019inverno 1971- 1972 non era per noi la sud del Cervino. La Gran Becca, nelle nostre intenzioni, costituiva il preludio di ben altra impresa; per questo eravamo scattati cos\u00ec presto. La nostra attenzione era assorbita dalla nordovest della Civetta, la \u201cregina delle pareti\u201d, dove Solleder e Lettenbauer hanno aperto l\u2019era del sesto grado. Il sogno era ambizioso, realizzare una direttissima in prima assoluta ed in contemporanea prima invernale su quella fantastica muraglia dove si sono cimentati i maggiori alpinisti del mondo<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>Come spiega bene Gianni nel suo libro, il tentativo alla parete Sud del Cervino agli inizi dell\u2019inverno era soltanto un banco di prova per la cordata che a partire da quell\u2019anno si arricch\u00ec di altri due elementi, giovani e pieni di entusiasmo. La realizzazione della \u201cVia dei 5 di Valmadrera\u201d fu la consacrazione di un modello di alpinismo fatto sul gruppo e non sull\u2019individualit\u00e0. Gianni, da grande leader quale era, dirigeva un gruppo ben assortito ed affiatato, dove ognuno svolgeva il proprio compito senza nessuna ambizione personale, tipica invece di altri gruppi alpinistici.<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>Il 29 gennaio del 1972 partiamo in sei: mio fratello Antonio ed io, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Gian Battista Crimella,Gian Battista Villa. Gli ultimi due sono alla prima esperienza invernale. Saliamo a Canale d\u2019Agordo a prendere Livio De Bernardin, il custode del rifugio Tissi. Lo conosciamo da anni, dalla Torre Trieste per essere precisi, ci siamo poi visti d\u2019estate. Stavolta si prodigher\u00e0 per intere settimane, salendo ripetutamente con noi al rifugio e mettendo in moto la teleferica per il trasporto del materiale dal fondovalle al Col Rean. L\u2019altezza della neve, gi\u00e0 considerevole a Listolade, aumenta via via che ci inoltriamo in Val Corpassa. \u201cTira un po\u2019 tu\u201d, dice a un dato punto chi sta davanti e da quel momento ci daremo il turno nel battere la pista<\/em>.\u201d<\/p>\n<p>\u2026\u201c<em>Prima che si faccia buio, i componenti\u00a0 della seconda cordata si calano sino alla base e rientrano al rifugio Tissi, per trascorrere la notte. Crimella ed io ci fermiamo a bivaccare in una nicchia, a quasi trecento metri dalla base. Il ricovero \u00e8 abbastanza ampio; dentro, attaccata alle pareti, sistemiamo la tenda. Nevica e quasi subito cominciano le valanghe, aumentando di volume e di frequenza. Stanchi come siamo, non riusciamo a chiudere occhio per il rumore terrificante. Sembra che la montagna vada in pezzi, la roccia sulla quale siamo sdraiati vibra e sussulta, quasi scossa dal terremoto. La situazione muta quando le tenebre diradano: la parete \u00e8 diventata impraticabile e ci ha imprigionato. \u201cSiamo in trappola come topi!\u201d, esclama mestamente Crimella, che ha perso il sorriso. Uscire dal nostro antro significa essere schiacciati e portati via. Il riparo \u00e8 abbastanza comodo: potremmo affrontare a cuor leggero una prova di resistenza con il maltempo, se disponessimo di viveri. Ci troviamo invece a corto. Le provviste che avevamo dovevano bastare per la cena di ieri e la colazione di stamani; salendo dal rifugio, i compagni avrebbero portato gli alimenti indispensabili per proseguire nella scalata.<\/em><\/p>\n<p><em>Gi\u00e0 ieri sera, visto come si mettevano le cose, abbiamo fatto economia sul cibo e sul combustibile. Ora la fame si fa sentire e crescer\u00e0 con le ore; l\u2019inazione la accentuer\u00e0, insieme al colore sempre pi\u00f9 bigio dei pensieri: per due giorni e tre notti resteremo nella grotta e l\u2019orrendo concerto ci terr\u00e0 compagnia.\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u2026\u201cLa mattina del 26 febbraio, Crimella ed io partiamo: il problema della giornata \u00e8 ingente; c\u2019\u00e8 il grande tetto da superare. Ce la facciamo, tra neve, nebbie e valanghe in un\u2019abbondanza che vanno oltre ogni capacit\u00e0 d\u2019immaginazione. Sotto il tetto godiamo di una certa protezione naturale, stando come al riparo di una grondaia; sopra il tetto \u00e8 un inferno. Troviamo una piccola nicchia, ci tiriamo dentro per riposarci, poi la decisione che prendiamo non \u00e8 voluta, ma imposta: si ridiscende alla cengia.<\/em><\/p>\n<p><em>Bivacchiamo insieme tutti e quattro, ed \u00e8 per me la nona notte consecutiva che trascorro in parete. Al mattino \u00e8 sempre brutto, siamo immersi in un umidore appiccicaticcio caldo e gelido, dalla testa ai piedi. \u201cSi scende?\u201c Ci guardiamo in faccia. Con una parete in queste condizioni, con un tetto del genere, che altro possiamo fare?\u201d .<\/em><\/p>\n<p><em>Dopo due tentativi e continui viaggi in auto da Valmadrera fino a Listolade, e a volte fino al Rifugio Tissi, arriv\u00f2 il momento dell\u2019assalto finale. Al rifugio si ritrovarono in cinque, tutti di Valmadrera, Giuliano Fabbrica era influenzato, perci\u00f2 non pot\u00e9 essere della partita.<\/em><\/p>\n<p><em>\u2026\u201cIl sedici marzo comincia la terza fase della nostra avventura: sveglia e partenza alle sei. Giuliano Fabbrica non \u00e8 potuto venire, non si \u00e8 ancora ristabilito. Ci spiace assai. Siamo soltanto in cinque: \u201ci cinque di Valmadrera\u201d. La quantit\u00e0 di neve caduta dal cielo e slavinata dalla parete dall\u2019ultimo nostro tentativo in poi \u00e8 ingente. Le corde fisse lasciate sono sepolte. Ci apriamo la strada a colpi di piccozza, saliamo su neve dura. Siamo divisi in due cordate e la formazione non muter\u00e0: Crimella ed io siamo la cordata di punta, Giorgio, Villa, mio fratello Antonio seguono ricuperando ed avviando il materiale. Se vogliamo trovare una similitudine per il nostro sistema di scalata, possiamo pensare alla chiocciola. La v\u00e0, la v\u00e0, la porta adre la c\u00e0 si dice da noi. La cordata di punta avanza; l\u2019altra \u201cporta dietro la casa\u201d. Se la cordata di punta non trova il posto adatto per il bivacco, le cordate retrocedono sin dove \u00e8 rimasta \u201cla casa\u201d, come fa la chiocciola quando sentendo un pericolo si ritira dentro il guscio.\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u2026\u201cAll\u2019alba del 20 marzo due sorsi di t\u00e8 a testa e partenza. Compio una traversata di quaranta metri su neve inconsistente e ghiaccio. Dopo questo, un altro tiro, sempre sotto le scariche. Da stamani ci muoviamo su quella che ho definito la terza zona della parete. Arriviamo alla base di un salto strapiombante; dal basso l\u2019avevamo giudicato difficile, la supposizione \u00e8 confermata in pieno. La nostra direttrice puntava a sinistra; sulla destra si vedeva una grotta. Ora siamo troppo sotto per poterla scorgere. Non ho pi\u00f9 corda per proseguire, mi fermo.\u201cPiega a destra\u201d, dico a Crimella. C\u2019\u00e8 un\u2019altra grotta, e dovrebbe essere alla nostra destra, press\u2019a poco all\u2019altezza in cui ci troviamo; l\u2019abbiamo sempre studiata con il binocolo; ora \u00e8 indispensabile trovarla. Il primo tentativo va buco; Crimella insiste guardingo e paziente, la traversata che sta compiendo \u00e8 molto impegnativa, per\u00f2 lo ricompensa: \u201cC\u2019\u00e8\u201d, mi grida. Lo annuncio ai compagni: \u201cPortate il materiale\u201d. \u201cTrascorreremo un\u2019altra notte uniti\u201d. La seconda cordata fa salire il materiale lungo un tracciato esasperante, compie prodigi di equilibrio perch\u00e9 i pesi fanno sbandare: noi due della prima diamo inizio alle manovre per superare un repulsivo salto di roccia. Crimella passa in testa: si direbbe che l\u2019azione lo rinvigorisca tanto si muove spedito: ha forza e coraggio da vendere! Tre soli chiodi su un tiro di quinto superiore! \u2026\u00c8 l\u2019ultimo giorno dell\u2019inverno: \u201cfinir\u00e0 anche questa parete\u201d, brontola Antonio e come sempre ripete che \u00e8 l\u2019ultima volta: \u201cNon mi becchi pi\u00f9\u201d. L\u2019atmosfera del bivacco \u00e8 serena, siamo vicini alla vetta e il tempo, se non migliora, non accenna a peggiorare. Finito il collegamento radio i discorsi saltano arguti da un argomento all\u2019altro: noi \u201cvecchi\u201d ascoltiamo le storielle bizzarre dei giovani ogni tanto punzecchiandoli, ed essi controbattono con qualche frizzo salace. \u201cDormiamo?\u201d \u201cVorresti andare a ballare?\u201d. \u201cCerca di non russare, stanotte!\u201d Alle sei del mattino si parte; ognuno porta il proprio materiale. Sto in testa sino al punto massimo raggiunto ieri; Crimella che ha uno zaino pi\u00f9 leggero mi da poi il cambio.\u201d \u2026\u201cAiuto la seconda cordata a salire. \u201c\u00c8 la vetta?\u201d Chiedono. La vetta \u00e8 ancora lontana, non si scorge un posto dove bivaccare. Il cielo \u00e8 grigio \u2013 piombo, lunghe nubi inquiete s\u2019accumulano, le ultime luci danno riverberi metallici alla roccia. Prima che raggiunga Crimella sono le diciannove. Intravvedo sulla destra un ripiano protetto, dove ci potremo sistemare. Si intaglia in un erto pendio nevoso, sotto uno strapiombo. Attraverso mentre il compagno sta ancora in alto: \u201cC\u2019\u00e8 posto per tutti\u201d, avverto. \u201cMeglio di quanto pensassi\u201d. Siamo assai indaffarati e rimandiamo pi\u00f9 volte il collegamento radio con Livio. Alle ventidue siamo riuniti; mezz\u2019ora dopo possiamo trasmettere le notizie. \u201cDove siete di preciso\u201d? chiede Livio. Glielo spieghiamo. \u201cTira aria di neve\u201d, dice; \u201cqui nevica da un\u2019ora\u201d, ribattiamo. Proprio cos\u00ec: ci\u00f2 che si temeva ogni qualvolta si avvicinavano nubi minacciose \u00e8 accaduto e per l\u2019intera notte la nevicata ci terr\u00e0 compagnia, in questo bivacco all\u2019aperto. Alla mattina del 22 marzo \u201ct\u00e8 per tutti\u201d, come promettono i programmi delle gite sociali, con la differenza che per noi c\u2019\u00e8 solo quello, ed in razione scarsa. Non \u00e8 novit\u00e0 di gran conto, la vera novit\u00e0 \u00e8 un\u2019altra, la parete ha cambiato faccia, \u00e8 tutta bianca. Saranno tre centimetri di neve, non di pi\u00f9, ma si sono posati dappertutto, e come di consueto il vento non ha dimenticato d\u2019impastarli sotto gli strapiombi. Un primo tiro, poi si presenta un problema che adesso per noi \u00e8 insolubile: ci sono trenta metri nel vuoto, esigono un numero notevole di chiodi e ne abbiamo pochissimi. Anzich\u00e9 forzare la salita, cerchiamo una linea naturale. Si tratta di scendere sei o sette metri lungo un diedro per arrivare in tal modo ad una specie di nicchia sotto un grande tetto rotto da pi\u00f9 fessure larghe\u201d. \u2026\u201cAttacca\u201d, lo invito. \u201cDevo stare vicino agli altri\u201d, e li esorto infatti a seguirci il pi\u00f9 vicino che possono. Per i primi tre metri, Crimella va su a fatica, poi ritrova la carica, \u00e8 padrone di s\u00e9, della sua sicurezza, del suo stile. Sosta solo dopo una trentina di metri, su passaggi di V e di VI. Giunto alla fermata mi ricupera, ma devo poi scendere a liberare la corda per gli altri. La bufera ci riavvolge astiosa, insopportabile. Sceglie i momenti peggiori per saltarci addosso. Si respira a fatica, non si vede pi\u00f9 niente. Poi, di colpo come \u00e8 subentrata, cessa. Le cortine s\u2019allontanano, sembrano veli giganteschi sospesi sulla valle. Le corde riprendono a scorrere. Nel silenzio immenso che si \u00e8 ricucito: \u201cvetta!\u201d \u201cvetta!\u201d grida Crimella. Sento un colpo al cuore. Dal rifugio Tissi sale l\u2019urlo di quelli che ci stanno osservando, e vedono il primo di noi profilarsi contro il cielo. Sono le 13.40. Alle 16 arriver\u00e0 in cima l\u2019ultimo dei \u201ccinque di Valmadrera<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Il libro di Gianni Rusconi, pubblicato agli inizi del 1973, termina con il racconto della \u201cVia dei 5 di Valmadrera\u201d, il gruppo valmadrerese continu\u00f2 per\u00f2 a compiere salite invernali per altri tre anni.<\/p>\n<p><strong>Inverno 1973<\/strong><\/p>\n<p>Alla fine del 1972 poco prima di Natale il gruppo era gi\u00e0 in movimento. Dal 16 al 19 dicembre Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari, e Gianin Villa scalarono in prima ripetizione invernale la via \u201cVera\u201d, tracciata l\u2019estate precedente dal lecchese Claudio Corti e Claudio Gilardi sulla parete Sud del Badile. Il vero obiettivo di quell\u2019inverno era la via Philipp-Flamm sulla parete Nord-Ovest della Civetta, un itinerario parallelo alla via tracciata in pieno inverno proprio l\u2019anno precedente dai cinque di Valmadrera. La corsa per l\u2019invernale al diedro Philipp- Flamm era aperta da parecchi anni e sembrava fosse ormai \u201cl\u2019ultimo grande problema delle Alpi\u201d. Molti alpinisti avevano creduto che nell\u2019inverno precedente i valmadreresi avrebbero attaccato la via in questione, e la meraviglia fu grande quando i due Rusconi e soci tracciarono un nuovo itinerario. Quell\u2019inverno 1973 al rifugio Tissi soggiornarono parecchi alpinisti e molti furono gli assalti alla parete. Gianni Rusconi aspett\u00f2 e, da grande conoscitore della Civetta, si port\u00f2 all\u2019attacco della parete quando gli altri avevano ormai gettato la spugna. In cinque giorni la cordata valmadrerese scal\u00f2 la parete, sbalordendo l\u2019ambiente alpinistico e compiendo un\u2019impresa che \u00e8 rimasta negli annali della storia dell\u2019alpinismo. In quell\u2019occasione il gruppo di sei persone si ridusse a quattro per la forzata assenza di Antonio, che all\u2019ultimo momento fu trattenuto da impegni di lavoro, e di Villa, che era partito per il servizio militare. Cos\u00ec, con Gianni si ritrovarono Crimella, che condusse la cordata, Fabbrica e Tessari, che svolsero la funzione di cordata di appoggio. La salita present\u00f2 notevoli difficolt\u00e0, ma l\u2019allenamento e l\u2019affiatamento del gruppo erano ormai tali da rendere superabili anche le cose impossibili. Cos\u00ec successe che Tessari, vedendo Crimella esposto nel vuoto a fare giochi di equilibrio impensabili, e conscio del rischio, grid\u00f2 in dialetto: \u201cVa minga s\u00f6 insc\u00e9e sgularc\u201d e quello per tutta risposta un secondo dopo cadde, rimanendo appeso alla corda con un vuoto di seicento metri sotto i piedi. La sana incoscienza di Crimella insieme all\u2019esperienza e alla prudenza di Gianni erano il motore della scalata che a sua volta si avvaleva dell\u2019aiuto della cordata di appoggio, la quale si sobbarcava il maggior sforzo fisico.<\/p>\n<p>Di quegli anni di grandi invernali si narrano svariati aneddoti. \u00c8 significativo che dopo ogni grande ascensione compiuta erano esaltate non tanto le difficolt\u00e0 tecniche, quanto le \u201cgoliardate\u201d e le situazioni tragicomiche che si verificavano durante la scalata.<\/p>\n<p><strong>Inverno 1974<\/strong><\/p>\n<p>Dopo le Alpi Centrali e Orientali, nell\u2019inverno 1974 venne il momento di provare anche una invernale al Monte Bianco. Negli ultimi giorni del 1973, precisamente dal 28 al 30 dicembre, venne compiuta la prima invernale della parete Est del Dente del Gigante da Gianbattista Villa, Gianni e Antonio Rusconi. Questa realizzazione serv\u00ec da allenamento e da ambientamento alla quota. Circa un mese dopo Gianni e i suoi attaccarono la Via Gervasutti al Pic Gugliermina, una parete di granito nel cuore del Monte Bianco alta 800 metri. L\u2019ascensione dur\u00f2 cinque giorni e una volta raggiunta la cresta sommitale, finite le difficolt\u00e0 e visto il peggioramento delle condizioni atmosferiche, i componenti della cordata scesero lungo la via di salita. Nell\u2019ambiente alpinistico, dove le polemiche nella maggior parte dei casi prevalgono sui fatti, si diede per incompiuta quell\u2019invernale, e nell\u2019inverno dello stesso anno un\u2019altra cordata percorse per intero la via e si aggiudic\u00f2 l\u2019iscrizione negli annali dell\u2019alpinismo.<\/p>\n<p><strong>Inverno 1975<\/strong><\/p>\n<p>Fu l\u2019ultimo inverno durante il quale il gruppo dei valmadreresi fece parlare delle proprie invernali: Gianni guid\u00f2 i suoi compagni di cordata ancora nel gruppo del Monte Bianco. Cominciarono con un\u2019ascensione di allenamento e scelsero la breve ma intensa via Bonatti alla Chandelle, proseguirono, sempre sulle orme di Bonatti, sull\u2019ampia e articolata parete Est del Grand Pilier D\u2019Angle. Durante questa scalata la cordata di Gianni e Antonio Rusconi, Giorgio Tessari, Gianbattista Crimella e Gianin Villa non riusc\u00ec a seguire perfettamente la linea della via Bonatti e si ritrov\u00f2 a raccordare due itinerari diversi con una nuova variante. Il proseguimento dell\u2019ascensione port\u00f2 gli alpinisti in cima al Monte Bianco lungo la cresta di Peuterey, dove, con una temperatura molto rigida, affrontarono una discesa estremamente dura.<\/p>\n<p><strong>Nel frattempo<\/strong><\/p>\n<p>Nel frattempo una nuova generazione si affacci\u00f2 con determinazione per continuare quella tradizione alpinistica classica sulla scia del \u201cNuovo Mattino\u201d. Essa comprendeva Mos\u00e8 Butti, Romano Corti, Gian Maria Mandelli, Elio Rusconi, Antonio Sacchi, Paolo Cesana, Felice Vassena, Franco Corti e Franco Tessari, fratello di Giorgio. Questi ragazzi oltre a ripetere i grandi itinerari delle Alpi andavano alla ricerca sulle montagne locali \u2013 sui Corni di Canzo e in particolare sul Moregallo \u2013 di angoli non ancora scoperti che davano per\u00f2 la possibilit\u00e0 di realizzare itinerari interessanti<\/p>\n<p>Cos\u00ec all\u2019alba del 1973 Gianbattista Villa, che poi nel 1974 divent\u00f2 Aspirante Guida Alpina, Antonio Sacchi, Elio Rusconi e Gian Maria Mandelli diedero anima a quel capolavoro di via sulla cresta Sud-Est del Moregallo denominata \u201cCresta G.G. OSA\u201d o pi\u00f9 familiarmente \u201cCrestina\u201d, oggi di gran lunga la pi\u00f9 frequentata scalata di tutto il gruppo Moregallo-Corni.<\/p>\n<p>Per meglio capire la mole di attivit\u00e0 di questi giovanotti basti pensare che nell\u2019anno solare 1976 aprirono una decina di itinerari mettendo a frutto i dettami della nuova tendenza, che era quella di limitare al massimo l\u2019uso dei tradizionali chiodi da fessura, preferendo a questi i nuovi ritrovati come mezzi di protezione (nuts) e lasciando in questo modo le pareti \u201cpulite\u201d.<\/p>\n<p>Un esempio di via che rispecchia questa nuova filosofia di arrampicata \u00e8 la \u201cValmadrera 78\u201d, tracciata da Gian Maria Mandelli, Franco Tessari, Franco Corti ed Elio Rusconi sull\u2019anticima Est della Pala di Socorda ai Dirupi di Larsec (gruppo del Catinaccio, Dolomiti).<\/p>\n<p>In quegli anni parecchi soci parteciparono ai corsi indetti dalla Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo, nel 1976 Giorgio Tessari e nel 1984 Beppe Dell\u2019Oro diventarono Istruttori Nazionali di Scialpinismo, nel 1980 Gianbattista Crimella e Franco Tessari e nel 1986 Gian Maria Mandelli superarono i corsi per diventare Istruttori Nazionali di Alpinismo. Il 1978 fu un anno denso di eventi. Dopo tredici anni di presidenza, Giordano Dell\u2019Oro cedette la guida della Sezione a Giorgio Tessari. Nello stesso anno Gianbattista Crimella venne ammesso al Club Alpino Accademico Italiano.<\/p>\n<p>Nel frattempo fu istituita in seno alla sezione una Scuola di Scialpinismo e la direzione del primo corso venne affidata a Ruggero Dell\u2019Oro che con altri amici contribu\u00ec alla sua nascita. Ruggero ebbe quale valida collaboratrice la moglie Cristiana Del Buono, forte alpinista e scialpinista che all\u2019epoca svolgeva mansioni di segretaria. Alpinista di ottimo livello, Ruggero ha svolto, prevalentemente con Cristiana, una grande attivit\u00e0 sulle montagne di tutto l\u2019arco alpino ed insieme i due hanno tracciato diverse vie nuove sulle pareti dei Corni di Canzo, una delle quali -la C.R.i.\u2019S- \u00e8 stata battezzata con le loro iniziali. Scialpinista di elevate capacit\u00e0, nel 1977 Ruggero aveva ottenuto la nomina a Istruttore di Scialpinismo. Nel 1973, Ruggero rimase vittima di un gravissimo incidente alla base del Pilastro Nord-Ovest del Cengalo: il cedimento di un pilastrino di roccia lo aveva fatto precipitare per una quarantina di metri causandogli fratture agli arti e alla scatola cranica, procurandogli uno stato di coma durato sei giorni. Gli fu necessario molto tempo per riprendere una vita normale, ma nonostante quella brutta esperienza continu\u00f2 e continua a svolgere una notevole attivit\u00e0 alpinistica e scialpinistica.<\/p>\n<p>Con il supporto dell\u2019assessorato alla cultura del comune di Valmadrera nel 1979 venne data alle stampe la guida delle vie di arrampicata del Gruppo Corni di Canzo e Moregallo, curata da Gian Maria Mandelli e Giorgio Tessari.<\/p>\n<p>Nel 1980 Antonio Rusconi venne ammesso al Club Alpino Accademico Italiano.<\/p>\n<p>La direzione della Scuola di scialpinismo pass\u00f2 a Giorgio Tessari, mentre quella della scuola di alpinismo a Gianni Rusconi. Proprio in quell\u2019anno furono allievi dei corsi indetti dalla nostra scuola tre giovani, Paolo Crippa, Domenico Chindamo e Alberto Tegiacchi, che diventarono poi fortissimi alpinisti e in seguito istruttori della scuola stessa.<\/p>\n<p>Per quattro anni consecutivi venne organizzato un campeggio estivo, prima a Bellamonte, poi nella valle di S. Lucano. Nel biennio 1982-1983 Franco Tessari subentr\u00f2 al fratello Giorgio alla presidenza della sezione, successivamente Giorgio venne di nuovo rieletto presidente e rimase in carica dal 1983 al 1985.<\/p>\n<p>Iniziarono gli anni delle avventure extraeuropee: nel 1984 Mino Brusadelli, Enrico Beretta, Gianbattista Villa, Gianbattista Crimella e Gianbattista Magistris partirono per la penisola del Sinai, \u201calpinisticamente\u201d quasi sconosciuta. Sulle pareti di rosso granito i valmadreresi tracciarono diversi itinerari di arrampicata usando esclusivamente protezioni removibili (friends e nuts) e visitando alcune valli nella zona del Monastero di Santa Caterina. La vetta del Pik Lenin nel Pamir venne invece raggiunta dalla piccola spedizione scialpinistica di Beppe Dell\u2019Oro, Oreste Forno e Renato Cason.<\/p>\n<p>Una conferma del valore della nostra scuola arriv\u00f2 alla fine dell\u2019anno. Alla sezione di Valmadrera venne conferito il premio \u201cGrignetta d\u2019Oro\u201d per l\u2019attivit\u00e0 alpinistica svolta dai giovanissimi Paolo Crippa, Beppe \u201cBiba\u201d Rusconi, Marco Rusconi e Alberto Tegiacchi. Il 1985 vide il cambio al vertice della scuola Attilio Piacco, Gianbattista Crimella succedette a Gianni Rusconi.<\/p>\n<p>Domenico Chindamo, ormai istruttore della nostra scuola, part\u00ec per la Patagonia con una spedizione alpinistica di Como, e raggiunse la vetta del Fitz Roy; intanto Gianbattista Crimella, Mino Brusadelli e Gianbattista Villa toccarono la cima di 5896 metri del Kilimanjaro in Kenia.<\/p>\n<p>Il 1986 si apr\u00ec con il rinnovo del direttivo della sezione, venne eletto presidente Gianbattista Magistris affiancato da un consiglio composto da parecchi giovani. In una delle prime riunioni venne proposta l\u2019idea di realizzare un notiziario che contenesse non solo le notizie della sezione, ma che fosse aperto al contributo di \u201cfirme\u201d esterne; venne costituito un comitato di redazione che ide\u00f2 e realizz\u00f2 \u201cVERTICE\u201d.<\/p>\n<p>Nello stesso anno matur\u00f2 l\u2019ambizioso progetto di tentare una nuova via alla parete Ovest della Torre Egger, in Patagonia, partirono per quella meta Gianbattista Crimella, Paolo Crippa, Gianbattista Villa, Maurizio Maggi, Domenico Chindamo e Paolo Cesana. Il sogno non pot\u00e9 essere realizzato a causa delle persistenti pessime condizioni atmosferiche. Anche sulle Alpi Retiche del Masino-Bregaglia i nostri lasciarono il segno: una nuova via sulla parete est della Sciora di Dentro venne tracciata da Gian Maria Mandelli e Romano Corti; anche Felice Vassena e Sergio Panzeri andarono a segno sulla Fiamma del Torrone con nuovi itinerari.<\/p>\n<p>Sulla maestosa parete Nord-Ovest della Civetta, proprio sulla Punta Civetta, Paolo Crippa, con Walter Bellenzier e Giusto Callegari, apr\u00ec un nuovo e difficile itinerario. Gianbattista Crimella insieme al piemontese Corradino Rabbi venne chiamato a rappresentare il C.A.A.I. in Nuova Zelanda in occasione dei festeggiamenti del centenario della realizzazione del primo parco naturale, e in quell\u2019occasione sal\u00ec alcune cime tra cui il Monte Cook. I giovani nuovi talenti, Alberto Tegiacchi e Paolo Crippa compirono imprese di notevole livello: Alberto assieme a Dario Spreafico scal\u00f2 la Salath\u00e9 Wall sul Capitan nella Yosemite Valley, negli Stati Uniti, Paolo sempre con Dario Spreafico apr\u00ec due nuove vie: una di grande difficolt\u00e0 (VII+) alla parete Nord-Ovest della Punta Civetta, l\u2019altra sulla parete Nord-Ovest del Pizzo Cengalo.<\/p>\n<p>Su \u201cVertice\u201d si lesse la notizia che \u201c<em>per la prima volta nella storia della sezione di Valmadrera si sono avviate le operazioni organizzative per una spedizione alpinistica in Himalaya<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>In effetti, come risulta da documenti ritrovati recentemente, la prima spedizione fu \u201cValmadrera \u2013 Alaska 71\u201d organizzata dalla Sezione e sostenuta dall\u2019Amministrazione Comunale con i contributi delle associazioni sportive, da aziende e da molti privati cittadini.<\/p>\n<p>Il 4 agosto 1988 partirono da Milano alla volta di New Delhi sette \u201cragazzi\u201d, capitanati da GianMaria Mandelli, tutti istruttori della scuola di alpinismo Attilio Piacco. Il 6 settembre tre di loro raggiunsero la cima del Kedarnath Peak per una via nuova sulla parete Sud, via che venne chiamata \u201cValmadrera 88\u201d.<\/p>\n<p>Componevano la spedizione: Mandelli Gian Maria, capo spedizione, I.N.A.; Chindamo Domenico, I.A., C.A.A.I.; Corti Romano, I.A.; Farina Mauro, A.I.; Sala Lorenzo, A.I.; Vassena Felice, I.A.; Villa Gianbattista, A.G.A. Dopo essere partito da New Delhi il 7 agosto, il gruppo install\u00f2 il campo base dopo quattro giorni di esplorazione sul ghiacciaio, e inizi\u00f2 il lavoro di approccio e di attrezzatura della parete. Le cattive condizioni atmosferiche obbligarono gli alpinisti a continui saliscendi dalla parete, tanto che in quindici giorni di tentativi erano riusciti a progredire di soli settecento metri. Il 30 agosto il tempo miglior\u00f2, il gruppo part\u00ec per tentare l\u2019attacco finale, dal 1\u00b0 campo installato a 5200 metri si port\u00f2 fino a quota 5600 metri dove mont\u00f2 il 2\u00b0 campo, quindi attrezz\u00f2 la parete con corde fisse fino a 6000 metri. Dopo quattro giorni e tre bivacchi, il 6 settembre alle ore 11, Gianbattista Villa, Lorenzo Sala e Domenico Chindamo raggiunsero la cima in perfetto \u201cstile alpino\u201d. Gianmaria Mandelli e Mauro Farina si fermarono ad un centinaio di metri dalla vetta per assistere Romano Corti colpito da un principio di assideramento. Felice Vassena non pot\u00e9 partecipare alla parte finale della scalata perch\u00e9 sofferente di bronchite.<\/p>\n<p>La parete vera e propria ha inizio a 4500 metri ed ha un dislivello di 2400 metri con uno sviluppo di circa 3000 metri. La complessa parete Sud del Kedarnath Peak si divide in quattro settori: la parte inferiore fino al plateau a quota 5200 metri \u00e8 caratterizzata dal ripido e insidioso ghiacciaio che scende dal plateau stesso. Gli altri tre settori comprendono lo sperone che porta direttamente alla vetta: il primo, la \u201cTriangular Rock\u201d, il secondo la \u201cMiddle Rock Wall\u201d e il terzo la \u201cTop Rock Wall\u201d. La linea di salita dei valmadreresi \u00e8 diretta fino alla Top Rock Wall e devia poi a sinistra per raggiungere la cima. La decisione di evitare la Top Rock Wall fu presa per la mancanza di tempo a disposizione degli alpinisti, essi infatti raggiunsero la cima solo il giorno prima che iniziassero le operazioni di smantellamento del campo base. Durante la scalata furono installati un campo base avanzato a 4500 metri, un 1\u00b0 campo a 5200 metri ed un 2\u00b0 campo a 5600 metri. Dal 2\u00b0 campo la salita \u00e8 proseguita in stile alpino con tre bivacchi, a 6000, 6200 e 6700 metri circa. La parete presenta difficolt\u00e0 dal 3\u00b0 al 5\u00b0 grado e tratti di artificiale su roccia e pendii di ghiaccio da 40\u00b0 a 75\u00b0. Il gruppo trascorse un totale di venticinque giorni al campo base, gli ultimi nove dei quali, in parete.<\/p>\n<p><strong>Kedarnath, nel ricordo<\/strong><\/p>\n<p>Il tempo che passa lascia in tutti noi dei ricordi che, belli o brutti che siano, ci restano impressi nella memoria. Alcuni poi sbiadiscono col tempo, altri cominciano a far parte di noi e senza volerlo li richiamiamo alla memoria nei momenti e nelle situazioni pi\u00f9 strane. Talvolta capita che, improvvisamente e senza particolari motivi, ricordi alcuni istanti dell\u2019avventura al Kedarnath. Sono come dei flash in apparenza insensati se considerati singolarmente, ma che mi fanno rivivere con intensit\u00e0 le gioie e le ansie passate.<\/p>\n<p>\u2026\u201dFinalmente ha smesso di piovere, penso di essere intorno ai 4.250 metri di quota e sono solo su un crestone morenico; davanti a me vedo il fronte del ghiacciaio dal quale sgorgano le acque del sacro Gange. Sono due giorni che vaghiamo su questa maledetta morena e non siamo ancora riusciti a trovare un posto adatto per piazzare il campo base; la pioggia ininterrotta e la nebbia non ci danno tregua. Gianin e Romano hanno voluto proseguire aggirando il crestone, io sono salito direttamente in cresta, al momento non vedo gli altri, ma sono sicuramente divisi in gruppetti alla ricerca di una radura. Mi fermo ad osservare quanto mi \u00e8 concesso di vedere: la nebbia finalmente si alza e da qui posso inquadrare la situazione. Da questa posizione riesco ad individuare un po\u2019 tutti, Lorenzo solo soletto sta risalendo il torrente in direzione del fronte del ghiacciaio, Felice, Mauro e Domenico sono ad un centinaio di metri sotto di me, mentre Gianin e Romano continuano a salire. Li osservo un po\u2019 mentre arrancano attorno ad alcuni grossi massi: sono voluti salire a tutti i costi, ma in quella direzione troveranno solo ghiaccio. Gridando a squarciagola riescoa far capire loro di scendere. Ormai \u00e8 pomeriggio inoltrato ed \u00e8 anche ora di rientrare a Kedarnath per metterci qualcosa d\u2019asciutto. Mi abbasso lungo la cresta e mi fermo ad aspettare Romano e Gianin, dopo aver discusso un po\u2019 con loro capisco che vorrebbero ritornare lass\u00f9 l\u2019indomani per vedere meglio il luogo. Io non sono d\u2019accordo e riesco a convincerli a desistere e a riposare per un giorno, aspettando che si asciughino i panni e ci si schiariscano le idee. Ora mi rendo conto che non sempre eravamo concordi sulle scelte da compiere, ci\u00f2 che realmente contava per noi era rimanere insieme e in accordo su tutto.<\/p>\n<p>\u201cAncora 5 metri e poi ci sono, maledizione non ci arriva la corda\u201d. \u201cDomenico, la fisso qui, poi sistemala tu fino l\u00ec sopra\u201d. Mi slego e salgo gli ultimi metri che mi separano dal plateau. Lo spettacolo che mi appare \u00e8 proprio come me l\u2019aspettavo, il cuore della parete sud del Kedarnath Peak \u00e8 davanti a me, la linea di salita da noi immaginata sulle foto \u00e8 reale e percorribile: questo vuol significare che non ci eravamo sbagliati. Arrivano anche Domenico e Romano, e tutti e tre ci fermiamo a lungo a contemplare la maestosit\u00e0 dell\u2019ambiente. \u00c8 da parecchi giorni che aspettavamo questo momento, ma il brutto tempo ci ha permesso solo ora di vedere da vicino la nostra parete. Ieri abbiamo scavato per tre ore sotto un \u201cdiluvio universale\u201d per riuscire ad installare una tendina, e dopo aver ben preparato il piano la tenda non voleva lasciarsi montare.<\/p>\n<p>Il nervosismo che contenevamo ormai a stento si \u00e8 trasformato in una canzone cantata a squarciagola da tutti quanti, finch\u00e9 la tenda ormai fradicia fu pronta. Oggi, dopo aver installato 600 metri di corde fisse, ci troviamo a 5.200 mt, siamo saliti su un altro gradino di questa grande parete e domani i nostri amici ci daranno il cambio con la ferma intenzione di proseguire.<\/p>\n<p>Non manca molto ad arrivare in cresta, ora la posso vedere abbastanza bene, mi fermo per riprendere un po\u2019 di fiato e poi riparto di slancio per affrontare un tratto di roccia striato da sottili canali di ghiaccio. Da pi\u00f9 diquattro ore sto arrampicando oltre i 6.000 metri, ed anche se la fatica si fa sentire riesco a godermi il granito e il ghiaccio del Kedarnath mischiati in un cocktail fantastico. Tutto su questo tratto di parete sembra preparato per essere scalato: canalini di ghiaccio che si infrangono contro barriere di granito o che si ramificano sulla roccia stessa formando un terreno misto di selvaggia bellezza. Ormai sono in cresta, mi assicuro e mi sporgo verso il vuoto per gridare: \u201cSono arrivato, vieni pure\u201d. Non ricevo alcuna risposta, poi la corda si tende ed il mio compagno comincia a salire. Solo adesso mi guardo attorno e rimango inebetito dallo straordinario spettacolo che mi si presenta. Sotto di me un mare impetuoso di nubi che si accavallano e si infrangono giungendo a sfiorarmi e mi permettono di ammirare forme e colori indescrivibili. Rimango immobile per parecchi minuti, mi sembra di essere fuori dal mondo, forse sono in paradiso: tutto sotto di me sembra agitarsi e dibattersi come sempre, invece dove mi trovo sono circondato dal silenzio e da montagne quiete e beate. Io stesso mi sento parte di questa tranquilla visione, non provando alcuna preoccupazione per le torri di granito e le creste di neve che mi sovrastano. L\u2019arrivo dei miei compagni, ed il conseguente lavoro che ci aspetta per piazzare le tendine, mi risvegliano e mi riportano alla realt\u00e0: certamente quei momenti vissuti da solo su quella cresta a 6300 resteranno fra i pi\u00f9 intensi di tutta la mia vita. \u201cCome stai?\u201d. Chiedo a Romano. \u201cAdesso meglio, mi spiace per voi\u201d, mi risponde. Ormai siamo arrivati sul plateau dopo una serie di corde doppie; la temperatura su questo versante al riparo dal vento sembra essere pi\u00f9 accettabile. Durante l\u2019ultimo bivacco a 6.700 metri, Romano si \u00e8 mezzo assiderato, perci\u00f2 Mauro ed io siamo rimasti con lui per aiutarlo a riprendersi, mentre Gianin, Lorenzo e Domenico hanno compiuto, senza di noi, l\u2019ultimo balzo verso la cima. Ora, mentre scendiamo verso il campo base il ritornello si ripete: \u201cMi dispiace per voi\u2026 speriamo che gli altri ce l\u2019abbiano fatta\u201d. Sprofondando ogni tanto nella neve soffice portata dal vento cominciamo la traversata del plateau alla fine della quale riprenderemo a scendere. La stanchezza comincia afarsi sentire ed ogni tanto ci fermiamo a riprendere fiato. In questi ultimi otto giorni di scalata non abbiamo effettuato pause, la nostra progressione \u00e8 stata continua, e quell\u2019incidente all\u2019ultimo bivacco potrebbe avere vanificato i nostri sforzi. Finalmente, guardando verso la cresta sommitale, riusciamo a scorgere tre puntini: sono i nostri compagni che stanno scendendo. Cominciamo a chiamare: i tre agitano le braccia, ma non sentiamo alcunch\u00e9. Andiamo avanti a gesti per una decina di minuti poi, nell\u2019attimo in cui cessa il vento, riesco a percepire la netta voce di Domenico: \u201cGianni, vittoria!\u201d Di colpo mi si piegano le gambe, sono in ginocchio, ma alzo le braccia per dare una risposta ai nostri amici. Romano, finalmente, si tranquillizza e Mauro mormora: \u201cMeno male, almeno loro\u201d. Ci sediamo tutti e tre nella neve, ce l\u2019abbiamo fatta e non importa se non abbiamo raggiunto la cima materialmente, in questa salita c\u2019\u00e8 un po\u2019 di tutti noi, delle nostre ansie, delle nostre paure e delle nostre speranze. Romano recrimina di nuovo: \u201cMi dispiace per voi\u201d. Quando ci rialziamo per partire siamo stanchissimi, dobbiamo attrezzare le corde doppie per i nostri amici e non abbiamo tempo da perdere, ma la tensione che ci aveva sorretto fino a pochi minuti prima e ci dava la carica per resistere \u00e8 sparita e la discesa cos\u00ec diventa lunga e penosa. Il solito nebbione pomeridiano ha coperto la parte alta della parete cosicch\u00e9 dal campo 1 possiamo a malapena vedere la Triangular Rock. Da quando siamo rientrati al campo 1 continuiamo a scrutare la parete alla ricerca dei nostri amici, sperando che l\u2019avanzante oscurit\u00e0 non li costringa a bivaccare di nuovo.<\/p>\n<p>Siamo consapevoli di quanto possano essere stanchi, e quanto sia pericolosa in queste circostanze la discesa. Ma all\u2019improvviso li vediamo spuntare sulla sommit\u00e0 della Triangular Rock e Mauro, che durante la nostra avventura ha interpretato a tutte le quote il ruolo di cuoco, si d\u00e0 un gran da fare tra i fornelli per preparare bevande calde. Dopo un paio di ore, Lorenzo e Domenico attraversano il grande crepaccio che separa il campo 1 dal resto del plateau: li accogliamo con abbracci, pacche sulle spalle e tanta emozione. Gianin, buon ultimo, si \u00e8 fermato sul bordo esterno del crepaccio: e con il suo sorriso senza denti sembra il sole raggiante. Mi raggiunge e il nostro abbraccio \u00e8 talmente intenso che quasi cadiamo a terra. Siamo entrambi commossi, tra noi, al di l\u00e0 delle nostre incomprensioni e dei nostri caratteri a volte contrastanti c\u2019\u00e8 sempre stato un filo che ci lega da vent\u2019anni ed \u00e8 la nostra amicizia. Ora l\u2019euforia si impossessa di noi e cominciamo a parlare a voce alta come se fossimo distanti decine di metri. Rievochiamo cos\u00ec le tappe della nostra salita, ed il nostro pensiero \u00e8 per Felice, che a causa di un\u2019insistente bronchite non ha potuto partecipare con noi all\u2019assalto finale. Cos\u00ec si fa buio e ad uno ad uno ci infiliamo nelle tende; l\u2019ultima battuta \u00e8 per Gianin: \u201cChiss\u00e0 come i saran cuntent in la Val\u201d. Eh s\u00ec, saranno proprio contenti a Valmadrera.<\/p>\n<p><em>di GianMaria Mandelli<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Storia Mentre raccogliamo e analizziamo documenti, articoli, testimonianze per ricostruire in modo ampio ed attendibile la storia del CAI a Valmadrera, continuamente verifichiamo che la presenza delle montagne lascia [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":36,"parent":77,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","template":"","meta":{"footnotes":""},"rankMath":{"parentDomain":"organizzazione.cai.it","noFollowDomains":[],"noFollowExcludeDomains":[],"noFollowExternalLinks":false,"featuredImageNotice":"L&#039;immagine in evidenza dovrebbe essere di almeno 200 x 200 pixel per essere ripresa da Facebook e altri siti di social media.","pluginReviewed":false,"postSettings":{"linkSuggestions":true,"useFocusKeyword":false},"frontEndScore":false,"postName":"la-storia-della-sezione","permalinkFormat":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/%pagename%\/","showLockModifiedDate":true,"assessor":{"focusKeywordLink":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-admin\/edit.php?focus_keyword=%focus_keyword%&post_type=%post_type%","hasTOCPlugin":false,"primaryTaxonomy":false,"serpData":{"title":"","description":"","focusKeywords":"","pillarContent":false,"canonicalUrl":"","breadcrumbTitle":"","advancedRobots":{"max-snippet":"-1","max-video-preview":"-1","max-image-preview":"large"},"facebookTitle":"","facebookDescription":"","facebookImage":"","facebookImageID":"","facebookHasOverlay":false,"facebookImageOverlay":"","facebookAuthor":"","twitterCardType":"","twitterUseFacebook":true,"twitterTitle":"","twitterDescription":"","twitterImage":"","twitterImageID":"","twitterHasOverlay":false,"twitterImageOverlay":"","twitterPlayerUrl":"","twitterPlayerSize":"","twitterPlayerStream":"","twitterPlayerStreamCtype":"","twitterAppDescription":"","twitterAppIphoneName":"","twitterAppIphoneID":"","twitterAppIphoneUrl":"","twitterAppIpadName":"","twitterAppIpadID":"","twitterAppIpadUrl":"","twitterAppGoogleplayName":"","twitterAppGoogleplayID":"","twitterAppGoogleplayUrl":"","twitterAppCountry":"","robots":{"index":true},"twitterAuthor":"nome utente","primaryTerm":0,"authorName":"admin","titleTemplate":"%title% %sep% CAI %sitename%","descriptionTemplate":"%excerpt%","showScoreFrontend":true,"lockModifiedDate":false},"powerWords":["incredibile","sorprendente","meraviglioso","unico","bello","felicit\u00e0","brillante","affascinante","carismatico","scioccante","chiaro","completamente","riservato","fiducia","significativo","creativo","definitivamente","delizioso","dimostrare","sbrigati","determinato","degno","dinamico","impressionante","essenziale","ispiratore","innovativo","intenso","efficace","magico","magnifico","storico","importante","incredibile","indispensabile","indimenticabile","irresistibile","leggendario","luminoso","lusso","magico","magnifico","maestoso","memorabile","miracoloso","motivante","necessario","nuovo","ufficiale","perfetto","appassionato","persuasivo","fenomenale","piacere","popolare","potere","prestigioso","prodigioso","profondo","prospero","potente","qualit\u00e0","radiante","veloce","di successo","rivoluzionario","soddisfatto","sicurezza","sensazionale","sereno","lussuoso","splendido","sublime","sorprendente","talentuoso","terrificante","unico","valore","vibrante","vittorioso","vivace","veramente","zelante","autentico","avventuroso","spettacolare","esclusivo","garantito","straordinario","favoloso","affascinante","formidabile","geniale","grandioso","gratuito","abile","illimitato","impeccabile","infallibile","infinitamente","influente","ingegnoso","indimenticabile","insostituibile","leader","maestro","notevole","innovativo","pioniere","potente","riconosciuto","rivoluzionario","sorprendente","superiore","trionfante","ultra","coraggioso","prezioso","avanguardia","vigoroso","visionario","volont\u00e0","vitale","trionfo","glorioso","inarrestabile","ineguagliabile","intelligente","invincibile","libert\u00e0","orgoglio","pace","progresso","rinnovato","saggezza","soddisfazione","sicuro","serenit\u00e0","superamento","talento","trascendente","trasformativo","coraggio","vittoria"],"diacritics":{"A":"[\\u0041\\u24B6\\uFF21\\u00C0\\u00C1\\u00C2\\u1EA6\\u1EA4\\u1EAA\\u1EA8\\u00C3\\u0100\\u0102\\u1EB0\\u1EAE\\u1EB4\\u1EB2\\u0226\\u01E0\\u00C4\\u01DE\\u1EA2\\u00C5\\u01FA\\u01CD\\u0200\\u0202\\u1EA0\\u1EAC\\u1EB6\\u1E00\\u0104\\u023A\\u2C6F]","AA":"[\\uA732]","AE":"[\\u00C6\\u01FC\\u01E2]","AO":"[\\uA734]","AU":"[\\uA736]","AV":"[\\uA738\\uA73A]","AY":"[\\uA73C]","B":"[\\u0042\\u24B7\\uFF22\\u1E02\\u1E04\\u1E06\\u0243\\u0182\\u0181]","C":"[\\u0043\\u24B8\\uFF23\\u0106\\u0108\\u010A\\u010C\\u00C7\\u1E08\\u0187\\u023B\\uA73E]","D":"[\\u0044\\u24B9\\uFF24\\u1E0A\\u010E\\u1E0C\\u1E10\\u1E12\\u1E0E\\u0110\\u018B\\u018A\\u0189\\uA779]","DZ":"[\\u01F1\\u01C4]","Dz":"[\\u01F2\\u01C5]","E":"[\\u0045\\u24BA\\uFF25\\u00C8\\u00C9\\u00CA\\u1EC0\\u1EBE\\u1EC4\\u1EC2\\u1EBC\\u0112\\u1E14\\u1E16\\u0114\\u0116\\u00CB\\u1EBA\\u011A\\u0204\\u0206\\u1EB8\\u1EC6\\u0228\\u1E1C\\u0118\\u1E18\\u1E1A\\u0190\\u018E]","F":"[\\u0046\\u24BB\\uFF26\\u1E1E\\u0191\\uA77B]","G":"[\\u0047\\u24BC\\uFF27\\u01F4\\u011C\\u1E20\\u011E\\u0120\\u01E6\\u0122\\u01E4\\u0193\\uA7A0\\uA77D\\uA77E]","H":"[\\u0048\\u24BD\\uFF28\\u0124\\u1E22\\u1E26\\u021E\\u1E24\\u1E28\\u1E2A\\u0126\\u2C67\\u2C75\\uA78D]","I":"[\\u0049\\u24BE\\uFF29\\u00CC\\u00CD\\u00CE\\u0128\\u012A\\u012C\\u0130\\u00CF\\u1E2E\\u1EC8\\u01CF\\u0208\\u020A\\u1ECA\\u012E\\u1E2C\\u0197]","J":"[\\u004A\\u24BF\\uFF2A\\u0134\\u0248]","K":"[\\u004B\\u24C0\\uFF2B\\u1E30\\u01E8\\u1E32\\u0136\\u1E34\\u0198\\u2C69\\uA740\\uA742\\uA744\\uA7A2]","L":"[\\u004C\\u24C1\\uFF2C\\u013F\\u0139\\u013D\\u1E36\\u1E38\\u013B\\u1E3C\\u1E3A\\u0141\\u023D\\u2C62\\u2C60\\uA748\\uA746\\uA780]","LJ":"[\\u01C7]","Lj":"[\\u01C8]","M":"[\\u004D\\u24C2\\uFF2D\\u1E3E\\u1E40\\u1E42\\u2C6E\\u019C]","N":"[\\u004E\\u24C3\\uFF2E\\u01F8\\u0143\\u00D1\\u1E44\\u0147\\u1E46\\u0145\\u1E4A\\u1E48\\u0220\\u019D\\uA790\\uA7A4]","NJ":"[\\u01CA]","Nj":"[\\u01CB]","O":"[\\u004F\\u24C4\\uFF2F\\u00D2\\u00D3\\u00D4\\u1ED2\\u1ED0\\u1ED6\\u1ED4\\u00D5\\u1E4C\\u022C\\u1E4E\\u014C\\u1E50\\u1E52\\u014E\\u022E\\u0230\\u00D6\\u022A\\u1ECE\\u0150\\u01D1\\u020C\\u020E\\u01A0\\u1EDC\\u1EDA\\u1EE0\\u1EDE\\u1EE2\\u1ECC\\u1ED8\\u01EA\\u01EC\\u00D8\\u01FE\\u0186\\u019F\\uA74A\\uA74C]","OI":"[\\u01A2]","OO":"[\\uA74E]","OU":"[\\u0222]","P":"[\\u0050\\u24C5\\uFF30\\u1E54\\u1E56\\u01A4\\u2C63\\uA750\\uA752\\uA754]","Q":"[\\u0051\\u24C6\\uFF31\\uA756\\uA758\\u024A]","R":"[\\u0052\\u24C7\\uFF32\\u0154\\u1E58\\u0158\\u0210\\u0212\\u1E5A\\u1E5C\\u0156\\u1E5E\\u024C\\u2C64\\uA75A\\uA7A6\\uA782]","S":"[\\u0053\\u24C8\\uFF33\\u1E9E\\u015A\\u1E64\\u015C\\u1E60\\u0160\\u1E66\\u1E62\\u1E68\\u0218\\u015E\\u2C7E\\uA7A8\\uA784]","T":"[\\u0054\\u24C9\\uFF34\\u1E6A\\u0164\\u1E6C\\u021A\\u0162\\u1E70\\u1E6E\\u0166\\u01AC\\u01AE\\u023E\\uA786]","TZ":"[\\uA728]","U":"[\\u0055\\u24CA\\uFF35\\u00D9\\u00DA\\u00DB\\u0168\\u1E78\\u016A\\u1E7A\\u016C\\u00DC\\u01DB\\u01D7\\u01D5\\u01D9\\u1EE6\\u016E\\u0170\\u01D3\\u0214\\u0216\\u01AF\\u1EEA\\u1EE8\\u1EEE\\u1EEC\\u1EF0\\u1EE4\\u1E72\\u0172\\u1E76\\u1E74\\u0244]","V":"[\\u0056\\u24CB\\uFF36\\u1E7C\\u1E7E\\u01B2\\uA75E\\u0245]","VY":"[\\uA760]","W":"[\\u0057\\u24CC\\uFF37\\u1E80\\u1E82\\u0174\\u1E86\\u1E84\\u1E88\\u2C72]","X":"[\\u0058\\u24CD\\uFF38\\u1E8A\\u1E8C]","Y":"[\\u0059\\u24CE\\uFF39\\u1EF2\\u00DD\\u0176\\u1EF8\\u0232\\u1E8E\\u0178\\u1EF6\\u1EF4\\u01B3\\u024E\\u1EFE]","Z":"[\\u005A\\u24CF\\uFF3A\\u0179\\u1E90\\u017B\\u017D\\u1E92\\u1E94\\u01B5\\u0224\\u2C7F\\u2C6B\\uA762]","a":"[\\u0061\\u24D0\\uFF41\\u1E9A\\u00E0\\u00E1\\u00E2\\u1EA7\\u1EA5\\u1EAB\\u1EA9\\u00E3\\u0101\\u0103\\u1EB1\\u1EAF\\u1EB5\\u1EB3\\u0227\\u01E1\\u00E4\\u01DF\\u1EA3\\u00E5\\u01FB\\u01CE\\u0201\\u0203\\u1EA1\\u1EAD\\u1EB7\\u1E01\\u0105\\u2C65\\u0250]","aa":"[\\uA733]","ae":"[\\u00E6\\u01FD\\u01E3]","ao":"[\\uA735]","au":"[\\uA737]","av":"[\\uA739\\uA73B]","ay":"[\\uA73D]","b":"[\\u0062\\u24D1\\uFF42\\u1E03\\u1E05\\u1E07\\u0180\\u0183\\u0253]","c":"[\\u0063\\u24D2\\uFF43\\u0107\\u0109\\u010B\\u010D\\u00E7\\u1E09\\u0188\\u023C\\uA73F\\u2184]","d":"[\\u0064\\u24D3\\uFF44\\u1E0B\\u010F\\u1E0D\\u1E11\\u1E13\\u1E0F\\u0111\\u018C\\u0256\\u0257\\uA77A]","dz":"[\\u01F3\\u01C6]","e":"[\\u0065\\u24D4\\uFF45\\u00E8\\u00E9\\u00EA\\u1EC1\\u1EBF\\u1EC5\\u1EC3\\u1EBD\\u0113\\u1E15\\u1E17\\u0115\\u0117\\u00EB\\u1EBB\\u011B\\u0205\\u0207\\u1EB9\\u1EC7\\u0229\\u1E1D\\u0119\\u1E19\\u1E1B\\u0247\\u025B\\u01DD]","f":"[\\u0066\\u24D5\\uFF46\\u1E1F\\u0192\\uA77C]","g":"[\\u0067\\u24D6\\uFF47\\u01F5\\u011D\\u1E21\\u011F\\u0121\\u01E7\\u0123\\u01E5\\u0260\\uA7A1\\u1D79\\uA77F]","h":"[\\u0068\\u24D7\\uFF48\\u0125\\u1E23\\u1E27\\u021F\\u1E25\\u1E29\\u1E2B\\u1E96\\u0127\\u2C68\\u2C76\\u0265]","hv":"[\\u0195]","i":"[\\u0069\\u24D8\\uFF49\\u00EC\\u00ED\\u00EE\\u0129\\u012B\\u012D\\u00EF\\u1E2F\\u1EC9\\u01D0\\u0209\\u020B\\u1ECB\\u012F\\u1E2D\\u0268\\u0131]","j":"[\\u006A\\u24D9\\uFF4A\\u0135\\u01F0\\u0249]","k":"[\\u006B\\u24DA\\uFF4B\\u1E31\\u01E9\\u1E33\\u0137\\u1E35\\u0199\\u2C6A\\uA741\\uA743\\uA745\\uA7A3]","l":"[\\u006C\\u24DB\\uFF4C\\u0140\\u013A\\u013E\\u1E37\\u1E39\\u013C\\u1E3D\\u1E3B\\u017F\\u0142\\u019A\\u026B\\u2C61\\uA749\\uA781\\uA747]","lj":"[\\u01C9]","m":"[\\u006D\\u24DC\\uFF4D\\u1E3F\\u1E41\\u1E43\\u0271\\u026F]","n":"[\\u006E\\u24DD\\uFF4E\\u01F9\\u0144\\u00F1\\u1E45\\u0148\\u1E47\\u0146\\u1E4B\\u1E49\\u019E\\u0272\\u0149\\uA791\\uA7A5]","nj":"[\\u01CC]","o":"[\\u006F\\u24DE\\uFF4F\\u00F2\\u00F3\\u00F4\\u1ED3\\u1ED1\\u1ED7\\u1ED5\\u00F5\\u1E4D\\u022D\\u1E4F\\u014D\\u1E51\\u1E53\\u014F\\u022F\\u0231\\u00F6\\u022B\\u1ECF\\u0151\\u01D2\\u020D\\u020F\\u01A1\\u1EDD\\u1EDB\\u1EE1\\u1EDF\\u1EE3\\u1ECD\\u1ED9\\u01EB\\u01ED\\u00F8\\u01FF\\u0254\\uA74B\\uA74D\\u0275]","oi":"[\\u01A3]","ou":"[\\u0223]","oo":"[\\uA74F]","p":"[\\u0070\\u24DF\\uFF50\\u1E55\\u1E57\\u01A5\\u1D7D\\uA751\\uA753\\uA755]","q":"[\\u0071\\u24E0\\uFF51\\u024B\\uA757\\uA759]","r":"[\\u0072\\u24E1\\uFF52\\u0155\\u1E59\\u0159\\u0211\\u0213\\u1E5B\\u1E5D\\u0157\\u1E5F\\u024D\\u027D\\uA75B\\uA7A7\\uA783]","s":"[\\u0073\\u24E2\\uFF53\\u015B\\u1E65\\u015D\\u1E61\\u0161\\u1E67\\u1E63\\u1E69\\u0219\\u015F\\u023F\\uA7A9\\uA785\\u1E9B]","ss":"[\\u00DF]","t":"[\\u0074\\u24E3\\uFF54\\u1E6B\\u1E97\\u0165\\u1E6D\\u021B\\u0163\\u1E71\\u1E6F\\u0167\\u01AD\\u0288\\u2C66\\uA787]","tz":"[\\uA729]","u":"[\\u0075\\u24E4\\uFF55\\u00F9\\u00FA\\u00FB\\u0169\\u1E79\\u016B\\u1E7B\\u016D\\u00FC\\u01DC\\u01D8\\u01D6\\u01DA\\u1EE7\\u016F\\u0171\\u01D4\\u0215\\u0217\\u01B0\\u1EEB\\u1EE9\\u1EEF\\u1EED\\u1EF1\\u1EE5\\u1E73\\u0173\\u1E77\\u1E75\\u0289]","v":"[\\u0076\\u24E5\\uFF56\\u1E7D\\u1E7F\\u028B\\uA75F\\u028C]","vy":"[\\uA761]","w":"[\\u0077\\u24E6\\uFF57\\u1E81\\u1E83\\u0175\\u1E87\\u1E85\\u1E98\\u1E89\\u2C73]","x":"[\\u0078\\u24E7\\uFF58\\u1E8B\\u1E8D]","y":"[\\u0079\\u24E8\\uFF59\\u1EF3\\u00FD\\u0177\\u1EF9\\u0233\\u1E8F\\u00FF\\u1EF7\\u1E99\\u1EF5\\u01B4\\u024F\\u1EFF]","z":"[\\u007A\\u24E9\\uFF5A\\u017A\\u1E91\\u017C\\u017E\\u1E93\\u1E95\\u01B6\\u0225\\u0240\\u2C6C\\uA763]"},"researchesTests":["contentHasTOC","contentHasShortParagraphs","contentHasAssets","keywordInTitle","keywordInMetaDescription","keywordInPermalink","keywordIn10Percent","keywordInContent","keywordInSubheadings","keywordInImageAlt","keywordDensity","keywordNotUsed","lengthContent","lengthPermalink","linksHasInternal","linksHasExternals","linksNotAllExternals","titleStartWithKeyword","titleSentiment","titleHasPowerWords","titleHasNumber","hasContentAI"],"hasRedirection":true,"hasBreadcrumb":true},"homeUrl":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera","objectID":115,"objectType":"post","locale":"it","localeFull":"it_IT","overlayImages":{"play":{"name":"Icona di riproduzione","url":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-content\/plugins\/seo-by-rank-math\/assets\/admin\/img\/icon-play.png","path":"\/var\/www\/vhosts\/organizzazione.cai.it\/httpdocs\/wp-content\/plugins\/seo-by-rank-math\/assets\/admin\/img\/icon-play.png","position":"middle_center"},"gif":{"name":"Icona GIF","url":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-content\/plugins\/seo-by-rank-math\/assets\/admin\/img\/icon-gif.png","path":"\/var\/www\/vhosts\/organizzazione.cai.it\/httpdocs\/wp-content\/plugins\/seo-by-rank-math\/assets\/admin\/img\/icon-gif.png","position":"middle_center"}},"defautOgImage":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-content\/uploads\/sites\/56\/2024\/09\/og.webp","customPermalinks":true,"isUserRegistered":false,"autoSuggestKeywords":false,"connectSiteUrl":"https:\/\/rankmath.com\/auth?site=https%3A%2F%2Forganizzazione.cai.it%2Fsez-valmadrera&r=https%3A%2F%2Forganizzazione.cai.it%2Fsez-valmadrera%2Fwp-json%2Fwp%2Fv2%2Fpages%2F115%3Fnonce%3D9b86207608","maxTags":5,"trendsIcon":"<svg viewBox=\"0 0 610 610\"><path d=\"M18.85,446,174.32,290.48l58.08,58.08L76.93,504a14.54,14.54,0,0,1-20.55,0L18.83,466.48a14.54,14.54,0,0,1,0-20.55Z\" style=\"fill:#4285f4\"\/><path d=\"M242.65,242.66,377.59,377.6l-47.75,47.75a14.54,14.54,0,0,1-20.55,0L174.37,290.43l47.75-47.75A14.52,14.52,0,0,1,242.65,242.66Z\" style=\"fill:#ea4335\"\/><polygon points=\"319.53 319.53 479.26 159.8 537.34 217.88 377.61 377.62 319.53 319.53\" style=\"fill:#fabb05\"\/><path d=\"M594.26,262.73V118.61h0a16.94,16.94,0,0,0-16.94-16.94H433.2a16.94,16.94,0,0,0-12,28.92L565.34,274.71h0a16.94,16.94,0,0,0,28.92-12Z\" style=\"fill:#34a853\"\/><rect width=\"610\" height=\"610\" style=\"fill:none\"\/><\/svg>","showScore":true,"siteFavIcon":"data:image\/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAABAAAAAQCAYAAAAf8\/9hAAABs0lEQVR4AWL4\/\/8\/RRjO8Iucx+noO0MWUDo16FYABMGP6ZfUcRnWtm27jVPbtm3bttuH2t3eFPcY9pLz7NxiLjCyVd87pKnHyqXyxtCs8APd0rnyxiu4qSeA3QEDrAwBDrT1s1Rc\/OrjLZwqVmOSu6+Lamcpp2KKMA9PH1BYXMe1mUP5qotvXTywsOEEYHXxrY+3cqk6TMkYpNr2FeoY3KIr0RPtn9wQ2unlA+GMkRw6+9TFw4YTwDUzx\/JVvARj9KaedXRO8P5B1Du2S32smzqUrcKGEyA+uAgQjKX7zf0boWHGfn71jIKj2689gxp7OAGShNcBUmLMPVjZuiKcA2vuWHHDCQxMCz629kXAIU4ApY15QwggAFbfOP9DhgBJ+nWVJ1AZAfICAj1pAlY6hCADZnveQf7bQIwzVONGJonhLIlS9gr5mFg44Xd+4S3XHoGNPdJl1INIwKyEgHckEhgTe1bGiFY9GSFBYUwLh1IkiJUbY407E7syBSFxKTszEoiE\/YdrgCEayDmtaJwCI9uu8TKMuZSVfSa4BpGgzvomBR\/INhLGzrqDotp01ZR8pn\/1L0JN9d9XNyx0AAAAAElFTkSuQmCC","canUser":{"general":false,"advanced":false,"snippet":false,"social":false,"analysis":false,"analytics":false,"content_ai":false},"showKeywordIntent":true,"isPro":false,"is_front_page":false,"trendsUpgradeLink":"https:\/\/rankmath.com\/pricing\/?utm_source=Plugin&utm_medium=CE%20General%20Tab%20Trends&utm_campaign=WP","trendsUpgradeLabel":"Aggiorna","trendsPreviewImage":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-content\/plugins\/seo-by-rank-math\/assets\/admin\/img\/trends-preview.jpg","currentEditor":false,"homepageData":{"assessor":{"powerWords":["incredibile","sorprendente","meraviglioso","unico","bello","felicit\u00e0","brillante","affascinante","carismatico","scioccante","chiaro","completamente","riservato","fiducia","significativo","creativo","definitivamente","delizioso","dimostrare","sbrigati","determinato","degno","dinamico","impressionante","essenziale","ispiratore","innovativo","intenso","efficace","magico","magnifico","storico","importante","incredibile","indispensabile","indimenticabile","irresistibile","leggendario","luminoso","lusso","magico","magnifico","maestoso","memorabile","miracoloso","motivante","necessario","nuovo","ufficiale","perfetto","appassionato","persuasivo","fenomenale","piacere","popolare","potere","prestigioso","prodigioso","profondo","prospero","potente","qualit\u00e0","radiante","veloce","di successo","rivoluzionario","soddisfatto","sicurezza","sensazionale","sereno","lussuoso","splendido","sublime","sorprendente","talentuoso","terrificante","unico","valore","vibrante","vittorioso","vivace","veramente","zelante","autentico","avventuroso","spettacolare","esclusivo","garantito","straordinario","favoloso","affascinante","formidabile","geniale","grandioso","gratuito","abile","illimitato","impeccabile","infallibile","infinitamente","influente","ingegnoso","indimenticabile","insostituibile","leader","maestro","notevole","innovativo","pioniere","potente","riconosciuto","rivoluzionario","sorprendente","superiore","trionfante","ultra","coraggioso","prezioso","avanguardia","vigoroso","visionario","volont\u00e0","vitale","trionfo","glorioso","inarrestabile","ineguagliabile","intelligente","invincibile","libert\u00e0","orgoglio","pace","progresso","rinnovato","saggezza","soddisfazione","sicuro","serenit\u00e0","superamento","talento","trascendente","trasformativo","coraggio","vittoria"],"diacritics":true,"researchesTests":["contentHasTOC","contentHasShortParagraphs","contentHasAssets","keywordInTitle","keywordInMetaDescription","keywordInPermalink","keywordIn10Percent","keywordInContent","keywordInSubheadings","keywordInImageAlt","keywordDensity","keywordNotUsed","lengthContent","lengthPermalink","linksHasInternal","linksHasExternals","linksNotAllExternals","titleStartWithKeyword","titleSentiment","titleHasPowerWords","titleHasNumber","hasContentAI"],"hasBreadcrumb":true,"serpData":{"title":"%sitename% %page% %sep% %sitedesc%","description":"","titleTemplate":"%sitename% %page% %sep% %sitedesc%","descriptionTemplate":"","focusKeywords":"","breadcrumbTitle":"Home","robots":{"index":true},"advancedRobots":{"max-snippet":"-1","max-video-preview":"-1","max-image-preview":"large"},"facebookTitle":"","facebookDescription":"","facebookImage":"","facebookImageID":""}}},"tocTitle":"Table of Contents","tocExcludeHeadings":[],"listStyle":"ul"},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/115"}],"collection":[{"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=115"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/115\/revisions"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/77"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/media\/36"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/organizzazione.cai.it\/sez-valmadrera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=115"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}