Sbirciando nelle vetrine del Museo del Risorgimento e della Resistenza
I Sentieri idealmente proseguono con una visita alla sala V del Museo del Risorgimento e della Resistenza, la sala dedicata alla Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza.
L’obiettivo è quello di approfittare di quanto esposto al Museo, per rendere ancora più vivo il ricordo dei fatti accaduti lungo i Sentieri Urbani della Libertà.
Viene proposto un oggetto per ciascun sentiero, con una breve descrizione e un brano letterario attinente al sentiero stesso.
La sede museale è situata in uno dei luoghi simbolo della Vicenza risorgimentale, all’interno della Villa Guiccioli: fu proprio nel parco retrostante che furono approntate le estreme difese durante la Prima Guerra di Indipendenza, quando agli inizi di giugno del 1848 l’esercito austriaco stava stringendo in una morsa la città.
Caduta la postazione sul Colle Ambellicopoli, la battaglia infuriò attorno alla Basilica di monte Berico, anche all’interno della stessa. Una volta sconfitti i difensori della chiesa, con il posizionamento dei cannoni puntati verso il centro città in prossimità di dove ora c’è il Piazzale della Vittoria, la municipalità decise per la resa.
Due sono le città italiane decorate con due Medaglie d’Oro al valor militare: Roma e Vicenza. La prima medaglia concessa a Vicenza fu proprio in ricordo della difesa della città durante i fatti del 1848, la seconda fu consegnata dal Presidente Scalfaro nel 1994 per il contributo alla causa della Liberazione.
Si è scelto di accompagnare la descrizione dell’oggetto con un brano attinente, in gran parte tratti dai libri di Luigi Meneghello, maladense di nascita, ma vicentino a tutto tondo di formazione.
Forse, il miglior cantore della Resistenza, risulta ancor più vicino ai vicentini per la profonda conoscenza dei fatti vissuti da protagonista, dei luoghi frequentati di persona e della lingua: la Resistenza è stata fatta in dialetto.
scarica la guida di questa visita museale (in preparazione)
SENTIERI e OGGETTI
– Sentiero n. 1: Moschetto automatico Sten MK II
– Sentiero n. 2: Lettera autografa di Torquato Fraccon
– Sentiero n. 3: Vestito indossato da Dino Carta il giorno della sua uccisione
– Sentiero n. 4: Manifesto “Norme per la distribuzione carte annonarie”
– Sentiero n. 5: Ciclostile “Gestetner”
– Sentiero n. 6: Elenco partigiani caduti
– Sentiero n. 7: Valigetta contenente esplosivi
– Sentiero n. 8: Antonio Giuriolo è caduto
– Sentiero n. 9: Divisa prigioniero campo concentramento Mauthausen
– Sentiero n. 10: Frammento di rotaia
– Sentiero n. 11: Comunicato di Libero Giuriolo
Sentiero Urbano della Libertà n. 1: I Piccoli Maestri crescono
Moschetto automatico Sten MK II
Occorre cercare nella prima vetrina centrale della sala V: si tratta di moschetto automatico Sten MK II, modello 1942, calibro 9 mm.
Era una pistola mitragliatrice semplice, economica e di rapida produzione, progettata per l’esercito inglese che la adottò dal 1941. Per la facilità d’uso, la modesta manutenzione richiesta e la leggerezza fu l’arma che ha contraddistinto la Resistenza: gli inglesi, nei loro lanci aviotrasportati, ne paracadutarono molti esemplari a sostegno dei partigiani, assieme a esplosivi, vestiario e alimenti.
Negli scontri ravvicinati alle volte faceva la differenza.
Da Luigi Meneghello
Il racconto di Meneghello e dell’incontro con lo Sten è ambientato in Altipiano di Asiago, quando il gruppetto dei Piccoli Maestri si sposta dal Bellunese, nel maggio 1944.
“Le armi erano entusiasmanti: c’era un’abbondanza di piccoli Sten, ce n’erano dappertutto. Fu qui che facemmo conoscenza con questo oggetto, che è restato per tanti di noi l’emblema principale di quella guerra. Si vedeva subito che non era un giocattolo come sono le armi di lusso, lisce e ben finite, coi profili acuti ed eleganti, dove si sente che tutto è calibratura, precisione, e la potenza si libera in seguito a scattini netti, minuti, disumani.
Il piccolo Sten non era questo; era rozzo metallo stampato, rifinito alla buona, e spargeva i colpi in modo approssimativo, come a tirarli a mano, una manciata alla volta, ma naturalmente molto più forte. Tirava pallottole da nove. Il nove trionfa nella nostra guerra; queste pallottole andavano bene allo Sten, alle pistole, a tutto. Ne avevamo in tasca, nei sacchi, nei taschini delle bluse. […] Se ne prendeva una manciata e si cacciavano una per una nel caricatore, che è lo scroto lungo rigido e nero del parabello, e contiene trentatré palle.
Nello ed io fummo ricevuti da un uomo basso e tarchiato, con una folta barba nera, che chiamavano il Castagna. Era di quegli uomini positivi, sodi, pratici di cui si sentiva istintivamente il bisogno. […]
Spiegò la situazione, specie le armi e il materiale di cui avremmo potuto usufruire noi e i nostri futuri compagni; intanto ci fece portare un parabello ciascuno e disse:
“Avete pratica?” Io dissi: “Un po’,” e lui ci fece vedere i movimenti, poi disse:
“È meglio non lasciarlo cadere quando non è in sicura.”
“Naturale,” dissi io per mostrarmi subito all’altezza. “Può fucilarti il culo.”
“No,” disse il Castagna. “Non è che può. Te lo fucila infallibilmente.”
“Dipenderà da come cade,” dissi io, piccato. “Non dipende,” disse lui.
Spiegò che lo Sten era molto più pericoloso da solo che in mano a qualsiasi nemico; battendo per terra col calcio esplodeva un colpo, e faceva un saltello in aria nel corso del quale si ricaricava; ricadendo esplodeva un altro colpo, e così via. Il guaio era che questo fuciletto era bilanciato in modo che ricadeva sempre col calcio; inoltre non sparava semplicemente in aria, ma roteava abbassando gradualmente l’angolo di tiro, e descrivendo un cerchio completo più e più volte finché aveva finito il caricatore. In questo modo la certezza della fucilazione del culo era praticamente assoluta.”
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, pp. 92-93
È sempre lo Sten il protagonista della fine della guerra di Meneghello. Nel racconto, lui e Simonetta erano andati a cercare la scafa ove si era nascosto durante il terribile rastrellamento del 9 giugno, riuscendo a non farsi prendere. Vi aveva abbandonato il suo parabello.
L’ambientazione è sull’Altopiano, vicino a Malga Zingarella, all’inizio dell’estate 1945.
“Io entrai nella malga e la Simonetta mi venne dietro; dava sempre l’impressione di venir dietro, come una cucciola. […] La guerra era finita da qualche settimana. Il malgaro ci diede latte nella ciotola di legno, e lo bevemmo a turno. Poi lui disse:
“Ho sentito sparare.” “Sono venuto a ripigliarmi questo qui,” dissi. Portavo il parabello in spalla, e l’avevo provato nel bosco. Funzionava perfettamente.
Eravamo in una tendina celeste. La notte venivano regolarmente i temporali, e la tenda a ogni lampo s’illuminava di una luce fluorescente. […]
Pioveva forte, a sventagliate, e il tessuto della tenda rimandava all’interno un controspruzzo vaporizzato: anziché parare la pioggia, questa tendina celeste serviva a captarla e a iniettarcela addosso. […]
Mi venne un soprassalto di quella forma di energia che chiamiamo gioia; misi giù i piedi nell’acqua corrente, puntellai la Simonetta col mio sacco e uscii diguazzando, col parabello in mano. […]
Mi misi a sparare anch’io, e a gridare, ma non si sentiva niente in quel fracasso. […]
È una grande soddisfazione sparare di pieno, ostinata! Quando tornai nella tenda e mi ripresi la Simonetta contro la spalla, lei si sveglio e disse: “Non si può neanche dormire con questi tuoni”: poi si riaddormentò subito.
In questo modo finì la guerra per me, perché fu proprio in quel punto che la sentii finire.”
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, pp.15-16
Sentiero Urbano della Libertà n. 2: I Fraccon e gli altri
Lettera autografa di Torquato Fraccon
Appena entrati nella sala V, sulla vetrina a muro a sinistra, si può notare una lettera di Torquato Fraccon indirizzata alla figlia.
Rappresenta uno dei rari documenti conservati di Torquato, in quanto dopo l’arresto della famiglia nell’ottobre 1944 tutta la casa fu sottoposta alla spogliazione da parte dei fascisti e dei nazisti in cerca di notizie e di informazioni.
Torquato venne arrestato per la prima volta nel gennaio 1944.
La lettera fu scritta dal carcere di Padova il 12 febbraio 1944 e fu spedita il 27 dello stesso mese. Pur sottoposta alle verifiche della censura, la lettera fa emergere il disagio di chi può affermare: “nessun male ho commesso”.
L’arresto era legato all’aiuto prestato da Torquato a soldati alleati ex prigionieri, che si erano dileguati dai campi di concentramento dopo l’8 settembre 1943, e agli ebrei.
“Cara Graziellina mia buona.
Ti ringrazio di quanto mi hai fatto recapitare, Spero – non molto ma un pochino – di rivederti oggi se ti sarà possibile ottenere il permesso: caso contrario ci vuol pazienza.
Conto però di rivederti la settimana ventura con la cara mia Letizia e la buona mamma tua nel giorno che vi sarà più propizio.
Spero di ritornare presto a casa poiché nessun male ho commesso: ho tanta voglia di rincontrarsi tutti e di riprendere la mia vita tranquilla con voi.
Tuo papà”
La prigionia proseguì nel carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia.
Venne rilasciato nel marzo, dopo aver sottoscritto l’impegno a non impegnarsi più nelle attività contestategli.
Torquato invece potenziò il suo impegno, che lo vide emergere nel CLN. Ma ad ottobre il secondo arresto con tutta la famiglia, la deportazione e la morte al campo di concentramento di Mauthausen.
Sentiero Urbano della Libertà n. 3: Carta, Cerchio, Revoloni, Carli …
Vestito indossato da Dino Carta il giorno della sua uccisione
Procedendo verso il centro della sala V, a sinistra è presente la teca ove si conserva il vestito indossato da Dino Carta al momento della sua uccisione.
Osservando con cura la foto che lo fa pensare più anziano, si osserva il ragazzo ben descritto sul giornale “Il Patriota”, nel numero dell’11 agosto 1945.
Nella struggente descrizione a firma di Renato Leontini si intuisce la vita di chi aveva scelto il ruolo di informatore.
“Dino Carta, figlio di un grande patriota, appartenente ad una famiglia di patrioti, era precisamente l’Eroe che a 20 anni sognava con ardore una meta, la più bella, la più fulgida, la più gloriosa, quella della redenzione della nostra martoriata Italia.
La sedicente Repubblica Sociale Italiana rappresentava per lui un incubo ossessionante e nelle sue notti insonni tracciava la linea di condotta che avrebbe dovuto seguire per servire fedelmente la grande causa alla quale aveva votato la sua fiorente giovinezza.
Intelligente e forte fisicamente, voleva associare la sua opera attiva e fattiva a quella di tanti altri suoi camerati ed amici raggiungendoli in montagna.
Ma poiché sapeva che avrebbe lasciato nella desolazione i genitori e tre sorelle che lo adoravano, Dino, per non servire da gregario nelle forze armate della repubblichetta d’infausta memoria, dopo aver preso accordi con i partigiani Brigata “Argiuna”, pensò di prestar servizio nella Polizia ausiliaria e venne regolarmente assunto nel gennaio del 1944.
Ebbe allora inizio per lui una vita difficile e pericolosa, piena di ansie e di sospetti, di finzioni e di sorprese, un inferno di tutte le ore in quanto era costretto ad un doppio gioco, ad una doppia vita, fingere con i presunti padroni e servire ciecamente i compagni che abbisognavano della sua opera infaticabile.
Tutte le armi che poteva raccogliere e nascondere le consegnava ai partigiani con i quali aveva speciali appuntamenti diurni e notturni.
Tutte le informazioni di carattere militare e che trattavano specialmente rastrellamenti, imboscate, rappresaglie, appostamenti erano subito riferite ai partigiani che avevano in lui un aiuto prezioso.
Ma gli aguzzini sospettavano in lui un ribelle e fu sorvegliato e pedinato. Dopo quasi un anno purtroppo Dino fu scoperto e il 12 gennaio fu convocato presso l’ufficio politico. I carnefici volevano i nomi dei patrioti per i quali lavorava ed esigevano di conoscere le località ove gli stessi operavano, ma Dino Carta rifiutò di consegnare i partigiani a quel sicari.”
Sentiero Urbano della Libertà n. 4: Le donne della Resistenza a Vicenza
Manifesto “Norme per la distribuzione carte annonarie”
Dall’ingresso in sala occorre percorrere tutta la sala sino a fermarsi nei pressi della finestra. Nella bacheca si trovano più cartelloni di avviso: tra questi uno riguarda le Carte Annonarie.
Già prima della guerra era entrato in vigore il razionamento nei negozi. Con le Carte annonarie la distribuzione di quanto necessario avveniva attraverso lo stacco di cedole per il prelievo e cedole di prenotazione.
Il ruolo delle donne in quegli anni cambiò repentinamente.
Con gli uomini validi al fronte, la gestione di gran parte dei lavori venne a cadere sul mondo femminile, restando immutati i carichi di lavoro necessari alla gestione famigliare. Uno dei problemi più assillanti e che in gran parte gravava sulle donne era il recuperare il necessario per mangiare. La guerra, l’obbligo dell’ammasso, le carte annonarie, la difficoltà dei trasporti avevano impoverito le già scarse risorse alimentari delle famiglie.
Nell’immagine, il Manifesto podestarile con le disposizioni per la distribuzione e l’uso delle carte annonarie, datato il 26 aprile 1940
Da Luigi Meneghello
A ricordare il mondo femminile, è d’aiuto l’esilarante racconto della zappatura del granoturco, con i Piccoli Maestri Enrico Melen e Luigi Meneghello durante il periodo passato a Torreselle alle prese con le zappe e il duro lavoro della terra, sotto l’occhio vigile di alcune donne.
“La terra continuava a fruttare, e gli alberi a mettere fronde; la gran massa della popolazione rurale, legata ai propri campetti, continuava il giro del suo lavoro-fatica: rastrellare, segare, zappare, raccogliere; sempre fatica, sempre gli stessi gesti. […]
In una valle fuori della nostra zona, c’erano tre o quattro contadine che zappettavano il sorgo; sarà stato verso la fine di luglio, quando il sorgo cinquantino è alto un paio di spanne e i contadini lo zappettano, solo che in quell’anno lo zappettavano le contadine. Il sorgo normale era già bello-alto. Eravamo in un boschetto di acace ai margini dei campi.
“Guarda quelle povere criste là,” mi disse Enrico. Avevano in testa fazzolettoni e cappelli di paglia. Era un caldo afoso: se avevamo caldo noi, lì all’ombra, che solo a prender su il parabello si sudava, per queste donne curve sotto il sole a zappettare doveva essere un vero strapazzo di piacere. […]
Enrico […] disse: “Andiamo a aiutarle.” Io sarei probabilmente riuscito solo a spaventarle, ma Enrico spuntando sul margine del campo chiamò “Ehi-là, donne!” con perfetta naturalezza, e quelle non si spaventarono affatto, nonostante i parabelli, e dissero anche loro “Ehi-là,” e Enrico disse: “Volete una mano?”
Ci mettemmo a zappettare alla brava, press’a poco con la forza che ci vuole per spaccare la legna. Il lavoro veniva bene, ma la forza calava a velocità vertiginosa. Lavoravamo sportivamente, cioè come gente che ha da zappettare un quarto d’ora, e poi può fare qualcos’altro: invece la gente che ha da zappettare, lavora come gente che ha da zappettare tutto il giorno.
Una o due donne lavoravano con noi, e le altre che ci avevano dato la zappa ci stavano a guardare. “Si vede che non avete pratica,” dicevano. Entro dieci minuti io ero ridotto come quando si fa una fuga inconsulta in bicicletta, che fin dai primi strappi si sente che si sta esagerando, ma invece di rallentare si gettano le ultime bracciate di forza in questa fornace di stanchezza. Il sudore mi zampillava da tutte le parti, le mani mi si erano già riempite di vesciche, vesciche galoppanti, nutrite dalla pappa del caldo; il sangue ronzandomi in testa tendeva ad annerire il paesaggio, le piantine del granoturco parevano di metallo nero verniciato. Dissi a Enrico: “Bisogna cambiare stile.” Si trattava di lavorare allo stesso ritmo delle donne; appaiarsi e copiare il ritmo.
Ci mettemmo a fare così. Non erano rose e fiori, ma andava molto meglio. Un po’ alla volta mi abituavo, tornavo pian piano a galla.”
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, pp. 241-242
Sentiero Urbano della Libertà n. 5: Partigiani a Vicenza, non solo Piccoli Maestri
Ciclostile “Gestetner””
In fondo alla sala, iniziando il percorso di ritorno, nella vetrina sulla destra si trova un ciclostile.
La stampa di giornali, riviste, opuscoli era una delle attività più controllate e represse dai fascisti e dai nazisti.
I fogli che venivano stampati clandestinamente diventavano la forma di informazione del movimento partigiano e patriottico.
Il Ciclostile “Gestetner” venne utilizzato durante il periodo della Resistenza dall’estate del 1944 all’aprile del 1945 dai partigiani della “Divisione Garemi, Brigata Mameli” nell’Alto Vicentino.
Venne donato da Guerino Tagliapietra e conservato dal 1945 al 1986 da Alberto “Carlo” Sartori
Da Luigi Meneghello
I cenni che Meneghello lasciò sulla stampa clandestina tratteggiavano la realtà resistenziale con acume.
“Una licenza falsa in tasca, un pacco di giornali sul porta-pacchi, un berretto in testa per confondere gli eventuali conoscenti, e spesso un tesoretto di carte da mille nascosto in qualche parte come un’eucarestia paleocristiana. I giornali circolavano principalmente all’interno dell’organizzazione; venivano scritti, stampati, trasportati al Centro, distribuiti nelle province: e a chi? a chi li aveva scritti, stampati, trasportati, distribuiti. Tutti costoro li leggevano e li studiavano con grande soddisfazione; poi si mettevano di nuovo a scrivere, e si ricominciava. Almeno questa era l’impressione generale.”
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, p. 265
La questione della stampa è ripresa anche nel successivo brano.
Sentiero Urbano della Libertà n. 6: Vicenza resistente e i luoghi del pianto
Elenco partigiani caduti
Entrati nella sala V, soccorre osservare a sinistra la bacheca a muro.
Tra il materiale presente, l’elenco dei feriti e dei morti del movimento partigiano risulta di una eloquenza unica.
La Resistenza ha pagato un prezzo altissimo in termini di lacrime e di vite. Oltre a questi, occorre ricordare anche i civili morti in quella guerra voluta dal fascismo.
Da Luigi Meneghello
Si prende un brano da “I Piccoli Maestri”, capolavoro di Luigi Meneghello.
Nel racconto, lo scrittore – partigiano si dilunga sull’attività cospirativa dell’autunno 1944-inverno 1944/1945.
Col cadere delle foglie l’attività partigiana subì un drastico rallentamento: il clima che diventava inclemente, la mancanza di copertura data dalla vegetazione, il Proclama Alexander, la diminuzione dell’appoggio popolare dopo i terribili rastrellamenti autunnali determinarono il cambio di strategia. Il mondo partigiano di “sbandava”, gran parte finiva assoldato dalla TODT, chi era troppo compromesso iniziava un lungo periodo di occultamenti.
Luigi Meneghello e Mario Mirri dall’accampamento di Torreselle, vennero chiamati al Coordinamento regionale insediato a Padova. Così Meneghello raccontò l’arresto e quanto fatto dalla Banda Carità a Mario Mirri, uno dei giovanissimi a Palazzo Giusti.
“Io e Marietto benché residenti al Centro collegavamo forte: penso anzi di aver corso di più in bicicletta in quell’inverno che in tutti gli allenamenti ciclistici della mia vita messi insieme; tuttavia per noi due il lavoro principale era in città. Dei nostri compagni eravamo i soli fissi a Padova; gli altri ci venivano saltuariamente; c’erano però alcune morose, che stavano lì con la scusa dell’università; e c’era la Simonetta la quale si dava un gran da fare per noi, anzi presto abbandonò studi e famiglia, tale e quale come noi, e faceva in sostanza il nostro stesso mestiere.[…]
Me lo arrestarono, Marietto, al principio della primavera, e stranamente fu proprio un capitano. La colpa immediata fu della stampa clandestina, quella che noi criticavamo perché ci pareva che venisse letta soltanto dai suoi compilatori e distributori. La leggevano invece anche in questura, e un numero ne lesse anche il capitano della G.N.R. di via San Francesco. Marietto era partito in bicicletta, diretto a Venezia, con un grosso pacco sul portabagagli; si cercava sempre di partire appena finito il coprifuoco, alla mattina presto. Sul portone del comando della G.N.R. c’era il capitano, si vede che era mattiniero anche lui. La strada era ancora quasi deserta; Marietto passò davanti al portone, pedalando briosamente; e forse avrà voluto anche fare il saluto romano; fatto sta che il pacco gli si sfilò dal portabagagli e rotolò proprio davanti al capitano. Mentre Marietto si fermava, tutto rosso in faccia, il capitano gentilmente raccattò il pacco; l’involto si aperse e il capitano si mise a leggere.
La sede della G.N.R. era a due passi da Palazzo Giusti. A Marietto ruppero alcune cartilagini e qualche osso, questo lo sappiamo, perché alla fine della guerra quando venne fuori non erano ancora aggiustati; gli fecero anche dell’altro, ma lui non s’è mai curato di raccontare i particolari. […]
Cominciava la primavera quando Marietto fu arrestato. Marietto in prigione non parlò.”
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, pp. 268-274
Sentiero Urbano della Libertà n. 7: Divisione Vicenza: Bressan, Prandina e i guastatori
Valigetta contenente esplosivi
Una sgangherata valigetta nella vetrina in fondo alla sala V riporta il visitatore al tema dei sabotaggi che contraddistinse la resistenza di città.
L’elenco degli impianti produttivi danneggiati e delle vie di comunicazione interrotte sarebbe troppo lungo.
Di certo la Divisione Vicenza e i suoi guastatori diedero filo da torcere ai nazifascisti.
La valigetta in vetrina conteneva attrezzature per sabotaggio e venne usata dai partigiani del Battaglione Guastatori che agiva nella zona di Vicenza e comuni limitrofi.
Da Luigi Meneghello
Chi meglio di Luigi Meneghello potrebbe descrivere l’arrivo di Nino Bressan, Comandante della Divisione Vicenza, con la sua valigetta e la relativa lezione per addestrare i resistenti ai sabotaggi?
“Avevamo i nuovi esplosivi plastici, che un tecnico con la valigetta era venuto da Vicenza a spiegarci. Era venuto in bicicletta, con le sue carte false, impersonando un commerciante di maglie e mutande. I detonatori erano tubetti di rame tenero, verniciati a tinte vivaci o blu, o rosso, o viola; dentro avevano una fialetta di acido che si spezzava schiacciando l’involucro di rame coi denti. Il colore indicava il tempo, ma nei momenti di debolezza si poteva figurarsi che ci fossero scoppi azzurri, e scoppi viola, e scoppi arancione.
L’alba al campo ci trovava coi visi voltati a oriente, verso Villaverla, Marano, Dueville: con gli occhi spalancati per captare i lampi delle esplosioni seminate nel seno della notte.”
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, pp. 225
Sentiero Urbano della Libertà n. 8: Antonio Giuriolo a Vicenza
Antonio Giuriolo è caduto
Occorre visitare l’intera sala V per arrivare, nei pressi dell’uscita, ad una grande bacheca sulla sinistra ove occhieggia una foto di Antonio Giuriolo e una pagina di giornale sovrastata dal titolo “Antonio Giuriolo è caduto”.
Vi compare un estratto preso dal giornale “Patrioti” del 15 febbraio 1945, scritto dal giovanissimo Enzo Biagi che militava anche lui nella Brigata Matteotti, la brigata di Capitan Toni.
Nella pagina vengono ricordate le gesta e la sua morte durante un combattimento contro i nazifascisti il 12 dicembre 1944.
La notizia della sua morte arrivò a Vicenza nel maggio del 1945, portata da Gigi Meneghello che era andato in bici fino a Bologna per capire del mancato ritorno di Capitan Toni.
Da Luigi Meneghello
“Devo ora parlare dell’uomo che fu il maestro […] mio e dei nostri compagni, Antonio Giuriolo. L’incontro con lui ci è sempre parso la cosa più importante che ci sia capitata nella vita: fu la svolta decisiva della nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento) la conclusione della nostra educazione.
Poiché non è sopravvissuto alla guerra (morì a 32 anni, nel dicembre 1944) è naturale che la sua figura sia restata per noi nella luce in cui la vedemmo allora: credevamo di avere incontrato una personalità straordinaria, animata da forze miracolose.
Oggi si potrebbe pensare che questo fosse soltanto un riflesso nei nostri occhi: effetto dello shock di avere incontrato un uomo che davvero non aveva ceduto al fascismo. Così è accaduto per altri antifascisti conosciuti allora: parevano figure più grandi del vero, ma poi si vide che erano persone qualsiasi.
Nel caso di Giuriolo non è così. L’impronta che ha lasciato in noi è dello stesso stampo di quella che lasciano le esperienze che condizionano per sempre il nostro modo di pensare, di vivere e se scriviamo, di scrivere.
Credo che di maestri di simile tempra ce ne siano stati in ogni parte d’Italia pochi bensì, ma non pochissimi. Dietro a quasi ogni gruppo di studenti partigiani o resistenti si sente (qualche volta si sa) che ce n’è stato uno; e penso che sarebbe importante studiarli, ricostruire bene la loro cultura, riconoscere l’origine e la tempra del loro non-conformismo, rintracciare la storia delle loro libere scuole e gli effetti della loro influenza. […]
L’influenza di Antonio veniva dal profondo dell’uomo, era essenzialmente un esempio. Ha scritto di lui un illustre studioso italiano che l’ha conosciuto: “Egli rappresentò l’incarnazione più perfetta che mai io abbia vista realizzata in un giovane della nostra generazione dell’unione di cultura e di vita morale”. Non so nemmeno se la gente capisce più cosa vogliono dire queste parole. […]
La libertà di Antonio era il nome della sola ispirazione religiosa che gli pareva possibile per dei laici. L’alimento stesso della vita intellettuale e morale.”
Luigi Meneghello, “Fiori Italiani”, Rizzoli 1976, pp. 163-166
Sentiero Urbano della Libertà n. 9: Pietre di inciampo, ebrei, sinti, deportati
Divisa prigioniero campo concentramento Mauthausen
Appena entrati nella sala V, nella vetrina centrale a sinistra, una stoffa attira l’attenzione.
Le righe verticali azzurre sullo sfondo bianco non lasciano dubbi e un nome torna alla memoria: una divisa del campo di concentramento.
Il triangolo rovescio porta in alto il numero 29388: il triangolo rosso indicava un detenuto politico.
Da Luigi Meneghello
Per questo oggetto si è preso un brano da un libro poco conosciuto di Luigi Meneghello: Promemoria.
Nel 1948 Luigi Meneghello aveva sposato Katia Bleier, ebrea iugoslava internata nel campo di sterminio di Auschwitz, assieme con i genitori e la cognata. Fu una delle poche donne liberate dagli alleati a fine guerra.
Di ben altro timbro al quale lo scrittore ha abituato i lettori, il resoconto dello sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945 venne descritto in maniera precisa e asettica.
Inizialmente fu pubblicato con lo pseudonimo di Ugo Varnai.
“Nota in limite
Questo libretto non è mio ma di Ugo Varnai, il nome che usavo negli anni Cinquanta per la rubrica «Libri inglesi» nella rivista «Comunità». Il testo […] è un resoconto dettagliato del libro di Gerald Reitlinger sulla Final Solution, la «Soluzione Finale» della questione ebraica messa in opera dai nazisti negli anni della guerra, dal ’39 al ’45.
Il lavoro del Reitlinger, pubblicato in Inghilterra nel 1953, è tra i primissimi studi d’insieme sull’argomento, […] ed è un tentativo, che parve allora a me (e mi pare ancora) avesse dell’eroico, di ricostruire in modo minuzioso e sistematico la storia degli stermini.
La lettura del libro ebbe su di me un effetto sconvolgente. Io avevo notizie personali e dirette (partecipate con estrema reticenza, ma assorbite quasi per osmosi) su due dei luoghi chiave, Auschwitz nel 1944, e Belsen nei primi mesi del 1945, ma non avevo mai voluto fare veramente i conti con la realtà ultima dei fatti, guardare in faccia il mostruoso insieme della cosa. Ora per la prima volta capivo il senso generale e la natura profonda di quegli eventi. Erano eventi incredibili e insieme orribilmente documentabili. Per settimane lessi e studiai (è un libro che si studia) con un misto di eccitazione e di sgomento, e alla fine nacque da sé l’idea di rendere conto di ciò che avevo appreso ai miei lettori in Italia, dedicando al libro molto più spazio che in una ordinaria recensione. Si trattava di far risaltare le linee portanti del testo inglese, ma cercando di riordinarne piuttosto radicalmente i materiali per rendere più lineare l’esposizione.
Nei decenni trascorsi da allora non avevo più riletto gli articoli di Ugo Varnai, e li ho riguardati ora, con qualche esitazione, in seguito alla proposta del Mulino di ripubblicarli in volume. Ho avuto la netta impressione che il lavoro del Reitlinger nell’enorme accumulo degli scritti e degli studi successivi su ogni aspetto dell’argomento, non abbia perso validità, e in particolare che il resoconto di Ugo Varnai stia in piedi. Sono emersi nel frattempo documenti, testimonianze e novità a volte drammatiche (si pensi alla cattura e al processo di colui che nel 1953 era ancora il mitico e tenebroso Eichmann) e si sono avuti dibattiti anche molto accesi sulle interpretazioni da dare al comportamento e al ruolo dei persecutori, delle vittime e dei testimoni: ma la storia complessiva della tentata «Soluzione Finale» rimane inalterata anche se vari dettagli di questo testo potrebbero oggi essere formulati diversamente.
Ciò che mi ha convinto ad accettare la proposta dell’editore è principalmente la possibilità che questa semplice esposizione possa ancora servire in Italia, nella presente congiuntura, a dare a qualche lettore più giovane un’idea adeguata di ciò che è avvenuto (che è stato fatto) nel cuore dell’Europa appena l’altro ieri, e insieme a fornire una misura delle orribili potenzialità che si annidano nella nostra natura umana civilizzata.”
Luigi Meneghello, “Promemoria”, Il Molino 1994, pp. 7-8
Sentiero Urbano della Libertà n. 10: Distruzioni a Vicenza, non solo per le bombe
Frammento di rotaia
Per visionare il reperto occorre percorrere per lungo la sala V e spostare lo sguardo verso sinistra nella vetrata di fondo.
Leggermente nascosta da un razzo illuminante utilizzato dall’aviazione statunitense, si nota l’inconfondibile profilo di una rotaia.
In questo frammento di rotaia del peso di 23 kg circa è simboleggiato il martirio della città sotto i bombardamenti che dal Natale 1943 scandirono la vita dei vicentini fino alla fine delle ostilità.
Venne ritrovato dopo uno dei bombardamenti sulla città nel 1944, presso la Casa S. Raffaele a Monte Berico, 500 metri a sud-est della stazione ferroviaria di Vicenza.
Foto dei risultati dei bombardamenti si trovano nella vetrina tra le finestre.
Al termine della guerra si contarono oltre 600 morti e 1100 feriti nel solo Comune di Vicenza.
Con sgomento, si ricorda che dopo il fine guerra lo scoppio di residuati bellici ancora non sminati provocarono ferimenti e morti tra i civili, i partigiani e i lavoratori. Tra tutti spicca il nome di Guido Revoloni, partigiano della Divisione Vicenza e attivo protagonista del Battaglione Guastatori, fattosi sminatore a fine guerra e morto dilaniato mentre tentava di bonificare dei terreni agricoli a nord di Vicenza.
Da Luigi Meneghello
Nel brano vi è il ricordo del periodo appena dopo l’8 settembre, con tutte le sue incertezze e paure.
Iniziava la cospirazione, la fiducia nella Repubblica di Salò e nell’alleato tedesco non facevano breccia tra la popolazione. I giovani iniziavano a ritrovarsi e a prospettare la lotta contro l’invasore.
Gigi e Lelio vengono descritti mentre cercano proseliti in tutta la provincia, rimanendo coinvolti in un bombardamento.
“Viaggiavamo in bicicletta da un paese all’altro a stabilire “contatti,” a censire, a investire, a parlare col prete, col maestro elementare, con gli studenti, coi gruppi dei reduci.
Si entrava nelle case, nelle canoniche, nelle osterie, nelle botteghe; si vedeva come vive la gente, in che modo imposta le sue faccende. Io sono un paesano, ma sul mio paese non avevo mai riflettuto, ero troppo occupato a viverci. […] Paesi e paesetti erano ancora rimescolati per effetto della guerra; c’era un’aria provvisoria, incerta, nelle case nelle piazzette nei campi. […] Io e Lelio ci sceglievamo, potendo, i paesi del cui aspetto lontano eravamo innamorati; lui amava Trissino, e Barbarano, io avevo varie piccole cotte; e così andavamo ora ai Tretti montanini, ora agli assurdi Cogolli, ai Polèi, agli Arcugnani, ai Gambugliani, alle Tezze polverose, e ai Giavenali di fiaba, caduti in mezzo alla campagna, proprio lì dove fuoriesce dalla terra l’asse del mondo, attorno al quale hanno costruito un campanile. Trovavamo le cucine a mattoni, le stanze con le travature nude, le stalle, le tezze, i cortili; bevevamo l’acqua dalle secchie di rame; sedevamo sulle seggiole spagliate, sulla pietra dei focolari; cospiravamo, parte in casa parte in piazza, in mezzo alla gente delle nostre parti, in dialetto. Il loro modo di fare, di parlare, ci inteneriva. […]
Si partiva con le allegre biciclette nuove, comprate a credito; si filava, ora verso nord, ora giù per la Riviera Berica, per andare diciamo a Noventa. C’era un allarme aereo a Vicenza, era verso mezzogiorno, e c’erano alti alti in aria sopra la città tanti aeroplanini di stagnola. Si era fatta una specie di lunga colonna di gente che scappava gaiamente in bicicletta chiacchierando e ridendo. Sotto Monte Berico cominciarono degli sbuffi di aria e di polvere lungo questa colonna, uno dietro l’altro in fila, nella stessa direzione in cui ci si stava movendo, ma più veloci. Improvvisamente la strada pareva tutta smossa: davanti alla ruota delle nostre allegre biciclette c’erano delle buche spropositate, e gran mucchi di terra soffice, e tutto un ingombro di fagotti, anzi a un certo punto la strada non c’era più e così ci fermammo. Neanche la colonna della gente in bicicletta non c’era più; restavano banchi di aria polverosa, e qua e là sagome di persone sonnambulate.”
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, pp. 48-49
A guerra finita e con le macerie che ancora ingombravano le strade, a Vicenza la vita riprese i suoi ritmi.
In piena estate 1945 Meneghello ricordò l’arrivo in città della notizia di un altro bombardamento, quello atomico che pose fine alla guerra mondiale, tra lo sgommare delle moto, chiacchiere di nuovi nati e bevute al bar.
“Stavamo, io e Bene, sotto il monumento di Garibaldi a Porta Castello, a rileggerci a vicenda sul giornale l’annuncio della bomba di Hiroshima. Passò Enrico con l’Aprilia beige e Bene mi disse: «Vedi com’è l’Aprilia? l’Aprilia beige è un uomo in gabardine, l’Aprilia nera è un uomo in smoking».
Enrico ci vide e frenò: con un quarto di giro l’Aprilia andò a fermarsi di netto in mezzo ai tavoli del Bar Italia. Avevamo tutti la guida ariosa in quel tempo, la provincia era piena di scontri. Enrico scese e ci venne incontro con la sua aria concitata. Bene gli disse: « C’è una bomba che fa sparire le città. L’hanno tirata in Giappone. Ha una potenza prodigiosa ».
« Rompono gli atomi » dissi io « è una bomba atomistica. Si fa scoppiare un pezzetto di materia, grande come un fagiolo, e parte una città della misura di Bologna, anche di più. Pensa se la faceva Hitler. » A questo punto arrivò Dal Balcón, in bicicletta. Era eccitato, e ci disse che a mezzanotte appena passata, la Sandra, sua sorella, aveva fatto un figlio. Bene disse: « Pensa se lo faceva Hitler».”
Luigi Meneghello, “Bau sete”, Rizzoli 1988, pp. 17-18
Sentiero Urbano della Libertà n. 11: 28 aprile 1945: la Liberazione e il suo prezzo
Comunicato di Libero Giuriolo
Nella sala si trova il comunicato del 2 maggio 1945, a firma del Commissario della Provincia, l’avvocato Libero Giuriolo.
Era il fratello maggiore di Antonio, morto nel dicembre 1944 sull’Appennino Bolognese durante la battaglia di Monte Belvedere: a Vicenza la notizia della sua morte non era ancora arrivata.
Ricordando i venti anni di tirannia, Libero salutava le armate alleate e i volontari della libertà che avevano riportato la democrazia in Italia.
Citando i caduti per causa della libertà, elencava i problemi della città e invitava a impegnarsi per una nuova Italia.
Da Luigi Meneghello
Si prende un brano ambientato a Padova, ma lo stupore di Luigi Meneghello poteva nascere in qualsiasi luogo a fine guerra.
“Lì a Padova, la prima sera del dopoguerra, il giorno dopo l’arrivo degli inglesi, mi trovai a camminare in Prà della Valle con la Simonetta. Venivamo dal Santo e andavamo verso via Roma: e d’un tratto mi accorsi delle finestre illuminate. Era la prima volta dopo tanti anni di oscuramento, e nessuna altra cosa in quegli strani giorni, e neanche in seguito, mi diede più vivamente il senso visivo della pace, con un misto di sollievo e di inquietudine. Non era ancora scuro del tutto in Prà. Insegnai con la mano le finestre illuminate alla Simonetta.”
Luigi Meneghello, “Bau sete”, Rizzoli 1988, p. 28
Fanno eco i pensieri che passavano per la testa dei Piccoli Maestri sul dopo guerra.
“Quando è finita la guerra me ne voglio cavare dei capricci,” disse.
“Non sei figlio del direttore di Marzotto tu?” disse il Negro.
“Si,” disse Enrico. “E tu, cosa fanno i tuoi?”
“Niente,” disse il Negro. “Da quando mi ricordo io, sono sempre stati morti.”
“Mi dispiace,” disse Enrico.
“Però quando è finita la guerra, anch’io me lo voglio cavare qualche capriccio,” disse il Negro.
“Io devo pensare a dare gli esami,” disse Raffaele. “Perché i miei di casa mia hanno fatto i sacrifici. “
“Non vai in roccia tu?” disse Enrico. “Allora dopo la guerra devi portarmi. Ho una voglia matta di andare in roccia.”
“Capo primo, la moto,” disse il Negro. “Un Saturno rosso che vada anche a centodieci, e anche di più.”
“Io voglio dedicarmi un po’ seriamente alle donne,” disse Enrico. “Ma voglio cavarmi la voglia di andare in roccia.
Luigi Meneghello, “I Piccoli Maestri”, Rizzoli 1976, pp. 246-247












