Ricordo di Renato Casarotto
a cura di Roberto Mantovani
Arcugnano 11 luglio 2026
Sono passati quarant’anni dalla morte di Renato, un periodo di tempo più lungo della sua vita, cominciata proprio qui ad Arcugnano, il 15 maggio 1948, e terminata il 16 luglio 1986 ai piedi del K2, la seconda montagna del mondo, su cui aveva quasi terminato di tracciare una via di salita tra le più belle del Karakorum, superando gli 8300 metri lungo il colossale sperone sud sud ovest, un’architettura di roccia e di ghiaccio che sembra intercettare le profondità insondabili del cielo.
Quarant’anni, dicevo. Uno scrittore francese contemporaneo sostiene che «vivere a pochi decenni di distanza significa vivere in due mondi diversi, con valori diversi, con assiomi diversi, quasi incomprensibili gli uni agli altri». È proprio così. Ma è anche come dire che, se vogliamo capire qualcosa di Renato – il suo modo di essere e di pensare, i capolavori alpinistici che ci ha lasciato, la sua capacità di lasciare un segno profondo su muri compatti di roccia che lui ha trasformato in vie di comunicazione con il profondo – dobbiamo sforzarci umilmente di vedere, anziché limitarci a guardare, e provare tradurre le sue parole e il suo sguardo in un linguaggio comprensibile a tutti nel presente.
Cercare di vedere, anziché limitarci a guardare, dicevo. Come sapete, guardare e vedere non sono la stessa cosa. Entrambe le azioni hanno a che fare con il lavoro del nostro nervo ottico, con i meccanismi della visione, rispondono alle leggi dell’ottica. Ma il guardare implica solo una registrazione dell’immagine, si colloca nel campo dell’osservazione; il vedere è una percezione cognitiva che punta alla comprensione della realtà; è un’azione culturale.
Comprendere il lascito culturale di Renato significa innanzitutto soffermarsi sulle sue vie di scalata, che sono monumenti viventi, regali di una mente che era riuscita a costruire se stessa passando dallo stupore all’immaginazione e infine all’interiorizzazione e alla consapevolezza, per superare limiti che sembravano invalicabili e che invece erano delle finte barriere.
L’eredità che Renato Casarotto ci ha lasciato sta certamente nel gran numero di vie nuove, nelle tante ascensioni solitarie, nelle scalate condotte nel cuore dell’inverno in condizioni ambientali rigidissime, nella sua capacità visionaria di andare oltre, di passare dove tanti altri non osavano nemmeno sognare di farlo. Parecchie delle sue salite ancora oggi irripetute e che già a quel tempo sembravano spostate nel futuro.
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Pensiamo alla sua via sulla parete nord dell’Huascarán Norte, nella Cordillera Blanca del Perù, del 1977; al trittico solitario del Frêney, sul Monte Bianco (1-15 febbraio 1982); allo spigolo settentrionale del Broad Peak Nord (7600 m), il 28 giugno 1983: 2500 metri di dislivello, con un allucinante bivacco in discesa, a 7500: una intera notte in piedi, su un piccolo masso piantato in mezzo a un pendio vertiginoso; alla prima solitaria invernale sulla parete est delle Grandes Jorasses, terminata dopo 6 tentativi il 15 marzo 1985; allo stupefacente capitolo delle sue invernali e solitarie invernali in Dolomiti.
Ma sarebbe però un errore, nel caso di Renato, limitarsi a un computo ragionieristico della sua attività alpinistica, peraltro incredibilmente vasta.
Le sue capacità tecniche (e non parlo della sua capacità di risolvere i passaggi più difficili e complicati), la sua forza, la sua resistenza fisica e mentale, la profondità del suo sguardo nei confronti della montagna, erano e sono ancora oggi ben noti ai suoi compagni di cordata. E lasciavano di stucco quanti, per avventura, in passato si erano legati occasionalmente alla sua corda, convinti delle proprie capacità, salvo ricredersi in fretta dopo aver visto quello che capitava di fronte ai loro occhi.
L’alpinismo di Renato era un alpinismo che abitava nel futuro, lontano dalle mode di quegli anni e dalla farragine informativa che in quel periodo aveva cominciato a irrompere sugli schermi televisivi. Un alpinismo, quello di Renato, che non sempre è stato capito sino in fondo dai contemporanei, per molti dei quali a quel tempo contava soprattutto la velocità di salita. Ma ho anche visto che, con il passaggio alla generazione successiva, oggi quell’alpinismo è diventato mitico. Forse per via dello sguardo meno condizionato dei giovani di oggi.
Non è tuttavia solo sulle cose che vi ho appena detto, che dobbiamo insistere, volendo ricordare il percorso di Renato su questa Terra.
La lezione che ci ha lasciato – le cose che lui riteneva più importanti – sono la lealtà e la volontà di fare bene le cose. La capacità di accumulare esperienze e trasformarle in una fonte di conoscenze a cui abbeverarsi, di trasformare cioè l’esperienza in coscienza. Guardare con attenzione al passato per costruire il futuro, evitando però di mummificare acriticamente la tradizione, altrimenti diventerebbe impossibile andare avanti (la coltivazione conservativa della tradizione non gli apparteneva: sapeva però che il passato era in grado di regalare lezioni importanti).
Ma nella lista dei principi di Renato primeggiava soprattutto la necessità muoversi sulla base di valori etici che negli anni aveva fatto propri, evitando la trappola della prestazione in sé, e facendo dell’alpinismo uno strumento di conoscenza, di crescita e di maturazione personale. Un’attività capace di generare pensieri, come testimoniano i tanti brevi flash che durante i bivacchi, depositava sui suoi taccuini, che rimangono il vero faro sul cammino carsico e sotterraneo che la vita di Renato stava compiendo.
Concludendo questo ricordo, vorrei leggervi le poche righe di un amico di Renato che se n’è andato anche lui qualche anno fa, e che concludevano un articolo che avevamo ospitato su un numero della “Rivista della Montagna” dedicato a Renato, nell’aprile del 1987.
«Tante cose, grandi e piccole, testimoniano la volontà di Casarotto di dare al proprio alpinismo la dignità di una pratica: accettando anche che esperienze inquietanti e sconvolgenti si aggiungessero a rendere ancora più impervio, ma incredibilmente più ampio, il suo cammino già estremo.
«E in effetti appaiono molto forti, nella storia di Renato, le suggestioni che portano a pensare come l’alpinismo possa arrivare a muoversi in quelle regioni, rimaste quasi deserte nella nostra cultura, che stanno fra le percezioni sensibili e le intuizioni o le categorie dell’intelletto».
Se posso aggiungere una nota personale, devo confessarvi che anche dopo la scomparsa di Renato, per me la sua figura è stato un faro che mi ha rischiarato la strada in qualche momento buio, ed è stato uno sprone (spesso mi è sembrato di risentire nelle orecchie il sussurro della sua voce) a fare meglio che potevo quello che mi ero proposto e che lui sapeva che io avrei cercato di fare.

La storia di Renato Casarotto
Ricercatore di un contatto con la natura e con gli elementi, Renato Casarotto è internazionalmente celebre grazie alle sue esperienze alpinistiche vissute in solitaria durante la stagione invernale. Alpinista completo è stato capace di prime salite in condizioni proibitive, dando prova di un grande equilibrio psico-fisico.
Ritenuto uno dei massimi alpinisti di sempre, ha lasciato traccia del suo passaggio dal Monte Bianco alle Dolomiti, dalla Patagonia al Karakorum. Umile, modesto e disponibile era, per il periodo, un alpinista anomalo. Rispetto a molti suoi colleghi preferiva la montagna ai riflettori. Era attento a non farsi prendere dal facile abbaglio economico e dalla commercializzazione del suo modo di vivere la montagna.
La vita
Nato ad Arcugnano, piccolo centro a pochi chilometri da Vicenza, Renato Casarotto si avvicina alla montagna durante l’adolescenza. Una montagna diversa da quella che conoscerà in epoca matura. Escursioni, qualche via ferrata e semplici arrampicate lo accompagnano nella crescita.
Solo con il servizio militare, nel 1968, si avvicina al mondo dell’alpinismo. I mesi di naja li trascorre presso il Battaglione Esploratori Alpini, in Cadore. Qui frequenta corsi di roccia e ghiaccio, effettuando numerose salite insieme ai suoi compagni. Quel primo contatto genera in Renato una grande passione per la montagna e per il ghiaccio. Terminato il servizio miliare lavora per qualche anno come impiegato per le Ferrovie dello Stato.
Nel 1973 incontra Goretta Traverso, che due anni dopo diventerà sua moglie oltre che inseparabile compagna di ogni spedizione.
Attività dettagliata svolta dal 1971 al 1977

25/6/1972

al 1/7/1973

al 7/8/1974

al 18-27/4/1975

al 6/8/1977

al 13/11/1977
L’attività più significativa nelle Alpi ed extraeuropea
| ******************************************* ATTIVITÀ PIÙ SIGNIFICATIVA NELLE ALPI ******************************************* | |
| 1971 | 4 luglio, 1^ solitaria via Carlesso sul Soglio Rosso |
| 1971 | 19-20 agosto, Via Philipp – Flamm alla Punta Tissi in Civetta (con Adriana Valdo) |
| 1972 | 19-22 dicembre, 1^ invernale via Solleder Sass Maor (Adriana Valdo, Renato Gobbato, Renzo Timillero, Paolo e Ludovico Cappellari) |
| 1973 | 12-16 agosto, traversata delle 22 cime del Civetta con dislivello di circa 4000 m, insieme con Giacomo Albiero |
| 1974 | 28/2 – 3 /3, 1^ invernale via Strobel sulla Rocchetta Alta di Bosconero (P. Radin e D. Campi) |
| 1974 | 19-23 dicembre 1^ solitaria invernale della via Simon-Rossi sulla parete NO del Pelmo |
| 1975 | 22-27 febbraio, 1^ solitaria invernale via Andrich-Faè sulla parete NO del Civetta |
| 1975 | 8-11 giugno, apertura nuova via sullo Spiz di Lagunaz nelle Pale di San Lucano (Piero Radin) |
| 1976 | 28-30 maggio, nuova via sulla parete O, sulla Cima della Busazza in Civetta (Giuseppe Cogato e Giacomo Albiero) |
| 1977 | 26-27 marzo, nuova via sullo Spiz di Lagunaz – Pale di San Lucano (con B. De Donà) valutata di VII grado |
| 1978 | 18 luglio, nuova via sulla parete nord dell’Aiguille Verte – M. Bianco (Gian Carlo Grassi e Gianni Comino) |
| 1982 | 1-15 febbraio, 1^ solitaria invernale del Trittico del Frêney nel Gruppo del Monte Bianco: Aiguille Noire de Peuterey – Picco Gugliermina – Pilone Centrale del Freney |
| 1983 | 30/12/82 – 9/1/83, 1^ solitaria invernale del Diedro Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza. |
| 1985 | 15 marzo, dopo 6 tentativi, 1^ solitaria invernale della via Gervasutti parete Est delle Grandes Jorasses |
| ******************************************* ATTIVITÀ EXTRAEUROPEA ******************************************* | |
| 1976 | 6 luglio, via nuova sulla parete sud Huandoy Sud nella Cordillera Blanca in Perù con Agostino Da Polenza |
| 1977 | 5- 21 giugno, 1^ solitaria sulla parete nord dello Huascarán Norte, nella Cordillera Blanca, in Perù |
| 1979 | 19 gennaio, nuova via in solitaria sul pilastro nord del Fitz Roy in Patagonia, dedicato a Goretta |
| 1979 | 12/5–11/8, componente spedizione Messner che tenta una nuova salita sul Pilastro Sud del K2 in Karakorum. Gli altri componenti: M. Dacher, A.Gogna, F. Mutschlechner, R. Schauer |
| 1980 | 3 agosto, via nuova sulla cresta NO del Chopicalqui – Cordillera Blanca in Perù con Alberto Campanile |
| 1983 | 28 maggio, in 7 giorni sale in 1^ solitaria la parete N del Broad Peak Nord in Karakorum. |
| 1984 | 29/4- 10/5, in 12 dodici giorni percorre in 1^ solitaria la cresta SE del Denali (McKinley) in Alaska |
| 1985 | 11 luglio, sale il Gasherbrum II (Karakorum) con la moglie Goretta Traverso (1^ italiana su un ottomila) |
| 1986 | 16 luglio, precipita in un crepaccio ai piedi del K2 dopo aver tentato per 3 volte lo sperone S-SO del K2 in Karakorum ed essere arrivato a quota 8350 metri. |
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