L’Aspromonte non si spiega. Lo devi leggere e ne devi decodificare i segni. E, soprattutto, lo devi cercare. Tra le sue pieghe, le sue rocche, le sue fiumare. E i suoi respiri dolci e ruvidi. Erica e salsedine. L’Aspromonte non si conosce. Lo devi sentire dentro e lo devi far sedimentare fra le coste delle tue inquietudini. E, soprattutto, devi continuare a cercarlo. Tra i tuoi occhi inermi e il tuo stupore bambino. Cardo e bambagia. L’Aspromonte è un reticolo di sentimenti contrapposti, un idillio in conflitto, un Giano bifronte. Da un lato la bellezza che sincopa il respiro. Dall’altro i graffi tatuati sulle braccia per entrarci dentro, nelle sue feritoie di grotte e spine. Ginestra e lentisco. La primazia della natura che gioca a carte con la ritrosia della tua conoscenza. Il cielo è torbido domenica mattina. Il mare un’ipotesi. Filigrana di orizzonte che ti sfugge. Sono quasi le nove e siamo in nove quando iniziamo a salpare da Casignana alla volta del Monte Varet. Là sui piani di pracusu dove, sotto l’egida del limite, ti accorgi che i tuoi occhi sono troppo piccoli per trattenere questo spicchio di mondo. Anzi, questo mondo. L’Aspromonte, si sa, è una circoscrizione a sé nei cenacoli della Storia.
Lasciamo il pianoro della Giudaria con qualche rimpianto. Tra poco sarà difficile vedere ancora lo Ionio che, anche da opaco, riflette i suoi sbadigli di Grecia. L’erto affiora fra cardi e bagolari. Un ricovero di mendicità per pecore e capre soffre per le rughe di un’assenza che si fa promessa. Tra poco sarà estate e saliranno quassù gli ultimi pastori. L’ultima radura comincia a farsi avanti, mite e verdissima. Dura poco, anzi pochissimo. Il polline della fatica è già sparso, pronto a raccogliersi sullo zaino, nelle tasche dei tuoi dubbi. E soprattutto tra gli stigmi stropicciati della scheda tecnica. Perché da lì a poco il sentiero si fa sfida, incertezza, rigore.
Non è un sentiero qualunque quello che hai disegnato per conquistare il Varet. E’ un sentiero caprigno, un’odissea di pensieri, parole, opere e omissioni. E grotte. Cave e generose, levigate e accoglienti. Anche se per entrarci dentro devi metterti a gattonare, non tradiscono. Offrono riparo al viandante che cerca e trova se stesso prima che un luogo. E, prima ancora, lasciano un varco per indicarti la via. Il resto se lo porta il vento. Anzi, il resto è emozione in purezza. Il tuo respiro nell’utero della terra ha il sapore di un salmo imparato a scuola. Credi di aver capito tutto e, invece, ti rendi conto che l’Aspromonte è già più avanti. Più su. In quell’incrocio di fiumare, il Butramo e il Buonamico, i torbidi torrenti di Corrado Alvaro. Il più grande scrittore calabrese di sempre che vedi riflesso nel profilo di Pietra Cappa. La grande pietra che si affaccia là davanti, protetta dall’ombra di Pietra Castello. Poco più in basso Santu Luca che, come una leggenda, si snoda sinuoso, dall’argine della fiumara ai piedi della montagna.
Siamo in vetta, siamo arrivati sul Varet, e non ce ne siamo accorti. La nostra preghiera è terminata sull’unicità di una vetta che sa di calvario e che si restituisce, invece, alle faglie di un’irredenta armonia. Siamo ammaliati e smarriti, codardi e impavidi, sulla cresta che è un’unghia di arenaria sospesa nell’amplesso fatato di due fiumare, nelle parole crespe di uno scrittore che ha superato il vaglio dell’universale, e in quel senso di imperscrutabile che ti assale quando sei in Aspromonte. La montagna lucente che è come il tuo migliore amico. Anche se ti sembra distante, in realtà è solo andato avanti per seminare versi che restano immortali.
Felice Foresta












