Overtourism: una piaga per la montagna di Francesco Colao

Negli ultimi anni il termine overtourism è diventato sempre più familiare, anche ai più estranei alla frequentazione della montagna.

Ma che cos’è l’overtourism?
“Questo termine indica la sovrappressione turistica che supera la capacità di carico (ambientale, sociale, infrastrutturale) di un luogo. Un turismo mal distribuito nello spazio e nel tempo, spesso concentrato nei medesimi hotspot; nel caso della montagna una forte pressione antropica in ecosistemi naturali delicati.”

Sono ormai a tutti noti gli episodi di overtourism che si sono verificati questa estate sulle Dolomiti e non solo; il timore è che questo fenomeno rischi di estendersi a tutta Italia, Sud compreso. Il caso più citato è sicuramente quello del giro delle Tre Cime di Lavaredo: nei mesi di picco, centinaia di escursionisti in fila rimangono bloccati per ore in attesa del bus verso il Rifugio Auronzo. Il risultato? Sentieri sovraffollati e rifugi già sold out da mesi. Si formano file estenuanti davanti a una baita in quota solo per degustare un krapfen alla crema (pagato il triplo del normale) perché influenzati da un reel sui social.

Una montagna “mordi e fuggi”, consumata come un prodotto; praticamente tutto ciò che la montagna non è o, per lo meno, non dovrebbe essere. Purtroppo i social si sono rivelati un’arma a doppio taglio: se da un lato hanno fatto conoscere questi luoghi meravigliosi alla massa, dall’altro li hanno trasformati in un parco giochi per adulti a uso e consumo dei selfie. A tal proposito, volevo riportare qui sotto a riflessione, qualche estratto di un articolo di questi mesi, de “La Rivista” (n.21 Luglio 2026 – mensile del CAI), dove Anna Sustersic (autrice dell’articolo) insieme Francesco Rovero, (direttore ufficio ricerca e collezioni museali del MUSE), discutono della preziosità della montagna e della sua biodiversità, e delle conseguenze che un turismo di massa può portare all’ambiente montano.

L’articolo inizia con una celebre frase di Lord Byron: “Le alte montagne sono per me un sentimento”. Ed io come l’autrice dell’articolo, sono affine a questo nobile pensiero. L’autrice, continua approfondendo il concetto, e dice: “un intimo soggettivo non disponibile a tutti, ma talmente prezioso da necessitare il
sostegno di molti per poter essere custodito”.

Francesco Rovero spiega poi l’importanza della montagna, di quanto sia preziosa la sua biodiversità e quanto sia allo stesso tempo vulnerabile e fatichi ad adattarsi al cambiamento climatico. “Pur occupando solo un quarto della superficie terrestre, le montagne ospitano quasi la metà degli hotspot di biodiversità del pianeta”. Poi accenna alla problematica del turismo di massa degli ultimi anni. “… nelle zone a maggior turismo, la fauna riduce sensibilmente l’attività nelle ore di sole, forzata a spostarsi di notte. Un trauma biologico con effetti a cascata sull’intero ecosistema”. “Ma il problema più profondo è quello culturale” riflette Rovero. “La montagna ha perso la propria identità di luogo speciale, diventando troppo spesso semplice sfondo per attività ricreative. Si va in montagna per fare e per dimostrare, non più per stare e osservare. Una fruizione veloce che raffredda il legame con il luogo, trasformandolo in cornice funzionale al consumo”. Un’amara verità, dettata forse dalla moda dei social e dal bisogno costante di dimostrare qualcosa, solo per poter dire: “Io c’ero”. Stiamo trasformando una connessione profonda in un consumo veloce. L’autrice conclude con una riflessione importante: “Restituire alla montagna il suo senso del luogo richiede silenzio, rispetto, lentezza e pazienza: i timori peggiori del pensiero turistico contemporaneo”.

Questi concetti sollevano una questione cruciale, spingendoci a riflettere seriamente sull’impatto e sulle derive di un turismo non sostenibile, quello che oggi in alcuni luoghi è già… overtourism. Perché la frequentazione della montagna in modo consapevole è tutt’altra cosa. La montagna non ha bisogno di orde di turisti da condurre in processione, attratti solo dall’ultima tendenza digitale. È un’illusione pensare che questo porti valore: questo fenomeno fa drammaticamente più male che bene alla montagna e alle comunità delle terre alte, lasciando dietro di sé solo rifiuti, rumore e l’erosione di un’identità millenaria. Se vogliamo che le terre alte restino tali, e non si trasformino nell’ennesimo centro commerciale a cielo aperto, dobbiamo imparare di nuovo a camminare con rispetto, lentezza e consapevolezza. Per ritrovare quel “sentimento” di cui parlava Byron, è tempo di invertire la rotta: smettere di consumare la vetta e ricominciare, finalmente, a custodirla.

Francesco Colao – Operatore Tutela Ambiente Montano

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