La scala del cielo

Un racconto a cura di Alessandro Mosconi

E anche Gio’ se ne è andato in una nuova dimensione… investito da una scarica di sassi durante un’ascensione come tante, su quella montagna che tanto amava, anche se mai quanto le persone e la vita.

Ci siamo conosciuti nella primavera del 1987, al corso pre-parto frequentato aspettando i nostri primi rispettivi figli… e abbiamo scoperto di avere in comune un grande amico, dei valori importanti e la passione per la montagna. Legarsi insieme ad una corda è stato naturale. Lo spigolo Nord-Ovest della Sfinge, nell’agosto successivo, sul bellissimo granito della Valmasino è stata la nostra prima ascensione insieme in quota, dopo qualche tiro sulle placche di fondovalle per conoscerci un po’. La prima di tante, tra le quali sicuramente spicca la salita dello spigolo Gervasutti alla punta Allievi, non perché fosse particolare, ma perché in quell’occasione, a causa di una mia caduta in uno degli ultimi tiri prima della vetta (la descrizione sbagliata della via sulla guida che avevo a disposizione mi aveva portato ad affrontare un passaggio ben più difficile dell’originale), tu ti infortunasti alla mano per trattenermi, sigillando così un legame di amicizia che sarebbe stato ben più saldo di quello che ci univa attraverso una corda di pochi millimetri di spessore.

Ma la tua gioia di quel giorno sulla Sfinge non potrò mai dimenticarla. Era una salita speciale per te, (dopo tanti anni di problemi fisici e psicologici pesanti riuscivi finalmente a portare a termine una bella ascensione)… lo è diventata anche per me.

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Alessandro Mosconi (che ha scritto questo racconto) insieme a Giovanni Menin.

Esattamente trent’anni dopo quella nostra prima ascensione un’altra montagna era il tuo destino. Per ironia della sorte sulla via normale dell’unico 4000 del gruppo del Rosa che non avevamo salito insieme durante i tanti anni di ascensioni insieme. E io non c’ero.

Per ricordare chi è stato Giò non c’è bisogno di grossi discorsi o inutili descrizioni… perché chi lo conosceva non ne ha bisogno, e chi non ha mai avuto la fortuna di incontrarlo probabilmente non potrebbe capire da poche parole che splendida persona era… quindi racconterò solamente un piccolo, divertente episodio che mi è tornato alla mente mentre vegliavo al suo fianco nella piccola cappella del cimitero di Gressoney.

Chi come me ha avuto la possibilità di recarsi lì e trascorrere insieme nella condivisione qualche momento di preghiera e riflessione… in attesa del nullaosta che permettesse di rivestire il corpo … non ha provato nessuno stupore di fronte alla scelta dei suoi cari di fargli indossare per il suo ultimo viaggio degli indumenti da montagna, da alpinista… il suo “vero” abito della festa… l’abito più giusto per una serie infinita di motivi col quale presentarsi al cospetto di Chi riunisce tutti i suoi amici nella Speranza.

Ma gli indumenti che indossava Giò al momento dell’incidente non erano più utilizzabili… perciò ha indossato quelli di uno dei suoi figli, che gli stavano incredibilmente a pennello.

E mi è subito venuta in mente una notte fredda e bellissima di circa 25 anni prima… mentre preparandoci fuori da un rifugio per l’ennesima ascensione insieme… Giovanni tirò fuori dallo zaino alla luce delle lampade frontali la sua mitica camicia di flanella (perché lui era un alpinista “tradizionale”… da pantaloni alla zuava e scarponi di cuoio per intendersi!… ma anche nei valori) da indossare sotto al maglione di lana.

Solo che quella camicia… era quella di suo figlio, che a quell’epoca aveva circa cinque anni, e non la potè ovviamente indossare, nonostante il suo fisico invidiabilmente magro. Abbiamo riso per anni e ancora ridevamo ogni volta che ci raccontavamo questo episodio… che è stato l’unico… vero errore compiuto da Giovanni in tanti anni di alpinismo serio, responsabile, prudente e meticoloso… oltre che innamorato. Perché lui è sempre stato così… in montagna come nella vita.

Oggi invece… quei vestiti li ha potuti indossare. Gli vanno bene. Forse perché “in cambio” in tutti questi anni ai suoi due figli, a sua moglie e a tutti gli amici che hanno avuto la fortuna ed il dono di conoscerlo ha dato “abiti”… “abitudini” molto più importanti… valori e modi di essere che “rivestono” in qualche modo le vite di tutti noi. E che sono da oggi in avanti, senza alcuna retorica… la vita di Giò che continua attraverso le persone a lui più care. Uno scambio impari…

E sapete dove eravamo quella volta della camicia di flanella, in un giorno di inizio estate del 1991? Alla base della cresta nord del Bernina… la Biancograt… che incredibilmente ha anche un altro nome meno formale ma che suona certamente più dolce, poetico ed incredibilmente attuale oggi: “La scala del cielo”

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